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Con l’approvazione della Legge di Bilancio da parte del Parlamento giungerà a conclusione un semestre molto impegnativo per la compagine di Governo. Il combinato disposto dello scontro con l’Unione Europea sulla manovra e delle aporie evidenziatesi in queste settimane nel «Contratto per il Governo del cambiamento» ha sottoposto ad una significativa sollecitazione non soltanto il rapporto tra i partner di maggioranza, ma la loro stessa vita politica interna. FBLab, il Centro studi specializzato in analisi del contesto politico-istituzionale di FB Associati, prima società italiana di lobbying e advocacy, ha elaborato un Paper che fotografa una panoramica della dialettica interna al Movimento 5 Stelle in un sistema di «non correnti». Il Documento illustra «Le tappe dello scontro interno», ovvero come e quali temi presenti nell’agenda politica hanno suscitato un dibattito nel Movimento, dalla fine dell’estate ad oggi, e prosegue con una classificazione delle relative «non correnti». Il fenomeno osservato risulta, infatti, mobile e labile: ragione per la quale l’esame di posizioni e dichiarazioni dei singoli esponenti considerati m– principale fonte del lavoro – sono state oggetto di un ulteriore vaglio critico da parte di FBLab e dei suoi analisti. Nelle sezioni «Le non correnti» e «Schieramenti trasversali single-issue» vengono, per un verso, illustrate le appartenenze alle sensibilità descritte e, per un altro, le affinità tematiche consolidatesi nel Movimento. Da questa analisi emerge una lettura integrata e originale della dinamica politica M5S, contrassegnata non soltanto dallo spiccato dualismo tra il vice-premier Di Maio e il Presidente della Camera Fico ma anche dalle frequenti incursioni degli altri maggiorenti del Movimento. *** FBlab è il Centro studi di FB&Associati dedicato all’analisi degli scenari politico-decisionali, grazie a un pool di analisti specializzati nel monitoraggio legislativo e regolatorio e nella produzione di Rapporti e Dossier di lettura del contesto istituzionale e delle politiche pubbliche. Il Centro collabora con diversi Istituti, tra cui l’Università Statale di Milano e la Società Italiana di Scienza Politica e opera a supporto di FB Associati, la prima società italiana di consulenza di lobbying e advocacy attiva dal 1996 e fondata da Fabio Bistoncini (www.fbassociati.it). La sua mission è affermare una visione della rappresentanza di interessi che punti a fornire al decisore pubblico informazioni tecniche e contenuti di valore per arrivare alla formulazione di provvedimenti, leggi e atti in modo trasparente, autonomo e consapevole.

Italia

Nel corso del convegno di oggi, il presidente di Open Gate Italia e docente all'università di Tor Vergata invita il Ministro della Giustizia di ascoltare le istanze dei lobbisti e dei giuristi Considerazioni molto critiche nei confronti della disciplina del reato di “traffico di influenze illecite” sono state espresse durante il convegno dal titolo "Il confine tra lecito e illecito nella rappresentanza di interessi. Il problematico inquadramento del reato di traffico di influenze", organizzato oggi 30 novembre in collaborazione tra Open Gate Italia, l’Accademia degli Studi Legali e il Master Processi decisionali e Lobbying e disciplina anticorruzione in Italia e in Europa dell’Università di Tor Vergata. L’incontro, cui hanno partecipato studiosi, avvocati, magistrati e lobbisti, ha, tra l’altro, esaminato il progetto di riforma dell’Art. 346-bis del codice penale, contenuto nel ddl così detto “spazzacorrotti” proposto dal ministro Bonafede. In particolare, in apertura dei lavori, Giovanni Guzzetta,  professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Tor Vergata, Presidente di Open Gate Italia e Presidente dell’Accademia di studi legali, ha contestato il vizio del legislatore italiano di intervenire sulla materia della rappresentanza di interessi, che in tutte le democrazie più avanzate costituisce un’attività riconosciuta e lecita, senza una disciplina generale, ma attraverso norme punitive per le ipotesi di abuso da parte degli operatori. In particolare il prof. Guzzetta ha dichiarato: “Con il solito provincialismo italiano, il legislatore anziché affrontare sistematicamente la disciplina di un’attività, ormai riconosciuta universalmente come una delle forme in cui operano le democrazie contemporanee, ha deciso di prenderla in considerazione solo sotto il profilo delle eventuali patologie. E’ come se anziché disciplinare le attività sportive, si dettasse solo la normativa antidoping. Per giunta - continua il prof. Guzzetta – il legislatore scrive le norme in modo tale che nessuno riesca a capire quali siano le attività dopanti e quali no. Ci si augurava che con il ddl anticorruzione, il Ministro Bonafede avrebbe ascoltato le critiche che sono piovute praticamente da tutti gli operatori: non solo i lobbisti, ma anche i giuristi che da anni denunciano l’oscurità della norma penale sul traffico di influenze. Continua Guzzetta: "Non contento, il Ministro Bonafede anziché chiarire la normativa, la rende ancora più evanescente e incomprensibile togliendo l’unica certezza che c’era, ossia che per esserci traffico influenze ci dovesse essere quantomeno un comportamento illecito del pubblico funzionario coinvolto nel rapporto con l’autore del reato. Ma anche questo appiglio alla realtà oggi rischia di scomparire e rimangono solo una sfilza di avverbi (indebitamente, illecitamente) che però rimangono appesi, perché cosa sia debito o indebito, lecito o illecito non sta scritto da nessuna parte. Una norma penale in bianco degna della peggiore tradizione dei regimi giacobini e totalitari.”

