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(Paolo Pugliese) Il veto posto dal presidente Obama circa il Justice Against Sponsors of Terrorism Act, avviene in un momento molto delicato per la politica statunitense. E sempre più i lobbisti diventano ambasciatori di Paesi stranieri. Gli ultimi mesi del mandato presidenziale rappresentano il momento di maggiore debolezza del comandante in capo: con una campagna elettorale in pieno svolgimento le tensioni politiche non esistano a palesarsi. In questo contesto si è sviluppata una nuova tendenza che ha riguardato la rappresentanza degli interessi non solo delle imprese straniere, ma direttamente dei governi coinvolti nella normativa. Il JASTA espande la giurisdizione delle corti federali relativamente ad atti di terrorismo compiuti contro cittadini USA senza tener conto, come precedentemente stabilito, della designazione dello Stato in esame di “sponsor del terrorismo internazionale”. In un momento drammatico per la regione del Medio Oriente, un provvedimento di questo tipo ha subito attirato l'attenzione di Paesi come l'Arabia Saudita, sospettati di aver fornito supporto logistico agli attacchi dell'11 settembre 2001. I maggiori sponsor della proposta di legge, infatti, sono le associazioni delle famiglie delle vittime e dei danneggiati, che hanno intentato finora con scarso successo un'azione civile contro Riyadh per il risarcimento dei danni subiti, indicando lo stato saudita come facilitatore dell'azione terroristica. Queste accuse d'altro canto sono sempre state respinte come del tutto infondate, ma la congiuntura geopolitica nell'area mediorientale è al momento estremamente complessa e le tensioni nella regione producono effetti in tutto il mondo. In questo quadro di debolezza dell'azione internazionale USA e di sfiducia degli interessati in una risoluzione diplomatica della vicenda, l'azione di lobby può trovare nuovi spazi, andando ad incidere anche sulla scena internazionale. Il caso del JASTA esemplifica in maniera cristallina questo momento di passaggio: se infatti fino a qualche anno fa sarebbero state le ambasciate dei rispettivi Paesi ad organizzare incontri e discussioni informali con i principali decisori pubblici e policymaker nella fase di confronto precedente alla proposta di legge, adesso questo ruolo di ottimizzazione e fluidificazione del processo legislativo viene affidato a esperti del settore. Ex deputati e leader parlamentari che nel loro periodo trascorso in Campidoglio hanno creato una rete di rapporti personali e notevoli competenze, potendo così svolgere un fondamentale ruolo di mediazione. LOBBISTI O AMBASCIATORI? Come riporta Politico[1] sulla base dei pubblici registri del Dipartimento di Giustizia, l'11% degli ex membri del Congresso dal 1990 ad oggi ha svolto attività di lobby o di rappresentanza di interessi per Stati esteri o imprese non residenti negli Stati Uniti. La profonda frammentazione degli interessi in atto ormai da anni impedisce alle forze politiche tradizionali una loro efficace sintesi normativa, portando da un lato alla profonda crisi di consenso e di credibilità dei partiti che hanno governato entrambe le sponde dell'Atlantico negli ultimi settant'anni e dall'altro all'emergere di gruppi di interesse finora scarsamente rappresentati ma con istanze forti, sentite e la cui analisi non può più essere prorogata. In questo contesto socio-economico, l'ascesa dei gruppi di pressione come interlocutore principe delle politiche economiche e industriali dei singoli stati è un dato già ampiamente analizzato, mentre il vero principio rivoluzionario è l'influenza che suddetti gruppi possono esercitare sulle complesse decisioni geopolitiche. La possibilità per i decisori pubblici di interfacciarsi con gli stakeholder di riferimento anche nell'esame delle sfide internazionali rappresenta sicuramente un passo avanti per la trasparenza dell'intero settore, seppur non mancano esempi di segno contrario, a dire il vero più legati a motivazioni politiche che di merito. Emblematico è il caso del TTIP: gli incontri, arrivati al quindicesimo round di negoziazione, vedono il lavoro congiunto di lobbisti americani ed europei con l'intento di armonizzare quanto più possibile standard e regolamenti in fatto di commercio e attività industriale. D'altro canto lo spettro del faccendiere che lavora nell'ombra senza curarsi delle tematiche sociali ed ambientali è stato più volte sventolato come motivo di sdegno nei confronti del trattato da parte dei suoi oppositori, quando invece la trasparenza è e deve essere il cardine dell'attività di rappresentanza