NEWS
Tutti i Post
Una prima finestra sulla trasparenza è stata aperta. Anche se forse sarebbe meglio chiamarla "finestrella". Il dato certo, e comunque significativo, è che finora sono 368 i soggetti iscritti nel registro dei lobbisti del ministero dello sviluppo economico lanciato qualche mese fa da Carlo Calenda. Per gli amanti dei calcoli, considerando che le prime iscrizioni sono partite il 6 settembre scorso, si tratta di più di sette registrazioni al giorno. Un passo in avanti, non c'è che dire, visto che per incontrare ministro e sottosegretari bisogna essere iscritti. Ma anche tanti buchi che forse andrebbero colmati. Per esempio negli elenchi, divisi per categoria, manca qualche operatore "eccellente". Così come in tutta la regolamentazione pubblicata sul sito dello Sviluppo spicca l'assenza di un qualsiasi riferimento al "reporting": da oggi sappiamo che ci sono 368 portatori di interessi nei confronti del ministero, ma non sapremo quando avverranno gli incontri tra lobbisti e funzionari, chi incontrerà chi e su quale tema. In più va considerato che la stessa iscrizione nel registro è su base volontaria. I DETTAGLI Ad ogni modo la categoria più numerosa è quella delle associazioni commerciali e di categoria, con 124 iscrizioni. Qui, però, a farla da padrona è la Confindustria, che praticamente ha infilato moltissime confederazioni territoriali. AI secondo posto, con 121 registrazioni, ci sono imprese e gruppi. In questo caso abbiamo tutti i più grossi interlocutori del ministero in base ai settori d'interesse, dall'energia alle telecomunicazioni. Tra le società partecipate dallo Stato, però, spiccano le assenze (per ora) di aziende che comunque potrebbero avere interessi da perorare di fronte al ministero come Poste, Ferrovie e Finmeccanica. E soprattutto mancano colossi che per certo hanno contatti col ministero come Google e Amazon. Ancora, con 41 registrazioni ci sono le società private di lobb}ing. Anche qui accanto alla registrazione di alcuni dei nomi più noti, come Fb e Associati, Reti, Strategic Advice, Open Gate, Utopia, Comin & Partners e via dicendo, spicca l'assenza di alcune realtà come Public Affairs Advisors e Hdrà, quest'ultima particolarmente agganciata a palazzo Chigi e con tono folto numero di clienti pubblici e privati. Così come ci sono assenti "eccellenti" nella categoria dei sindacati. Se Cisl, Abi (associazione bancaria) e Cia (agricoltori) risultano iscritti, di Cgil, Uil e tanti altri per ora non c'è traccia. Di sicuro la pubblicazione dei 368 soggetti contribuisce a evidenziare profili che spesso sfuggono alla messa a fuoco degli stessi operatori del settore. GLI ALTRI Tra le realtà private di lobbying, per esempio, si segnala una società londinese che si chiama Tancredi Intelligent Communication Ltd, guidata da Giovanni Sanfelice di Monteforte, ex Barabino e Telecom. Oppure ci sono la Cosind Sa e la Innovazione2 Sagl, due società che hanno sede allo stesso indirizzo di Chiasso, in Svizzera, entrambe rappresentate sul registro da Francesco Giammarino. La Cosind, curiosità, evidenzia nel registro una delle maggiori spese per attività di lobb}ing, tra gli 80o e i 90o mila euro. E questo è un altro degli elementi di debolezza dell'elenco, perché non tutte le società indicano fatturato e spese per attività d'interesse. Ancora, nella categoria dedicata alle amministrazioni locali, a dir la verità per ora numericamente molto scarsa, si segnala una società con recapito a Pechino che si chiama Cinitalia-Gbtimes, interessat a coproduzioni italo-cinesi e a un progetti con la Rai, rappresentata da Gengnian Wang. Stefano Sansonetti - La Notizia (scarica l'articolo in .pdf)  

Italia

La Camera ci prova. Anche se per adesso ci sono soltanto alle linee guida, che serviranno come base per elaborare un testo vero e proprio. L'ufficio di presidenza di Montecitorio sta infatti mettendo a punto il regolamento attuativo per l'iscrizione al registro delle lobby, così come stabilito ad aprile dalla Giunta del regolamento. La relatrice in Ufficio di presidenza è Marina Sereni (Pd), che ha recentemen¬te illustrato ai colleghi quelli che saranno i capisaldi del regolamento. Undici pagine in tutto, che La Notizia ha potuto visionare, divise in 7 capitoli. Si va dalla "definizione dei soggetti tenuti all'iscrizione nel registro" fino alle "sanzioni", passando per le "modalità di accesso alle sedi della Camera dei soggetti iscritti nel registro" e l'"eventuale individuazione di locali e attrezzature". Andiamo con ordine. "Dai lavori preparatori", spiega il documento, "emerge l'obiettivo di escludere dall'obbligo di iscrizione i soggetti portatori di interessi pubblici e istituzionali". DENTRO E FUORI Non dovrebbero quindi essere costretti a registrarsi rappresentanti delle amministrazioni di organi costituzionali o di rilevanza costituzionale, delle regioni, degli enti locali, delle autorità di regolazione e garanzie istituite dalla legge, delle Forze armate e delle Forze dell'ordine e delle organizzazioni internazionali e sovranazionali, gli agenti diplomatici e i funzionari consolari. "Dovrebbero ritenersi escluse dall'obbligo di iscrizione", è scritto a pagina 4, "anche le confessioni religiose". Non dovrebbe invece essere prevista l'esclusione di organizzazioni sindacali, organizzazioni non lucrative di utilità sociale e associazioni di consumatori. Quindi il registro, secondo quanto illustrato dalla Sereni, potrebbe essere così articolato: organizzazioni sindacali e datoriali; organizzazioni non governative; imprese, gruppi di imprese, aziende; soggetti specializzati nella rappresentanza professionale di interessi di terzi; associazioni professionali; associazioni di categoria o di tutela di interessi diffusi; altro. La richiesta di iscrizione al registro dovrebbe invece essere diretta dall'Ufficio di presidenza, magari individuando "un organo avente compiti istruttori e di supervisione, anche in materia di sanzioni". IL CONTROLLORE Non è però da escludere una modalità di gestione informatizzata del registro stesso, "anche mediante la predisposi-zione di una specifica applicazione che consenta l'acquisizione on line delle richieste di iscrizione e delle successive variazioni". Per quanto riguarda il destino dei pass, la relatrice ha fatto sapere che il Comitato per la sicurezza ritiene preferibile che l'accesso dei lobbisti alla Camera avvenga sulla base di permessi temporanei giornalieri, rilasciati previa richiesta di un deputato. Sul fronte degli spazi accessibili a Montecitorio, l'ipotesi è invece quella di lasciare invariata la regola attuale che prevede il divieto di accesso ai corridoi e agli spazi antistanti le commissioni. Per la relatrice sarebbe bene individuare degli spazi riservati ai lobbisti con computer o monitor per seguire i lavori che potranno essere tempo¬ranei o permanenti. CHI SBAGLIA PAGA Capitolo sanzioni. La disciplina approvata dalla Giunta individua quelle della sospensione e della cancellazione dal registro, rimet-tendo all'Ufficio di presidenza il compito di irrogarle graduandole in relazione alla gravità. L'iter ipotizzato dalla Sereni dovrebbe prevedere anche l'eventuale audi¬zione dell'interessato o il deposito di memorie. Giorgio Velardi - La Notizia (scarica l'articolo in .pdf)

