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Il terremoto Trump sta colpendo anche K Street, la casa del lobbying a Washington. E mentre il Presidente eletto forma la propria squadra di governo pescando qua e là tra lobbisti in-house a grandi gruppi e società di public affairs, le pedine si schierano sulla grande scacchiera delle lobby a seconda delle decisioni del futuro team repubblicano alla Casa Bianca. In campagna elettorale Trump è stato molto duro nei confronti dei lobbisti, e uno dei punti programmatici della candidatura era “prosciugare la palude”, ossia il mondo dei rapporti tra imprese private e decisori pubblici con la mediazione dei lobbisti. Ma le contromosse del settore sono arrivate. Innanzitutto, si ha davanti una situazione del tutto nuova per la politica americana. I repubblicani infatti sono pronti ad avere il controllo della Casa Bianca, della Camera, del Senato e della maggioranza della Corte Costituzionale, situazione senza precedenti nella storia recente americana, di potere quasi incontrastato. In una tale situazione varierà lo scenario dei conflitti interni alle istituzioni federali, in stallo durante la compresenza di Democratici e Repubblicani al comando delle istituzioni apicali. Torneranno in discussione, secondo un’analisi del Wall Street Journal, sanità, tassazione, infrastrutture e sistema bancario. In pratica, potrà essere rivoluzionata l’opera di Obama. Tutto a vantaggio delle lobby, che potranno esprimere il loro potenziale di fuoco e intessere nuove reti di relazione, riscrivendo le precedenti eredità dell’amministrazione Obama. Saranno quindi necessari nuovi investimenti in lobbying. Ma non è una novità: anche in passato, il primo anno di una nuova presidenza americana è coinciso con un boom nelle spese in attività di lobbying da parte di imprese, associazioni e società civile. Nel 2009, primo anno di presidenza Obama, sono stati spesi 556 milioni di $ per lobbying nel settore sanitario (+ 66 mln rispetto al 2008) e 473 milioni di $ per il settore finanziario e edilizio (+ 17 mln). E secondo voci interne a Washington, “le lobby stanno passando dalla difesa all’attacco”. La conseguenza del cambiamento di passo della presidenza Trump rispetto alle leggi di Obama favorirà quindi l’opera di lobbisti esperti, che dovranno tradurre in senso politico e legislativo gli interessi di business delle aziende. E molti lobbisti si stanno riposizionando. Società di lobbying, ma anche grandi corporations, che fino ad oggi si erano affidate a ex collaboratori di senatori o rappresentanti Dem, stanno virando verso lobbisti provenienti dall’area GOP. Nasceranno nuove alleanze, e altri rapporti finiranno con la fine del governo democratico. Ci saranno rimpasti all’interno delle commissioni del Congresso, con nomine meno bipartisan e più spiccatamente “trumpiane”. Ma è proprio il nuovo Presidente la vera incognita per i lobbisti americani. Si sarà di fronte ad una figura nuova, un imprenditore che ha fatto del populismo il carattere vincente della propria campagna elettorale – e della propria intera vita, se vogliamo – e ha promesso riforme e azioni molto radicali e coraggiose, molte delle quali già mitigate o disattese. In questo contesto, il lobbista rischia di trovarsi in difficoltà in quanto poco esperto nel prevedere le nuove mosse di Trump. Allo stesso tempo, però, le imprese dovranno necessariamente affidare alla flessibilità e multilateralità del lobbista la rappresentanza dei loro interessi. Sempre il WSJ riporta un dato interessante: anche Obama nel 2008 mise al centro del mirino la “palude lobbistica”,  e le registrazioni di lobbisti, aumentate tra il 2008 e il 2009, subirono un costante calo fino al 2016. Anche oggi Trump ha previsto regole etiche molto stringenti per il proprio team di transizione. Ciononostante – e qui la reliability di Trump è stata messa in discussione – il nuovo Presidente si è avvalso di professionisti del settore, giustificandone l’assunzione grazie alla loro competenza negli affari istituzionali e legislativi. Salvo doverli rimuovere qualche giorno dopo, su decisione di Mike Pence. Lo stesso Pence che, secondo Politico Influence, ha ricevuto più volte consigli dal lobbista Bill Smith, assunto dalla Fidelis Government Relations. Smith, ex capo dello staff di Pence al Senato e stretto collaboratore anche al governo dell’Indiana dell’attuale vicepresidente eletto, sarà il lobbista di punta per una società che rappresenta gli interesse di una delle maggiori associazioni ebraiche d’America, di Microsoft, della Natural Products Association e della Professional Bail Agents of the United States. E ha dichiarato: “Non vedo un conflitto in ciò che faccio. Non vedo mancanza di integrità in una persona che usa la propria esperienza per aiutare i clienti”. Un tipico ragionamento americano, che difficilmente ritroveremmo in Italia. Dove la “caccia al lobbista” è ancora uno sport in voga.