degli interessi. L'accordo sembra collassare più sotto il peso dello stigma sociale purtroppo ancora presente nei confronti dell'attività di lobbying che per i propri meriti e demeriti. La lezione tedesca ed europea può davvero risultare istruttiva in quest'ambito: più lobby come sinonimo di più democrazia, nel solco della tesi per cui una massima chiarezza relativa a compensi, incontri e relazioni facilita l'azione di rappresentanza dei gruppi con risorse inferiori ed invita i cittadini ad informarsi circa le attività svolte dai propri rappresentanti, sebbene sia evidente come la tempestività e la competenza siano caratteristiche imprescindibili per chi si affaccia al mondo della rappresentanza di interessi. Nel nostro Paese il MISE ha lanciato all'inizio dello scorso mese di settembre un registro sullo schema di quello europeo, primo passo per una completa regolamentazione, se è vero che la fattispecie di traffico di influenze illecite introdotta nel codice penale nel 2012 disciplina esclusivamente il momento patologico e corruttivo dell'attività. Secondo l’opinione di molti, questa previsione normativa evidenzia un problema “culturale” prima ancora che giuridico o sociale: la stessa parola “lobby” non viene mai citata nelle proposte di legge discusse dal Parlamento in questi anni, segno di un mindset tendente ad esacerbare i lati oscuri di una professione che invece, al di là di considerazioni pur meritorie sulla qualità delle norme, vuole fare della trasparenza la propria bandiera. [1] http://www.politico.com/story/2016/10/congress-foreign-lobbying-228982

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(Francesco Angelone) Solitamente, nell’anno delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti la spesa per le attività di lobbying diminuisce in conseguenza del fatto che i politici sono impegnati per la maggior parte del proprio tempo in campagna elettorale e non a legiferare. L’anno in corso, quello dell’imminente resa dei conti tra Hillary Clinton e Donald Trump, non fa eccezione. Ma c’è un settore che sembra smentire questo trend generale, ed è quello delle società di Internet. Nella prima metà del 2016, secondo quanto riporta un articolo di The Hill, nella top three delle spese per attività di lobbying figurano i giganti della rete Google (gruppo Alphabet), Amazon e Facebook con una spesa rispettiva di 8.04, 5.8 e 4.9 milioni di dollari. La top ten stilata da The Hill sulla base dei dati raccolti dal Center for Responsive Politics comprende anche le grandi compagnie del tech come Oracle, Microsoft, IBM, Intel ed Apple. Google in particolare, era alla guida della medesima classifica anche nel 2012, anno della precedenti elezioni presidenziali. Questo impegno della società di Mountain View risponde ad una logica ben precisa, ovvero all’intenzione di rimarcare il ruolo giocato nella creazione di opportunità economiche attraverso internet. Fondamentali all’interno del ciclo economico, le grandi imprese di internet sono diventate centrali anche nel dibattito sulle politiche di Washington. Ha ragioni diverse l’impegno economico profuso da Amazon in attività di pressione durante l’ultimo semestre sotto la guida di Jay Carney, oggi supervisore delle public relations e public policy e fino al 2014 portavoce della Casa Bianca. La società di Jeff Bezos ha infatti ampliato il proprio carnet di servizi, lanciandosi anche nel mondo dell’online video con una propria piattaforma, mossa che ha spinto il colosso di Seattle a fare lobbying circa le normative in materia di video, tasse e droni. La top ten è chiusa da Apple con 2.2 milioni di dollari spesi, che è meno di quanto speso nello stesso periodo del 2015. La società guidata da Tim Cook è molto attenta su questioni legate alla proprietà intellettuale, alle riforme del mercato del lavoro, al commercio, alla sorveglianza, all’istruzione e all’energia. Pur essendo tra le più conosciute ed influenti società del mondo, tuttavia Apple di solito utilizza canali diversi dalla mera attività di lobbying per esercitare la propria influenza, caratteristica che la differenzia da altri operatori del settore tech. Singolare è, poi, quanto accade a Facebook. Come Apple, il colosso di Menlo Park spende in attività lobbying legate a commercio e sicurezza, ma mostra particolare attenzione per la legislazione sull’immigrazione. Con una domanda di sviluppatori di software in costante crescita, Facebook punta a pescare personale di valore tra i beneficiari dei visti per lavoratori altamente qualificati, una strategia che può portare vantaggi diretti per l’azienda e indiretti