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(@FraAngelone) Il destinatario tradizionale di un’azione di lobbying è il policy-maker, il decisore pubblico. Tuttavia, a volte il lobbista è anche policy-maker. No: non si tratta del fenomeno sgradevole o illegale delle ‘porte girevoli’ né di quella pratica che appartiene all’accezione negativa di lobbying e che richiama l'idea di pressioni sotterranee esercitate da poteri forti e occulti. Perché spesso la definizione generalmente accettata di lobbying si concentra sull’iter legislativo, il procedimento di formazione della norma (lawmaking), ma esiste un’altra attività, quella di rulemaking, che attiene alla regolamentazione di una determinata materia e che può essere altrettanto redditizia per gli interessi che vi prendono parte. È questo l’oggetto di uno studio pubblicato dal Washington Center for Equitable Growth. Fare lobby conviene soprattutto nei mercati regolamentati Gli autori dello studio si sono presi la briga di andare a verificare la differenza tra i benefici ricavati da chi ha partecipato al rulemaking in materia bancaria approcciando le agenzie federali (cui è demandato il compito di specificare il contenuto delle leggi) e chi non vi ha partecipato. E quello che è emerso è che c’è una dimensione finora sottostimata nella valutazione circa le differenze di influenza sulle politiche: la competenza o, meglio ancora, la capacità di mobilitare le competenze. Le agenzie federali statunitensi, secondo quanto prevede l’Administrative Procedures Act, sono tenute a rendere pubblicamente disponibile per un determinato periodo di tempo un regolamento proposto in modo che chiunque, un privato o un rappresentante di un'impresa, possa fornire i propri commenti e suggerimenti. Le agenzie riesaminano tali commenti e li inseriscono nel processo decisionale e nel provvedimento finale. Durante queste vere e proprie consultazioni è plausibile pensare che le istituzioni finanziarie (per restare al caso oggetto dello studio sopra citato) abbiano maggior voce in capitolo per know-how e per possibilità di spesa utile a mobilitare tale know-how. Questi strumenti, non lo scopriamo oggi, danno a tanti la possibilità di partecipare, ma nulla possono a fronte di un evidente gap di competenze tra chi vi prende parte. Un gap che è economico in partenza e al traguardo. Le imprese pensano che ci sia un qualche vantaggio finanziario da trarre dalla partecipazione al processo normativo, altrimenti non lo farebbero. E l’expertise di cui dispongono, la capacità che esse hanno (tramite i loro uffici legal and regulatory affairs) di entrare nel dettaglio della regolamentazione, delle loro ricadute negative e positive, solleva il legittimo dubbio che il processo di rulemaking non sia altro che l’ennesimo canale attraverso cui influenzare il processo normativo per servire i propri interessi, non l’interesse pubblico, in barba alla trasparenza. Per di più, lo studio di Carpenter e Libgober ha scoperto alcuni elementi interessanti. Le banche che hanno partecipato alle consultazioni sulle riforme del settore dal 2010 in poi hanno avuto significativi benefici sul mercato azionario rispetto ai loro competitor che sono rimasti silenti. Il beneficio economico della competenza  Che sia, quindi, la competenza ad influenzare il decisore pubblico non può essere altro che un bene. Che questa competenza sia possibile mobilitarla prevalentemente attraverso fondi disponibili solo ai grandi interessi economici di parte è, ancora, una questione per gli scienziati sociali. Di fatto, la trasparenza delle procedure è un anticorpo importante per garantire la sostanzialità della democrazia e la competenza, la profonda conoscenza dei risvolti possibili della legislazione, non è ancora un disvalore. Del resto, l’attività di lobbying non ha il solo scopo di convincere il decisore pubblico, ma anche quello di informarlo e se per convincerlo lo informa, genera, attraverso un’attività collaterale, un’esternalità positiva. (Fonte foto: Center for Responsive Politics)