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(di Paolo Pugliese) Nel mondo dell'informazione mainstream le parole “lobbista” e “lobby” sono spesso visti come sinonimi di corruzione, scarsa trasparenza e nessun riguardo per null'altro che la crescita dell'azienda a cui si è collegati o del proprio conto in banca. Ma il lobbista non è sempre ed esclusivamente legato ad interessi economici. Sono nati negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Italia alcuni esperimenti di “lobby (o forse, più propriamente, advocacy) dei cittadini”, il cui fattore comune è la rappresentazione di interessi generali della comunità di cittadini. Parliamo di iLobby, società operante negli Stati Uniti, l’associazione The Good Lobby con sede a Bruxelles e la nostrana Riparte il Futuro. iLobby, grassroots lobbying 2.0 Nell'ambito del sistema politico americano, in cui le grandi imprese hanno un enorme peso nel processo legislativo, iLobby si rivolge al pubblico di massa, permettendo a chiunque di fornire il proprio contributo alla modifica e al miglioramento del corpus normativo. Il grassroots lobbying, diversamente dall'attività di lobby tradizionale-diretta in cui il consulente si interfaccia personalmente con i decisori, si propone di influenzare indirettamente il dibattito parlamentare, accrescendo la consapevolezza del pubblico di massa relativamente ad un tema e invitando i cittadini a riportare la propria opinione agli organi decisionali attraverso il tramite dei rappresentanti di interessi e di personaggi pubblici. Queste attività, però, non esauriscono lo spettro di azioni intraprese da società come iLobby che, nelle parole del suo fondatore John Thibault, applicano altresì strumenti di microlobby: la piattaforma, infatti, indicizza le tematiche del dibattito parlamentare americano con gli stessi tag utilizzati dal sito del Congresso e le incrocia con l'elenco dei rappresentanti, permettendo ai propri utenti di svolgere ricerche per collegarsi in prima persona ai parlamentari (nonché ad altri cittadini) più sensibili alle proprie istanze e di creare dei gruppi di discussione su disegni di legge o macro-aree di interesse. All'interno di questi gruppi tutti i membri hanno la possibilità di proporre modifiche e di esprimere i propri dubbi approvando o meno le proposte della comunità, accrescendo ulteriormente la sensibilità sia del pubblico sia dei decisori precedentemente contattati. Se la propria causa riuscisse a coagulare attorno a sé sempre più persone interessate la piattaforma offre la possibilità di assumere lobbisti professionisti ed esperti del settore, così da usufruire anche degli strumenti più tradizionali della rappresentanza suddividendo le spese necessarie tra tutti i sostenitori del tema che vogliano intervenire personalmente con un contributo economico. Le preoccupazioni e le rimostranze dei cittadini in questo modo possono rientrare nell'agenda parlamentare con forza, creando un interessante momento di engagement diretto degli elettori nel processo legislativo e dei rappresentanti nei confronti delle loro constituencies, in un momento in cui da entrambi i lati dell'oceano si verifica un sempre maggiore scollamento dei cittadini dalla cosa pubblica, che sicuramente non giova alle istituzioni democratiche. The Good Lobby: l’arma in più degli eurocittadini The Good Lobby, invece, si propone di reclutare volontari e supporter e di effettuare il perfetto abbinamento tra le competenze messe a disposizione, le ONG che lavorano sul tema selezionato (tra i loro clienti spiccano Politico e la Wikimedia Foundation) e i professionisti della legislazione nell'ambito del framework normativo europeo. Tramite questo procedimento la “quota di voce” di enti come le ONG e le associazioni dei consumatori si amplia notevolmente, potendo raggiungere ed influenzare un pubblico sempre maggiore, oltre al già citato risultato di riavvicinare cittadini e istituzioni che, specialmente nel caso di Bruxelles, vengono percepite come lontane, eccessivamente burocratizzate e indifferenti. Riparte il Futuro, la lotta dei cittadini per la trasparenza Infine Riparte il Futuro, che conta circa 1 milione di iscritti, si è prefissata un obiettivo ambizioso quanto arduo: l'eliminazione della corruzione dal nostro sistema politico e decisionale. L'impatto effettivo dei fenomeni corruttivi nel nostro sistema Paese è stato oggetto di diversi studi, tra cui quello di Transparency International, che pone l'Italia al 61esimo posto su 168 Stati oggetto di analisi in materia di corruzione percepita, penultimo in Europa: nonostante un quadro non incoraggiante Riparte il Futuro ha ottenuto risultati di prima importanza come la riforma dell'art. 416-ter c.p. riguardante il voto di scambio politico-mafioso e l'introduzione di una normativa che disciplini l'accesso ai dati in possesso della Pubblica Amministrazione. La metodologia scelta differisce in parte dalle altre sopracitate: infatti si chiede ai cittadini di firmare petizioni e partecipare a video che illustrino le motivazioni e le aspirazioni delle proposte, anche con il tramite di opinion leader, esperti del settore, giornalisti e decisori pubblici. Diversi passi in più rispetto all’opera, lodevole ma parziale, di piattaforme come Change.org che si occupano di raccogliere firme “virtuali” per sottoporre richieste o petizioni al governo. Tra i risultati principali di RIF, da rilevare la creazione di piattaforme attraverso le quali i candidati alle elezioni (nazionali e locali) forniscono agli elettori informazioni essenziali quali il loro cv dettagliato, una dichiarazione sui potenziali conflitti d'interesse, lo status giudiziario e la situazione patrimoniale e reddituale. E anche l'abolizione dei vitalizi per i parlamentari condannati in via definitiva per mafia e corruzione. Molto importante è anche il coinvolgimento della base di cittadini, attraverso una newsletter dettagliata e sottoscritta da centinaia di migliaia di persone, oltre che la condivisione, attraverso i social network, di contenuti, video, infografiche. Indubbiamente si tratta di esperimenti di enorme importanza e valore, fondamentali per la ripresa di un dialogo sano tra governanti e governati, anche al di fuori di logiche partitiche e particolari, con il fine della mobilitazione pubblica per il miglioramento del paese, che è l'essenza stessa della politica.