all’intero settore. Per chi entra o resiste nella top ten delle spese in attività di pressione, c’è anche qualcuno che perde posizioni o vi esce. È il caso di grandi compagnie come Siemens, Hewlett-Packard e Qualcomm. Quest’ultima, tra i primi cinque posti nel 2012, scende al settimo posto. La Hewlett-Packard, invece, a differenza del 2012 è ora divisa in due società, la Hewlett-Packard Enterprise che nel primo semestre del 2016 ha speso 1.95 milioni di dollari, e la HP Inc., che contiene le divisioni PC e stampanti, che ha speso 810 mila dollari. Queste due somme, aggregate, permetterebbero alla società di classificarsi all’ottavo posto della top ten stilata da The Hill. La classifica della testata online americana combina due settori che il Center for Responsive Politics invece considera come separati: Internet da una parte, Electronic Manufacturing & equipment dall’altro. È nel primo che troviamo Google, Amazon e Facebook e molto distanziati Yahoo ed eBay. Nel secondo, dopo le compagnie citate da The Hill, tra cui la Entertainment Software Association che fa lobbying per conto dell’industria del videogame, proprio la Hewlett-Packard Enterprise, la Siemens, la Dell e la Intuit. La ragione di tale integrazione risiede nel fatto che aziende quali la IBM e la Cisco operano su entrambi i settori del mercato. Una considerazione vale però a livello generale. L’attività di lobbying è preziosa perché al pari di altre svolte dalle società citate, risulta parte integrante del successo. Un intelligente posizionamento a Washington garantisce il consolidamento o il rafforzamento della propria posizione all’interno del mercato ed è qualcosa che sempre più numerose società del settore stanno sperimentando. Fondamentali per l’economia e ora sempre più presenti a Washington.

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La proposta del senatore Jucà permetterà che le aziende possano presentare direttamente emendamenti ai progetti di legge che saranno presentati in Parlamento. (Gabriele Giuliani) Uno dei principali interlocutori del governo Michel Temer, il senatore Romero Jucà (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), ha presentato questa settimana un emendamento per regolamentare il lobbying al Congresso. In questo progetto è compreso anche il fatto che le aziende presentino emendamenti e proposte ai progetti di legge in essere nel Legislativo. Secondo un'analisi di Veja, nella proposta di Jucà l’attività di lobbying potrà essere esercitata da persone fisiche o giuridiche presso il Legislativo, l’Esecutivo, negli Stati federali e nei Comuni, oltre che presso le autorità indipendenti. I lobbisti, che sono chiamati “agenti di rappresentanza di interessi”, dovranno essere accreditati dalle aziende e potranno avere libero accesso ai palazzi istituzionali, oltre al diritto di avere conoscenza formale dei provvedimenti di loro interesse. Nel testo è specificato che al lobbista rimane proibito offrire o promettere prestazioni e vantaggi finanziari di qualsiasi specie. I rappresentanti di interesse potranno essere responsabili per atti di infedeltà amministrativa, come se fossero dei pubblici funzionari. Il progetto PEC 47 ha visto l’appoggio di 30 senatori ed è stato discusso lo scorso martedì 20 settembre, durante l’assemblea del Senato. Il testo dovrà passare al vaglio della Commissione di Costituzione e giustizia (CCJ), e dopo votato dal Senato. Per essere approvato saranno necessari 49 voti su 81 senatori. In seguito il testo sarà inviato alla Camera dei deputati. Prima della proposta di Jucà molti altri progetti  sono stati presentati al Congresso Nazionale (fra cui quello dell’ex vice Presidente della Repubblica ed ex senatore Marco Maciel nel 1989, approvato al Senato ma mai discusso alla Camera), praticamente tutti abbandonati – una situazione simile a quanto accade in Italia. La pratica professionale del lobbying in Brasile ha iniziato a svilupparsi verso la metà degli anni Settanta (all’epoca del regime militare) e anche in Brasile (come del resto in Italia) a questo termine viene erroneamente associato il sinonimo di corruzione (ultimi casi mediatici l’operazione Lava Jato - o scandalo Petrobas che ha destabilizzato il Paese,  coinvogendo perfino l’ex presidente e idolo del  popolo Lula, che è stato rinviato a giudizio). Alla base del largo consenso che questa proposta sta raccogliendo è proprio lo scandalo legato alla corruzione, che in Brasile ha portato dopo la crisi politica anche a quella economica (recessione del 3,8% unita ad un inflazione del 7%, oltre al fatto che i disoccupati sono ormai 13 milioni).