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(Francesco Angelone) Seppur nato da un progetto del Ministero della Difesa Usa, internet – da quando è diventato di ampio accesso – è sempre stato considerato un baluardo della democrazia, un luogo dove non esistono caste e tutti sono in qualche modo uguali. Corollario di questo principio, oltre che sua pratica applicazione, è la net neutrality: tutto il traffico su Internet deve essere trattato allo stesso modo, senza corsie preferenziali. Da diverso tempo, ormai, negli Usa si parlava di una possibile rivisitazione di questo principio, permettendo alle società che forniscono le connessioni online (i cosiddetti provider) di trattare in modo diverso i contenuti che circolano sulle loro reti e, conseguentemente, proporre offerte commerciali differenziate per il servizio prestato. Ora tutto questo è realtà. Giovedì 14 dicembre la Federal Communications Commission (FCC), agenzia governativa che ha il compito di vigilare sulle comunicazioni, ha votato (3 a 2) per porre fine alla net neutrality. L’agenzia è composta da 5 membri, 3 repubblicani (i favorevoli) e 2 democratici (i contrari) e il suo presidente, Ajit Pai, è stato nominato da Trump. Il piano approvato dalla FCC centra l’obiettivo di rimuovere i vincoli normativi posti durante l’amministrazione Obama e ‘ristabilire la libertà su internet’. Ma la libertà di chi? Chi sostiene la bontà di questa decisione, infatti, crede che la rete fino al 2015 (quando la FCC di colore politico opposto intervenne a garantire la neutralità) non avesse problemi di alcun tipo circa la disparità di trattamento dei siti e dei servizi. Chi vi si oppone, invece, pare chiedersi soprattutto la libertà di chi questa decisione dell’agenzia federale vada a tutelare. Secondo questi, i provider - ovvero colossi industriali del calibro di AT&T, Verizon e Comcast - potranno controllare il traffico online e condizionare i loro clienti privilegiando alcuni contenuti su altri. Come se non bastasse, negli Usa alcuni di questi fornitori di accesso a internet sono anche distributori di contenuti. Si pone, così, il problema di un potenziale conflitto di interessi, materia sulla quale dovrà esprimersi un’altra agenzia federale, la Federal Trade Commission. Contrappeso di questa liberalizzazione del sistema sarà la trasparenza che la FCC richiederà ai provider per tutelare i consumatori e permettere agli operatori più piccoli di aver accesso ad informazioni che possano promuovere l’innovazione delle infrastrutture di cui dispongono. Ma anche sull’effettivo e corretto funzionamento di questo meccanismo permangono dei dubbi. E così per le conseguenze di questa decisione. Per i sostenitori della neutralità della rete, è stata proprio la parità nel trattamento dei contenuti a favorire il successo di Internet, la trasformazione di alcune imprese in colossi globali e allo stesso tempo a garantire la sopravvivenza dei ‘pesci più piccoli’. In qualche modo, quindi, il piano della FCC ucciderebbe la rete delle reti. Gli altri, tra cui lo stesso Pai, sostengono che le nuove regole consentiranno agli ISP (Internet Service Provider) di aumentare i ricavi, in modo da potere investire per rafforzare le reti e offrire servizi migliori ai clienti, anche nelle aree geografiche dove si guadagna meno. La risoluzione dell’agenzia sulle comunicazioni arriva al termine di una quasi estenuante attività di pressione che entrambe le parti hanno condotto. Secondo il Center for Responsive Politics, organizzazione attentissima a queste questioni, negli ultimi dodici mesi la FCC ha ricevuto un totale di circa cento report sul tema. Imprese di telecomunicazioni, associazioni di categoria e gruppi di advocacy contrari alla neutralità della rete secondo queste stime hanno affrontato una spesa totale di circa 110 milioni di dollari. Inferiore, pari a circa 39 milioni di dollari, la spesa di coloro che hanno fatto pressione per mantenere in vigore le regole fissate nel 2015. Tra questi, imprese del settore tech e i colossi Amazon, Facebook e Twitter. Un flusso di denaro, quello elargito da entrambe le fazioni, che ha preso la direzione sia dei democratici che dei repubblicani. 495 su 535 sono, infatti, i membri del Congresso che hanno ricevuto fondi da questi gruppi, a dimostrazione di quanto il tema sia tenuto in considerazione tanto dagli operatori del settore che dai policy-maker. Una curiosità: Ajit Pai, presidente della FCC, in precedenza ha lavorato per Verizon. Altra curiosità: una delle organizzazioni più attive contro la net neutrality è stata la no-profit American Commitment, che ha svolto un lavoro capillare per creare consenso sui social network e che ha beneficiato di fondi a gruppi di decine di migliaia di dollari da donatori perlopiù sconosciuti (essendo questo permesso dal suo particolare status giuridico). Il presidente di questa no-profit, Phil Kerpen, presiede la Internet Freedom Coalition, una federazione al cui interno siedono diverse associazioni di cui sono membri Verizon, Comcast, Sprint e AT&T. E al di qua dell’oceano? Come ha riportato La Stampa, la presidente della Camera Laura Boldrini, tra le principali sostenitrici della Dichiarazione dei Diritti di Internet nel 2015, ha definito l’abolizione della net neutrality negli Stati Uniti come un fatto «grave», ricordando come non sia democratico privilegiare certi contenuti rispetto ad altri, discriminando e aumentando sensibilmente i costi per i consumatori. In Europa, il Parlamento ha invece votato un regolamento sulle telecomunicazioni che, oltre ad avere eliminato il roaming per la telefonia mobile nei Paesi dell’Unione, ha anche previsto più garanzie per la neutralità della rete. Con buona pace delle lobby degli operatori. Che sia questa “the next big thing” di cui discutere in un negoziato tra USA e UE per regole comuni sulla net neutrality?

Europa

(Gabriele Giuliani) La transparenza nelle relazioni è più utile che la legge sul lobby, dicono i professionisti dell’area. Il Congresso Nazionale brasiliano deve approvare una legge per regolamentare l’attività delle relazioni istituzionali (lobbying). Ma deve fare molta attenzione per non trasformare la professione in una nuova corporazione. La cosa più importante, secondo i professionisti del settore, è garantire la trasparenza fra lo Stato ed il settore privato. A dicembre 2016, la Commissione della Costituzione e giustizia della Camera ha approvato la terza versione di un progetto che regolamenta la professione del lobbista. Il progetto è stato inviato alla Plenaria, ma fino ad oggi mai discusso. Per i lobbisti che hanno partecipato al dibattito promosso dall’associazone IRELGOV lo scorso 9 novembre, più importante della legge sarebbe garantire all'opinione pubblica l’accesso alle informazioni. “Tutti i cittadini devono sapere chi ha incontrato il decisore pubbico e perchè”, ha commentato Christian Lohbauer, direttore relazioni istituzionali della Bayer in Brasile. L’incontro è avvenuto nella sede del prestigioso studio legale Tozzini Freire a San Paolo. “Sono a favore della regolamentazione. Ma ho paura che crei una nuova corporazione” ripete Lohbauer. Per la responsabile delle relazioni istituzionali della banca Itaù, Luciana Nicolo, il miglior viatico sarebbe “ una legge semplice, senza preoccuparsi con tesserini. Se il processo legislativo limita spazi, allontana ancora di più la società dal dibattito pubblico”, ha detto. Per la direttrice relazioni istituzionali della Nestlè Brasile, Helga Meuser, bisogna fare attenzione a non complicare ciò che è già complesso. “Deve esserci una regolamentazione, ma aumentare la complessità e isolando il pubblico non favorisce il dialogo, che è il nostro maggior strumento di lavoro”. Il presidente del IRELGOV, Erik Camarano, vice presidente relazioni istituzionali della General Eletric per l’America Latina, era dello stesso avviso. Recentemente ha organizzato un corso per gli associati IRELGOV a Bruxelles. Per prendere spunto dalla regolamentazione dell’Unione Europea, che si è occupata di lobbying in maniera più avanzata e matura.