Interviste

Alla vigilia della Brexit Open Gate Italia entra nel network internazionale di Lodestone Open Gate Italia, società di consulenza specializzata in Public Affairs, Strategy & Regulation, Media Relations & Digital PR firma una partnership con Lodestone, società di consulenza strategica con sede a Londra, ed entra ufficialmente a far parte del nuovo Network Internazionale specializzato in “political intelligence” e “policy expertise”. La nota agenzia britannica, classificata tra le migliori quindici società di Public Affairs del Regno Unito nel 2016 e nel 2017 e recentemente candidata a tre premi, tra cui quello per “Consultancy of the Year”, in vista della Brexit e di tutti i cambiamenti che si profilano all’orizzonte a livello internazionale, ha deciso di espandere il proprio raggio d’azione su tutto il vecchio continente stringendo una serie di partnership con aziende esperte nel settore della consulenza, per creare una rete che garantisca ai clienti di ciascuna la piena e totale copertura in ambito regolamentare ed istituzionale su tutto il territorio europeo. La nuova joint venture creata da Lodestone prevede partner in Italia, Francia, Germania, Belgio e Irlanda del Nord che vanno a rafforzare il network già esistente dell’azienda che si estende in America, nel Sud Est Asiatico e in Medio Oriente. Nei primi mesi del 2019 verrà organizzato un evento a Londra per introdurre ufficialmente i nuovi membri della partnership, l’occasione per effettuare una profonda analisi della situazione politica ed economica Europea e per mettere in risalto tutte le opportunità e gli eventuali rischi di business. Open Gate Italia, nel 2018 al decimo anno di attività, è pienamente soddisfatta di entrare a far parte di questo network che rappresenta, come ha sottolineato Laura Rovizzi, amministratore delegato della società: “Il punto di partenza per affrontare le sfide poste dalle nuove tecnologie che implicano il superamento dei confini nazionali. Anche perché lo sviluppo di un’organizzazione pan-europea è il primo passo per diventare competitivi a livello internazionale e per offrire servizi sempre migliori ai nostri clienti”. Tra i nuovi partner selezionati da Lodestone figurano: Stratagem, Irlanda del Nord. Azienda fondata nel 1998 da Quintin Oliver e specializzata nella comunicazione strategica. Commstrat, Francia, esperta nel settore della comunicazione e dei public affair. Fondata nel 2017 da Guillaume Labbez, che precedentemente era Direttore Associato della leader company francese Boury, Tallon & Associés. jsk.berlin, società di public affairs il cui core business è l’area dei governmental affairs. Il lavoro del team a stretto contatto con le istituzioni garantisce ai clienti di jsk.berlin di essere sempre informati sulle decisioni di governo e stakeholders. Tradepeers Ltd, compagnia di consulenza con sede a Brussels e a Londra, esperta nel fornire supporto alle società che devono affrontare la Brexit.

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Mercoledì 14 novembre la presentazione a Roma del nuovo libro di Antonio Iannamorelli Un tentativo di “reverse engineering” delle scelte di management e comunicazione messe in campo da Armando Diaz dalla fine del 1917 al 1918 e che consentirono all’Italia di riprendersi dopo la disfatta di Caporetto. Una lezione di crisis management con un occhio alla più grave crisi che il popolo italiano ricordi. Con uno sguardo al mondo del lobbying e a come il lobbista sia, a tutti gli effetti, un gestore di tempi, parole e persone e non un semplice collettore di relazioni e informazioni. Antonio Iannamorelli, direttore operativo della società romana di public affairs e comunicazione Reti, ha analizzato gli errori nella comunicazione delle istituzioni che furono destinate ad affrontare la disfatta di Caporetto nel corso della Prima Guerra Mondiale. La scelta di Diaz come “crisis manager” al posto del generale Cadorna, la nuova strategia di alleanze e il nuovo modo di rapportarsi all’esercito e al popolo sono state rapportate a una situazione molto comune ai giorni nostri, anche alla luce dei disastri naturali e antropici che i grandi operatori di mercato sono chiamati ad affrontare in un mondo sempre più interconnesso e ricco di informazioni (e delle loro interpretazioni). Il libro, che verrà presentato verrà presentato domani, mercoledì 14 novembre alle 18.30 alla libreria Feltrinelli - Galleria Sordi (link all’evento Facebook) con ospiti d’onore come Aldo Cazzullo, Giuliano Frosini e Simonetta Pattuglia, presenta un focus dedicato ai lobbisti. Armando Diaz, infatti, ha predisposto una vera e propria strategia di lobbying per rivedere il codice comunicativo e relazionale nei confronti degli stakeholder pubblici e permettere loro di cambiare idea su decisioni prese prima del conflitto. Il rapporto con il Parlamento, con il Governo, con gli alleati diventa la prima vera attività del generale e fa capire come, anche e soprattutto oggi, nella crisi sia decisivo il rapporto con i decisori pubblici. Con uno sguardo a due casi dei giorni nostri tutti da approfondire, raccontati dal punto di vista privilegiato del professionista del settore. Secondo Iannamorelli “Il Crisis Management oggi è una scienza, si insegna nelle università, è un elemento essenziale delle strategie di gestione della comunicazione aziendale, ma le crisi esistono da sempre e da sempre le persone che occupano posizioni di responsabilità lavorano per superarle. L'occasione che offre la crisi - ha continuato l'autore - spinge le organizzazioni al cambiamento. Sappiamo che le organizzazioni di qualsiasi tipo, soprattutto in Italia, sono abbastanza conservatrici, non accettano la sfida del cambiamento fino a quando non sono costrette”. Una lezione per il lobbista di oggi e del domani, raccontata attraverso un episodio di ieri. Una sfida affascinante, tutta da leggere.

