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(Erika Munno) L’Open Government Partnership (OGP) è un’iniziativa multilaterale di diversi Governi, lanciata nel 2011 dal Presidente Obama, con la finalità di promuovere politiche pubbliche che favoriscano la partecipazione, la trasparenza, la lotta alla corruzione e l’uso delle tecnologie da parte dei governi. Nel concreto il modello di OGP prevede che ciascuno stato membro predisponga, con la collaborazione della società civile, un piano di azione biennale che contenga le attività che intende svolgere, al fine di incentivare e realizzare politiche pubbliche innovative e aperte. Al termine di ogni ciclo biennale, il lavoro delle amministrazioni viene poi valutato da un organismo indipendente. Il terzo piano d’azione L’Italia ha aderito all’iniziativa sin dal principio. Attualmente, siamo già entrati nella fase di attuazione del terzo piano d’azione, quella più delicata. Le attività di elaborazione, attuazione e monitoraggio, per il periodo 2016-2018, sono state affidate al coordinamento del Dipartimento della Funzione Pubblica: il piano è stato scritto tra giugno e luglio, attraverso un processo partecipato tra amministrazioni e il Forum della società civile (una delle novità di questo piano è che il Forum è diventato un soggetto riconosciuto e membro stabile delle attività OGP), e, successivamente, sottoposto a ulteriore consultazione; il piano contiene 34 azioni suddivise per aree di intervento (rispettivamente, open data e trasparenza, partecipazione e accountability, cittadinanza digitale e innovazione) che coinvolgono sia amministrazioni centrali sia, per la prima volta, alcune amministrazioni locali. Sul sito www.open.gov.it si possono trovare tutti i materiali, compresa la versione finale del terzo piano, che sono stati utilizzati e prodotti durante tutto il processo. I registri e le agende pubbliche Durante i lavori per la stesura del piano uno dei temi dibattuti al tavolo di lavoro “open data e trasparenza” è stato quello della regolamentazione della partecipazione dei portatori di interesse ai processi decisionali, perché l’Italia, come è noto, è carente di iniziative su questo fronte e soprattutto di una politica nazionale organica e che sappia coordinare tutte le diverse azioni che stanno nascendo a vari livelli di governo. I progetti che sono stati elaborati durante gli incontri tra amministrazione e società civile, su questo tema, sono due: “Trasparenza elettorale” e “Tracciabilità dei processi decisionali”. Il primo progetto è stato presentato da Libera, Riparte il Futuro e Transparency International Italia e consiste nella pubblicazione dei dati su candidati e eletti per consentire un voto informato e consapevole. Il secondo progetto si compone di tre obiettivi: la creazione di un registro pubblico nazionale dei portatori di interesse e di un’agenda pubblica degli incontri e la creazione di una legislative footprint, cioè la mappatura dell’iter parlamentare di ogni legge. Queste due azioni proposte dalla società civile hanno, alla fine, ispirato tre amministrazioni: due locali, cioè il comune di Roma e quello di Milano e una centrale, cioè il Ministero per lo sviluppo economico (MISE). Nello specifico le azioni adottate (che nel terzo piano pubblicato sul sito sono maggiormente dettagliate e dotate di un cronoprogramma per il monitoraggio dell’attuazione) prevedono per il Comune di Roma l’istituzione di un registro e la pubblicazione dell’agenda dell’Assessorato Roma Semplice di Flavia Marzano, per il Comune di Milano l’istituzione dell’agenda dell’Assessore a Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data, Lorenzo Lipparini. Entrambe le azioni sono attualmente in fase di sperimentazione solo per gli assessorati citati e saranno poi estese alle intere giunte. Infine, discorso a parte merita l’azione del MISE che prevede di istituire un registro e un’agenda degli incontri di Ministro, Viceministri e Sottosegretari. L’inserimento dell’azione all’interno del terzo piano è stata successiva alla pubblicazione della prima bozza, poi sottoposta a consultazione. L’adesione del MISE è un segnale positivo che testimonia quanto questo processo partecipato abbia già dato i primi frutti, incentivando le PA  ad elaborare progetti e politiche innovative al loro interno e invogliandole a prendere parte di questo processo. Una delle finalità di OGP, infatti, è quella di diffondere la cultura della trasparenza, convincendo e stimolando le PA. Le tre azioni proposte potrebbero, quindi, rappresentare una sperimentazione virtuosa che aprirà la strada alla tento attesa e dibattuta regolamentazione delle lobby. Nei prossimi giorni vi racconteremo storia e contenuti dei tre progetti, dando voce a coloro che hanno lavorato per la loro elaborazione e, ora, per l’applicazione.