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(di @FraAngelone) Chiedete a chiunque a Washington e vi risponderà la stessa cosa: il numero dei lobbisti non sta diminuendo. Eppure, secondo i dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, il numero di lobbisti iscritti nel Registro e che hanno effettivamente svolto attività di pressione è drasticamente diminuito dal 2007 al 2016. Il Registro, infatti, conta ad oggi 10.498 iscritti a fronte dei 14.824 del 2007. Come è possibile spiegare questo gap tra la diminuzione di professionisti registrati e la presenza all’incirca costante (stando anche alla spesa totale per attività di pressione censita dallo stesso istituto) dell’industria del lobbying a Washington? La risposta è che non ci sono meno lobbisti, semplicemente ci sono sempre meno persone che si etichettano come tali. L’inchiesta è partita dalle colonne del Washington Post, che individua nella legislazione restrittiva in materia di lobbying varata dall’amministrazione Obama la causa scatenante di questo fenomeno che ha visto alcuni lobbisti cancellare la propria iscrizione dal Registro e altri rinunciarvi proprio, preferendo continuare a lavorare a Washington sotto la dicitura di policy adviser, strategic counsel or government relations adviser. Bisogna quindi ricordare ciò che prescrive la legislazione statunitense in materia di lobbying attraverso il Lobbying Disclosure Act, rivisto nel 2007. Secondo la legge può definirsi lobbista, e quindi obbligato ad iscriversi nel Registro, chi dedichi all’attività di pressione per conto di un cliente almeno il 20% del proprio tempo in un arco di tempo di tre mesi. Una legislazione porosa, quindi, che non evita la creazione di coni d’ombra nei quali si annidano spesso anche ex membri del Congresso che, passati all’altro capo del filo che lega lobbisti e decisori pubblici secondo il fenomeno delle revolving doors preferiscono evitare di attaccarsi addosso l’etichetta di lobbisti per non pregiudicare un futuro ritorno all’attività politica. Gli ex Senatori devono aspettare due anni prima di poter svolgere attività di pressione sui legislatori, per gli ex membri della Camera dei Rappresentanti basta un anno, all’ex speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso – e gran fumatore - John Boehner sono bastati 11 mesi per sedere nel board della Reynolds LA SITUAZIONE IN ITALIA Ci sono spunti utili per una riflessione anche su quanto avviene in Italia. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha varato questa settimana un proprio Registro Trasparenza, strumento attraverso il quale il Ministro Calenda si propone di “aprire” ai cittadini la sede di Via Veneto per renderli consapevoli e partecipi dello svolgimento del processo decisionale. A chi si rivolge, come funzionerà e quali informazioni conterrà il Registro? Possono iscriversi dal 6 settembre le persone fisiche o giuridiche che rappresentano professionalmente presso il MISE interessi leciti, anche di natura non economica e quindi, tra gli altri, i consulenti, gli studi legali, le imprese, le associazioni di categoria e le organizzazioni non governative. L’iscrizione al Registro sarà condizione necessaria per poter incontrare il Ministro, i Viceministri e i Sottosegretari. Il portale del Ministero permette, attraverso alcuni step, l’iscrizione al Registro e consente, attraverso un motore di ricerca, di consultare l’elenco dei soggetti iscritti (che al momento sono 69). Il Registro comprende anche un Codice di comportamento dei dipendenti del MISE e un Codice di condotta per gli iscritti al Registro stesso. Il Registro del MISE, che ricalca, tra l’altro, l’esperienza, poi naufragata, avviata anni fa dal MIPAAF con l’Elenco dei portatori d’interesse e potenzia e sistematizza l’iniziativa individuale del Viceministro delle Infrastrutture Nencini, potrà dare alcune indicazioni preziose circa la dimensione dell’industria del lobbying in Italia, quantomeno nei settori di competenza del Ministro Calenda. Sarà possibile comprendere quali interessi vengono perseguiti, da parte di chi e con quali dotazioni di bilancio. Tuttavia, risulta evidente la differenza con il modello americano che pure, si è visto, non è privo di falle. Differentemente da quanto avviene negli Stati Uniti il Registro Trasparenza del MISE, infatti, coprirà solo alcuni settori e non agirà nel contesto di una legislazione organica a livello nazionale. Pertanto, rimane evasa la questione di fondo circa l’ampiezza di quella zona grigia di cui resta ignota la capacità finanziaria e di influenza sui decisori pubblici. Tutto ciò, mentre il mondo del lobbying è sempre più professionalizzato, professionalizzante e integrato nella società, risultando essenziale, grazie a una strategia di public affairs trasparente, professionale e sostenibile economicamente ed eticamente, alla crescita del mondo dell’impresa.

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Ieri per i lobbisti americani è stato il Lobbying Disclosure Act day. È stato infatti pubblicato il report dell’autorità di Vigilanza USA con i dati sul lobbying americano per il secondo trimestre del 2016 (aprile-giugno). Politico ha raccolto i dati più interessanti, per le diverse categorie di impresa, che riportiamo di seguito: SPESA (aprile-giugno 2016) PER ATTIVITÀ DI LOBBYING – SOCIETÀ DI CONSULENZA Akin Gump Strauss Hauer & Feld: $9.53 milioni (vs. $9.54M in 1Q16 and $10.23M in 2Q15)* Brownstein Hyatt Farber Schreck: $6.74 milioni (vs. $6.74M in 1Q16 and $6.25M in 2Q15)* Podesta Group: $5.96 milioni (vs. $5.94M in 1Q16 and $5.75M in 2Q15)* Van Scoyoc Associates: $5.74 milioni (vs. $4.8M in 1Q16 and $5.8M in 2Q15)* Holland & Knight: $4.96 milioni (vs. $4.86M in 1Q16 and $4.955M in 2Q15)* Squire Patton Boggs: $4.66 milioni (vs. $4.65M in 1Q16 and $6.76M in 2Q15)* BGR Government Affairs: $4.46 milioni (vs. $4.19M in 1Q16 and $4.64M in 2Q15)* K&L Gates: $4.35 milioni (vs. $4.33M in 1Q16 and $4.65M in 2Q15)* Williams & Jensen: $4.27 milioni (vs. $4.28M in 1Q16 and $4.52M in 2Q15)* Cornerstone Government Affairs: $4.22 milioni (vs. $4.03M in 1Q16 and $3.82M in 2Q15)* Capitol Counsel: $4.08 milioni (vs. $4.2M in 1Q16 and $4.3M in 2Q15)* Peck Madigan Jones: $3.37 milioni (vs. $3.26M in 1Q16) Fierce Government Relations: $3.33 milioni (vs. $3.21M in 1Q16 and $3.24M in 2Q15) Cassidy & Associates: $3.32 milioni (vs. $3.03M in 1Q16 and $3.31M in 2Q15)* Covington & Burling: $3.32 milioni (vs. $3.05M in 1Q16 and $3.08M in 2Q15)* Mehlman Castagnetti Rosen & Thomas: $3.31 milioni (vs. $2.99M in 1Q16 and $2.88M in 2Q15)* Washington Council Ernst & Young: $3.31 milioni (vs. $3.06M in 1Q16) Capitol Tax Partners: $3.14 milioni (vs. $3.1M in 1Q16) Venable: $2.77 milioni (vs. $2.63M in 1Q16 and $2.39M in 2Q15)* Hogan Lovells: $2.76 milioni (vs. $2.61M in 1Q16 and $3.23M in 2Q15)* SPESE IN LOBBYING DI IMPRESE