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(Francesco Angelone) Poche ore dopo la strage di Las Vegas dell’1 ottobre scorso, nella quale Stephen Paddock ha lasciato a terra 58 vittime e 546 feriti in quella che è la più grave sparatoria di massa nella storia degli Stati Uniti, il dibattito sul Secondo Emendamento della Costituzione era già in atto. Come dopo Littleton (Columbine High School), dopo Blacksburg (Virginia Tech), dopo Aurora, dopo Newtown (Sandy Hook), dopo San Bernardino e dopo Orlando, il Paese a stelle e strisce si è diviso: da una parte gun rights e dall’altra gun control. Sarebbe troppo lungo, in questa sede, analizzare la natura del Secondo Emendamento o la storia della legislazione in materia di armi, ed è forse più interessante capire come stanno oggi le cose e partire dai dati. È complicato stabilire con esattezza quante armi ci siano nelle case degli americani, ma alcune stime riferiscono una cifra superiore ai 350 milioni (40 milioni in più dei 318 milioni di cittadini americani), altre parlano di cifre significativamente più basse (inferiori ai 300 milioni). Ovviamente, non tutti ne possiedono una e il 20% circa della popolazione detiene il 65% delle armi. Negli ultimi anni gli introiti dei produttori di armi sono incrementati e sono più alti che mai. Si parla di ‘effetto Obama’, perché pare che i tentativi dell’ex Presidente di forzare la mano sul tema abbiano prodotto una sorta di ‘corsa all’armeria’, spronando i gun lovers ad acquistare armi prima di un eventuale ban alla vendita facile. Questo significa che ci sono più sparatorie? Sembrerebbe di no (anzi, pare esserci un drastico calo), elemento che rafforza le ragioni dei possessori di armi che non ritengono opportuna una correlazione tra numero di armi in circolazione e numero di omicidi. Ma quanti sono i morti da arma da fuoco? Preso in valore assoluto, senza paragoni col passato, il dato è sconvolgente e pare quello di una epidemia: parliamo di oltre 30 mila morti l’anno (più di 2/3 per suicidio), quasi 90 al giorno, cui vanno aggiunti circa 80 mila feriti (i dati sono certificati da un completissimo rapporto OCSE). Dal 1968 (anno in cui furono uccisi, per citare due figure importanti della storia Usa, Martin Luther King e Robert Kennedy) i morti per arma da fuoco sono 1.5 milioni, circa 100 mila in più degli americani morti in guerra dalla Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Potrebbero bastare poche righe per fermare questa epidemia, ma la politica sceglie di non prendere contromisure. Il Congresso ha più volte fallito nel rendere più stringente i background checks (i controlli preliminari) per l’acquisto di armi e ha respinto gli ordini esecutivi presidenziali. Questo accade nonostante, secondo dati del Pew Research Center, l’84% degli americani (compresa quindi la maggioranza degli elettori repubblicani) veda favorevolmente un intervento restrittivo in materia. Il punto, quindi, è che schierarsi in favore di un gun control, costa elettoralmente. Tuttavia, non sono mancate negli anni, e non mancano tutt’ora posizioni marcate in tal senso. Nella campagna per le presidenziali del 2016 Hillary Clinton è stata sicuramente la più convinta sostenitrice di una legislazione ‘di buon senso’ che tenesse conto della ‘cultura della sicurezza fai da te’ ma che puntasse principalmente a tutelare la sicurezza degli americani. Questo l’ha posta in contrasto perfino con Sanders, le cui posizioni erano più tiepide (votò 5 volte contro il Brady Bill del 1994), sia, soprattutto, con Donald Trump. A fine 2015 la potente, organizzata e famosissima NRA, la lobby delle armi, per nome del suo Presidente La Pierre promise di voler fare di tutto per impedire alla Clinton di mettere piede nello Studio Ovale. Una promessa che si è trasformata in milioni, precisamente 30.3 secondo Opensecrets.org destinati a tutte le piattaforme di sostegno a Trump e circa 1 milione per la sua campagna. Sempre Opensecrets.org stima che dal 1989 i fondi totali elargiti dai gun rights interests per le campagne elettorali siano 10 volte superiori ai gun control interests. Hillary Clinton nel suo libro di memorie, What Happened, sintetizza così la questione: l’NRA è diventata, in sostanza, una sussidiaria delle potenti industrie che producono e vendono armi. La loro ideologia perversa è che tutto ciò che conta, anche se questo costa migliaia di vite. Quando si passa ad esaminare le spese per attività di lobbying a Washington la musica non cambia e la proporzione tra sostenitori del Secondo Emendamento e sostenitori di una riforma rimane pressoché la stessa. Viste le ragioni delle due parti in causa si assume che le posizioni siano inconciliabili. Lo sono a maggior ragione oggi, a fine 2017, in uno scenario di polarizzazione politica quasi mai così evidente nella storia degli Stati Uniti. Secondo i democratici come la Clinton, l’NRA è dalla parte sbagliata della storia, della giustizia e della human decency. Secondo gran parte degli elettori di Trump ogni tentativo di riforma è un attentato alla libertà e nasconde un piano di requisizione nazionale delle armi. I Repubblicani, fortemente pro gun rights, controllano il Congresso, i Democratici sono culturalmente divisi e inibiti a prendere posizioni palesemente pro gun control per non pregiudicare la propria carriera. Nel frattempo i soldi continuano ad affluire nelle tasche dei candidati e il sangue a scorrere nelle strade.

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di Thomas T. Holyoke e Timothy M. LaPira, London School of Economics. La gente non ama i lobbisti. Gli appartenenti alla categoria vengono rappresentati come trafficanti di influenze corrotti che manipolano i legislatori con donazioni alle loro campagne elettorali. Spesso persino i candidati che vorrebbero sfruttare la rabbia populista contro i lobbisti stessi sembrano non essere in grado di separarsene. Un esempio? L’annuncio del Presidente Trump sul prosciugare la palude di Washington, anche se uno dei suoi collaboratori più vicini nonché ex consigliere per la sicurezza nazionale, Micheal Flynn, ha svolto attività di lobby per diversi governi stranieri senza nemmeno essere registrato. Oppure Corey Lewandowski, ex manager della campagna di Trump, che ha messo a disposizione il proprio network di relazioni per una società di lobby quasi immediatamente dopo l’elezione. Piuttosto che prosciugare la palude, sembra che essa si stia ampliando. Sebbene l’attività di lobby sia molto diversa rispetto a come viene generalmente rappresentata, si ritiene ancora inopportuno influenzare la politica in nome e per conto di gruppi di interesse. Il problema delle connessioni illecite dei lobbisti non si presenta solo negli Stati Uniti, ovviamente: la retorica del “prosciugare la palude” impedisce di riconoscere appieno il contributo positivo che l’attività di rappresentanza di interessi apporta al processo democratico. Invece, dobbiamo “nutrire l’acquitrino”, così da distinguere gli aspetti positivi e negativi del lobbying e per far ciò abbiamo riunito un piccolo gruppo di scienziati politici a Porto Rico per un incontro sui problemi della rappresentanza di interessi nei regimi democratici, le cui conclusioni vengono presentate sul numero di Ottobre 2017 di Interest Groups & Advocacy da Thomas Holyoke e Timothy LaPira. Qualche dato: Il numero dei lobbisti è in crescita; I sistemi democratici variano enormemente tra di loro nel regolamentare l’attività di lobby, in particolare con riguardo alle informazioni che devono essere rese pubbliche; Le leggi sulla rappresentanza di interessi vengono approvate spesso immediatamente dopo degli scandali, ma quasi mai vengono aggiornate; I legislatori che beneficiano del lavoro dei lobbisti sono riluttanti ad emanare riforme; Persino le imprese che si avvalgono della consulenza dei lobbisti non sempre conoscono precisamente quali attività vengano svolte; La definizione stessa di “attività di lobbying” andrebbe espansa; Con maggiori dati a disposizione del pubblico sarebbe più facile chiarire su quale interlocutore viene effettuata pressione. Entrambi gli studiosi convengono che l’alta domanda di servizi forniti dai lobbisti incoraggia sempre più rappresentanti a sfruttare le “revolving door”, mettendo a frutto le loro reti di relazioni e competenze in ambito di policy per costituire grandi società. Inoltre riconoscono che molti lobbisti si avvantaggiano della definizione di “lobbista” che viene data dalle leggi federali in materia di trasparenza per evitare di registrarsi o di esplicitare le loro spese, creando così un vasto esercito di “lobbisti-ombra”. Problemi simili esistono nelle democrazie europee: Michele Crepaz ha indagato sulle origini delle leggi sul lobbying, scoprendo che la maggioranza dei Paesi OCSE le ha approvate approssimativamente nello stesso periodo del ventunesimo secolo. Gli scandali legati all’attività di lobby spesso costringono i governi a regolamentare la rappresentanza di interessi, anche sulla base di quanto raccomandato dall’Unione Europea e da altre organizzazioni internazionali, ma molti stati ancora non si sono mossi in questa direzione. Jana Vargovčíková ha analizzato approfonditamente le proposte vagliate da Polonia e Repubblica Ceca, concludendo che la scarsa regolamentazione, unita spesso alla mancanza di reale interesse ad agire da parte dei rappresentanti eletti, porta a serie difficoltà nel condurre un processo di riforma. Quindi come si combatte la minaccia del lobbying senza freni? Mettendo sempre più informazioni a disposizione di sempre più persone. Lee Drutman e Christine Mahoney concordano che i lobbisti devono essere obbligati a render noto per conto di chi, come e perché stanno svolgendo la loro attività in dichiarazioni pubbliche. Queste dichiarazioni potrebbero essere utilizzate anche dai legislatori per assicurarsi che vengano ascoltati e protetti quanti più interessi concorrenti possibile: in un’ottica di database aperti online, queste comunicazioni informative potrebbero essere consultate da chiunque, dal grande pubblico come dai giornalisti e persino dagli altri lobbisti. Inoltre Tom Holyoke sottolinea come spesso anche chi si serve della consulenza dei lobbisti non conosce precisamente le attività che vengono svolte: il lobbying può essere tutelato dalla legge solo se i rappresentati conoscono e approvano ciò che i loro rappresentanti svolgono. Questi rimedi generali basati sui fatti non risolveranno tutti i problemi della rappresentanza di interessi particolari nei governi democratici: la verità è che il lobbying è parte naturale di ogni democrazia. Riteniamo però che la miglior forma di regolamentazione sia aumentare il numero di informazioni pubblicate. I lobbisti stessi potrebbero trarne vantaggio, coinvolgendo le persone che rappresentano in un processo trasparente di lobby giorno per giorno. Questa è la ricetta per una democrazia in salute. Traduzione a cura di Paolo Pugliese