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Nelle società occidentali di oggi, la "caccia ai lobbisti" è diventata la forma contemporanea dell'antichissima caccia alle streghe. Come l'originale, anche l'attuale è alimentata da un misto quasi inestricabile di verità e leggenda. Con una differenza fondamentale: ieri solo il giudizio inappellabile del sovrano poteva distinguere l'una dall'altra, oggi l'arma democratica della regolamentazione potrebbe rendere trasparente il fenomeno. Distinguendo realtà e mistica, comportamenti leciti e malaffare. È ciò che stanno cercando di fare le istituzioni europee, dopo gli ultimi scandali legati ai ruoli assunti in Goldman Sachs dall'ex Presidente della Commissione Barroso e in Uber dalla ex Commissaria Kroes (accusati d'aver costruito queste relazioni prima della scadenza del loro incarico istituzionale). La questione del rapporto tra istituzioni e portatori d'interessi è molto sentita a Bruxelles, dove lo spettro delle attività di lobbying presenti è più ampio rispetto a quelle conosciute (e riconosciute) in Italia: presso Commissione e Parlamento europeo sono rappresentati e certificati infatti non solo gli interessi delle grandi imprese o delle organizzazioni di categoria, ma anche i diritti dei malati, le istanze delle associazioni di consumatori e perfino i diritti degli animali. Non caso, in Europa esiste da anni l'Eu Transparency Register: il Registro nel quale ogni lobbista annota gli interessi rappresentati e le risorse impiegate nella propria attività. Ma finora questo strumento comunitario – come molti altri, ahinoi – è stato considerato dagli addetti ai lavori solo una scintillante scatola vuota: tanto prezioso sul piano simbolico, a indicare la volontà delle istituzioni comunitarie di rappresentarsi come una "casa di vetro", quanto inefficace sul piano operativo perché l'iscrizione era facoltativa e non erano legati a essa incentivi rilevanti. Per ovviare a queste carenze, qualche giorno fa la Commissione europea ha proposto di rendere obbligatoria per i lobbisti l'iscrizione al Registro e di istituire un Segretariato ad hoc, che dovrà monitorare il contenuto del Registro ed eventualmente sospendere o revocare la registrazione dei lobbisti "infedeli". È una svolta positiva e carica di conseguenze, nel complesso rapporto tra interesse pubblico e istanze private. L'iniziativa della Commissione europea darà una "scossa" all'infinita discussione sulla regolamentazione del lobbying in Italia? Un primo passo importante è stato realizzato a settembre dal Ministero dello Sviluppo Economico guidato da Carlo Calenda, che ha istituito un Registro vincolante. Un'estensione del "modello Mise" agli altri Ministeri sarebbe un segnale concreto per riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Perché diraderebbe quella nebbia fitta, in cui sono ancora avvolte le (vere o presunte) "streghe" contemporanee che si aggirano per i palazzi romani. @FFDelzio su Avvenire

Italia

(di @FraAngelone) Chiedete a chiunque a Washington e vi risponderà la stessa cosa: il numero dei lobbisti non sta diminuendo. Eppure, secondo i dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, il numero di lobbisti iscritti nel Registro e che hanno effettivamente svolto attività di pressione è drasticamente diminuito dal 2007 al 2016. Il Registro, infatti, conta ad oggi 10.498 iscritti a fronte dei 14.824 del 2007. Come è possibile spiegare questo gap tra la diminuzione di professionisti registrati e la presenza all’incirca costante (stando anche alla spesa totale per attività di pressione censita dallo stesso istituto) dell’industria del lobbying a Washington? La risposta è che non ci sono meno lobbisti, semplicemente ci sono sempre meno persone che si etichettano come tali. L’inchiesta è partita dalle colonne del Washington Post, che individua nella legislazione restrittiva in materia di lobbying varata