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FB&Associati, società di consulenza specializzata in lobbying e public affairs fondata nel 1996 da Fabio Bistoncini, lancia un nuovo progetto di consulenza strategica integrata in ambito advocacy e reputation management, in collaborazione con MR&Associati Comunicazione, società con consolidata esperienza in web reputation e digital strategy. Nel nuovo Parlamento, più dell’80% dei suoi componenti è presente su Facebook, il 66% su Twitter, il 45% su Instagram e il 40% su Youtube, arene in cui sono presenti oltre 34 milioni di cittadini. Oltre il 40% degli utenti italiani utilizza i social network per informarsi ed esprimere la propria opinione politica, quotidianamente. Uno scenario, quindi, che presenta dinamiche di complessità del tutto nuove e in cui le azioni di lobbying necessitano di essere rafforzate da attività mirate ad ottenere il coinvolgimento e la costruzione di una base di stakeholders capaci di legittimare i temi di interesse. È per questo che nasce FB Bubbles: Think Campaign! con l’obiettivo di affiancare aziende, associazioni ed enti nello sviluppo di campagne per far emergere e governare efficacemente le proprie issue all’interno delle nuove arene di formazione delle opinioni che sempre di più impattano nella formazione dell’agenda istituzionale. Solo con campagne integrate di advocacy, web reputation e media affairs, oltre ad un’attenta definizione dei messaggi è possibile contrastare – sul lungo periodo - la resistenza delle cosiddette bubbles, vere e proprie comfort zone che limitano la circolazione delle opinioni, influendo sulle dinamiche del dibattito pubblico e sulle decisioni assunte nel contesto istituzionale. “In questi 22 anni di attività nel settore del lobbying e del public affairs, FB&Associati è stata un osservatore diretto e privilegiato dei profondi cambiamenti istituzionali del Paese. - ha dichiarato Fabio Bistoncini AD e fondatore di FB&Associati - Da sempre, riteniamo il sistema della rappresentanza degli interessi un prezioso stimolo al funzionamento del processo democratico. FB Bubbles è una piattaforma integrata di competenze che consente, attraverso campagne multi-stakeholder, di promuovere e difendere i legittimi interessi anche all’interno delle nuove arene di policy, dove i social network hanno modificato le regole del gioco, ridefinendo le dinamiche del sistema mediatico e i processi di determinazione delle priorità delle agende politiche ed istituzionali.” FB Bubbles è formata da un team dedicato di professionisti specializzati in public affairs, media relation e web advocacy che operano in sinergia nelle sedi di Milano, Roma e Bruxelles. Fonte foto: FB Bubbles

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Martedì 26 giugno torna #OpenLobby, la terza edizione del fortunato format ideato da Reti, società di comunicazione e lobbying di Roma, che apre le porte dei propri uffici a chiunque voglia imparare e capire di più cosa significhi oggi fare lobbying. Nel corso di questa terza edizione di #OpenLobby si alterneranno tre momenti di discussione e dibattito dedicati a tre aspetti e modi di fare lobbying: locale, nazionale ed europea, con ospiti d’eccezione: tre lobbisti, tre professionisti della comunicazione, moderati da tre giornalisti. Si alterneranno nella sede di Reti di via degli Scialoja 18: Massimo Bruno, Head of Institutional Affairs Italy di Enel; Daniele Chieffi, Head of Digital Communication di Agi e Valentina Renzopaoli, giornalista del sito Affari Italiani; Francesca Chiocchetti, Public Affairs Manager di Samsung, Francesco Nicodemo, comunicatore e giornalista e Roberto Arditti, Direttore editoriale del sito Formiche; Marco Margheri, Direttore degli Affari istituzionali di Edison, Caterina Epis, Responsabile Relazioni Istituzionali di Tenaris Dalmine e Lorenzo Robustelli, Direttore del portale Eunews. “Raccontare il nostro lavoro alla luce del sole serve a trasmettere consapevolezza su cosa facciamo e su come la rappresentanza di interessi aiuti la democrazia a funzionare meglio”, dichiara Giusi Gallotto, CEO di Reti. “Siamo pronti ad accogliere giovani aspiranti lobbisti entusiasti e curiosi, li accompagneremo alla scoperta delle nostre attività con trasparenza e professionalità”, aggiunge Gallotto. I partecipanti avranno l'opportunità di vivere la giornata tipo del lobbista all'interno delle stanze di una delle maggiori aziende di public affairs in Italia, di scoprire quali sono le tecniche per costruire un network di relazioni, di comprendere come si fa monitoraggio delle istituzioni e come si interviene, in piena trasparenza, sui processi decisionali. #OpenLobby si conferma un format di successo. Giunto ormai alla sua terza edizione, con più di cento iscritti ogni anno, resta un appuntamento formativo immancabile per apprendere direttamente dai professionisti della comunicazione e del public affairs come si rappresentano gli interessi delle aziende italiane e internazionali che operano in Italia e nell'Unione europea.  