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(Gabriele Giuliani) L’attività di lobbying in Brasile spesso è stata associata al giro di denaro e favori indebiti tipici della politica carioca. Un'analisi del numero di Agosto della rivista PODER segnala tutti i progetti di legge che tendono a disciplinare questa attività, già regolamentata in diversi Paesi. Il lobbying coinvolge la politica e i politici in vari momenti, dal finanziamento della campagna elettorale, sia durante il mandato, quando gruppi più o meno organizzati fanno pressioni per farsi ascoltare da governanti o legislatori. Per l’avvocato Walfrido Warde Júnior, presidente del'Instituto para a Reforma das Relações entre Estado e Empresa (Iree), occorre proseguire nella discussione di questo tema a Brasilia. “Il finanziamento pubblico pre-elettorale deve essere regolamentato. Dovrebbe esistere una regola meritocratica per ricevere i finanziamenti fra i candidati di ogni partito”. Già durante il percorso legislativo, Warde Junior vede rischi nella formazione di gruppi parlamentari, presenti con varie formazioni al Congresso e influenzabili dal peso delle lobby. “Questi gruppi multipartitici si organizzano secondo i temi di interesse di certi settori. Quindi, gruppi con meno capacità associativa e disponibilità finanziaria possono rimanere più vulnerabili”, spiega. Secondo i due avvocati Larissa Wachholz, vice-presidente dell'Instituto de Relações Governamentais (Irelgov), e Bruno Perman, dello Studio legale Pinheiro Neto, di São Paulo, è imprescindibile disciplinare il lobbying come attività e quella del lobbista come professione. Un progetto di legge con questo fine è stato presentato alla Camera dieci anni fa e solamente ora andrà discusso; un altro progetto è al Senato. “Stabilire regole permette la trasparenza” dice Perman, ottimista che entro la fine dell’anno venga approvata la legge sul lobbying. Perman afferma infine che “è fondamentale non confondere il lobbying con le pratiche commerciali”. Per Larissa Wacholz, inoltre, esiste una asimetria fra le necessità dei grandi gruppi industriali e la società civile. “L’eccesso di burocrazia e i costi dei processi allontano chi ha più bisogno di essere ascoltato”, racconta. Larissa ricorda come le azioni di lobby sono sfociate in progetti utili, come il packaging degli alimenti o il porre limiti alla pubblicità infantile. Ad ogni modo, il Brasile avrà un lungo cammino da percorrere se vuole arrivare ad un livello di trasparenza degno dei Paesi scandinavi. “In Svezia non è necessario regolamentare il lobbying, dato che tutti hanno accesso ai governanti”. (Fonte immagine: Expedia)