dall’amministrazione Obama la causa scatenante di questo fenomeno che ha visto alcuni lobbisti cancellare la propria iscrizione dal Registro e altri rinunciarvi proprio, preferendo continuare a lavorare a Washington sotto la dicitura di policy adviser, strategic counsel or government relations adviser. Bisogna quindi ricordare ciò che prescrive la legislazione statunitense in materia di lobbying attraverso il Lobbying Disclosure Act, rivisto nel 2007. Secondo la legge può definirsi lobbista, e quindi obbligato ad iscriversi nel Registro, chi dedichi all’attività di pressione per conto di un cliente almeno il 20% del proprio tempo in un arco di tempo di tre mesi. Una legislazione porosa, quindi, che non evita la creazione di coni d’ombra nei quali si annidano spesso anche ex membri del Congresso che, passati all’altro capo del filo che lega lobbisti e decisori pubblici secondo il fenomeno delle revolving doors preferiscono evitare di attaccarsi addosso l’etichetta di lobbisti per non pregiudicare un futuro ritorno all’attività politica. Gli ex Senatori devono aspettare due anni prima di poter svolgere attività di pressione sui legislatori, per gli ex membri della Camera dei Rappresentanti basta un anno, all’ex speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso – e gran fumatore - John Boehner sono bastati 11 mesi per sedere nel board della Reynolds LA SITUAZIONE IN ITALIA Ci sono spunti utili per una riflessione anche su quanto avviene in Italia. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha varato questa settimana un proprio Registro Trasparenza, strumento attraverso il quale il Ministro Calenda si propone di “aprire” ai cittadini la sede di Via Veneto per renderli consapevoli e partecipi dello svolgimento del processo decisionale. A chi si rivolge, come funzionerà e quali informazioni conterrà il Registro? Possono iscriversi dal 6 settembre le persone fisiche o giuridiche che rappresentano professionalmente presso il MISE interessi leciti, anche di natura non economica e quindi, tra gli altri, i consulenti, gli studi legali, le imprese, le associazioni di categoria e le organizzazioni non governative. L’iscrizione al Registro sarà condizione necessaria per poter incontrare il Ministro, i Viceministri e i Sottosegretari. Il portale del Ministero permette, attraverso alcuni step, l’iscrizione al Registro e consente, attraverso un motore di ricerca, di consultare l’elenco dei soggetti iscritti (che al momento sono 69). Il Registro comprende anche un Codice di comportamento dei dipendenti del MISE e un Codice di condotta per gli iscritti al Registro stesso. Il Registro del MISE, che ricalca, tra l’altro, l’esperienza, poi naufragata, avviata anni fa dal MIPAAF con l’Elenco dei portatori d’interesse e potenzia e sistematizza l’iniziativa individuale del Viceministro delle Infrastrutture Nencini, potrà dare alcune indicazioni preziose circa la dimensione dell’industria del lobbying in Italia, quantomeno nei settori di competenza del Ministro Calenda. Sarà possibile comprendere quali interessi vengono perseguiti, da parte di chi e con quali dotazioni di bilancio. Tuttavia, risulta evidente la differenza con il modello americano che pure, si è visto, non è privo di falle. Differentemente da quanto avviene negli Stati Uniti il Registro Trasparenza del MISE, infatti, coprirà solo alcuni settori e non agirà nel contesto di una legislazione organica a livello nazionale. Pertanto, rimane evasa la questione di fondo circa l’ampiezza di quella zona grigia di cui resta ignota la capacità finanziaria e di influenza sui decisori pubblici. Tutto ciò, mentre il mondo del lobbying è sempre più professionalizzato, professionalizzante e integrato nella società, risultando essenziale, grazie a una strategia di public affairs trasparente, professionale e sostenibile economicamente ed eticamente, alla crescita del mondo dell’impresa.