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(Riceviamo e con piacere pubblichiamo) La parola “Lobby” fa ancora da scudo ad un panorama zeppo di ipocrisie. Mentre Roma era già piena di sedicenti amici di amici di ministri, di sottosegeretari di e capi e vicecapi di gabinetto, prima che fossero insediati, un imprenditore veniva "intercettato" e poi arrestato assieme a manager pubblico e politici per corruzione e altro. Tutti innocenti fino al terzo grado,etc. Ma intanto si grida “hanno stato le lobbies. Adesso facciamo una legge”. Posizione ipocrita. Regolamentare le lobbies e le fondazioni politiche sarebbe allora la risposta alla corruzione? Le Fondazioni politiche, ad esempio, fanno parte della mancata regolazione, indicata in Costituzione, delle forze politiche. Ma è anche un po' colpa nostra. Certo è cresciuta la consapevolezza della necessità di trasparenza, ed il dibattito sulla regolamentazione degli altri, ma mai della politica. Ci sono manuali e testi accademici, libri utili e strutturati di diversi colleghi (Fabio Bistoncini, Alberto Cattaneo), articoli ed iniziative di Mariella Palazzolo. Molte università, come ad esempio LUMSA e LUISS di Roma, hanno inserito lobbying e public affairs nei percorsi di studio. Ma proposte di legge, non sono state portate a termine dal Parlamento. Si è lavorato sul lato degenerativo del rapporto tra pubblico e privato, sulla prevenzione burocratica (con l'ANAC), ma senza ridurre il peso della burocrazia che favorisce i corrotti. Sul piano penale c’è la legge Severino con l’ineffabile reato di traffico di influenze illecite. Più che parlare di registri,allora bisognerebbe cambiare registro: intestiamoci una battaglia a favore del confronto tra interessi pubblici e privati per creare buone pratiche e soluzioni. Qualcosa è avvenuto con l’inserimento, nel codice degli appalti, del Débat Public. O con l’estensione del “cartellino” e la stanzetta dei lobbisti. Ma non c'é stata una rivoluzione; il parziale sdoganamento della parola ci ha fatto ritornare a dove eravamo: quando serve la lobby resta una parolaccia, nei salotti acculturati viene apprezzata come parte del processo democratico. Trasparenza, accountability, apertura, partecipazione, open data, open government e #openlobby sono tutte frontiere ormai aperte, ma siamo sicuri che non ci parliamo addosso? Temo che quanto abbiamo detto e fatto finora non tenga conto del terremoto che ha investito la rappresentanza politica e degli interessi. Oggi molti giovani affrontano questa via con onore e dignità, e molte, non a caso, sono donne e “potrebbero tutti giurare sulla costituzione” e se non ci fossero saremmo in una dittatura. Quante volte l’abbiamo detto! Ma intanto quell’imprenditore va a cena con l’autorevole manager “nominato” a capo di una partecipata, che tratta a nome di una giunta comunale e sono insieme ad un ministro in pectore. Che lavoro faceva in quel momento il dott. Lanzalone? Parnasi non aveva bisogno di un cartellino per dire la sua. Forse il mondo è cambiato da un pezzo e noi siamo arrivati solo ai cartellini e ai master. Lavoriamo sodo, e siamo tutti più colti, preparati, bellini e presentabili; facciamo feste glam, interviste ed aperitivi in terrazza, rischiando di far succedere a vecchi faccendieri una pattuglia di lobbisti dell’apericena, alcuni in malcelata ammirazione per il potere (sia detto con rispetto quale? nda) dei “Bisignani”. Pochi dibattiti di sostanza, poco coraggio, poca visione autonoma e molti selfies di libri, drink ..e di se stessi alla presidenza di qualche convegno. Su Instagram naturalmente. Mi spiace lanciare un ruvido allarme: nonostante i miglioramenti di cui ci compiaciamo, chi lavora sul fronte dei public affairs rischia di essere irrilevante, di diseducare governo e interessi tornando alla corsa a chi conosce chi .. in una Roma dove “si usa” appunto il.. “tutti conoscono tutti”, ma pochi ne sanno qualcosa. In questo “interregno di sistema” che scompone alleanze internazionali, forze politiche, governi e sistemi un tempo stabili, dovremmo trovare punti di riferimento più solidi. Chi rappresenta interessi o aiuta a rappresentarli ha un rapporto con “lo Stato” sulla base di competenze regolatorie, politiche e comunicative, di proposte alte, non di conoscenze personali vere o millantate. I professionisti dei Public Affairs aiutano lo Stato, cioè Parlamento, Governo (qualunque governo), Pubblica Amministrazione (con le sue enormi competenze) a fare meglio ascoltando di più gli interessi. Con qualche idea. La formazione della volontà pubblica non è più un processo verticale, un sistema di comando, ma una rete di responsabilità, nella quale, decisione, comunicazione e discorso pubblico, frammentati, multiformi e spesso distorti, hanno un ruolo di reciproca influenza e co-determinazione con gli interessi Oltre a regolamentare la attività di lobbying, sarebbe ora di regolamentare le politiche pubbliche e la politica in modo che attori e processi siano trasparenti, semplici e accessibili, a partire dai partiti, dai corpi intermedi, e dai Think Tank Se il terreno di gioco si inclina verso una o due società o “consulenti di fiducia” da premiare e/o istituzioni/corporazioni amiche, interne e privilegiate dal sistema politico o da una sua parte, non ce n’è più per nessuno. Una bonifica andrebbe fatta su conflitti di interessi e sliding doors non solo per i media, anche con un sistema di “follow the money” , e non sulla “percezione” o “presunzione”, ma sui fatti con un osservatorio indipendente sulla trasparenza appoggiato dalle istituzioni (stile Sunlight Foundation) Avendo qualche esperienza passata per 5 o 6 diversi governi, aggiungo che l’autonomia di giudizio, senza nascondere le proprie idee, di un portatore di interessi, come di un giornalista, quanto di un politico, arricchisce il pluralismo e aumenta la fiducia tra persone che meritano per i contenuti che portano. Al contrario, la corsa al carro dei vincitori,la compagnia di giro, la dissimulazione delle proprie idee non è mai stata una buona pratica per nessuna delle parti. Alla fine riduce una realtà complessa ad un sistema parziale, amicale, di circoli e reti di cronies, che presto diventa asfittico, soffocante e dannoso soprattutto per chi ha nuove responsabilità. Limitarsi alla tiritera sulle regolamentazioni, sperare nelle festicciole, nei #pourparler (de che?) favorisce alla fine i lobbisti ombra, il gossip malizioso e la spregiudicatezza dei chiacchieroni. E’ un’illusione facile per chi ha ancora scarsa esperienza politica, ed un’occasione golosa per chi è abituato ad operare nell’ombra e a “marciarci”. Superiamola insieme. Massimo Micucci Analista politico, comunicatore, consulente, lobbista (web companies, energia, editoria)

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Movimenti nelle relazioni istituzionali del settore energetico Giuseppe Meduri è il nuovo direttore Relazioni istituzionali nazionali, locali, europee e internazionali del Gruppo A2A. Proviene da Enel dove ricopriva il ruolo di responsabile Affari Istituzionali Centrali. Meduri è stato componente della commissione Industria e Ambiente di Confindustria Nazionale e presidente della sezione Energia di Confindustria Firenze e membro della Giunta Unione Industriali Pisani e del Consiglio Camera di Commercio di Pisa. 45 anni, ha maturato esperienze in ambito Comunicazione e Public Affairs presso aziende e pubbliche amministrazioni e svolge attività di docenza presso istituti di formazione e università. Fa parte del comitato scientifico del Master in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d'Impresa ed è direttore didattico del corso Public Affairs e Comunicazione Istituzionale presso l'università Iulm di Milano. Meduri è inoltre giornalista pubblicista e socio Ferpi. (Fonte foto: Formiche.net)