Europa

(di Francesco Angelone e Giovanni Gatto) Donald Trump ha inaspettatamente vinto la corsa alla Casa Bianca. Un risultato sorprendente anche per i più informati analisti americani e internazionali. Molti hanno parlato di vittoria del popolo: ma il tycoon yankee è stato anche un lobbista L’America è andata a dormire, l’Europa si è svegliata alle ore 8:35 italiane con la certezza matematica di quanto la nottata aveva già lasciato presagire: Donald Trump è il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. The Don, magnate dell’editoria e delle costruzioni (e molto altro.. praticamente una lobby vivente) ha battuto Hillary Clinton, data vincente da tutti (o quasi) i sondaggisti americani e non solo, dopo aver conquistato la maggior parte dei swing state e ribaltato i pronostici anche negli Stati di colore blu dem. Si conclude quindi nel modo più imprevedibile, e non poteva essere altrimenti, una delle campagne elettorali più “pazze” di sempre con la vittoria del tycoon newyorchese a dispetto della gran parte delle previsioni, anche di quelle più autorevoli. E cosa accadrà ora? Sarà in grado, Trump, di portare a compimento l’ardito programma sbandierato con forza in questo anno di campagna? In effetti, la campagna elettorale americana è stata densa di polemiche, ma povera di contenuti. Una delle tante promesse di Trump è stata la riforma della regolamentazione del lobbying al fine di “prosciugare la palude”, una Washington che ristagna. Il piano in cinque punti di Trump comprende l’istituzione di un divieto di svolgere attività di lobbying per i funzionari dell'esecutivo, legislatori ed i loro staff per i cinque anni seguenti alla scadenza dell’incarico. Il piano dovrebbe vietare a vita agli alti funzionari dell'esecutivo di fare lobbying per conto di governi stranieri. Il nuovo Presidente (come ormai dovremmo chiamarlo) ha anche proposto di ampliare la definizione di lobbying così da colmare le lacune che consentono de facto ai lobbisti di evitare la registrazione e di vietare ai lobbisti stranieri di raccogliere fondi per gli americani candidati per incarichi pubblici. Sarà forse che Trump avrà maturato questa convinzione sulla propria pelle, poiché lui stesso è stato un lobbista registrato in Rhode Island nell’aprile 2006 secondo quanto scrive Politico. E se è vero che Trump stesso aveva precedentemente ammesso di aver fatto ricorso a lobbisti per influenzare le decisioni a Washington, non aveva certamente menzionato questa sua attività svolta in prima persona. Il neo-Presidente repubblicano ha in effetti svolto attività di pressione perché interessato a promuovere la causa di un casinò nella città di Johnston, come riferisce The Hill, a nome della Trump Entertainment Resorts Holdings. Nel corso del periodo di registrazione, Trump ha guadagnato 4.000 dollari al mese e aveva ottenuto l’accesso ai palazzi del piccolo stato della East Coast con un pass da 5 dollari. In più, come è bene ricordare, lo stesso staff di Trump nel corso della campagna elettorale, si è avvalso di lobbisti come Corey Lewandowski e Paul Manafort, entrambi poi destituiti dall’incarico. E proprio su Manafort si sono riversati i principali dubbi in materia di politica estera: legato a Putin, ha lavorato per il presidente ucraino filorusso Yanukovych con finanziamenti al partito e consigli strategici. In ogni caso, Trump sta già pensando alla prossima squadra di governo, con l’intenzione di rimpiazzare l’establishment costituito. Ma secondo le prime indiscrezioni, si affiderà a molti lobbisti: il Chief Executive di Goldman Sachs Lloyd Blankfein; Michael Catanzaro, di Koch Industries e the Walt Disney Company; Eric Ueland, ex lobbista Goldman Sachs; William Palatucci, avvocato del New Jersey a capo di una società di lobby come Aetna e Verizon; altri lobbisti come Rick Holt, Christine Ciccone, Rich Bagger e Mike Ferguson; l’ex governatore del New Jersey e candidato repubblicano Chris Christie, a capo della no profit (ma molto legata a diversi gruppi di interesse) Trump for America Inc., che teneva i propri meeting a K Street presso la società di lobby Baker Hostetler. Con buona pace di chi considera il lobbying contrario alla democrazia: Trump ha ancora molto bisogno di lobbisti, soprattutto a causa del carattere divisivo della propria campagna elettorale e alla necessità di legittimazione in campo internazionale.