Italia

(Erika Munno) Il Comune di Milano sta sperimentando un modello di agenda pubblica degli incontri per l’assessorato alla Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data di Lorenzo Lipparini. Il progetto è nato nell’ambito dell’Open Government Partnership, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana, ed è descritto nell’azione 28 del terzo piano di azione, sotto il nome “Milano Trasparente: Agenda pubblica degli incontri dei pubblici decisori”. L’azione presenta due innovazioni significative: la novità dell’idea in sé, che rappresenta un tipo di pratica innovativa che sta prendendo piede sul nostro territorio segno di un positivo effetto di diffusione di politiche per la trasparenza, e il processo partecipato con cui è stata adottata, cioè all’interno di un piano di azione di natura governativa, curato dal Dipartimento per la Funzione Pubblica, ma che per la prima volta è stato esteso anche alla partecipazione degli altri livelli di Governo. Tant’è che anche il Comune di Roma ha partecipato proponendo un proprio modello di agenda pubblica e registro dei portatori di interesse. Abbiamo intervistato l’Assessore Lipparini per sapere di più su questo progetto ma anche sulle modalità con cui è nato. Come è maturata l'idea di creare un registro degli incontri dell'Assessorato? L'idea, nell'ambito del nuovo Assessorato a Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data, è stata simbolica ma caratteristica di un modo con cui si vuole lavorare con la nuova struttura, che è quella della più completa trasparenza e soprattutto della rendicontazione dell’attività svolta attraverso la pubblicazione dei dati che abbiamo ritenuto più significativi. Tra questi, a livello decisamente innovativo, c'è una restituzione di informazioni rispetto agli incontri con le persone che vengono in Assessorato a richiedere un appuntamento, per presentare proposte e progetti. Si tratta di diverse categorie di persone, sia cittadini sia associazioni, sia società o enti ecc., che in questo modo vengono tracciati, anche con fini di archivio e, quindi, con la possibilità di ricostruire le tipologie degli interlocutori e gli argomenti più spesso trattati all'interno degli incontri di lavoro dell’Assessorato. Perché avete deciso di inserire questa azione all'interno del progetto Open Government Partnership (OGP), anziché realizzarla come una iniziativa propria del Comune di Milano? OGP è stata una delle primissime proposte che ci è stata presentata appena attivata la struttura dell'Assessorato. Ci è stato chiesto di proporre un paio di azioni, abbiamo presentato quelle che avevamo già in mente di eseguire e abbiamo partecipato ai lavori di OGP candidando alcune di queste iniziative. Con la consultazione che si è svolta nel mese di agosto, nell'ambito del programma OGP, abbiamo validato e sottoposto ad una più ampia cornice istituzionale le nostre proposte, che avevamo comunque deciso di implementare, ma che così hanno avuto dal contesto OGP più visibilità e confronto con i cittadini. A cosa si deve la scelta di non affiancare all'agenda pubblica degli incontri, anche un albo dei portatori di interesse come hanno scelto di fare altre amministrazioni? Il tema dei portatori d’interesse riguarda la legislazione nazionale. Noi, in questo momento, nell'assenza di una legislazione nazionale sui portatori d’interesse abbiamo scelto di non legare l'agenda pubblica degli incontri a un registro comunale. Questo perché non volevamo caricare di ulteriori passaggi burocratici coloro che vengono in Assessorato a proporre idee e progetti, si tratta non solo di aziende, lobby, enti o associazioni, ma tutti i liberi cittadini. Abbiamo scelto di fare una rendicondazione ex post, rispetto al momento in cui avvengono gli incontri, ma non di prevedere l'istituzione di un albo. E' chiaro, però, che se nella legislazione nazionale si faranno passi in avanti in questa direzione potrebbe essere proprio il framework nazionale a creare l'ambiente per lavorare insieme e fare in modo che il registro sia solo uno e non si moltiplichi in decine o centinaia di registri, con oneri evidentemente più complessi per chi sceglie di entrare in contatto con le pubbliche amministrazioni. L'agenda degli incontri dell'assessorato con i rappresentanti-portatori d’interesse avrà ad oggetto solo i suoi appuntamenti o anche quelli dell'intero Assessorato?  La sperimentazione verrà estesa all'intera Giunta milanese? In questo momento non c'è una divaricazione tra gli impegni dell'Assessore e quelli della struttura, per il semplice fatto che la struttura è snellissima ed è formata da me e un paio di collaboratori che mi seguono negli incontri. L'intenzione è quella di tracciare comunque gli incontri con tutta la struttura politica di supporto e quindi di tutto l'Assessorato e non solo dell'Assessore e di arrivare, entro la fine dell'anno, alla definizione di linee guida, con una delibera di indirizzo, che proponga anche agli altri assessori l'adozione di uno strumento sperimentale come quello che stiamo mostrando oggi, a partire da questo assessorato. Nei prossimi mesi farò vedere ai colleghi il progetto e come funziona, per vedere anche se ci sono delle migliorie alla proposta che per il momento è stata messa online. Quale è stato il valore aggiunto che la partecipazione della società civile ha dato, alla definizione della vostra azione? E' stato un contributo molto stimolante, anche se, per quanto riguarda la nostra azione, non sono arrivate moltissime segnalazioni. I punti centrali che sono stati toccati sono: la questione del collegamento dell'agenda con un registro, su cui mi sono già espresso prima; la definizione di strumenti di controllo della veridicità dei dati sull'agenda. Si tratta di un tema intrigante su cui siamo impegnati in una riflessione. Ma è chiaro che la responsabilità dei dati comunicati è profondamente in capo a chi li produce, quindi è primariamente una responsabilità politica in capo a me e c'è poi tutta la struttura amministrativa del Comune, in questo caso del mio assessorato, che di fatto gestisce materialmente l'agenda e gli incontri e quindi ha degli obblighi di trasparenza, che sono quelli in generale della normativa dell'anticorruzione e dei regolamenti interni. Essendo una sperimentazione tutte queste segnalazioni possono essere utili per vedere in che direzione evolvere nel futuro. Azione del Comune di Milano e azione del Comune di Roma a confronto L’assessore che coordina l’azione di Roma, Flavia Marzano, ha scelto di pubblicare anticipatamente e interamente la propria agenda, comprensiva di incontri di staff ed eventi pubblici, con una filosofia differente rispetto a quella scelta da noi e più centrata su una rappresentazione dell’utilizzo del tempo di lavoro in assessorato. La nostra agenda si concentra, invece, sulla rendicontazione degli incontri con gli effettivi portatori di interesse. * Lorenzo Lipparini è assessore alla partecipazione e open data nella giunta di Giuseppe Sala. Nato nel 1982, laureato in comunicazione politica, Segretario dell'Associazione Radicale Enzo Tortora e membro della direzione di Radicali Italiani, è stato il più votato della lista Radicali alle elezioni comunali del 2016. Dal 2006 al 2009 è stato assistente degli eurodeputati Radicali al Parlamento Europeo. E' coordinatore lombardo degli iscritti individuali all'Alde Party (Partito dei liberal-democratici europei).