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(Francesco Angelone) Uno studio del 2013 condotto da Sunlight Foundation stimava in circa 10mila il numero dei lobbisti registrati a Washington e in almeno altrettanti quelli non registrati, definendoli shadow lobbyists. Non è, quindi, una novità che il Registro di Washington comprenda solo una parte delle persone che effettivamente lavorano per influenzare i decisori pubblici a stelle e strisce. Stando ai dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, ormai specializzato in ricerche di questa natura, quasi 2.100 lobbisti attivi nel 2016 a livello federale non hanno segnalato di aver svolto attività di lobbying nel primo trimestre del 2017. Di questi, circa 1.200 hanno continuato addirittura a lavorare per lo stesso datore. In passato abbiamo già sottolineato, ancora una volta ricorrendo a OpenSecrets.org, come a questa diminuzione di lobbisti registrati non corrisponda una diminuzione delle spese in lobbying. I dati confermano, quindi, come i lobbisti più semplicemente continuino a lavorare off the record con buona pace del controllo pubblico generalmente reso possibile dal sistema di divulgazione delle informazioni. L ’inasprimento delle norme sul lobbying sotto l’amministrazione Obama e i mantra elettorali di Trump hanno avuto, fino ad ora, l’apparente conseguenza di rendere più opaco il lobbying a Washington. Il fenomeno del ritiro nell’ombra, inoltre, riguarda sia i lobbisti in-house che i dipendenti di società di lobbying. Ad esempio, Squire Patton Boggs e Covington & Burling, due tra le più grandi società di lobbying, hanno visto finire fuori dalle liste più del 15% dei loro dipendenti. Similmente hanno agito trade groups e aziende. Se è vero, poi, che per alcuni la scomparsa dal Registro o la mancata segnalazione di aver svolto attività di pressione è diretta conseguenza di un cambio di dipartimento all’interno della stessa azienda, per altri casi si apre la questione delle revolving doors. Più di 100 iscritti al registro sono passati a lavorare per il settore pubblico (quasi tutti per il Governo federale), dove probabilmente i loro ex colleghi troveranno punti di riferimento affidabili. Un esempio è quello di Justin Mikolay, ex lobbista di Palantir, società che fornisce analisi di dati per agenzie di intelligence, e che ora riveste il ruolo di assistente del Segretario alla Difesa James Mattis. Secondo quanto riportato da Buzzfeed il fondatore di Palantir, Peter Thiel, avrebbe elargito donazioni nei confronti di Donald Trump per un valore complessivo superiore al milione di dollari. Quello delle donazioni è altro tema interessante messo in evidenza dalla ricerca del Centre for Responsive Politics. Risulta che quasi la metà dei lobbisti non registrati nel primo trimestre del 2017 non ha compiuto una donazione di oltre 200 dollari nel ciclo elettorale del 2016. La maggior parte, poi, di coloro che ha compiuto donazioni di oltre 200 dollari non lo ha fatto direttamente a dei candidati ma ai Political Action Committees non palesemente schierati costituiti dalle società per cui lavorano. Lo studio ha anche reso possibile stabilire l’affiliazione politica dei lobbisti donatori definendo democratico o repubblicano quello che ha donato più del 70% della cifra totale donata per candidati dell’uno o dell’altro partito. E così, molti più lobbisti ‘repubblicani’ hanno disattivato il loro nome dal Registro per trasferirsi presso il Governo federale mentre più lobbisti ‘democratici’ non compaiono più nel Registro pur lavorando per lo stesso datore o avendo preferito abbandonare il mondo del lobbying. Va generalmente tenuto conto del fatto che i lobbisti tendono a donare a membri di entrambi i partiti maggiori, presumibilmente cercando di assicurarsi porte aperte su entrambi i lati del corridoio. (Foto via Twitter)

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(in collaborazione con Gabriele Giuliani) Il ministro per la Trasparenza brasiliano Torquato Jardim ha consegnato questo martedì al presidente Michel Temer un disegno di legge per la regolamentazione del lobbying. Proprio pochi giorni prima dello scoppio di uno dei più grandi scandali della storia politica del Paese carioca. "La luce del sole è la migliore medicina contro la corruzione", ha detto Jardim annunciando il progetto di legge sul lobbying, che prevede che Ministri e funzionari pubblici ricevano i lobbisti in una fase di "pre-accreditamento", e che l'agenda dei loro incontri fosse pubblica. Il termine per indicare l'attività di lobbying sarà un unicum nel panorama internazionale: "rappresentanza sociale non istituzionale", un'attività che promuove, in un ambiente di tolleranza e democrazia, il dialogo multilaterale tra le parti, cercando di rappresentare interessi collettivi e al di fuori degli interessi dello Stato". Per il direttore della regione sud dell’Associazione brasiliana di relazioni istituzionali Edgard Usuy,  questo pdl rappresenta sicuramente un miglioramento, che però non risolve i problemi. Ha inoltre evidenziato che l’ABRIG (Associazione brasiliana di relazioni istituzionali e di governo) che ha partecipato al gruppo di lavoro, non ha avuto accesso al testo finale. L’associazione chiaramente difende la regolamentazione, ma ha molti dubbi sul fatto di creare regole troppo severe e che comportano un eccesso di burocrazia. L’eccesso di rigore può portare all’effetto contrario, e alimentare fenomeni di lobbying non professionale. In merito ai doni, sono pressoché vietati. Viene posto un limite molto basso di di 100 reals (30 euro). Viene anche ampliato l’obbligo a tutti i funzionari pubblici, mentre al momento ne sono soggetti solo gli alti dirigenti. Sembra un paradosso che proprio poche ore dopo la presentazione del pdl lobby è scoppiato uno  scandalo-corruzione che ha colpito proprio il presidente Temer. Il quotidiano O Globo ha svelato la presenza di una possibile tangente da parte di imprenditori del settore della carne, molto influenti in Brasile, per il presidente di ben 480 milioni di reais (160 milioni di euro) in rate ventennali. La cifra sarebbe servita per "comprare il silenzio" di Eduardo Cunha, compagno di partito di Temer, accusato anch'egli di corruzione. Anche il senatore Aecio Neves, presidente del partito di minoranza della coalizione che regge il governo Temer, è stato accusato di aver intascato 2 milioni di reais e rimosso dall'incarico, rimanendo indagato a piede libero. Dopo la notizia le opposizioni in massa hanno richiesto le dimissioni del governo brasiliano, e la borsa carioca ha perso 10 punti percentuali. Michel Temer però non ha intenzione di dimettersi. E vista la situazione, purtroppo, l'ennesimo disegno di legge sulle lobby rischia di naufragare sul nascere a causa di eventi politici esterni. Il colmo, per un provvedimento che sarebbe stato utile proprio ad evitare scandali come quello che rischia di segnare la fine del governo Temer. (foto: REUTERS)