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(Giacomo Alessandrini) «In attuazione della nuova disciplina anticorruzione e così come previsto dal piano anticorruzione e trasparenza 2018-2020 che recentemente abbiamo approvato, la Città Metropolitana di Napoli sarà tra le prime in Italia a mettere in opera un programma informatico facilmente accessibile, che consentirà a ciascun dipendente che ravvisi anomalie all'interno dell'Amministrazione, di segnalare le condotte illecite rilevate, con garanzia di assoluta riservatezza». È con questa nota che la scorsa settimana, il Sindaco della Città Metropolitana di Napoli Luigi de Magistris, ha annunciato l’importante passo avanti per la trasparenza degli uffici pubblici compiuto dall’amministrazione partenopea con sede a Piazza Matteotti. Il whistleblowing, termine derivante dall'inglese «blow the whistle» (che si riferisce all'azione dell'arbitro di soffiare nel fischietto per segnalare un fallo o un'infrazione) offre una tutela legale a chi decide di denunciare pubblicamente, da dipendente interno, condotte illecite o fraudolente compiute all’interno di un’organizzazione pubblica o privata. La normativa, approvata lo scorso 30 novembre 2017 (legge n.179) ed entrata in vigore il 29 dicembre seguente, era stata suggerita da Transparency International Italia, durante la sua audizione in Commissione Antimafia, come uno dei mezzi principali e indispensabili per arginare la corruzione (come già analizzato in un precedente articolo). Secondo Antonio Meola, segretario generale della Città Metropolitana di Napoli, “La norma sul Whisteblowing, vale a dire la segnalazione di attività illecite nell'amministrazione pubblica da parte del dipendente che ne sia venuto a conoscenza per ragioni di lavoro, avvicina l'Italia all'Europa”. Proprio al segretario generale Meola, i dipendenti della Città Metropolitana di Napoli potranno segnalare i casi di illecito attraverso strumenti protetti da crittografia e leggibili unicamente dal medesimo RCPT (responsabile prevenzione corruzione e trasparenza) e senza incorrere in misure ritorsive (come spesso, purtroppo, accadeva in passato). Foto: Affaritaliani

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(Federica Bandera) Al via oggi la settimana dell’amministrazione aperta 2018 promossa dal Dipartimento della Funzione Pubblica e dal Team OGP Italia, per parlare, confrontarsi e discutere di trasparenza, partecipazione, cittadinanza digitale ed innovazione. Anche quest’anno, dopo il successo della scorsa edizione, il Dipartimento della Funzione Pubblica ha voluto fortemente che, nell'ambito del Terzo Action Plan italiano dell’Open Government Partnership, trovasse spazio una intera settimana dedicata a temi come quello della partecipazione ai processi decisionali e della rappresentanza di interessi, trattati fin troppo spesso in termini quasi esclusivamente negativi ed in maniera inadeguata (ne parla oggi anche Lobby Monitor, l’appuntamento domenicale degli appassionati di lobbying). In un momento di profonda sfiducia nelle Istituzioni e di tumultuosi cambiamenti economici e sociali, la comprensione dell’effetto di questi ultimi sui sistemi di rappresentanza degli interessi e, più in generali, sull’architettura delle democrazie occidentali non è solo necessario, bensì fondamentale per poterli governare. Il contesto in cui ci muoviamo, come spiega bene il prof. Alberto Bitonti, esperto di public affairs e lobbying, nonché autore del libro Lobbying in Europe, in un articolo su The Good Lobby, richiede un attento e costante studio delle nuove dinamiche dei sistemi democratici, soprattutto attraverso l’analisi di come il potere dei decisori pubblici viene influenzato durante il processo di policy making. Questo strumento di indagine risulta al giorno d’oggi estremamente efficace, alla luce della crescita esponenziale negli ultimi anni del settore del lobbying e public affairs, conseguenza della crisi della democrazia rappresentativa e dei suoi tradizionali attori. Se, allora, la rappresentanza di interessi è sempre più frammentata ed affidata a tanti e diversi attori e gli strumenti di partecipazione istituzionale latitano, come è possibile far sì che le decisioni pubbliche tengano conto in maniera sostanziale di ogni interesse rappresentato o non rappresentato, particolare o generale ma, soprattutto, meritevole di essere perlomeno valutato? Da qui l’importanza del concetto di open government, centro nevralgico di tutta l’Open Government Partnership, così come della settimana dell’amministrazione aperta. Trasparenza, partecipazione, accountability, cittadinanza digitale ed innovazione i pilastri sui quali riflettere. Nei prossimi sette giorni, spazio quindi al dialogo, al confronto ed alla discussione fra Istituzioni e società civile. Ed in questo quadro non poteva mancare il contributo dell’associazione RENA, piattaforma acceleratrice di innovazione, oltre che membro dell'OGP Forum del Dipartimento della Funzione pubblica. Insieme a numerosi partner (Riparte il Futuro, Open Polis, Il Chiostro, Transparency International Italia, Ferpi, Prioritalia) e grazie ad un comitato scientifico* di prim’ordine, composto da esperti del settore, docenti ed accademici, giovedì 8 febbraio alle ore 18 RENA lancerà il nuovo progetto “OpenGov e innovazione del policy-making”. L'idea dell’incontro, che si svolgerà al Coworking Testaccio di Roma, è quella di mettere intorno ad un tavolo le organizzazioni più rappresentative, competenti ed interessate a questo tema, per lanciare un nuovo progetto civico-accademico, che combini una solida base di ricerca con la volontà di incidere nella realtà promuovendo un cambiamento positivo nei processi decisionali pubblici. Il workshop di giovedì intende quindi essere un primo momento di riflessione e di discussione per immaginare un orizzonte di azione comune e per definire i prossimi passi da compiere insieme. Quale miglior modalità per parlare di open government se non un dibattito pubblico ed inclusivo proprio nella settimana dedicata all’amministrazione aperta? (Federica Bandera, Consiglio Direttivo RENA e Public Affairs Community Group) *Il comitato scientifico: Emiliana De Blasio Leopoldina Fortunati Furio Honsell Nicola Lupo Bernardo Giorgio Mattarella Alessandro Natalini Alberto Petrucci Andrea Pritoni Nicoletta Rangone Michele Sorice