E ASSOCIAZIONI (2015/16) U.S. Chamber of Commerce ($22.7 milioni) National Association of Realtors ($9.38 milioni) U.S. Chamber Institute for Legal Reform ($6.45 milioni) Pharmaceutical Research and Manufacturers of America ($5.82 milioni) Business Roundtable ($4.81 milioni) Boeing ($4.75 milioni) American Hospital Association ($4.69 milioni) American Medical Association ($4.31 milioni) Google ($4.24 milioni) AT&T ($4.07 milioni) National Association of Broadcasters ($3.61 milioni) Lockheed Martin ($3.49 milioni) Comcast ($3.38 milioni) Prudential Financial ($3.17 milioni) Southern Company ($3.12 milioni) FedEx ($3.06 milioni) National Cable and Telecommunications Association ($3.04 milioni) Amazon ($3 milioni) Amgen ($2.91 milioni) Pfizer ($2.89 milioni) C’è anche la classifica dei contratti di consulenza più onerosi: Brownstein Hyatt Farber Schreck: Caesars Enterprise Services ($850,000) McGuiness & Yager: HR Policy Association ($560,000) Akin Gump Strauss Hauer & Feld: Gila River Indian Community ($520,000) Sidley Austin: Intrexon Corporation ($490,000) Covington & Burling: Qualcomm ($450,000) Dentons: Tohono O'odham Nation ($430,000) Covington & Burling: Western Conference of Teamsters Pension Trust ($390,000) Venn Strategies: Employee-Owned S Corporations of America ($380,000) Akin Gump: Empresas Fonalledas ($340,000) Allegiance Strategies: American Unity Fund ($320,000)

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(Gaetano Gatì) Sono i lobbisti i principali target della politica del Partito Democratico americano. Una tendenza che parte dalla campagna elettorale di Obama per le prime elezioni presidenziali del 2008. Come ha riportato Politico, i democratici si sono fatti avanti con delle proposte concrete durante questa campagna elettorale, e tra i progetti è presente la riforma che vede al centro due importanti aspetti della politica americana: l’attività di lobbying e i finanziamenti delle campagne elettorali. La decisione è stata presa nelle scorse settimane, proprio mentre si svolgeva l'incontro tra l'allora candidato Bernie Sanders e lo stesso Obama, dal capo designato dei democratici al senato Chuck Schumer (democratico dello Stato di New York). “Una coincidenza”, secondo le parole del futuro capogruppo Dem al Senato, che però secondo molti opinionisti era dettata dal tentativo di conquistare una parte dell'elettorato molto cara al senatore del Vermont, ossia gli studenti e i giovani in generale. “Non abbiamo parlato con il senatore Sanders ma siamo sicuri che approverebbe questo tipo di misure”. Particolarmente a cuore sta ai democratici la riforma sui finanziamenti, che porterebbe a un limite ai flussi di denaro nelle campagne. Questo limite fortemente voluto dai Dem è però in contrapposizione con il forte utilizzo che loro stessi hanno fatto dei PAC, con quello dedicato alla maggioranza del Senato. Ma la riforma non è fine a sé stessa: l'aspetto fondamentale è il tentativo di accaparrarsi il favore di Sanders che da tempo sta prendendo posizioni molto più estreme rispetto ai propri compagni di partito. Anche la candidata alla presidenza Clinton vede con favore il disegno di legge affermando che potrebbe mettere un freno ai forti interessi privati a Washington a favore di un rafforzamento della democrazia. Tra le iniziative proposte dai Dem anche un divieto permanente di “revolving doors” per chi ha ricoperto la carica di decisore pubblico .