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(Paolo Pugliese) L'attuale contesto economico e sociale si caratterizza per un'inclusività e una rapidità di diffusione delle informazioni mai sperimentate prima nella storia dell'uomo: chiunque, in qualunque parte del mondo, ha la possibilità tramite una connessione internet di sperimentare in diretta avvenimenti che hanno avuto luogo a migliaia di chilometri di distanza, come l'atterraggio di una sonda su un altro pianeta o le elezioni del prossimo leader del mondo occidentale. Con l'aumento della disponibilità di Internet sta parallelamente crescendo anche il tasso di consapevolezza che il grande pubblico ha degli eventi quotidiani: argomenti che vent'anni fa sarebbero stati trattati nel chiuso dei nuclei familiari o lavorativi ora vengono condivisi con centinaia o migliaia di contatti, generando discussioni di respiro infinitamente più ampio. D'altro canto questi sviluppi tecnologici, fattisi anche sociali, hanno portato anche alla nascita di siti e pagine che pur di raggranellare una manciata di click non esitano a riportare qualunque notizia, non importa se vera o verificata, alimentando un fenomeno di incorretta informazione. Da queste premesse risulta agevole comprendere come un'impresa che voglia rappresentare al meglio i propri interessi non possa più privarsi di una campagna comunicativa adeguata al proprio pubblico di riferimento. Per ottenere i migliori risultati nel campo della persuasione dei decisori pubblici sono necessari importanti investimenti anche nella percezione che un pubblico sempre maggiore e sempre più informato ha di quella società. Le direttrici strategiche del posizionamento istituzionale, quali il monitoraggio, l'inquadramento dei decisori e dei legami con le loro constituencies, il contatto con i responsabili dell'impresa e la tempestività dell'azione, pur rappresentando alcuni dei pilastri fondanti di ogni efficace azione di lobby, non esauriscono più l'insieme delle attività da svolgere per una corretta comprensione dei propri valori e della propria mission. Non stupisce quindi che Google, pur essendo società leader per investimenti in attività di lobby sul Congresso americano[1], abbia lanciato una campagna di supporto all'educazione, all'arte e alla cultura europea, offrendo incentivi all'editoria al fine di un completo scatto verso il modello digitale e finanziando corsi di apprendimento in materie collegate al modello di business di Google, quali marketing online ed e-commerce: recentemente l'azienda di Mountain View ha anche realizzato una mostra d'arte utilizzando le ultime tecnologie in ambito di realtà virtuale. Il New York Times, descrivendo questi impegni, li ha definiti attività di soft lobbying[2]: azioni in grado di modificare l'immagine pubblica del brand Google soprattutto in Europa, terreno di confronto spesso ostile per le grandi corporation americane, si veda il caso Apple[3]. L'elemento distintivo che rende questi investimenti diversi da quelli usualmente effettuati in società di lobby sta nell'espandere il più possibile la consapevolezza circa le attività di Google nel Vecchio Continente pur non confluendo nelle spese di rappresentanza già sostenute a Bruxelles, in quanto non volte ad influenzare direttamente i decisori europei sulle numerose tematiche che impattano sul colosso, ma dirette alla community tech europea, generalmente molto più positiva nei propri giudizi verso le imprese americane rispetto ai commissari europei. È indubbio che Google (ora parte di Alphabet) negli anni abbia creato un ecosistema vicino alle richieste degli utenti e si sia dimostrata molto disponibile ad ascoltare le proposte provenienti dalla sua user base sfruttando le imponenti sinergie tra i propri prodotti, ad esempio sponsorizzando concerti via Youtube e creando di spazi di co-working per i giovani lavoratori. La costituzione di un fondo di 150 milioni di euro per supportare gli editori europei nel processo di digitalizzazione potrebbe stupire, se si considera che proprio i publisher sono da sempre i più fermi avversari dell'azienda americana anche a Bruxelles[4], avendo subito forti conseguenze economiche dovute alla modifica dirompente del business model tradizionale successiva alla diffusione di massa dell'accesso ad Internet, come dimostra chiaramente il caso di Google News Spain. I britannici The Guardian e Financial Times, Die Zeit in Germania e La Stampa sono solo alcuni tra i partecipanti a questo progetto, che indiscutibilmente ha attirato l'attenzione di tutta Europa su una tematica molto vicina a tutti noi che quotidianamente ci informiamo ma di cui si discute raramente tra i non addetti ai lavori. Nel posizionarsi non come un gigante che schiaccia la secolare tradizione dell'editoria ma come un alleato nella battaglia per un nuovo modello di giornalismo digitale sta la vera sfida reputazionale che Google e le altre imprese del settore (Amazon e Apple su tutte) devono sostenere, anche e soprattutto fuori dagli uffici dei funzionari europei. Come spesso accaduto, Mountain View sembra un passo avanti ai competitors e pronta a svolgere un ruolo di leader globale nel mercato dell'informazione. [1]Fonte https://www.opensecrets.org/lobby/clientsum.php?id=D000022008&year=2014 [2]http://www.nytimes.com/2016/07/20/technology/google-europe-lobbying-eu.html?_r=0 [3]http://www.lobbyingitalia.com/2016/09/apple-poca-lobby-ue/ [4]Per approfondimento si veda http://www.nytimes.com/2015/08/29/technology/european-publishers-play-lobbying-role-against-google.html