Interviste

GRANDI STUDI LEGALI, SOCIETÀ DI COMUNICAZIONE LIBERI PROFESSIONISTI. MA SOLO IL 23 PER CENTO DELL'ATTIVITÀ SI SVOLGE ALLA LUCE DEL SOLE Sono passati quasi tre anni da quando l'ex consigliere parlamentare, Luigi Tivelli, molto ascoltato nelle stanze del Palazzo, si vide ritirare il badge che gli consentiva di entrare liberamente a Montecitorio e a Palazzo Madama e circolare tra le commissioni. Si era vantato al telefono con uno sconosciuto interlocutore di essere riuscito a far cambiare un emendamento salvando le pensioni d'oro da uno dei numerosi e vani tentativi di contribuzione. «Ho dovuto scatenare mari e monti, è stata una battaglia durissima, quel che è successo lo potrei scrivere in un manuale come caso eccellente di azione lobbistica". Purtroppo per lui, la telefonata fu registrata dai deputati di M5S che chiesero e ottennero la sua espulsione. Al di là dell'episodio, che trasformò l'ex consigliere in un capro espiatorio messo fino troppo brutalmente alla gogna, è proprio quel tipo di pressing lobbistico che preoccupa di più oggi. Un pressing sotterraneo, esercitato per conto di soggetti che a loro volta restano nell'ombra. Il sospetto è che questa voglia di tenere nascosto ogni contatto con chi deve prendere le decisioni (parlamentari, ministri, dirigenti) sia più diffuso di quanto si pensi. Altrimenti non si spiega perché dal dopoguerra ad oggi sono state inutilmente presentate cinquanta proposte di legge per regolamentare il fenomeno-lobby. Poche discusse, nessuna approvata. E il problema si ripropone ogni volta che in Parlamento arriva un progetto che cerca di scardinare interessi consolidati. Come quelli che la nuova lenzuolata di liberalizzazioni proposta dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda sta sfidando da un anno e mezzo. Anche in questo caso i lobbisti sono entrati in gioco e qualcosa per ora hanno strappato: la legge avrebbe dovuto disciplinare la concorrenza di Uber e di Ncc ai tassisti, tutto è slittato di 12 mesi, ci penserà un decreto del governo. I notai, dal canto loro, continueranno ad essere necessari anche per la costituzione di srl semplificate. Il tentativo di esclusione è naufragato. Difficile individuare chi esercita questo tipo di pressing parlamentari. Nulla è regolamentato nell'universo lobbistico. Eppure qualcosa adesso si muove. Dal 6 settembre scorso, i lobbisti che vogliono varcare la soglia del ministero dello Sviluppo economico per parlare con il ministro, devono iscriversi a un registro e firmare un codice di condotta. Ma in Italia non è solo il Mise a muoversi. Anche la Camera ha creato il suo registro (ancora non attivo, n.d.r.) che impone ai rappresentanti di interessi di rendere conto dei loro contatti. E il viceministro delle Infrastrutture, Riccardo Nencini, pubblica dal 2015 sul sito del ministero tutti gli incontri avuti con imprese e associazioni. Certo, se ognuno si fa il proprio registro, sarà il caos. Ecco perché serve una legge nazionale con un unico grande elenco. Tutti la vogliono a parole, ma a impedirla è una sorta di resistenza passiva da parte non solo dei lobbisti nascosti ma anche e soprattutto degli stessi parlamentari. Quanto sia forte questa resistenza, ci aiuta a capirlo una nuova ricerca dell'Università romana Unitelma Sapienza, curata da Pier Luigi Petrillo. Il risultato è che solo il 23% dell'attività di lobbying si svolge alla luce del sole. Il 77% è esercitato da soggetti "di cui è impossibile - dice la ricerca - ricostruire l'indentità dei lobbisti che l'anno generata se non per macrocategorie". Anzi questi signori - società di comunicazione nel 60% dei casi), grandi studi legali (30) e liberi professionisti (10) - "non gradiscono affatto parlare di rappresentanza di interessi". Fabio Bistoncini, fondatore della FB & Associati, una delle più grandi società di consulenza italiane, inorridisce davanti a una stima così negativa: "E' una colossale fesseria, la mia struttura incontra sempre gli interlocutori nelle sedi istituzionali. Questo non vuol dire che non si debba avere finalmente un registro unico al quale dovrebbero iscriversi tutti coloro che rappresentano qualche interesse, nessuno escluso, quindi anche Confindustria e sindacati. Sa perché non se ne fa nulla? Perché chi deve decidere non vuole la trasparenza del processo decisionale". Ma se è così, evidentemente quella zona d'ombra esiste ed è piuttosto ampia. Come è ampio è il numero delle norme sulla trasparenza che vengono puntualmente disapplicate: 230 su 238. Insomma, un quadro di completa anarchia, che conferma le conclusioni dell'ultimo rapporto di Transparency International (una Ong che si propone di combattere la corruzione): in Italia prevale un sistema di "lobbying ad personam", dove i contatti più frequenti non si hanno in Parlamento ma tra i tavoli dei ristoranti romani o nella sala lounge del Fidelity Club Alitalia di Linate. "Lo so - spiega Riccardo Nencini - il fenomeno lobbista in Italia non solo è in aumento ma si è anche parcellizzato nelle richieste che ci arrivano. E le ragioni sono due: i partiti non fanno più da filtro e le associazioni di categoria sono entrate in crisi. Ora si presentano interlocutori che spesso rappresentano solo se stessi". Ma cosa dicono le associazioni di categoria? "Non sapremmo rispondere sull'attendibilità del sondaggio Unitelma - è la risposta di Confindustria - certo, possono esserci zone d'ombra, ma questo non ci riguarda, noi siamo sempre stati trasparenti al 100%. Ben venga una legge nazionale ma sia chiaro: le nuove regole vanno tarate sulla specificità dei soggetti che rappresentano interessi: un conto sono le associazioni come la nostra, un conto sono le società che fanno lobbying come lavoro". "Una lobby che sia solo espressione di interessi corporativi - spiega l'Ania (l'associazione delle imprese assicuratrici) - alla lunga non porterà a nessun risultato. Deve invece saper coniugare gli interessi di categoria con quelli generali. Ecco perché è fondamentale la regolamentazione, anche per restituire alla corretta attività di lobby quella dignità che le è stata ingiustamente sottratta". "La regolamentazione - dicono all'Abi, l'associazione bancaria - deve allinearsi alle esperienze consolidate di altri Paesi europei. Noi abbiamo aderito a tutte le richieste di trasparenza delle autorità europee e italiane". Allinearsi con l'Europa, tuttavia, non sarà facile. La ricerca universitaria ci mette in compagnia con Perù, Argentina, Messico, Cile e Polonia nella graduatoria delle nazioni che disapplicano di più le norme sulla trasparenza. Trasparenza che manca soprattutto quando sono in discussione leggi-omnibus come Finanziarie e Milleproroghe. In quei frenetici frangenti, quasi sempre notturni, spuntano improvvisamente decine di commi all'interno di un emendamento. Come nel caso, citato da Transparency International, del blitz che alla vigilia del capodanno 2008 favorì i tassisti limitando il servizio concorrente di noleggio con conducente. La cui lobby insorse e riuscì a sua volta a fare annullare la nuova norma appena due mesi dopo. O come nel caso del decreto "Salva Roma" in cui venne introdotto nel 2013 un emendamento che riduceva i fondi agli enti locali che avessero limitato il gioco d'azzardo, norma poi ritirata tra l'indignazione generale, con buona pace della relativa lobby. "Il problema - ci dice Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato - non è tanto quello dei lobbisti