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Analisi Lobbying Italia: il mercato italiano del lobbying è in decisa crescita rispetto al 2014. Oltre 20 milioni di euro di fatturato per le principali società di consulenza. Con sempre maggiore specializzazione e professionalizzazione del settore La lobby sta diventando uno strumento fondamentale per le aziende, del resto basta guardare il recente studio di James Bessen, economista alla Boston University School of Law, che mostra come proprio il lobbying sia il principale fattore di crescita quasi alla pari del capitale, a un livello almeno quattro volte superiore a quello della Ricerca e Sviluppo. Anche in Italia, con un trend sempre crescente, il mercato delle società di consulenza o società di lobby continua a crescere, e lo fa a ritmi maggiori di quelli visti nel 2014. Secondo un'analisi condotta da Lobbying Italia, sono circa 20 i milioni investiti da aziende, associazioni, amministrazioni e altre organizzazioni per avvalersi delle conoscenze tecniche, della consulenza strategica e dell’attività di monitoraggio da parte delle società dei professionisti del settore. Che dal canto loro migliorano dal punto di vista del fatturato, puntando anche ad investire sempre più su risorse umane e strumenti tecnologici (si pensi al recente impegno sui Big Data di Cattaneo&Zanetto con Policy Brain). La classifica comprende 15 società che si occupano prevalentemente (secondo le informazioni disponibili a LobbyingItalia) dell’attività di lobbying e public affairs. Sono state ricomprese nell’analisi, ma inserite in una classifica a parte, anche alcune società che si occupano prevalentemente di comunicazione istituzionale e PR, ma che investono risorse e professionalità nell’attività di lobbying. Un dato su tutti: il settore registra una crescita generale, e solo 5 società tra le 15 analizzate registrano un calo (minimo) rispetto al fatturato dell’anno precedente. Ecco la classifica aggiornata con i bilanci del 2015:   Cattaneo Zanetto, FB & Associati e Open Gate sul podio In testa per distacco c'è anche quest'anno Cattaneo&Zanetto di Alberto Cattaneo, Paolo Zanetto e Claudia Pomposo, focus totale sul lobbying in Italia e anche a Bruxelles, eventi a porte chiuse ai massimi livelli e un fatturato di circa 4,5 milioni di euro (+600k rispetto al 2014). Tra i principali clienti le grandi piattaforme della sharing economy e della new economy (AirBnb, Uber) e aziende tech (Vodafone, IBM, Cisco), ma anche Pirelli, Unilever, Federmanager. Come lo scorso anno, al secondo posto la FB & Associati di Fabio Bistoncini (e dei suoi giovani ed esperti partner), con un fatturato con un più arrivato a 2,6 milioni di euro ed expertise nel campo del food & beverage (Barilla, Coca Cola, Heineken), della sanità, dell’informatica (Microsoft). Da segnalare la presenza su Bruxelles e il recente lancio di FB Lab, che segna l’ingresso dei centri studi nelle società di lobbying. Al terzo posto, scalando una posizione rispetto allo scorso anno, Open Gate Italia - guidata da Laura Rovizzi, Tullio Camiglieri e Franco Spicciariello (che ha lasciato ad aprile 2016 per Amazon, sostituito da Andrea Morbelli) – che ha fatturato circa 1,6 milioni (+330k). OGI è specializzata su lobbying regolamentare (banda larga, ad es. Enel Open Fiber) e istituzionale (ad es. HP nell’ICT, AST-ThyssenKrupp nell'acciaio), e coalition building (si veda il mondo e-cig e del Fixed Wireless Access), il tutto integrato con un forte uso dei social media. Giù dal podio, rispetto all’analisi MF dello scorso novembre realizzata da Andrea Montanari, la Telos di Mariella Palazzolo (rappresentante del network globale indipendente Fipra), che fattura 1,1 milioni, superata anche da InRete di Simone Dattoli, quarta