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A Washington ci sono anche i proprietari di serpenti, gli amanti dei cavalli e i coltivatori di prugnaAlcuni di questi gruppi di pressione hanno speso più di 3,2 miliardi di $ per fare lobbying sui decisori nazionali di Washington DC. Oltre ai lobbisti solitari come Steve Basset, che spinge per desecretare i documenti sugli UFO, o i lobbisti del tofu, altri piccoli gruppi sperano di influenzare l’agenda politica del Congresso con temi molto (anche troppo) specifici. Ecco alcuni esempi:Il Consiglio dei Palloncini (Balloon Council), che “per educare i consumatori e le autorità di regolamentazione sulle meraviglie dei palloncini di lattice” ha speso 80k $ nel 2014 per fare lobbying (secondo alcuni, cifre.. gonfiate);le Famiglie dei Conservatori di Antiquariato, tre famiglie in possesso di una grande collezione di avorio di elefanti che dal 2014 fanno pressione sul Governo per eliminare i divieti sul commercio delle zanne;l’Associazione americana di Possessori di Rettili, amanti delle squame che lottano contro la proibizione di tenere in casa alcuni tipi di pitoni, è da diverso tempo “in guardia” in attesa di occasioni utili per presentare proposte;Victoria Mc Cullough è invece una lobbista che, proveniente da una famiglia petrolifera ma amante dei cavalli, ha speso 135k $ per rimuovere la carne equina dai menù americani;l’Alleanza delle Monetine (altro che bitcoin e e-commerce..) sostiene invece un ritorno alle care vecchie monete metalliche, appoggiata dalle società estrattrici e dalle macchinette automatiche, a sostegno della tesi che con meno banconote si salverebbero milioni di piante;il Board delle Prugne Secche della California, nel 2000 è riuscito a far cambiare idea nientemeno che alla Food and Drug Administration (la massima autorità regolamentare chimico-sanitaria degli USA) sul nome del prodotto, da un “maschilista” prune a un “dried plum” che attirava più pubblico femminile (questa la motivazione, seria).Americanate. Ma quanto ci piacciono..

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La Joint Commission on Public Ethics - JCOPE dello stato di New York sta pensando di inserire le comunicazioni attraverso i social media tra le attività di comunicazione nei confronti del decisore pubblico da rendicontare come lobbying. La decisione, annunciata anche dal governatore Andrew Cuomo nel discorso annuale sullo stato dello Stato, fa parte di un quadro complessivo di nuova “eticizzazione” della politica di Albany dopo una serie di scandali. In particolare, tra le “mire” della Joint Commission coloro che svolgono attività di lobbying a tutti gli effetti, ma vengono considerati professionisti delle pubbliche relazioni e non delle relazioni istituzionali. Negli scorsi giorni, lo stato del nordest degli USA ha inserito nella definizione di lobbista anche professionisti della comunicazione come social media strategist e PR. In un comunicato stampa della JCOPE si afferma come “i lobbisti [stiano] sempre più ricorrendo ai social media per portare avanti la loro attività di lobbying. Alla luce di questo è quindi richiesta chiarezza nei casi in cui l’uso di social media è diretto ad attività di lobbying e rendicontabile”. La Joint Commission ha aperto una consultazione pubblica valida fino al 19 febbraio, e da quel giorno saranno approntate le linee guida sull’uso dei social media per attività di lobbying. Tra le richieste anche opinioni su cosa può essere considerato grassroots lobbying, quale impatto possono avere le condivisioni di post o i retweet, quale importanza hanno le comunicazioni fatte ad un account social di un dirigente pubblico piuttosto che quelle recapitate alla mail o agli indirizzi di posta ufficiali. Ovviamente non sono mancate le critiche da parte della community dei professionisti delle relazioni istituzionali, pubbliche ed esterne. L’accusa principale alla Commissione è quella di aver ecceduto nella propria competenza legislativa, violando il diritto ad esprimere liberamente la propria opinione. Un portavoce della Public Relations Society of America ha annunciato contributo fortemente critico da parte dell’associazione.Tra le altre associazioni contrarie, Citizens Union of the City of New York, New York Advocacy Association, New York Civil Liberties Union, la New York Press Association,  lo studio di avvocati Wilson Elser, le società di PR come Davidoff, Hutcher & Citron e West Third Group , diverse testate giornalistiche (come Crain's New York). Ogni violazione delle decisioni del Joint Committee costa 10.000 $. Questa, ed altre norme del Lobbying Act statale, secondo i professionisti del lobbying e quelli delle PR richiedono modifiche molto più urgenti rispetto a quelle derivanti dal nuovo orientamento dello stato di New York.