quanto dei ministri e dei parlamentari che non hanno l'autonomia culturale, politica ed economica necessaria per ragionare con la propria testa. E' esattamente quello che succede anche nel rapporto tra i giornalisti e le loro fonti: chi strumentalizza chi?". "Quando ci sono passaggi delicati - aggiunge Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera - non voglio la presenza di soggetti dietro la porta della commissione. Quando il contatto c'è, avviene in chiaro. Vede, non dobbiamo demonizzare i lobbisti, anche perché in molti casi i loro contributi sono utili soprattutto sul piano tecnico. L'importante è poi decidere con la nostra testa e rendere esplicita la motivazione della scelta". Ecco un obiettivo che il solo registro dei lobbisti non è in grado di garantire: dare trasparenza al processo decisionale. "La Camera - dice Riccardo Nencini - obbliga il lobbista a presentare un resoconto degli incontri avuti, io faccio il contrario, sono io a segnalare l'esito del contatto con i lobbisti". E poi c'è il problema delle "revolving doors", le porte girevoli che vedono funzionari pubblici alla fine loro incarico arruolati subito in società private, che possono così accedere a informazioni riservate. E' un problema riconosciuto dalle stesse società di lobbying: "Ci vorrebbe una pausa di almeno due anni tra un incarico e l'altro" - commenta Fabio Bistoncini - questi sono i veri problemi, non le leggende sui bivacchi di noi lobbisti nei corridoi di Montecitorio. Non è così che operiamo, ci organizziamo molto meglio". Già, come si organizzano i lobbisti? Prima individuano i soggetti coinvolti in un processo decisionale, poi studiano la pratica, dopo di che scatta l'aggancio e insieme al loro interlocutore decidono la forma in cui presentare le proposte. Difficile capire quanti sono. L'unico dato è quello del registro Ue: su 6 mila iscritti, quelli italiani sono circa 600. L'ultima domanda, forse quella più importante, riguarda l'esito delle attività di lobbying. Una cosa la ricerca di Unitelma ce la dice: la possibilità di influenzare un provvedimento aumenta se il pressing lobbistico viene esercitato fin dalla fase preliminare. Viene addirittura tracciata la "curva di influenza legislativa" sulla base di una sessantina di casi 2014-2016 nei settori dei trasporti, dei farmaci e delle banche. Forse i settori più ambiti dal lobbismo, sia italiano che europeo. Ma certamente non i soli se pensiamo che tra gli iscritti nel registro di Bruxelles campeggia anche il nome della federazione internazionale dell'industria pornografica. Una normativa per regolamentare l'attività delle lobby non bisogna inventarla, esiste già in molti paesi del mondo. Gli Stati Uniti, veterani, ce l'hanno addirittura del 1946, Canada e Messico si sono aggiunti più di recente. In Europa il precursore è stata la Germania nel 1951, mentre l'Unione Europea ha affrontato la questione nel 1996. Ma non tutti i paesi l'hanno seguita, mancano all'appello, oltre l'Italia, anche Francia, Spagna, Paesi Bassi, Grecia e altri paesi balcanici, ma anche Svezia e Finlandia. In Asia l'unico paese che ha regolamentato il settore è Taiwan, in Africa nessuno, in America Latina Perù, Cile e Argentina. «Gli incontri che vengono puntualmente registrati non riguardano solo me ma coinvolgono tutto il ministero dello Sviluppo economico, a cominciare dal viceministro e dai sottosegretari». Carlo Calenda è il responsabile di uno dei dicasteri più bersagliati dalle richieste di contatti da parte dei lobbisti. Sono passati esattamente dieci anni da quando il suo predecessore Pierluigi Bersani lanciò la prima lenzuolata di liberalizzazioni. Soprattutto farmaci, banche, assicurazioni: le categorie reagirono con un asfissiante pressing in Parlamento, fatto di emendamenti e commi che cercarono di stracciare almeno una parte di quelle lenzuola. Alcuni passarono, altri no. Adesso la storia si ripete: come allora c'è un "disegno di legge concorrenza" che fatica ad attraversare i corridoi delle Camere. Nove mesi per passare alla commissione Industria del Senato, poi da agosto tutto si è bloccato di nuovo e c'è il rischio che l'aula non riesca a vararlo prima del referendum costituzionale. Si riparla di scatole nere per l'Rcauto, di concorrenza ai tassisti da parte di Uber e Ncc, di energia elettrica, di logistica. E altro ancora. Ministro Calenda, ci risiamo, un'altra controffensiva lobbistica anti-lenzuolate? «No, questa volta i tempi lunghi del ddl concorrenza non sono motivati dal pressing delle lobby interessate, ma dai tempi lunghi delle procedure parlamentari. Il fatto è che ogni misura che comporta una spesa aggiuntiva deve passare in commissione Bilancio». Non mi dirà che non ci sono interessi fortissimi in gioco. «Non voglio dire questo, non c'è dubbio che il disegno di legge tocchi molti interessi, ma, ripeto, non è questo il motivo dello slittamento. Spero vivamente che la legge possa essere approvata prima del referendum. Con la riforma costituzionale, il ddl concorrenza sarebbe legge dal settembre scorso». Dal 6 settembre il suo ministero pone una chiara condizione alle richieste di incontri, è così? «L'iscrizione al Registro della Trasparenza, di per sé volontaria, diventa obbligatoria nel momento in cui società e associazioni varie chiedono di incontrare i vertici politici del ministero (io, il viceministro e i sottosegretari) e quindi di partecipare attivamente al processo decisionale che parte da qui. Al riguardo abbiamo lasciato un mese di tempo prima di far scattare tale obbligo per permettere alle imprese di informarsi e testare il sistema. Il 6 settembre siamo partiti». Non pensa che sarebbe necessario un registro unico nazionale sia per le amministrazioni pubbliche sia per gli organi parlamentari? Non c'è il rischio che ciascuno si faccia il proprio elenco creando ancora più caos? «Sicuramente un registro unico sarebbe più efficiente e semplificherebbe la vita sia a chi si iscrive sia a chi lo consulta. Per noi è stata una priorità da subito, perché il Mise per sua natura è la casa delle imprese. Ma vogliamo che lo sia effettivamente per le imprese, senza distinzioni o privilegi nell'accesso al processo decisionale, e soprattutto alla luce del sole. Il nostro è un progetto pilota che, d'accordo con il ministro Madia, potrà essere esteso a tutto il governo». Chi resiste contro l'approvazione di una legge nazionale? «Onestamente non credo che ci siano delle resistenze specifiche in tal senso, la verità è che si tratta di un cambiamento culturale che richiede un processo per step successivi, per permettere sia alle amministrazioni pubbliche sia ai privati di a un sistema sempre più aperto e trasparente». Non servirebbe anche un resoconto degli incontri avuti con i lobbisti? «Non credo ai processi decisionali in streaming, Gli argomenti che si trattano possono essere riservati e sensibili per l'azienda, per i lavoratori e per l'amministrazione. L'importante è sapere chi accede al ministero e che vi sia evidenza pubblica di chi si incontra con i vertici politici e amministrativi: il registro sarà infatti in prospettiva esteso anche ai direttori generali». Anche i sindacati dovranno iscriversi al registro? «A parte i tavoli di crisi, che esulano ovviamente da queste regole, chiunque venga da noi per rappresentare gli interessi di una certa categoria ha l'obbligo di iscrizione e di firma del codice di condotta». Marco Ruffolo - Repubblica (Affari & Finanza)