con 1,5 milioni di fatturato (quasi il doppio rispetto allo scorso anno), forte anche di un notevole expertise nell’organizzazione di eventi istituzionali e nella comunicazione "below the line". In leggera flessione anche Reti, la società di Massimo Micucci, Claudio Velardi e Giusi Gallotto, che si assesta sugli 1,1 milioni, e NOMOS, guidata da Licia Soncini, centro studi parlamentari (così si definisce) molto forte sul monitoraggio normativo e che opera soprattutto nel campo farmaceutico e sanitario. Piccole società di lobbying crescono Sotto il milione, in notevole crescita Utopia di Giampiero Zurlo (946k, con annesso studio legale - che ha fatturato a parte - e clienti quali Facebook, AT&T, American Express, Birra Peroni e Global Blue, società leader di mercato per i servizi Tax Free Shopping); Strategic Advice di Gabriele Cirieco (745k), da sempre sull’alluminio e più recentemente in campo sul tema della tracciabilità del tabacco; VerA dell’ex Autostrade Francesco Schlitzer (561k, con expertise su CSR e sostenibilità, unica ad aver aderito ai principi di Responsible lobbying del Global Compact delle Nazioni Unite), e Policy Sonar, nuova realtà focalizzata su lobbying e political intelligence (ottimi rapporti con fondi di investimento) fondata dal giovane ex consigliere del MEF Francesco Galietti, che si assesta sui 350k, quintuplicando il fatturato dell’anno precedente. In piccolo calo invece, ES relazioni istituzionali e comunicazione (527k), Public Affairs Advisors di Giovanni Galgano (521k, specialista sull’energia) e Think Link (457k). Ultima arrivata Noesi di Cristiano Sestili, che ha realizzato 150k nell’ultimo trimestre 2015. Non è stato invece possibile, purtroppo, rilevare i dati societari di Cui Prodest, priva di partita IVA sul proprio sito (cosa prevista invece dalla legge, come ribadito dall'Agenzia delle Entrate) e che per misteriose ragioni ha bloccato l’account twitter @lobbyingitalia. Tra lobbying e comunicazione: il boom di Comin & Partners Le società citate fanno dell’attività di lobbying, advocacy e public affairs il loro core business. Alcune di loro, come detto, svolgono lateralmente anche attività di studio legale; altre offrono piani di comunicazione integrata, con attività di ufficio stampa, comunicazione istituzionale, PR e organizzazione di eventi. Altre ancora hanno una unit che si occupa di strategia regolamentare o sui social media. C’è chi offre anche consulenza per la comunicazione di crisi. Altre società invece si occupano, in senso lato, di comunicazione, ma una parte del loro fatturato proviene da consulenze per attività di lobbying “puro”. I loro ricavi quindi sono nettamente maggiori rispetto a quelli delle società il cui core business è la consulenza per i public affairs. Sarebbe utile – ai fini della comparazione – avere il quadro scorporato con i ricavi per lobbying, comunicazione e altre attività, come sarebbe possibile verificare se in Italia ci fosse una legislazione sul lobbying sul modello di quella USA. Escludendo per ovvi motivi le grandi multinazionali della consulenza in comunicazione (Burson Marsteller, Hill-Knowlton, ecc.), e scusandoci delle possibili mancanze nella lista di società meno note sul panorama romano, tra le società italiane che forniscono consulenza di PR, crisis communication e CSR, è necessario citare SEC Relazioni Pubbliche, la società di Fiorenzo Tagliabue appena quotata in borsa, che ha fatturato nel 2015 ben 10,2 milioni. Da segnalare la recente uscita da SEC di Luigi Ferrata, passato al Community Group di Auro Palomba, colosso della comunicazione da 6 milioni di fatturato molto forte sul lobbying su Bruxelles. Altra società in crescita è il gruppo HDRA’, che ha fatturato 4,3 milioni (l’anno precedente