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(Francesco Angelone) Sono numerosi i tentativi di regolamentare il fenomeno dell’attività di pressione negli ultimi anni. Anche in Nigeria sembra essere giunto il momento opportuno, dopo alcuni tentativi non andati a buon fine. Infatti, il Senato il 12 ottobre ha avviato un’iniziativa denominata “Una regolamentazione e la registrazione dei lobbisti in Nigeria” volta alla legalizzazione dell’attività di lobbying nel Paese. La proposta di legge, promossa dal senatore Dino Melaye dell’APC (All Progressive Congress, il partito del Presidente Buhari) dello Stato di Kogy occidentale, ha superato il vaglio della seconda lettura e passa ora nelle mani della commissione affari legali, giustizia e diritti umani per eventuali modifiche. Riferendo in aula, Melaye ha affermato che la legge cerca di introdurre misure per la registrazione e la regolamentazione dei lobbisti professionisti all’interno degli organi legislativi federali. Nello specifico, il provvedimento “fa sì che i lobbisti debitamente registrati secondo quanto previsto dal Company and Allied Matters Act (del 1990) possano portare avanti la propria attività presso il Senato, la Camera dei rappresentanti o entrambi, una volta registratisi presso il Ministero della Giustizia”. Nella proposta del senatore Malaye, l’attività di lobbying è definita come “un'attività in cui gli interessi particolari assumono dei professionisti, spesso avvocati, al fine di sostenere una legislazione specifica in Parlamento”. “Il fenomeno” – dice Malaye con parole che ricordano quanto avviene anche nel nostro Paese – “è molto controverso e spesso visto sotto una luce negativa dai giornalisti e dall’opinione pubblica. L’attività di lobbying ha luogo a qualsiasi livello di governo che sia locale, statale o federale”. L’opposizione, da parte sua, contribuisce al dibattito ammonendo la maggioranza perché si eviti di favorire, con la nuova legislazione, il dilagare di fenomeni corruttivi. Secondo il leader dell’opposizione al Senato, Goodwill Akpabio, “finché non sarà chiaro chi paga i lobbisti, sarà come se stessimo legiferando in favore della corruzione”. Il Presidente del Senato Saraki ha invece sottolineato senza remore che la legge migliorerà lo stato di salute della democrazia in Nigeria. Articolo originale qui.

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(Paolo Pugliese) Il veto posto dal presidente Obama circa il Justice Against Sponsors of Terrorism Act, avviene in un momento molto delicato per la politica statunitense. E sempre più i lobbisti diventano ambasciatori di Paesi stranieri. Gli ultimi mesi del mandato presidenziale rappresentano il momento di maggiore debolezza del comandante in capo: con una campagna elettorale in pieno svolgimento le tensioni politiche non esistano a palesarsi. In questo contesto si è sviluppata una nuova tendenza che ha riguardato la rappresentanza degli interessi non solo delle imprese straniere, ma direttamente dei governi coinvolti nella normativa. Il JASTA espande la giurisdizione delle corti federali relativamente ad atti di terrorismo compiuti contro cittadini USA senza tener conto, come precedentemente stabilito, della designazione dello Stato in esame di “sponsor del terrorismo internazionale”. In un momento drammatico per la regione del Medio Oriente, un provvedimento di questo tipo ha subito attirato l'attenzione di Paesi come l'Arabia Saudita, sospettati di aver fornito supporto logistico agli attacchi dell'11 settembre 2001. I maggiori sponsor della proposta di legge, infatti, sono le associazioni delle famiglie delle vittime e dei danneggiati, che hanno intentato finora con scarso successo un'azione civile contro Riyadh per il risarcimento dei danni subiti, indicando lo stato saudita come facilitatore dell'azione terroristica. Queste accuse d'altro canto sono sempre state respinte come del tutto infondate, ma la congiuntura geopolitica nell'area mediorientale è al momento estremamente complessa e le tensioni nella regione producono effetti in tutto il mondo. In questo quadro di debolezza dell'azione internazionale USA e di sfiducia degli interessati in una risoluzione diplomatica della vicenda, l'azione di lobby può trovare nuovi spazi, andando ad incidere anche sulla scena internazionale. Il caso del JASTA esemplifica in maniera cristallina questo momento di passaggio: se infatti fino a qualche anno fa sarebbero state le ambasciate dei rispettivi Paesi ad organizzare incontri e discussioni informali con i principali decisori pubblici e policymaker nella fase di confronto precedente alla proposta di legge, adesso questo ruolo di ottimizzazione e fluidificazione del processo legislativo viene affidato a esperti del settore. Ex deputati e leader parlamentari che nel loro periodo trascorso in Campidoglio hanno creato una rete di rapporti personali e notevoli competenze, potendo così svolgere un fondamentale ruolo di mediazione. LOBBISTI O AMBASCIATORI? Come riporta Politico[1] sulla base dei pubblici registri del Dipartimento di Giustizia, l'11% degli ex membri del Congresso dal 1990 ad oggi ha svolto attività di lobby o di rappresentanza di interessi per Stati esteri o imprese non residenti negli Stati Uniti. La profonda frammentazione degli interessi in atto ormai