Italia

(Erika Munno) L’Open Government Partnership (OGP) è un’iniziativa multilaterale di diversi Governi, lanciata nel 2011 dal Presidente Obama, con la finalità di promuovere politiche pubbliche che favoriscano la partecipazione, la trasparenza, la lotta alla corruzione e l’uso delle tecnologie da parte dei governi. Nel concreto il modello di OGP prevede che ciascuno stato membro predisponga, con la collaborazione della società civile, un piano di azione biennale che contenga le attività che intende svolgere, al fine di incentivare e realizzare politiche pubbliche innovative e aperte. Al termine di ogni ciclo biennale, il lavoro delle amministrazioni viene poi valutato da un organismo indipendente. Il terzo piano d’azione L’Italia ha aderito all’iniziativa sin dal principio. Attualmente, siamo già entrati nella fase di attuazione del terzo piano d’azione, quella più delicata. Le attività di elaborazione, attuazione e monitoraggio, per il periodo 2016-2018, sono state affidate al coordinamento del Dipartimento della Funzione Pubblica: il piano è stato scritto tra giugno e luglio, attraverso un processo partecipato tra amministrazioni e il Forum della società civile (una delle novità di questo piano è che il Forum è diventato un soggetto riconosciuto e membro stabile delle attività OGP), e, successivamente, sottoposto a ulteriore consultazione; il piano contiene 34 azioni suddivise per aree di intervento (rispettivamente, open data e trasparenza, partecipazione e accountability, cittadinanza digitale e innovazione) che coinvolgono sia amministrazioni centrali sia, per la prima volta, alcune amministrazioni locali. Sul sito www.open.gov.it si possono trovare tutti i materiali, compresa la versione finale del terzo piano, che sono stati utilizzati e prodotti durante tutto il processo. I registri e le agende pubbliche Durante i lavori per la stesura del piano uno dei temi dibattuti al tavolo di lavoro “open data e trasparenza” è stato quello della regolamentazione della partecipazione dei portatori di interesse ai processi decisionali, perché l’Italia, come è noto, è carente di iniziative su questo fronte e soprattutto di una politica nazionale organica e che sappia coordinare tutte le diverse azioni che stanno nascendo a vari livelli di governo. I progetti che sono stati elaborati durante gli incontri tra amministrazione e società civile, su questo tema, sono due: “Trasparenza elettorale” e “Tracciabilità dei processi decisionali”. Il primo progetto è stato presentato da Libera, Riparte il Futuro e Transparency International Italia e consiste nella pubblicazione dei dati su candidati e eletti per consentire un voto informato e consapevole. Il secondo progetto si compone di tre obiettivi: la creazione di un registro pubblico nazionale dei portatori di interesse e di un’agenda pubblica degli incontri e la creazione di una legislative footprint, cioè la mappatura dell’iter parlamentare di ogni legge. Queste due azioni proposte dalla società civile hanno, alla fine, ispirato tre amministrazioni: due locali, cioè il comune di Roma e quello di Milano e una centrale, cioè il Ministero per lo sviluppo economico (MISE). Nello specifico le azioni adottate (che nel terzo piano pubblicato sul sito sono maggiormente dettagliate e dotate di un cronoprogramma per il monitoraggio dell’attuazione) prevedono per il Comune di Roma l’istituzione di un registro e la pubblicazione dell’agenda dell’Assessorato Roma Semplice di Flavia Marzano, per il Comune di Milano l’istituzione dell’agenda dell’Assessore a Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data, Lorenzo Lipparini. Entrambe le azioni sono attualmente in fase di sperimentazione solo per gli assessorati citati e saranno poi estese alle intere giunte. Infine, discorso a parte merita l’azione del MISE che prevede di istituire un registro e un’agenda degli incontri di Ministro, Viceministri e Sottosegretari. L’inserimento dell’azione all’interno del terzo piano è stata successiva alla pubblicazione della prima bozza, poi sottoposta a consultazione. L’adesione del MISE è un segnale positivo che testimonia quanto questo processo partecipato abbia già dato i primi frutti, incentivando le PA  ad elaborare progetti e politiche innovative al loro interno e invogliandole a prendere parte di questo processo. Una delle finalità di OGP, infatti, è quella di diffondere la cultura della trasparenza, convincendo e stimolando le PA. Le tre azioni proposte potrebbero, quindi, rappresentare una sperimentazione virtuosa che aprirà la strada alla tento attesa e dibattuta regolamentazione delle lobby. Nei prossimi giorni vi racconteremo storia e contenuti dei tre progetti, dando voce a coloro che hanno lavorato per la loro elaborazione e, ora, per l’applicazione.