erano 3,7), assai presente sull’organizzazione eventi (ad es. per Qualcomm). In pieno boom infine Comin & Partners: partita nell’ultimo trimestre 2014 con un fatturato di 387.000 euro, la società di Gianluca Comin (giornalista, ex direttore comunicazione e relazioni istituzionali di ENEL, oggi segue gli interessi di aziende quali BAT, TIM e persino lo Stadio della AS Roma) nel 2015 ha collezionato ricavi per circa 2,8 milioni di euro ed è sempre presente nel dibattito comunicazione-aziende-istituzioni col suo blog su Lettera43.it. Su tutti questi dati pesa però il convitato di pietra degli studi legali: da quelli grandi nostrani come ad esempio Gianni, Origoni, Grippo e Cappelli, fino alle multinazionali tipo DLA Piper, fino agli avvocati meno noti che fanno un'alacre attività di lobbying presso i palazzi romani e non solo. Un mondo assolutamente sconosciuto dal punto di vista lobbistico, e che forse solo una regolamentazione molto stretta come quella USA o canadese, e un forte ruolo dei media, potrà forse scalfire in ottica di trasparenza. Professionalità e trasparenza I dati emersi permettono di tirare le somme e giungere ad alcune conclusioni: il mondo del lobbying è sempre più professionalizzato, professionalizzante e integrato nella società. Lo strumento della lobby è sempre più importante per le imprese e sempre maggiore è il valore aggiunto per le imprese grazie a una strategia di public affairs trasparente, professionale e sostenibile economicamente e eticamente. Ancora da definire è invece, in mancanza di una regolamentazione che renda trasparenti le risorse investite in attività di lobbying e le azioni realmente condotte nei confronti del decisore pubblico, l’impatto sul business aziendale dei lobbisti “in-house” – che sempre più vengono dai ranghi delle società di consulenza - a imprese, associazioni di categoria, enti pubblici. Da un lato, il legislatore potrà certamente tener conto del ruolo di queste nuove società – che rappresentano la parte più trasparente del lobbying - come catalizzatore di istanze da parte di imprese, associazioni, parti sociali e enti locali; dall’altro, questi dati permettono alle imprese di comprendere che investire sui professionisti del lobbying può dar loro una marcia in più per raggiungere gli obiettivi aziendali con efficienza e programmazione.

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Come riporta Stefano Sansonetti su La Notizia, il leader del MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio si è reso protagonista di un nuovo incontro con i lobbisti dopo la partecipazione ad un evento organizzato dalla FB & Associati, dal grande rilievo mediatico seguito al controverso post su Facebook sulla "lobby dei malati di cancro". In questi giorni, il vicepresidente della Camera ha invece partecipato ad un incontro con alcune società (molto più riservato) organizzato da un'altra società di lobby molto conosciuta nel panorama romano, Utopia Lab. L'articolo completo. Il leader 5 Stelle partecipa a un incontro riservato. Dietro c'è la lobby di Utopia. Tra i gruppi presenti pure Philip Morris che si prepara all'eventualità di un M5S al Governo del Paese. Dura la vita del "candidato" Presidente del Consiglio. Ma è dura anche la vita delle aziende intenzionate ad agganciare colui che in futuro potrebbe diventare premier. Da tempo il pentastellato Luigi Di Maio è particolarmente ambito sulla piazza dei lobbisti. Il fatto è che l'uomo forte del M5S sta avendo molti più incontri di quelli che riescono ad arrivare in "superficie". Nel recente passato, infatti, non c'è stato soltanto l'appuntamento con la FB & Associati, la società di lobbying guidata da Fabio Bistoncini. Qualche giorno prima, secondo quanto risulta a questo giornale, il leader