Secondo macigno politico in pochi giorni sulla via del presidente degli Stati Uniti Barack Obama: ieri sera la Corte suprema ha cassato a maggioranza (5 contro 4) la legislazione federale che limitava il finanziamento delle lobby a favore delle campagne elettorali dei politici. Limiti definiti «senza basi» nella decisione del massimo tribunale Usa e dipinta invece dai magistrati dissenzienti come «una minaccia all'integrità delle istituzioni elettive». La Casa Bianca, che solo quattro giorni fa ha subito la pesante elezione di un senatore repubblicano nel tradizionale fortino democratico del Massachusetts, non è rimasta in silenzio. Obama ha definito la sentenza una «vittoria» per le grandi aziende petrolifere, per Wall Street, per le compagnie di assicurazione medica - contro le quali l'amministrazione sta conducendo una battaglia in parallelo per l'estensione della copertura sanitaria a tutti i cittadini statunitensi - che annegheranno la voce degli americani medi: la sentenza, ha dichiarato, «dà luce verde a una nuova ondata di finanziamenti interessati nella nostra politica».
A fianco di Obama il mondo liberal, preoccupato per il nuovo impulso che il fronte repubblicano potrebbe ottenere dalla caduta dei principali limiti al finanziamento in vigore dal 2003. Una preoccupazione che si aggiunge al «mal di pancia» del gruppo democratico alla Camera dei Rappresentanti, con la speaker Nancy Pelosi che non ha nascosto al presidente il senso del disorientamento politico del proprio gruppo. Mentre la dirigenza del partito dell'asinello si interroga sul futuro di una riforma sanitaria destinata ad avere un percorso molto difficile al Senato, due sue esponenti, riferisce il New York Times, il senatore Charles Schumer e il deputato Chris Van Hollen, anticipando la sentenza della Corte hanno lavorato a una nuova legge che vieti la sponsorizzazione politica da parte di imprese che assumono lobbisti, ricevono fondi pubblici o trovano all'estero la maggior parte dei loro ricavi.
In alternativa, sempre secondo i due politici, potrebbero farsi più rigide le regole contro il coordinamento tra i membri delle campagne elettorali e i gruppi esterni ad esse, oppure ancora rendere obbligatorio il parere degli azionisti relativamente alle spese politiche delle imprese. Il presidente non ha intenzione di mollare. «Non mi tirerò indietro solo perché é dura - ha detto Obama - Dobbiamo andare avanti e approvare la riforma sanitaria col voto di democratici e repubblicani, di chiunque intensa schierarsi a favore». E ieri borse a picco dopo la decisione della Casa Bianca di mettere il «guinzaglio» alle banche.