da anni impedisce alle forze politiche tradizionali una loro efficace sintesi normativa, portando da un lato alla profonda crisi di consenso e di credibilità dei partiti che hanno governato entrambe le sponde dell'Atlantico negli ultimi settant'anni e dall'altro all'emergere di gruppi di interesse finora scarsamente rappresentati ma con istanze forti, sentite e la cui analisi non può più essere prorogata. In questo contesto socio-economico, l'ascesa dei gruppi di pressione come interlocutore principe delle politiche economiche e industriali dei singoli stati è un dato già ampiamente analizzato, mentre il vero principio rivoluzionario è l'influenza che suddetti gruppi possono esercitare sulle complesse decisioni geopolitiche. La possibilità per i decisori pubblici di interfacciarsi con gli stakeholder di riferimento anche nell'esame delle sfide internazionali rappresenta sicuramente un passo avanti per la trasparenza dell'intero settore, seppur non mancano esempi di segno contrario, a dire il vero più legati a motivazioni politiche che di merito. Emblematico è il caso del TTIP: gli incontri, arrivati al quindicesimo round di negoziazione, vedono il lavoro congiunto di lobbisti americani ed europei con l'intento di armonizzare quanto più possibile standard e regolamenti in fatto di commercio e attività industriale. D'altro canto lo spettro del faccendiere che lavora nell'ombra senza curarsi delle tematiche sociali ed ambientali è stato più volte sventolato come motivo di sdegno nei confronti del trattato da parte dei suoi oppositori, quando invece la trasparenza è e deve essere il cardine dell'attività di rappresentanza degli interessi. L'accordo sembra collassare più sotto il peso dello stigma sociale purtroppo ancora presente nei confronti dell'attività di lobbying che per i propri meriti e demeriti. La lezione tedesca ed europea può davvero risultare istruttiva in quest'ambito: più lobby come sinonimo di più democrazia, nel solco della tesi per cui una massima chiarezza relativa a compensi, incontri e relazioni facilita l'azione di rappresentanza dei gruppi con risorse inferiori ed invita i cittadini ad informarsi circa le attività svolte dai propri rappresentanti, sebbene sia evidente come la tempestività e la competenza siano caratteristiche imprescindibili per chi si affaccia al mondo della rappresentanza di interessi. Nel nostro Paese il MISE ha lanciato all'inizio dello scorso mese di settembre un registro sullo schema di quello europeo, primo passo per una completa regolamentazione, se è vero che la fattispecie di traffico di influenze illecite introdotta nel codice penale nel 2012 disciplina esclusivamente il momento patologico e corruttivo dell'attività. Secondo l’opinione di molti, questa previsione normativa evidenzia un problema “culturale” prima ancora che giuridico o sociale: la stessa parola “lobby” non viene mai citata nelle proposte di legge discusse dal Parlamento in questi anni, segno di un mindset tendente ad esacerbare i lati oscuri di una professione che invece, al di là di considerazioni pur meritorie sulla qualità delle norme, vuole fare della trasparenza la propria bandiera. [1] http://www.politico.com/story/2016/10/congress-foreign-lobbying-228982

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(Francesco Angelone) Solitamente, nell’anno delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti la spesa per le attività di lobbying diminuisce in conseguenza del fatto che i politici sono impegnati per la maggior parte del proprio tempo in campagna elettorale e non a legiferare. L’anno in corso, quello dell’imminente resa dei conti tra Hillary Clinton e Donald Trump, non fa eccezione. Ma c’è un settore che sembra smentire questo trend generale, ed è quello delle società di Internet. Nella prima metà del 2016, secondo quanto riporta un articolo di The Hill, nella top three delle spese per attività di lobbying figurano i giganti della rete Google (gruppo Alphabet), Amazon e Facebook con una spesa rispettiva di 8.04, 5.8 e 4.9 milioni di dollari. La top ten stilata da The Hill sulla base dei dati raccolti dal Center for Responsive Politics comprende anche le grandi compagnie del tech come Oracle, Microsoft, IBM, Intel ed Apple. Google in particolare, era alla guida della medesima classifica anche nel 2012, anno della precedenti elezioni presidenziali. Questo impegno della società di Mountain View risponde ad una logica ben precisa, ovvero all’intenzione di rimarcare il ruolo giocato nella creazione di opportunità economiche attraverso internet. Fondamentali all’interno del ciclo economico, le grandi imprese di internet sono diventate centrali anche nel dibattito sulle politiche di Washington. Ha ragioni diverse l’impegno economico profuso da Amazon in attività di pressione durante l’ultimo semestre sotto la guida di Jay Carney, oggi supervisore delle public relations e public policy e fino al 2014 portavoce della Casa Bianca. La società di Jeff Bezos ha infatti ampliato il proprio carnet di servizi, lanciandosi anche nel mondo dell’online video con una propria piattaforma, mossa che ha spinto il colosso di Seattle a fare lobbying circa le normative in materia di video, tasse e droni. La top ten è chiusa da Apple con 2.2 milioni di dollari spesi, che è meno di quanto speso nello stesso periodo del 2015. La società guidata da Tim Cook è molto attenta su questioni legate alla proprietà intellettuale, alle