Italia

Nelle società occidentali di oggi, la "caccia ai lobbisti" è diventata la forma contemporanea dell'antichissima caccia alle streghe. Come l'originale, anche l'attuale è alimentata da un misto quasi inestricabile di verità e leggenda. Con una differenza fondamentale: ieri solo il giudizio inappellabile del sovrano poteva distinguere l'una dall'altra, oggi l'arma democratica della regolamentazione potrebbe rendere trasparente il fenomeno. Distinguendo realtà e mistica, comportamenti leciti e malaffare. È ciò che stanno cercando di fare le istituzioni europee, dopo gli ultimi scandali legati ai ruoli assunti in Goldman Sachs dall'ex Presidente della Commissione Barroso e in Uber dalla ex Commissaria Kroes (accusati d'aver costruito queste relazioni prima della scadenza del loro incarico istituzionale). La questione del rapporto tra istituzioni e portatori d'interessi è molto sentita a Bruxelles, dove lo spettro delle attività di lobbying presenti è più ampio rispetto a quelle conosciute (e riconosciute) in Italia: presso Commissione e Parlamento europeo sono rappresentati e certificati infatti non solo gli interessi delle grandi imprese o delle organizzazioni di categoria, ma anche i diritti dei malati, le istanze delle associazioni di consumatori e perfino i diritti degli animali. Non caso, in Europa esiste da anni l'Eu Transparency Register: il Registro nel quale ogni lobbista annota gli interessi rappresentati e le risorse impiegate nella propria attività. Ma finora questo strumento comunitario – come molti altri, ahinoi – è stato considerato dagli addetti ai lavori solo una scintillante scatola vuota: tanto prezioso sul piano simbolico, a indicare la volontà delle istituzioni comunitarie di rappresentarsi come una "casa di vetro", quanto inefficace sul piano operativo perché l'iscrizione era facoltativa e non erano legati a essa incentivi rilevanti. Per ovviare a queste carenze, qualche giorno fa la Commissione europea ha proposto di rendere obbligatoria per i lobbisti l'iscrizione al Registro e di istituire un Segretariato ad hoc, che dovrà monitorare il contenuto del Registro ed eventualmente sospendere o revocare la registrazione dei lobbisti "infedeli". È una svolta positiva e carica di conseguenze, nel complesso rapporto tra interesse pubblico e istanze private. L'iniziativa della Commissione europea darà una "scossa" all'infinita discussione sulla regolamentazione del lobbying in Italia? Un primo passo importante è stato realizzato a settembre dal Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Carlo Calenda, che ha istituito un Registro vincolante. Un'estensione del "modello Mise" agli altri Ministeri sarebbe un segnale concreto per riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Perché diraderebbe quella nebbia fitta, in cui sono ancora avvolte le (vere o presunte) "streghe" contemporanee che si aggirano per i palazzi romani. @FFDelzio su Avvenire

Italia

(di @FraAngelone) Chiedete a chiunque a Washington e vi risponderà la stessa cosa: il numero dei lobbisti non sta diminuendo. Eppure, secondo i dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, il numero di lobbisti iscritti nel Registro e che hanno effettivamente svolto attività di pressione è drasticamente diminuito dal 2007 al 2016. Il Registro, infatti, conta ad oggi 10.498 iscritti a fronte dei 14.824 del 2007. Come è possibile spiegare questo gap tra la diminuzione di professionisti registrati e la presenza all’incirca costante (stando anche alla spesa totale per attività di pressione censita dallo stesso istituto) dell’industria del lobbying a Washington? La risposta è che non ci sono meno lobbisti, semplicemente ci sono sempre meno persone che si etichettano come tali. L’inchiesta è partita dalle colonne del Washington Post, che individua nella legislazione restrittiva in materia di lobbying varata dall’amministrazione Obama la causa scatenante di questo fenomeno che ha visto alcuni lobbisti cancellare la propria iscrizione dal Registro e altri rinunciarvi proprio, preferendo continuare a lavorare a Washington sotto la dicitura di policy adviser, strategic counsel or government relations adviser. Bisogna quindi ricordare ciò che prescrive la legislazione statunitense in materia di lobbying attraverso il Lobbying Disclosure Act, rivisto nel 2007. Secondo la legge può definirsi lobbista, e quindi obbligato ad iscriversi nel Registro, chi dedichi all’attività di pressione per conto di un cliente almeno il 20% del proprio tempo in un arco di tempo di tre mesi. Una legislazione porosa, quindi, che non evita la creazione di coni d’ombra nei quali si annidano spesso anche ex membri del Congresso che, passati all’altro capo del filo che lega lobbisti e decisori pubblici secondo il fenomeno delle revolving doors preferiscono evitare di attaccarsi addosso l’etichetta di lobbisti per non pregiudicare un futuro ritorno all’attività politica. Gli ex Senatori devono aspettare due anni prima di poter svolgere attività di pressione sui legislatori, per gli ex membri della Camera dei Rappresentanti basta un anno, all’ex speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso – e gran fumatore - John Boehner sono bastati 11 mesi per sedere nel board della Reynolds LA SITUAZIONE IN ITALIA Ci sono spunti utili per una riflessione anche su quanto avviene in Italia. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha varato questa settimana un proprio Registro Trasparenza, strumento attraverso il quale il Ministro Calenda si propone di “aprire” ai cittadini la sede di Via Veneto per renderli consapevoli e partecipi dello svolgimento del processo decisionale. A chi si rivolge, come funzionerà e quali informazioni conterrà il Registro? Possono iscriversi dal 6 settembre le persone fisiche o giuridiche che rappresentano professionalmente presso il MISE interessi leciti, anche di natura non economica e quindi, tra gli altri, i consulenti, gli studi legali, le imprese, le associazioni di categoria e le organizzazioni non governative. L’iscrizione al Registro sarà condizione necessaria per poter incontrare il Ministro, i Viceministri e i Sottosegretari. Il portale del Ministero permette, attraverso alcuni step, l’iscrizione al Registro e consente, attraverso un motore di ricerca, di consultare l’elenco dei soggetti iscritti (che al momento sono 69). Il Registro comprende anche un Codice di comportamento dei dipendenti del MISE e un Codice di condotta per gli iscritti al Registro stesso. Il Registro del MISE, che ricalca, tra l’altro, l’esperienza, poi naufragata, avviata anni fa dal MIPAAF con l’Elenco dei portatori d’interesse e potenzia e sistematizza l’iniziativa individuale del Viceministro delle Infrastrutture Nencini, potrà dare alcune indicazioni preziose circa la dimensione dell’industria del lobbying in Italia, quantomeno nei settori di competenza del Ministro Calenda. Sarà possibile comprendere quali interessi vengono perseguiti, da parte di chi e con quali dotazioni di bilancio. Tuttavia, risulta evidente la differenza con il modello americano che pure, si è visto, non è privo di falle. Differentemente da quanto avviene negli Stati Uniti il Registro Trasparenza del MISE, infatti, coprirà solo alcuni settori e non agirà nel contesto di una legislazione organica a livello nazionale. Pertanto, rimane evasa la questione di fondo circa l’ampiezza di quella zona grigia di cui resta ignota la capacità finanziaria e di influenza sui decisori pubblici. Tutto ciò, mentre il mondo del lobbying è sempre più professionalizzato, professionalizzante e integrato nella società, risultando essenziale, grazie a una strategia di public affairs trasparente, professionale e sostenibile economicamente ed eticamente, alla crescita del mondo dell’impresa.