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(Paolo Pugliese) Il mese scorso è stata presentata alla Camera dei Deputati argentina una proposta di legge per la rappresentanza di interessi: fino ad ora l’attività di lobby era scarnamente regolata all’interno della disciplina sull’accesso alle informazioni pubbliche. Il Centro Culturale Kirchner ha avuto un grande peso nel supportare questa iniziativa: sin dal 2016 ha promosso dibattiti, workshop, conferenze e occasioni di confronto. L’articolo 1 del progetto di legge fissa l’ambizioso obiettivo di regolare l’attività e la pubblicità della rappresentanza di interessi, partendo dalla definizione di “rappresentanza di interessi”, spesso passaggio estremamente complesso per la complessità della materia: la proposta la descrive come l’attività intesa ad influenzare il processo di decision-making in favore di un interesse rappresentato personalmente o per contro d’altri, remunerata o offerta gratuitamente, svolto in forma abituale o occasionale, pianificato o incidentale. Il principale obiettivo della nuova regolamentazione è pubblicare gli incontri tra lobbisti e funzionari con maggiore trasparenza, garantire uguaglianza di trattamento per tutte le parti coinvolte e dare la possibilità ai cittadini di avere accesso alle informazioni relative agli atti del governo; viene previsto un registro delle udienze con indicazione obbligatoria dei partecipanti e sintesi degli incontri. La legge prevede anche un vasto sistema di enforcement: per chi non si uniformerà alla nuova regolazione sono previste sia sanzioni amministrative che responsabilità penale personale in caso di reati particolarmente gravi quali la corruzione. Gustavo Castagnino, presidente del Circulo de directivos de comunicacion (DirComs), associazione che riunisce numerosi manager della comunicazione delle più grandi aziende del paese, sottolinea come ogni iniziativa per promuovere la trasparenza sia da supportare, senza cadere in eccessive burocratizzazioni: il riferimento è alle proposte in materia presentate nei vicini Peru e Cile, ritenute troppo complesse per essere applicate: viene infatti previsto un registro pubblico dei lobbisti, snodo spesso cruciale della disciplina che è estraneo invece alla proposta argentina. Il registro non pare però aver riscosso particolare successo presso i professionisti del lobbying: risultano iscritti infatti solo una manciata di soggetti. Fernando Cinalli, fondatore della società di consulenza S+R, invece, spinge per ulteriori passi avanti: [la bozza presentata] è un grande passo avanti a livello istituzionale, ma è il primo anello di una catena più lunga che coinvolge anche la legge sul conflitto di interessi. Le proposte di legge per la regolamentazione della rappresentanza di interessi nei paesi del Sud America, spesso modellate sull’archetipo statunitense, rappresentano un enorme passo avanti verso una maggiore trasparenza e democratizzazione del processo di lobbying, nell’ottica di una maggiore chiarezza e responsabilità delle autorità politiche rispetto alle decisioni approvate, vera volano per una normalizzazione di un’attività che, purtroppo, viene ancora spesso demonizzata.

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Non è mai stato così basso il numero di lobbisti registrati a Washington, secondo i dati riportati dal Centre for Responsive Politics. Al termine del primo trimestre dell’anno corrente erano 9175 (al 24 aprile sono 9190) a fronte dei 10225 dello scorso anno. (Francesco Angelone) Seppure in calo progressivo da ormai diversi anni, è nel paragone con il 2016 che si registra il calo più drastico (- 10,3%). Ci sono almeno due buone ragioni per credere che questo dato sia collegabile all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che in campagna elettorale le aveva minacciosamente promesse ai lobbisti. Per prima cosa alcuni lobbisti hanno letteralmente cancellato il proprio nome dal registro per avere una chance di essere assunti nello staff di Trump, sia nel transition team che nell’amministrazione vera e propria. In secondo luogo, la retorica della campagna elettorale può aver convinto molti a de-registrarsi per mettere in salvo le proprie possibilità di incontrare membri dello staff cui era stato imposto il divieto di non incontrare lobbisti registrati. Tuttavia, a una diminuzione del numero di rappresentanti di interessi iscritti presso il Senate Office of Public Records, non è corrisposta una diminuzione delle spese in attività di lobbying. La cifra di 838.4 milioni di dollari spesa al 31 marzo 2017, infatti, è la più alta dal 2013. A detta di Caleb Burns, partner dell’ufficio legale Willy Rein, il mondo dell’impresa non è mai stato così in subbuglio come nei primi 100 giorni della presidenza Trump e la gran parte degli sforzi sono stati profusi in una attività di lobbying ‘difensiva’, tesa a che la legislazione rimanesse così com’è. Nello specifico, i settori che hanno speso di più sono il sanitario (150 mln $), il manifatturiero/chimico/ristorazione (129 mln $) e il finanziario/immobiliare (126 mln $). Le industrie che hanno fatto registrare un incremento maggiore di spese in attività di pressione rispetto al primo trimestre del 2016 sono quelle farmaceutiche (+ 10 mln $ e una spesa complessiva di 78 mln $) e l’oil & gas (+ 4,7 mln $ per un totale di 36,1 mln $). Per quanto riguarda le industrie del tech si registra il trimestre con la maggiore spesa dal 2009, da quando cioè è iscritta al registro, per Facebook che si è concentrata molto sulla legislazione in materia di cybersecurity, accordi di libero scambio e visti per i lavoratori altamente qualificati. Anche Apple ha fatto registrare un record di spesa per autovetture autonome e questioni legate a salute nell’utilizzo di dispositivi mobili. Top spender del settore resta Google (che pure ha speso poco meno dello scorso anno), particolarmente attiva su pubblicità online e diffusione di materiale controverso (probabilmente anche fake news). Hanno fatto registrare il maggior incremento percentuale rispetto allo scorso anno Chevron (+77%), Teva Pharmaceutical Industries (+115%) e la National Rifle Association, la lobby delle armi, che ha praticamente triplicato la cifra spesa nel primo trimestre 2016. Per quanto concerne le società di consulenza e lobbying, gli introiti maggiori nel primo trimestre del 2017 sono quelli di Akin, Gump et al. (9.2 mln $). A seguire Brownstein, Hyatt et al. (6.5 mln $), Squire Patton Boggs (5.8 mln $) e Podesta Group (5.5 mln $).

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(Francesco Angelone) E' l’incertezza a regnare sovrana tra i lobbisti americani in questi ormai primi due mesi di amministrazione Trump alla Casa Bianca. Ad oggi, secondo quanto riporta The Hill, l’amministrazione pare in netto ritardo rispetto alle precedenti per quanto riguarda la tabella di marcia delle nomine di funzionari, con circa un terzo di quelle già effettuate che attendono di essere confermate dal Senato. Per i lobbisti tutto questo si traduce nella impossibilità materiale di individuare l’interlocutore per i dossier sui quali sono al lavoro. Alcuni di loro hanno confidato a The Hill di essere stati letteralmente rimbalzati da un ufficio all’altro prima di poter avere accesso al decision-maker appropriato. Superato questo scoglio, però, altri hanno sottolineato come l’approccio originale di alcuni officials permetta contatti più informali e maggiore apertura agli input offerti loro. Insomma, il fatto che le caselle del Governo non siano ancora tutte occupate non scoraggia i professionisti del settore. D’altronde, sfruttando il cospicuo reclutamento di uomini d’affari nelle fila dell’amministrazione, numerose aziende (un esempio è la Holland & Knight) stanno assumendo persone che hanno lavorato per la campagna di Trump o nel transition team. Sembra evidente, quindi, come a dispetto delle promesse e delle proposte (come un irrigidimento della regolamentazione anti revolving doors), il confine tra interessi particolari e amministrazione non sia così netto.