riforme del mercato del lavoro, al commercio, alla sorveglianza, all’istruzione e all’energia. Pur essendo tra le più conosciute ed influenti società del mondo, tuttavia Apple di solito utilizza canali diversi dalla mera attività di lobbying per esercitare la propria influenza, caratteristica che la differenzia da altri operatori del settore tech. Singolare è, poi, quanto accade a Facebook. Come Apple, il colosso di Menlo Park spende in attività lobbying legate a commercio e sicurezza, ma mostra particolare attenzione per la legislazione sull’immigrazione. Con una domanda di sviluppatori di software in costante crescita, Facebook punta a pescare personale di valore tra i beneficiari dei visti per lavoratori altamente qualificati, una strategia che può portare vantaggi diretti per l’azienda e indiretti all’intero settore. Per chi entra o resiste nella top ten delle spese in attività di pressione, c’è anche qualcuno che perde posizioni o vi esce. È il caso di grandi compagnie come Siemens, Hewlett-Packard e Qualcomm. Quest’ultima, tra i primi cinque posti nel 2012, scende al settimo posto. La Hewlett-Packard, invece, a differenza del 2012 è ora divisa in due società, la Hewlett-Packard Enterprise che nel primo semestre del 2016 ha speso 1.95 milioni di dollari, e la HP Inc., che contiene le divisioni PC e stampanti, che ha speso 810 mila dollari. Queste due somme, aggregate, permetterebbero alla società di classificarsi all’ottavo posto della top ten stilata da The Hill. La classifica della testata online americana combina due settori che il Center for Responsive Politics invece considera come separati: Internet da una parte, Electronic Manufacturing & equipment dall’altro. È nel primo che troviamo Google, Amazon e Facebook e molto distanziati Yahoo ed eBay. Nel secondo, dopo le compagnie citate da The Hill, tra cui la Entertainment Software Association che fa lobbying per conto dell’industria del videogame, proprio la Hewlett-Packard Enterprise, la Siemens, la Dell e la Intuit. La ragione di tale integrazione risiede nel fatto che aziende quali la IBM e la Cisco operano su entrambi i settori del mercato. Una considerazione vale però a livello generale. L’attività di lobbying è preziosa perché al pari di altre svolte dalle società citate, risulta parte integrante del successo. Un intelligente posizionamento a Washington garantisce il consolidamento o il rafforzamento della propria posizione all’interno del mercato ed è qualcosa che sempre più numerose società del settore stanno sperimentando. Fondamentali per l’economia e ora sempre più presenti a Washington.

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La proposta del senatore Jucà permetterà che le aziende possano presentare direttamente emendamenti ai progetti di legge che saranno presentati in Parlamento. (Gabriele Giuliani) Uno dei principali interlocutori del governo Michel Temer, il senatore Romero Jucà (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), ha presentato questa settimana un emendamento per regolamentare il lobbying al Congresso. In questo progetto è compreso anche il fatto che le aziende presentino emendamenti e proposte ai progetti di legge in essere nel Legislativo. Secondo un'analisi di Veja, nella proposta di Jucà l’attività di lobbying potrà essere esercitata da persone fisiche o giuridiche presso il Legislativo, l’Esecutivo, negli Stati federali e nei Comuni, oltre che presso le autorità indipendenti. I lobbisti, che sono chiamati “agenti di rappresentanza di interessi”, dovranno essere accreditati dalle aziende e potranno avere libero accesso ai palazzi istituzionali, oltre al diritto di avere conoscenza formale dei provvedimenti di loro interesse. Nel testo è specificato che al lobbista rimane proibito offrire o promettere prestazioni e vantaggi finanziari di qualsiasi specie. I rappresentanti di interesse potranno essere responsabili per atti di infedeltà amministrativa, come se fossero dei pubblici funzionari. Il progetto PEC 47 ha visto l’appoggio di 30 senatori ed è stato discusso lo scorso martedì 20 settembre, durante l’assemblea del Senato. Il testo dovrà passare al vaglio della Commissione di Costituzione e giustizia (CCJ), e dopo votato dal Senato. Per essere approvato saranno necessari 49 voti su 81 senatori. In seguito il testo sarà inviato alla Camera dei deputati. Prima della proposta di Jucà molti altri progetti  sono stati presentati al Congresso Nazionale (fra cui quello dell’ex vice Presidente della Repubblica ed ex senatore Marco Maciel nel 1989, approvato al Senato ma mai discusso alla Camera), praticamente tutti abbandonati – una situazione simile a quanto accade in Italia. La pratica professionale del lobbying in Brasile ha iniziato a svilupparsi verso la metà degli anni Settanta (all’epoca del regime militare) e anche in Brasile (come del resto in Italia) a questo termine viene erroneamente associato il sinonimo di corruzione (ultimi casi mediatici l’operazione Lava Jato - o scandalo Petrobas che ha destabilizzato il Paese,  coinvogendo perfino l’ex presidente e idolo del  popolo Lula, che è stato rinviato a giudizio). Alla base del largo consenso che questa proposta sta raccogliendo è proprio lo scandalo legato alla corruzione, che in Brasile ha portato dopo la crisi politica anche a quella economica (recessione del 3,8% unita ad un inflazione del 7%, oltre al fatto che i disoccupati sono ormai 13 milioni).