Italia

Analisi Lobbying Italia: il mercato italiano del lobbying è in decisa crescita rispetto al 2014. Oltre 20 milioni di euro di fatturato per le principali società di consulenza. Con sempre maggiore specializzazione e professionalizzazione del settore La lobby sta diventando uno strumento fondamentale per le aziende, del resto basta guardare il recente studio di James Bessen, economista alla Boston University School of Law, che mostra come proprio il lobbying sia il principale fattore di crescita quasi alla pari del capitale, a un livello almeno quattro volte superiore a quello della Ricerca e Sviluppo. Anche in Italia, con un trend sempre crescente, il mercato delle società di consulenza o società di lobby continua a crescere, e lo fa a ritmi maggiori di quelli visti nel 2014. Secondo un'analisi condotta da Lobbying Italia, sono circa 20 i milioni investiti da aziende, associazioni, amministrazioni e altre organizzazioni per avvalersi delle conoscenze tecniche, della consulenza strategica e dell’attività di monitoraggio da parte delle società dei professionisti del settore. Che dal canto loro migliorano dal punto di vista del fatturato, puntando anche ad investire sempre più su risorse umane e strumenti tecnologici (si pensi al recente impegno sui Big Data di Cattaneo&Zanetto con Policy Brain). La classifica comprende 15 società che si occupano prevalentemente (secondo le informazioni disponibili a LobbyingItalia) dell’attività di lobbying e public affairs. Sono state ricomprese nell’analisi, ma inserite in una classifica a parte, anche alcune società che si occupano prevalentemente di comunicazione istituzionale e PR, ma che investono risorse e professionalità nell’attività di lobbying. Un dato su tutti: il settore registra una crescita generale, e solo 5 società tra le 15 analizzate registrano un calo (minimo) rispetto al fatturato dell’anno precedente. Ecco la classifica aggiornata con i bilanci del 2015:   Cattaneo Zanetto, FB & Associati e Open Gate sul podio In testa per distacco c'è anche quest'anno Cattaneo&Zanetto di Alberto Cattaneo, Paolo Zanetto e Claudia Pomposo, focus totale sul lobbying in Italia e anche a Bruxelles, eventi a porte chiuse ai massimi livelli e un fatturato di circa 4,5 milioni di euro (+600k rispetto al 2014). Tra i principali clienti le grandi piattaforme della sharing economy e della new economy (AirBnb, Uber) e aziende tech (Vodafone, IBM, Cisco), ma anche Pirelli, Unilever, Federmanager. Come lo scorso anno, al secondo posto la FB & Associati di Fabio Bistoncini (e dei suoi giovani ed esperti partner), con un fatturato con un più arrivato a 2,6 milioni di euro ed expertise nel campo del food & beverage (Barilla, Coca Cola, Heineken), della sanità, dell’informatica (Microsoft). Da segnalare la presenza su Bruxelles e il recente lancio di FB Lab, che segna l’ingresso dei centri studi nelle società di lobbying. Al terzo posto, scalando una posizione rispetto allo scorso anno, Open Gate Italia - guidata da Laura Rovizzi, Tullio Camiglieri e Franco Spicciariello (che ha lasciato ad aprile 2016 per Amazon, sostituito da Andrea Morbelli) – che ha fatturato circa 1,6 milioni (+330k). OGI è specializzata su lobbying regolamentare (banda larga, ad es. Enel Open Fiber) e istituzionale (ad es. HP nell’ICT, AST-ThyssenKrupp nell'acciaio), e coalition building (si veda il mondo e-cig e del Fixed Wireless Access), il tutto integrato con un forte uso dei social media. Giù dal podio, rispetto all’analisi MF dello scorso novembre realizzata da Andrea Montanari, la Telos di Mariella Palazzolo (rappresentante del network globale indipendente Fipra), che fattura 1,1 milioni, superata anche da InRete di Simone Dattoli, quarta con 1,5 milioni di fatturato (quasi il doppio rispetto allo scorso anno), forte anche di un notevole expertise nell’organizzazione di eventi istituzionali e nella comunicazione "below the line". In leggera flessione anche Reti, la società di Massimo Micucci, Claudio Velardi e Giusi Gallotto, che si assesta sugli 1,1 milioni, e NOMOS, guidata da Licia Soncini, centro studi parlamentari (così si definisce) molto forte sul monitoraggio normativo e che opera soprattutto nel campo farmaceutico e sanitario. Piccole società di lobbying crescono Sotto il milione, in notevole crescita Utopia di Giampiero Zurlo (946k, con annesso studio legale - che ha fatturato a parte - e clienti quali Facebook, AT&T, American Express, Birra Peroni e Global Blue, società leader di mercato per i servizi Tax Free Shopping); Strategic Advice di Gabriele Cirieco (745k), da sempre sull’alluminio e più recentemente in campo sul tema della tracciabilità del tabacco; VerA dell’ex Autostrade Francesco Schlitzer (561k, con expertise su CSR e sostenibilità, unica ad aver aderito ai principi di Responsible lobbying del Global Compact delle Nazioni Unite), e Policy Sonar, nuova realtà focalizzata su lobbying e political intelligence (ottimi rapporti con fondi di investimento) fondata dal giovane ex consigliere del MEF Francesco Galietti, che si assesta sui 350k, quintuplicando il fatturato dell’anno precedente. In piccolo calo invece, ES relazioni istituzionali e comunicazione (527k), Public Affairs Advisors di Giovanni Galgano (521k, specialista sull’energia) e Think Link (457k). Ultima arrivata Noesi di Cristiano Sestili, che ha realizzato 150k nell’ultimo trimestre 2015. Non è stato invece possibile, purtroppo, rilevare i dati societari di Cui Prodest, priva di partita IVA sul proprio sito (cosa prevista invece dalla legge, come ribadito dall'Agenzia delle Entrate) e che per misteriose ragioni ha bloccato l’account twitter @lobbyingitalia. Tra lobbying e comunicazione: il boom di Comin & Partners Le società citate fanno dell’attività di lobbying, advocacy e public affairs il loro core business. Alcune di loro, come detto, svolgono lateralmente anche attività di studio legale; altre offrono piani di comunicazione integrata, con attività di ufficio stampa, comunicazione istituzionale, PR e organizzazione di eventi. Altre ancora hanno una unit che si occupa di strategia regolamentare o sui social media. C’è chi offre anche consulenza per la comunicazione di crisi. Altre società invece si occupano, in senso lato, di comunicazione, ma una parte del loro fatturato proviene da consulenze per attività di lobbying “puro”. I loro ricavi quindi sono nettamente maggiori rispetto a quelli delle società il cui core business è la consulenza per i public affairs. Sarebbe utile – ai fini della comparazione – avere il quadro scorporato con i ricavi per lobbying, comunicazione e altre attività, come sarebbe possibile verificare se in Italia ci fosse una legislazione sul lobbying sul modello di quella USA. Escludendo per ovvi motivi le grandi multinazionali della consulenza in comunicazione (Burson Marsteller, Hill-Knowlton, ecc.), e scusandoci delle possibili mancanze nella lista di società meno note sul panorama romano, tra le società italiane che forniscono consulenza di PR, crisis communication e CSR, è necessario citare SEC Relazioni Pubbliche, la società di Fiorenzo Tagliabue appena quotata in borsa, che ha fatturato nel 2015 ben 10,2 milioni. Da segnalare la recente uscita da SEC di Luigi Ferrata, passato al Community Group di Auro Palomba, colosso della comunicazione da 6 milioni di fatturato molto forte sul lobbying su Bruxelles. Altra società in crescita è il gruppo HDRA’, che ha fatturato 4,3 milioni (l’anno precedente erano 3,7), assai presente sull’organizzazione eventi (ad es. per Qualcomm). In pieno boom infine Comin & Partners: partita nell’ultimo trimestre 2014 con un fatturato di 387.000 euro, la società di Gianluca Comin (giornalista, ex direttore comunicazione e relazioni istituzionali di ENEL, oggi segue gli interessi di aziende quali BAT, TIM e persino lo Stadio della AS Roma) nel 2015 ha collezionato ricavi per circa 2,8 milioni di euro ed è sempre presente nel dibattito comunicazione-aziende-istituzioni col suo blog su Lettera43.it. Su tutti questi dati pesa però il convitato di pietra degli studi legali: da quelli grandi nostrani come ad esempio Gianni, Origoni, Grippo e Cappelli, fino alle multinazionali tipo DLA Piper, fino agli avvocati meno noti che fanno un'alacre attività di lobbying presso i palazzi romani e non solo. Un mondo assolutamente sconosciuto dal punto di vista lobbistico, e che forse solo una regolamentazione molto stretta come quella USA o canadese, e un forte ruolo dei media, potrà forse scalfire in ottica di trasparenza. Professionalità e trasparenza I dati emersi permettono di tirare le somme e giungere ad alcune conclusioni: il mondo del lobbying è sempre più professionalizzato, professionalizzante e integrato nella società. Lo strumento della lobby è sempre più importante per le imprese e sempre maggiore è il valore aggiunto per le imprese grazie a una strategia di public affairs trasparente, professionale e sostenibile economicamente e eticamente. Ancora da definire è invece, in mancanza di una regolamentazione che renda trasparenti le risorse investite in attività di lobbying e le azioni realmente condotte nei confronti del decisore pubblico, l’impatto sul business aziendale dei lobbisti “in-house” – che sempre più vengono dai ranghi delle società di consulenza - a imprese, associazioni di categoria, enti pubblici. Da un lato, il legislatore potrà certamente tener conto del ruolo di queste nuove società – che rappresentano la parte più trasparente del lobbying - come catalizzatore di istanze da parte di imprese, associazioni, parti sociali e enti locali; dall’altro, questi dati permettono alle imprese di comprendere che investire sui professionisti del lobbying può dar loro una marcia in più per raggiungere gli obiettivi aziendali con efficienza e programmazione.