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L’inizio del nuovo anno è anche il momento nel quale si fanno i bilanci di quello appena terminato. Così, il Centre for Responsive Politics, primo centro di ricerca statunitense in tema di lobbying e finanziamento della politica, ha stilato la classifica delle 50 società e gruppi industriali che hanno speso di più in attività di pressione a Washington nell’anno solare 2016. Lo scorso anno la spesa complessiva di questi gruppi ha toccato quota 716 milioni di dollari (1 milione in più rispetto al 2015) pari a circa un quarto di quanto tutti i gruppi industriali e le aziende hanno speso negli Stati Uniti per influenzare le politiche federali. Ai primi 5 posti troviamo la Camera di Commercio degli Stati Uniti, l’Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari, Blue Cross Blue Shield (federazione di 36 compagnie di assicurazioni sanitarie), la American Hospital Association (associazione di professionisti del settore sanitario) e la Pharmaceutical Research and Manufacturers of America che rappresenta le principali compagnie americane della ricerca farmaceutica. Nella top 10 troviamo Boeing, la compagnia telefonica AT&T e l’Associazione Nazionale delle emittenti radiotelevisive. Come già segnalato, l’attività di influenza del decisore pubblico a Washington è tenuta in grande considerazione presso i gruppi industriali statunitensi che si spingono ad assumere lobbisti per delineare l’agenda politica. Ma è anche vero che allo stesso tempo l’opinione pubblica non ha la medesima considerazione dei cosiddetti special interests che rendono torbido il policymaking. Il successo della campagna elettorale del Presidente Trump con l’efficace slogan ‘Prosciughiamo la palude’ (Drain the swamp) ne è la plastica dimostrazione. Le prime misure della nuova amministrazione, compreso il giro di vite sul fenomeno delle revolving doors, sembrano confermare la linea dura di Trump ma, probabilmente, solo all’apparenza. Alla base di una così massiccia spesa in attività di pressione vi sono le battaglie legate ai temi caldi dell’agenda politica americana (Amazon ha speso il 20% in più rispetto al 2015) ma anche, ovviamente, le elezioni presidenziali. La Camera di Commercio degli Stati Uniti e l’Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari, per citare le prime due della classifica, hanno incluso nei loro lobbying reports anche le spese legate alla campagna elettorale, quelle per le campagne pubblicitarie ad esempio, e hanno sborsato per tali attività rispettivamente 104 e 65 milioni di dollari. Non sono pochi, ovviamente, i casi di gruppi che nel 2016 hanno speso meno per influenzare Washington. Tra questi l’Associazione Nazionale degli industriali della manifattura che nel 2015 è stata particolarmente attiva nel favorire l’approvazione del TPP e che nel 2016 non ha avuto la medesima necessità. Hanno speso meno del 2015 anche Qualcomm, American Petroleum Institute, America’s Health Insurance Plans. Spicca la diminuzione dell’esborso per attività di lobbying fatta registrare dall’azienda farmaceutica CVS Health (-60%) e da General Electric (dal 6° posto al 53°). Notevoli balzi in avanti, invece, per T-Mobile (dal 66° posto del 2015 al 42°) e AbbVie (dall’88° posto al 50°). Qui la top 50 delle spese per attività di lobbying

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(Paolo Pugliese) Il 2016 è stato un anno di grande crescita per moltissime startup e società innovative che si affacciano sempre di più ad un mercato sempre più globale. L'espansione delle proprie quote di mercato a livello internazionale, però, spesso viene accompagnata da una crescente difficoltà delle imprese a interfacciarsi con i legislatori, causando inefficienze e danni d'immagine di enorme portata. Possiamo quindi aspettarci un aumento dell'attività di relazioni istituzionali da parte delle startup nel 2017, fino al punto di considerare il lobbying una competenza fondamentale per imprenditori e società di venture capital. La professoressa Elizabeth Pollman, esperta di business law e startup della Loyola Law School1, ritiene che questo mutamento sia dovuto a due distinti fattori: in primis le startup non sono più limitate e “libere” nel cyberspazio, come poteva esserlo Google durante gli anni '90, ma svolgono attività sempre più connesse alle nostre vite quotidiane, come nel caso di Uber o Airbnb, che fin dalla loro nascita si sono dovute confrontare con realtà produttive già esistenti e fortemente regolamentate. Le nuove imprese sperano di modificare lo status quo legale penetrando a fondo nella nostra quotidianità, rendendo quindi impossibile per i legislatori di tutto il mondo ignorarne il potenziale di sviluppo: cambiare la legislazione vigente è una parte fondamentale del business plan di queste società. D'altro canto le recenti battaglie intentate da Google con la FCC (Federal Communications Commission, l'autorità indipendente americana in tema di telecomunicazioni) ad esempio nell'ambito della net neutrality dimostrano come i giganti tech siano sempre più consapevoli dell'influenza che possono esercitare sui regolatori, con l'appoggio di community che contano milioni di partecipanti e dei massimi esperti di policymaking, che apportano competenze e network professionali di enorme valore. L'approccio ai legislatori dell'UE, però, risulta differente: le startup americane che escono dalla Silicon Valley per affacciarsi al Vecchio Continente affrontano un quadro normativo più complesso e a volte l'ostilità dei partner, come si nota dalle violente proteste contro Uber in Francia e Airbnb in Germania e Olanda.  Le giovani imprese europee, invece, non stanno ancora investendo molto nelle relazioni istituzionali: le dimensioni ancora ridotte, almeno rispetto alle controparti USA, incanalano le attività aziendali verso il raggiungimento di una soglia quantitativa di profitto prima di effettuare investimenti in public policies; non è da escludere, inoltre, che le stesse startup ritengano di non essere in grado di influenzare il dibattito pubblico o di poterne fare a meno per il prossimo futuro. Preme sottolineare però come la creazione di un ecosistema giuridico-regolatorio favorevole diventi una priorità assoluta in una fase successiva dello sviluppo imprenditoriale, al momento dell'inevitabile confronto con i legislatori comunitari. Alcuni autori hanno collegato la mancanza di attenzione verso l'attività di rappresentanza di interessi con le difficoltà legate alla creazione del Digital Single Market, vero e proprio mercato unico tramite il quale si possa procedere all'armonizzazione delle regole dei vari stati membri dell'Unione in ambito digitale. Nonostante il DSM fosse stato inserito dalla Commissione Juncker tra le proprie 10 priorità più stringenti, i risultati sono ancora parziali e tale circostanza sicuramente sta ponendo dei limiti alla crescita del settore da questo lato dell'Oceano. In questo caso emergono due approcci completamente differenti rispetto all'attività di compliance legislativa: quello americano, alimentato dalla cultura “disruptive” di rendite e posizioni di mercato stabili della Silicon Valley, che punta all'aggiramento della regolamentazione o alla sua modifica strutturale sulla base del presupposto che la legge sarà sempre inevitabilmente in ritardo rispetto alla realtà fattuale, e quello europeo, che invece mira ad un'espansione lenta dell'impresa, magari Stato per Stato, affrontando singolarmente le singole sfide regolatorie quando dovessero emergere. Risulta evidente come i vantaggi del primo approccio, fatto di proattività e confronto continuo, vadano valutati anche alla luce dei danni reputazionali che tale metodologia potrebbe comportare di fronte ad un pubblico straniero, arrivando a causare a volte l'esplicita avversione dei settori produttivi maggiormente colpiti dall'innovazione americana e che invece le imprese europee sembrano tutelare maggiormente. Nota: 1 Di grande ispirazione per la stesura del presente lavoro è stato l'articolo The Rise of Regulatory Affairs in Innovative Startups, consultabile al seguente link https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2880818, di prossima pubblicazione sul “Handbook of law and enterpreunership in the United States”.