Europa

(Francesco Angelone) Seppur nato da un progetto del Ministero della Difesa Usa, internet – da quando è diventato di ampio accesso – è sempre stato considerato un baluardo della democrazia, un luogo dove non esistono caste e tutti sono in qualche modo uguali. Corollario di questo principio, oltre che sua pratica applicazione, è la net neutrality: tutto il traffico su Internet deve essere trattato allo stesso modo, senza corsie preferenziali. Da diverso tempo, ormai, negli Usa si parlava di una possibile rivisitazione di questo principio, permettendo alle società che forniscono le connessioni online (i cosiddetti provider) di trattare in modo diverso i contenuti che circolano sulle loro reti e, conseguentemente, proporre offerte commerciali differenziate per il servizio prestato. Ora tutto questo è realtà. Giovedì 14 dicembre la Federal Communications Commission (FCC), agenzia governativa che ha il compito di vigilare sulle comunicazioni, ha votato (3 a 2) per porre fine alla net neutrality. L’agenzia è composta da 5 membri, 3 repubblicani (i favorevoli) e 2 democratici (i contrari) e il suo presidente, Ajit Pai, è stato nominato da Trump. Il piano approvato dalla FCC centra l’obiettivo di rimuovere i vincoli normativi posti durante l’amministrazione Obama e ‘ristabilire la libertà su internet’. Ma la libertà di chi? Chi sostiene la bontà di questa decisione, infatti, crede che la rete fino al 2015 (quando la FCC di colore politico opposto intervenne a garantire la neutralità) non avesse problemi di alcun tipo circa la disparità di trattamento dei siti e dei servizi. Chi vi si oppone, invece, pare chiedersi soprattutto la libertà di chi questa decisione dell’agenzia federale vada a tutelare. Secondo questi, i provider - ovvero colossi industriali del calibro di AT&T, Verizon e Comcast - potranno controllare il traffico online e condizionare i loro clienti privilegiando alcuni contenuti su altri. Come se non bastasse, negli Usa alcuni di questi fornitori di accesso a internet sono anche distributori di contenuti. Si pone, così, il problema di un potenziale conflitto di interessi, materia sulla quale dovrà esprimersi un’altra agenzia federale, la Federal Trade Commission. Contrappeso di questa liberalizzazione del sistema sarà la trasparenza che la FCC richiederà ai provider per tutelare i consumatori e permettere agli operatori più piccoli di aver accesso ad informazioni che possano promuovere l’innovazione delle infrastrutture di cui dispongono. Ma anche sull’effettivo e corretto funzionamento di questo meccanismo permangono dei dubbi. E così per le conseguenze di questa decisione. Per i sostenitori della neutralità della rete, è stata proprio la parità nel trattamento dei contenuti a favorire il successo di Internet, la trasformazione di alcune imprese in colossi globali e allo stesso tempo a garantire la sopravvivenza dei ‘pesci più piccoli’. In qualche modo, quindi, il piano della FCC ucciderebbe la rete delle reti. Gli altri, tra cui lo stesso Pai, sostengono che le nuove regole consentiranno agli ISP (Internet Service Provider) di aumentare i ricavi, in modo da potere investire per rafforzare le reti e offrire servizi migliori ai clienti, anche nelle aree geografiche dove si guadagna meno. La risoluzione dell’agenzia sulle comunicazioni arriva al termine di una quasi estenuante attività di pressione che entrambe le parti hanno condotto. Secondo il Center for Responsive Politics, organizzazione attentissima a queste questioni, negli ultimi dodici mesi la FCC ha ricevuto un totale di circa cento report sul tema. Imprese di telecomunicazioni, associazioni di categoria e gruppi di advocacy contrari alla neutralità della rete secondo queste stime hanno affrontato una spesa totale di circa 110 milioni di dollari. Inferiore, pari a circa 39 milioni di dollari, la spesa di coloro che hanno fatto pressione per mantenere in vigore le regole fissate nel 2015. Tra questi, imprese del settore tech e i colossi Amazon, Facebook e Twitter. Un flusso di denaro, quello elargito da entrambe le fazioni, che ha preso la direzione sia dei democratici che dei repubblicani. 495 su 535 sono, infatti, i membri del Congresso che hanno ricevuto fondi da questi gruppi, a dimostrazione di quanto il tema sia tenuto in considerazione tanto dagli operatori del settore che dai policy-maker. Una curiosità: Ajit Pai, presidente della FCC, in precedenza ha lavorato per Verizon. Altra curiosità: una delle organizzazioni più attive contro la net neutrality è stata la no-profit American Commitment, che ha svolto un lavoro capillare per creare consenso sui social network e che ha beneficiato di fondi a gruppi di decine di migliaia di dollari da donatori perlopiù sconosciuti (essendo questo permesso dal suo particolare status giuridico). Il presidente di questa no-profit, Phil Kerpen, presiede la Internet Freedom Coalition, una federazione al cui interno siedono diverse associazioni di cui sono membri Verizon, Comcast, Sprint e AT&T. E al di qua dell’oceano? Come ha riportato La Stampa, la presidente della Camera Laura Boldrini, tra le principali sostenitrici della Dichiarazione dei Diritti di Internet nel 2015, ha definito l’abolizione della net neutrality negli Stati Uniti come un fatto «grave», ricordando come non sia democratico privilegiare certi contenuti rispetto ad altri, discriminando e aumentando sensibilmente i costi per i consumatori. In Europa, il Parlamento ha invece votato un regolamento sulle telecomunicazioni che, oltre ad avere eliminato il roaming per la telefonia mobile nei Paesi dell’Unione, ha anche previsto più garanzie per la neutralità della rete. Con buona pace delle lobby degli operatori. Che sia questa “the next big thing” di cui discutere in un negoziato tra USA e UE per regole comuni sulla net neutrality?