a 5 Stelle ha partecipa to a un riservatissimo meeting organizzato da Utopia, una delle società di lobbying più "effervescenti" del panorama italiano. A quanto pare si è trattato di un incontro "intermediato" da Utopia, il cui scopo principale era quello di mettere in contatto Di Maio con alcune aziende spesso fi nite nel mirino dei pentastellati. In primis parliamo di alcuni gruppi di Big Tobacco. A questo punto, tenendo sempre a mente quanto in passato i 5 Stelle abbiano criticato le lobby, si impongono almeno due domande. La prima: chi c'è dietro Utopia? La seconda: quali erano le aziende presenti? La società di lobbying, tanto per cominciare, è stata fondata ed è guidata da Giampiero Zurlo. Nel suo recente passato c'è una convinta militanza dellutriana. E' stato socio fondatore della Fondazione per il Buongoverno, creatura lanciata all'epoca da Marcello Dell'Utri, e consigliere giuridico di un ex deputato, dellutriano doc, come Nicola Formichella. La Notizia , naturalmente, ha chiesto a Zurlo se è vero che Utopia ha organizzato l'incontro con Di Maio. "Non glielo so dire", ha risposto, "perché non mi occupo personalmente dei rapporti con i 5 Stelle". E' probabile, ha però aggiunto Zurlo, "che si sia favorito l'incontro tra Di Maio a qualche nostro cliente". Alla domanda se sia possibile parlare con qualche collaboratore di Utopia che si è occupato della questione, Zurlo si è avventurato in un dribbling non proprio riuscitissimo: "Guardi, abbiamo appena fatto il brindisi per le vacanze". BOCCA CUCITA Insomma, non c'è una gran voglia di parlare. Ma negli ambienti dei lobbisti nostrani in molti sono venuti a conoscenza dell'evento. C'è chi dice che erano presenti esponenti di Facebook, di At&t e di Philip Morris. Quest'ultima avrebbe avuto un interesse particolare a contattare Di Maio su alcune partite in tema di tabacco. Parliamo soprattutto del problema della tracciabilità di prodotto, che le big del settore vorrebbero affidare ad un sistema di trac ciabilità fatto in casa. Un po' il controllato che fa pure il controllore. Di sicuro Big Tobacco, fin qui piuttosto garantita da Matteo Renzi , prepara il piano B. E corteggia Di Maio. Il quale, nonstante le critiche mosse in passato, per ora sta viaggando a tutta lobby.

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Come riporta La Repubblica di oggi, il Ministero dello Sviluppo Economico da settembre avrà un proprio registro per i lobbisti, pubblicato on line al quale, da settembre, chi varcherà il portone d'ingresso di via Veneto, sede del dicastero, dovrà iscriversi. Segnale di trasparenza dal MISE anche sui compensi per i commissari straordinari chiamati a gestire le aziende in crisi. Tra i campi d’azione del «progetto trasparenza», l'istituzione di un Registro, ispirato a quello utilizzato dalla Commissione Europea e consultabile attraverso un sito web, al quale dovranno iscriversi - dopo aver firmato un codice di condotta - le aziende, i lobbisti, gli interlocutori del ministro, dei viceministri e dei sottosegretari. Informazioni ed elenco degli incontri saranno resi pubblici (l'avvio del sito è previsto per il 6 settembre). Aziende e lobby che contatteranno il ministero dovranno accettare un codice di condotta ed iscriversi ad un Registro. Dati e incontri saranno messi online. Ancora non chiari lo strumento di istituzione del Registro e l'ufficio che si occuperà del monitoraggio e della gestione dello stesso. La domanda che ci si pone è sempre la stessa: quanto gioverà avere più regolamentazioni sulla trasparenza dei rapporti tra lobby e istituzioni (non ultima quella di Montecitorio, per non citare le diverse leggi regionali applicate, approvate o in corso di approvazione) in assenza di una legge organica a livello nazionale. Ecco l'articolo completo su La Repubblica di oggi: La Repubblica_Registro lobbisti MISE_3 AGOSTO 2016