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(di @FraAngelone) Chiedete a chiunque a Washington e vi risponderà la stessa cosa: il numero dei lobbisti non sta diminuendo. Eppure, secondo i dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, il numero di lobbisti iscritti nel Registro e che hanno effettivamente svolto attività di pressione è drasticamente diminuito dal 2007 al 2016. Il Registro, infatti, conta ad oggi 10.498 iscritti a fronte dei 14.824 del 2007. Come è possibile spiegare questo gap tra la diminuzione di professionisti registrati e la presenza all’incirca costante (stando anche alla spesa totale per attività di pressione censita dallo stesso istituto) dell’industria del lobbying a Washington? La risposta è che non ci sono meno lobbisti, semplicemente ci sono sempre meno persone che si etichettano come tali. L’inchiesta è partita dalle colonne del Washington Post, che individua nella legislazione restrittiva in materia di lobbying varata dall’amministrazione Obama la causa scatenante di questo fenomeno che ha visto alcuni lobbisti cancellare la propria iscrizione dal Registro e altri rinunciarvi proprio, preferendo continuare a lavorare a Washington sotto la dicitura di policy adviser, strategic counsel or government relations adviser. Bisogna quindi ricordare ciò che prescrive la legislazione statunitense in materia di lobbying attraverso il Lobbying Disclosure Act, rivisto nel 2007. Secondo la legge può definirsi lobbista, e quindi obbligato ad iscriversi nel Registro, chi dedichi all’attività di pressione per conto di un cliente almeno il 20% del proprio tempo in un arco di tempo di tre mesi. Una legislazione porosa, quindi, che non evita la creazione di coni d’ombra nei quali si annidano spesso anche ex membri del Congresso che, passati all’altro capo del filo che lega lobbisti e decisori pubblici secondo il fenomeno delle revolving doors preferiscono evitare di attaccarsi addosso l’etichetta di lobbisti per non pregiudicare un futuro ritorno all’attività politica. Gli ex Senatori devono aspettare due anni prima di poter svolgere attività di pressione sui legislatori, per gli ex membri della Camera dei Rappresentanti basta un anno, all’ex speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso – e gran fumatore - John Boehner sono bastati 11 mesi per sedere nel board della Reynolds LA SITUAZIONE IN ITALIA Ci sono spunti utili per una riflessione anche su quanto avviene in Italia. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha varato questa settimana un proprio Registro Trasparenza, strumento attraverso il quale il Ministro Calenda si propone di “aprire” ai cittadini la sede di Via Veneto per renderli consapevoli e partecipi dello svolgimento del processo decisionale. A chi si rivolge, come funzionerà e quali informazioni conterrà il Registro? Possono iscriversi dal 6 settembre le persone fisiche o giuridiche che rappresentano professionalmente presso il MISE interessi leciti, anche di natura non economica e quindi, tra gli altri, i consulenti, gli studi legali, le imprese, le associazioni di categoria e le organizzazioni non governative. L’iscrizione al Registro sarà condizione necessaria per poter incontrare il Ministro, i Viceministri e i Sottosegretari. Il portale del Ministero permette, attraverso alcuni step, l’iscrizione al Registro e consente, attraverso un motore di ricerca, di consultare l’elenco dei soggetti iscritti (che al momento sono 69). Il Registro comprende anche un Codice di comportamento dei dipendenti del MISE e un Codice di condotta per gli iscritti al Registro stesso. Il Registro del MISE, che ricalca, tra l’altro, l’esperienza, poi naufragata, avviata anni fa dal MIPAAF con l’Elenco dei portatori d’interesse e potenzia e sistematizza l’iniziativa individuale del Viceministro delle Infrastrutture Nencini, potrà dare alcune indicazioni preziose circa la dimensione dell’industria del lobbying in Italia, quantomeno nei settori di competenza del Ministro Calenda. Sarà possibile comprendere quali interessi vengono perseguiti, da parte di chi e con quali dotazioni di bilancio. Tuttavia, risulta evidente la differenza con il modello americano che pure, si è visto, non è privo di falle. Differentemente da quanto avviene negli Stati Uniti il Registro Trasparenza del MISE, infatti, coprirà solo alcuni settori e non agirà nel contesto di una legislazione organica a livello nazionale. Pertanto, rimane evasa la questione di fondo circa l’ampiezza di quella zona grigia di cui resta ignota la capacità finanziaria e di influenza sui decisori pubblici. Tutto ciò, mentre il mondo del lobbying è sempre più professionalizzato, professionalizzante e integrato nella società, risultando essenziale, grazie a una strategia di public affairs trasparente, professionale e sostenibile economicamente ed eticamente, alla crescita del mondo dell’impresa.

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