Europa

Il 20 dicembre al Centro Studi Americani si svolgerà l’incontro con Patrick Costello, direttore del Council on Foreign Relations, Washington External Affairs, dal titolo “Think Tank e policy making, Il modello americano e l’esperienza italiana”. L’evento (qui il link con tutte le info) organizzato da Formiche, Centro Studi Americani e dall’Unità Affari Istituzionali Italia di Enel Group sarà un’occasione di confronto con rappresentanti istituzionali, aziende, associazioni, comunicatori e professionisti del public affairs, sul ruolo dei Think Tank e delle terze parti nello studio e promozione di policy pubbliche. L’esperienza del keynote speaker Patrick Costello, Director of Washington External Affairs del Council on Foreign Relations, tra i più autorevoli Think Tank americani, sarà un utile valore aggiunto per comprendere il ruolo dei “pensatoi” nell’analisi di soluzioni tecniche e politiche da mettere a disposizione per le istituzioni. Ma cosa fa un think tank, e quali sono i think tank italiani? Una recente e completa analisi di Open Polis, “Cogito ergo sum” (qui il link), ha raccolto e raccontato l’azione di più di 100 strutture che creano network e sviluppano argomentazioni su temi specifici. Ognuno di essi è legato ad un particolare polo di potere economico o a una personalità politica. I think tank, di cui Formiche è un attivo rappresentante, rispondono all’esigenza sempre più comune di trovare una “casa” alle idee politiche, sempre più compresse tra forme di rappresentanza meno tradizionale e avvento della veloce comunicazione social. Fondazioni, associazioni, libere riunioni di menti e strumenti sono strutture ormai fondamentali per mettere a punto una corretta e inclusiva strategia di lobbying e advocacy da parte dei diversi attori economici. Ai grandi gruppi industriali di ogni settore non basta più essere membri di associazioni di categoria (Confindustria, Confcommercio) o avere una struttura radicata sul territorio per creare una base di consenso. Sempre più i temi tecnici e politici portati al tavolo della discussione con le istituzioni sono suffragati da autorevoli studi di “pensatoi” che rappresentano un orientamento politico e hanno come peculiarità quello di dare un parere “terzo” ad una opinione, coinvolgendo tutti gli attori interessati al tema trattato. L’esperienza americana, raccontata da Patrick Costello, sarà utile a far comprendere che i think tank sono ormai lo strumento fondamentale del lobbista (ma anche, e sempre più spesso, del politico) che, con le parole del prof. Mattia Diletti, “cerca di fare egemonia sul tema, convincendo sulla base di dati e ricerche. Il think tank crea il clima culturale affinché una proposta di modifica legislativa sia possibile”. La natura del think tank in Italia è però diversa da quella anglosassone, perché diversa è la base culturale dei due contesti, e soprattutto è differente la modalità di presa decisionale. Negli USA, ad esempio, nascono insieme all’idea stessa di lobby (per approfondire, un articolo sul NY Times). Ma in Italia si sta evolvendo anche questo aspetto, con il nuovo concetto di “Action tank” che (lo aveva spiegato bene Gianluca Comin nella rubrica Spin Doctor su Lettera43) coinvolge ancor più direttamente le imprese nell’esigenza di raccogliere idee di policy e di trasformarle in azioni concrete.

Italia

(Giacomo Alessandrini) Lo scorso 15  novembre, in aula a Montecitorio, è stato dato il sì definitivo all’approvazione della legge sul whistleblowing. Ma cosa si cela dietro questo termine inglese sconosciuto ai più fino a due settimane fa? Il whistleblower (da cui, appunto, l’attività di whistleblowing) è colui che denuncia pubblicamente, da insider, condotte illecite o fraudolente all’interno di un’organizzazione pubblica o privata. Negli Stati Uniti, il lavoratore che trova il coraggio di denunciare attività illecite condotte all’interno del proprio luogo di lavoro, non solo viene tutelato, ma anche indennizzato, in quanto il primo beneficiario di tali denunce è proprio lo Stato, che rimpingua le proprie casse smascherando attività di corruzione presenti nella pubblica amministrazione. In Europa, e in particolar modo in Italia, spesso, purtroppo, succede il contrario. Molte volte è accaduto che il whistleblower sia stato mobbizzato o addirittura licenziato per la sua azione di denuncia. Eppure i dati della Commissione Europea parlano chiaro: il whistleblowing può addirittura portare ad un ritorno, in termini monetari, di circa 50 miliardi di euro. Anche l’Italia, con anni di ritardo, si è mossa per recuperare il gap non solo con gli Stati Uniti, ma anche con il resto d’Europa (perfino la Romania si era dotata di una legge sul whistleblowing prima di noi). La legge porta la firma dell’On. Francesca Businarolo, deputata del Movimento5Stelle che aveva avanzato la proposta già nel 2013.  Dopo 4 anni di lavoro, con 357 voti favorevoli sui 418 presenti (con 46 contrari e 15 astenuti) la Camera ha approvato il testo. L’approvazione della legge sul whistleblowing è importante per una duplice ragione. Innanzitutto, perché tutela chi segnala attività illecite o fraudolente (proteggendo l’identità del whistleblower). Inoltre, perché costituisce un fattore importante per risalire la classifica stilata dall’associazione Trasparency International Italia (di cui avevo parlato nel precedente articolo), che vede come fanalino di coda il nostro Paese per quanto riguarda l’anticorruzione.