Europa

(Francesco Angelone) Tutto pronto ormai a Washington per il giuramento del Presidente Trump e per il suo insediamento alla Casa Bianca. Dal giorno della sua elezione Trump ha smussato alcuni spigoli della campagna elettorale ma non ha mai mollato la presa sui “grandi interessi” che hanno, a suo dire, impaludato il Paese. Il transition team di cui si è circondato ha compiuto numerosi sforzi per mettere da parte i lobbisti ma pare che questi abbiano comunque trovato un modo per inserirsi nelle posizioni che contano. Addirittura, secondo un’indagine condotta da Politico, avrebbero offerto consulenza politica e contributi economici allo staff del neo Presidente. Charlie Black, presidente di Prime Policy Group - una nota società di lobbying che ha tra i propri clienti Google, At&T e la casa farmaceutica GlaxoSmithKline - ha giudicato “serie” le intenzioni di Trump circa l’emarginazione degli interessi particolari dal processo legislativo, ma ha anche sottolineato come il tycoon sia consapevole di “come vadano le cose”. Infatti, secondo Politico, lo stesso Black avrebbe “girato” allo staff di Trump alcuni curriculum per delle posizioni di rilievo. Pare, infatti, che le regole dettate da Trump contengano dei vuoti importanti e permettano ai lobbisti di incontrare i membri del transition team fuori dalle stanze del potere. Qualcosa che è ormai universalmente considerato sinonimo di scarsa trasparenza se è vero che anche in Italia si pensa di istituire la “stanza dei lobbisti” presso le assemblee legislative. Non solo, dunque, numerosi lobbisti sono entrati nel tranistion team e top manager sono stati scelti a guidare dipartimento di rilievo ma Trump ha anche permesso, in qualche modo, che ormai ex lobbisti potessero continuare a lavorare su dossier e questioni per cui avevano precedentemente svolto attività di lobbying. Il bando dei lobbisti dalla Casa Bianca sarebbe piuttosto una mossa pubblicitaria secondo Paul Miller, presidente del National Institute for Lobbying & Ethics. Secondo la testimonianza di altri top lobbyists come Mike Korens, non sarebbe stato vietato inviare position paper e commenti su questioni per le quali le compagnie che rappresentano svolgono normalmente attività di pressione, cosa che si è puntualmente verificata. Tutta la fase precedente all’insediamento di Trump ha sollevato una serie di questioni sull’osservanza di norme circa la trasparenza, come quelle raccolte da Public Citizen in una lettera aperta, domande che restano irrisolte e che potranno avere una risposta solo durante l’amministrazione. Certamente, dalla promessa di prosciugare la palude alla possibilità di annegarci dentro, come ha preconizzato il vice Presidente uscente Joe Biden riferendosi ai conflitti d’interesse dello stesso Trump, il passo potrebbe non essere così troppo lungo.

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(Francesco Angelone) Ci sono numerose questioni rilevanti per la nostra vita quotidiana che non dipendono esclusivamente dalle decisioni politiche prese nel nostro Paese ma che, invece, riguardano il pianeta intero. Si tratta di problemi globali di un mondo globalizzato che richiedono soluzioni e norme transnazionali. In un articolo, la Sunlight Foundation, organizzazione no profit statunitense impegnata nel rendere più trasparente l’attività di Washington, ha posto sotto la lente di ingrandimento la dimensione internazionale, troppo spesso trascurata, dell’attività di lobbying. Attualmente, 22 Paesi e l’Unione Europea disciplinano l’attività di lobbying, tuttavia non sempre sono disponibili online un registro dei lobbisti e in alcuni casi poche informazioni sono accessibili. Il sistema americano, pur criticato perché permette il pieno esercizio dell’attività di influenza senza necessariamente essere registrati, è sicuramente all’avanguardia se paragonato a quello vigente altrove. Il Lobbying Disclosure Act impone l’indicazione di quali sono le questioni su cui i lobbisti hanno fatto pressioni, quanto sono stati pagati per farlo e i nomi dei funzionari governativi che hanno contattato per conto del loro cliente. Con una tale asimmetria di informazioni, come può un cittadino americano informarsi circa le attività di lobbying condotte all’estero da una multinazionale americana? Come si può capire quali governi ha approcciato, quanto successo ha avuto o quanto ha speso? Ebbene, secondo quanto scrive la Sunlight Foundation, accedere a queste informazioni è veramente difficile. Secondo Daniel Freund di Transparency International, sarebbe interessante capire, per monitorare l’influenza, anche quali attività di coalition building o di grassroots e top-roots lobbying sono state messe in piedi. Sunlight Foundation e Transparency Int’l hanno dunque stilato, dopo aver osservato i registri delle 23 realtà in cui questi sono in vigore, una lista di informazioni che dovrebbero servire a tracciare le attività di pressione delle aziende americane all’estero. Ovviamente, in primis troviamo i nomi dei lobbisti attivi e come contattarli, un’informazione presente in tutti i registi analizzati. Seconda informazione riguarda l’identità dei clienti dei lobbisti che, invece, troppo spesso è rivelata solo in parte e senza particolari vincoli normativi. Un buon registro dovrebbe anche contenere dettagli su quali ufficiali sono stati incontrati, elettivi, non elettivi e funzionari, e per quali argomenti li si è contattati. Questo tipo di informazioni sono più dettagliate nel registro esistente in Cile che in quello degli Stati Uniti. Infine, ma importantissimo, è ciò che concerne le spese in attività di lobbying tenendo conto che, spesso, una maggiore spesa comporta un maggior numero di lobbisti impiegati, di ricerche, di tempo impiegato. Qui molti registri presentano lacune significative. Pochi Stati che adottano un registro nazionale, diversi di questi con informazioni incomplete, sono elementi che rendono difficile per i cittadini avere un quadro chiaro.

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