Italia

Come riporta Stefano Sansonetti su La Notizia, il leader del MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio si è reso protagonista di un nuovo incontro con i lobbisti dopo la partecipazione ad un evento organizzato dalla FB & Associati, dal grande rilievo mediatico seguito al controverso post su Facebook sulla "lobby dei malati di cancro". In questi giorni, il vicepresidente della Camera ha invece partecipato ad un incontro con alcune società (molto più riservato) organizzato da un'altra società di lobby molto conosciuta nel panorama romano, Utopia Lab. L'articolo completo. Il leader 5 Stelle partecipa a un incontro riservato. Dietro c'è la lobby di Utopia. Tra i gruppi presenti pure Philip Morris che si prepara all'eventualità di un M5S al Governo del Paese. Dura la vita del "candidato" Presidente del Consiglio. Ma è dura anche la vita delle aziende intenzionate ad agganciare colui che in futuro potrebbe diventare premier. Da tempo il pentastellato Luigi Di Maio è particolarmente ambito sulla piazza dei lobbisti. Il fatto è che l'uomo forte del M5S sta avendo molti più incontri di quelli che riescono ad arrivare in "superficie". Nel recente passato, infatti, non c'è stato soltanto l'appuntamento con la FB & Associati, la società di lobbying guidata da Fabio Bistoncini. Qualche giorno prima, secondo quanto risulta a questo giornale, il leader a 5 Stelle ha partecipa to a un riservatissimo meeting organizzato da Utopia, una delle società di lobbying più "effervescenti" del panorama italiano. A quanto pare si è trattato di un incontro "intermediato" da Utopia, il cui scopo principale era quello di mettere in contatto Di Maio con alcune aziende spesso fi nite nel mirino dei pentastellati. In primis parliamo di alcuni gruppi di Big Tobacco. A questo punto, tenendo sempre a mente quanto in passato i 5 Stelle abbiano criticato le lobby, si impongono almeno due domande. La prima: chi c'è dietro Utopia? La seconda: quali erano le aziende presenti? La società di lobbying, tanto per cominciare, è stata fondata ed è guidata da Giampiero Zurlo. Nel suo recente passato c'è una convinta militanza dellutriana. E' stato socio fondatore della Fondazione per il Buongoverno, creatura lanciata all'epoca da Marcello Dell'Utri, e consigliere giuridico di un ex deputato, dellutriano doc, come Nicola Formichella. La Notizia , naturalmente, ha chiesto a Zurlo se è vero che Utopia ha organizzato l'incontro con Di Maio. "Non glielo so dire", ha risposto, "perché non mi occupo personalmente dei rapporti con i 5 Stelle". E' probabile, ha però aggiunto Zurlo, "che si sia favorito l'incontro tra Di Maio a qualche nostro cliente". Alla domanda se sia possibile parlare con qualche collaboratore di Utopia che si è occupato della questione, Zurlo si è avventurato in un dribbling non proprio riuscitissimo: "Guardi, abbiamo appena fatto il brindisi per le vacanze". BOCCA CUCITA Insomma, non c'è una gran voglia di parlare. Ma negli ambienti dei lobbisti nostrani in molti sono venuti a conoscenza dell'evento. C'è chi dice che erano presenti esponenti di Facebook, di At&t e di Philip Morris. Quest'ultima avrebbe avuto un interesse particolare a contattare Di Maio su alcune partite in tema di tabacco. Parliamo soprattutto del problema della tracciabilità di prodotto, che le big del settore vorrebbero affidare ad un sistema di trac ciabilità fatto in casa. Un po' il controllato che fa pure il controllore. Di sicuro Big Tobacco, fin qui piuttosto garantita da Matteo Renzi , prepara il piano B. E corteggia Di Maio. Il quale, nonstante le critiche mosse in passato, per ora sta viaggando a tutta lobby.

Italia

LOBBYINGITALIA
NEWS