Italia

(Federico Bergna) Il 20 novembre Il Consiglio Affari Generali dell’Unione Europea ha votato l’assegnazione di due delle principali agenzie indipendenti, la European medicines agency (EMA) e la European banking authority (EBA). La vicenda ha destato molto interesse in Italia per la candidatura forte di Milano alla prima agenzia e ancor più per il metodo di votazione, che ha visto la vittoria di Amsterdam sul capoluogo lombardo tramite un sorteggio, dopo che le due città erano uscite a pari punti dal terzo turno –decisiva l’astensione slovacca. Nel dibattito pubblico si è parlato molto del risultato dettato dalla sorte ma poco del metodo alla base della candidatura. Milano ha presentato il dossier ritenuto più solido e per questo favorito fino all’ultimo, puntando su carte vincenti come la sede del grattacielo Pirelli, il respiro europeo cittadino, la presenza di centri d’eccellenza in materia di ricerca, università e innovazione, la rete di infrastrutture e trasporti, il successo di Expo2015 e le potenzialità future di sviluppo. La solidità della proposta non è stata sufficiente per ottenere un risultato dal contenuto fortemente politico. L’azione di lobbying sui governi non ha dato i suoi frutti e, indipendentemente dal sorteggio, è stata fallimentare se 13 stati si sono rivelati contrari alla città nella votazione decisiva. È parsa evidente, anche su questo tema, la divisione dei 27 paesi europei in tre blocchi, nord Europa, paesi mediterranei ed est. Mentre Amsterdam ha investito la sua attività di pressione principalmente sui paesi del nord (con la sola defezione della Svezia), l’Italia ha rifiutato questa logica, puntando a una maggioranza trasversale e geograficamente più larga. Il risultato è stato il voto poco coeso del sud Europa -emblematico il voto contrario della Spagna- e la sconfitta di Milano in una partita nella quale prevalevano ragioni politiche totalmente estranee al merito della discussione, come dimostra la rapida esclusione della favorita Francoforte nelle votazioni per l’autorità bancaria. La sconfitta non cancella la positività di un modello curioso e inedito di lobbying sviluppato durante l’esperienza, replicabile in futuro su altri tavoli ed esempio positivo – e culturalmente rilevante - di attività di pressione volta allo sviluppo del Paese, nel pieno perseguimento dell’interesse generale, superando la tradizionale ostilità verso ogni forma di lobbying che pervade il Paese. In primo luogo si è assistito a una inusuale coalition building tra due attori istituzionali, Comune di Milano e Regione Lombardia, quasi sempre contrapposti su ogni tematica e alla costante ricerca di protagonismo. Il presidente Maroni, il sindaco Sala e i componenti delle rispettive giunte si sono spesi con determinazione in ogni sede fino all’ultimo, per presentare una proposta solida e cercare di ottenere un risultato importante allo sviluppo cittadino e della nazione. Superando le diffidenze reciproche e le divisioni politiche sono riusciti a unirsi e creare una governance verso un obiettivo condiviso. Alle istituzioni si sono affiancate nella coalizione Confindustria, Assolombarda e la Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, con una intensa attività di promozione della candidatura nel mondo industriale europeo, nelle associazioni omologhe, fino all’invito a Milano di 45 consoli degli Stati partner. Diana Bracco ha svolto il ruolo di rappresentante del mondo industriale nella promozione di Ema Milano. Nella partita, minore sembra essere stato l’attivismo del Governo sugli altri governi, nonostante la dinamicità del sottosegretario per gli Affari Europei Gozi e del consigliere del premier per la promozione dell’Ema Moavero Milanesi. A differenza degli altri Paesi candidati, che hanno visto un ruolo di primo piano dei Primi ministri, in Italia non è stata svolta una sufficiente attività di pressione e negoziazione ai massimi livelli, cruciale in una competizione rivelatasi del tutto politica più che tecnica e promozionale. Dopo la delusione occorrerebbe analizzare nei dettagli una vicenda che potrebbe rappresentare un caso studio e modello vincente, superandone alcune inefficienze, per l’attività di lobbying istituzionale e la capacità di fare sistema in negoziati complessi.

Europa

(Giacomo Alessandrini) Lo scorso 10 ottobre è stato presentato il report annuale Agenda Anticorruzione 2017 dall’associazione Trasparency International Italia. Risultato? Italia al sessantaseiesimo posto su 176 Paesi presi in analisi e terzultima in Europa. Nel vecchio continente hanno fatto peggio di noi (o meglio, se si considera la classica al contrario, cioè partendo dal più corrotto) solamente Grecia e Bulgaria.  Ma il dato vero è che l’Italia, sotto il profilo normativo, ottiene 62/100, affondando miseramente sul lato sanzionatorio (45/100). Tuttavia, per contrastare i fenomeni di corruzione che hanno radici “storiche” in Italia, oltre ad applicare le leggi già in vigore (alzando così quel misero punteggio di 45/100), servirebbe anche colmare alcuni orror vacui normativi, per dirla con un linguaggio caro ai giuristi. Infatti, ci sono lacune che più di altre incidono pesantemente sul nostro sistema. Da un lato, la mancanza  di tutela per chi denuncia casi di corruzione (il c.d. whistleblowers), dall’altro l’assenza di una regolamentazione unitaria e organica delle attività di lobbying. Lo stesso presidente di Trasparency International Italia, Virginio Carnevali, di certo non un lobbista di professione, ha affermato che c’è la necessità di “riempire il vuoto legislativo sul whistleblowing e sul lobbying” per poi concentrare “sforzi e risorse per applicare più efficacemente le tante e buone leggi che abbiamo”. L’Italia su questi due macro tematiche è ancora lontana sia dai vicini europei che dai Paesi anglofoni, e i dati del rapporto lo confermano: 25/100 sul whistleblowing e 28/100 sul lobbying. Dello stesso avviso di Carnevali è anche il Presidente dell’ANAC Raffaele Cantone “oltre alla tutela del whistleblowing, è indispensabile una legge sulle lobby”. Sempre Trasparency International Italia ha indicato quali sono le priorità che sia il Governo che il Parlamento dovrebbero far proprie per arginare i fenomeni di corruzione nel nostro Paese, e al primo posto dell’agenda c’è la regolamentazione del lobbying. Ciò che risulterebbe importante, infine, non è solamente uno sforzo normativo da parte del potere legislativo sul tema, ma anche il formarsi di un’opinione pubblica favorevole, opinione pubblica che ancora oggi è troppo disinformata e carica di pregiudizi sull’attività di lobbying.

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