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La scorsa settimana i tassisti europei hanno manifestato contro Uber, con energiche dimostrazioni di piazza: copertoni dati alle fiamme nelle strade di Parigi, scioperi in Italia e Spagna. “Rivogliamo il mercato che ci è stato rubato”, è lo slogan dei conducenti che accusano la compagnia di commettere abusi e inquinare il mercato. “Il libero mercato deve vincere”, replicano coloro che vedono nella vettura con autista non professionale, chiamata via app, una rivoluzione che è inutile cercare di fermare. Ma il caso Uber è l’occasione per aprire ancora una volta il processo alla sharing economy. Produce vantaggi e ricchezza per tutti o li distrugge? Un rapporto di McKinsey stima che nel 2025 i ricavi del settore nel suo complesso raggiungeranno i 325 miliardi di dollari, frutto del lavoro di tutte le aziende oggi attive. La pattuglia continua a crescere. Nel trasporto oltre a Uber ci sono BlaBlacar, Didi Kuaidi in Cina, Lyft (Usa) e Yandex (Russia). Nel turismo operano, oltre ad Airbnb, l’americana Couchsurfing, l’inglese Onefinestay e la tedesca 9flats. Ma si possono anche affittare uffici con WeArePopUp, dividere pasti con Eatwith, Meal Sharing, Traveling Spoon; far ruotare il guardaroba con Yerdle; condividere risparmi e benefici dell’energia solare con Yeloha. Tutte sperano di crescere e diventare come le apripista: Aibnb lavora in 190 paesi ed è valutata dal mercato 20 miliardi di dollari. Uber in soli sei anni di vita è presente in 300 città di 60 nazioni e ha un valore stimato in oltre 50 miliardi di dollari. E’ una valanga economica che non si può ignorare e che ha prodotto vantaggi non solo per i consumatori. Gli autisti di Uber, ad esempio, hanno una copertura assicurativa aggiuntiva mentre i proprietari di case Airbnb stipulano polizze che coprono i danni e pagano i servizi di coloro che effettuano la manutenzione settimanale a favore degli affittuari. Se i vantaggi non vanno solo alle compagnie, quindi, è opportuno che le autorità che regolano il mercato ne prendano atto e comincino a costruire un ponte tra loro e gli incumbent “minacciati” dalla nuova concorrenza. In Russia Yandex ha trovato un accordo in base al quale le corse in eccesso vengono dirottate sui taxi tradizionali. A Londra Eatro, che offre cibo a domicilio, ha raddoppiato il lavoro degli chef qualificati. Altre strade possono essere percorse, a patto che chi fa leggi e regolamenti prenda atto dell’esistenza di soggetti che sono realtà economiche e non ceda invece alla forza di pressione delle lobby. In Italia purtroppo i segnali non sono incoraggianti. Il ddl concorrenza, varato a febbraio 2015, è ancora in discussione; ora è al Senato. Nel corso dell’iter ha subito modifiche da parte di gruppi di pressione sponsor di assicurazioni, notai, avvocati, dentisti, società energetiche. In ultimo, e proprio nei giorni della protesta anti-Uber, l’attacco al progetto di dare più libertà alle macchine a noleggio. Speriamo che la scelta sia imparziale e non l’effetto di un copertone bruciato. Fonte: Fabio Bogo, Repubblica

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