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(Public Policy) Di regolamentazione dell'attività di lobbying in Italia si discute da sempre. Dal 1948, secondo una ricerca Unitelma-Sapienza, di prossima uscita sulla rivista giuridica "Percorsi istituzionali" (Cedam) sono stati presentati 59 ddl in materia, e 11 disegni di legge che riguardano le pubbliche relazioni, mai nessuno approvato. Ci sono poi 135 norme di vario tipo nell'ordinamento che regolamentano in modo frammentario questo settore. Sono in vigore norme regionali in Toscana, Sicilia, Molise, Abruzzo e Calabria. Da ultimo, dopo varie peripezie legislative - tra cui il tentativo di inserire norme sul lobbying nel ddl Concorrenza in esame al Senato - è in esame a Palazzo Madama un testo base sulla regolamentazione delle attività di lobbying, basato sul disegno di legge presentato dal senatore ex Movimento 5 stelle, Luis Alberto Orellana (oggi nel gruppo delle Autonomie). Il tema è al centro di riflessioni e confronti tra le stesse istituzioni e i portatori di interesse. Entrambi i fronti sembrano concordare, a parole, sull'esigenza di maggior trasparenza nei rapporti tra decisori pubblici e mondo privato e riconoscimento della professionalità del lobbista. Ma nei fatti si fatica a trovare una sintesi. Il 30 giugno scorso, nella sede di Confindustria, in viale dell'Astronomia, si è tenuto un seminario a porte chiuse su obiettivi e priorità di una legge di regolamentazione del lobbying, prendendo spunto dal testo base al Senato. È stata una riunione riservata, ma che è sembrata quasi una convocazione di 'stati generali' sull'argomento: per la prima volta l'associazione degli industriali ha provato a mettere intorno al tavolo decisori pubblici - erano presenti il viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini, il senatore Orellana e il relatore del regolamento sulle lobby alla Camera, Pino Pisicchio, oltre ad esponenti del settore come Patrizia Rutigliano, presidente di Ferpi, e Vito Basile, Managing Director della società di lobbying Burson Marsteller Italia - per confrontarsi su esigenze ed esperienze. A quell'evento è intervenuto anche Pier Luigi Petrillo, professore di Diritto pubblico comparato alla Unitelma-Sapienza di Roma (tra l'altro, è il curatore della ricerca Unitelma qui ricordata) e di Teoria e tecniche del lobbying alla Luiss. Nel 2013 ha coordinato, insieme all'attuale capo di gabinetto del ministero dell'Economia, Roberto Garofoli, il gruppo di lavoro costituito alla presidenza del Consiglio per scrivere il testo che avrebbe dovuto disciplinare, una volta per tutte, i rapporti tra decisori e lobbisti in Italia. Quel testo fu inaspettatamente bocciato in Consiglio dei ministri, all'ultimo minuto. PROFESSORE, COSA HA IMPEDITO FINO AD OGGI L'APPROVAZIONE DI UNA LEGGE ORGANICA SUL LOBBYING IN ITALIA? Ci sono due motivi che impediscono al Parlamento di approvare una legge sulle lobby. Il primo: non conviene al decisore pubblico e al politico una regolamentazione che renda trasparente il percorso di una decisione e gli interessi coinvolti. Il decisore italiano preferisce non far conoscere all'esterno i motivi delle proprie scelte, perché così evita di renderne conto al cittadino. In questo modo inoltre, può sempre pubblicamente dare la colpa qualcun altro. Periodicamente sui giornali leggiamo che "è colpa delle lobby" se non passa la riforma dei farmaci di fascia C o delle licenze dei taxi. In realtà il problema non sono le lobby, che fanno il loro mestiere. È il decisore pubblico che sceglie di assecondare l'uno o l'altro portatore di interesse. Se ci fosse una legge sulle lobby tutto ciò verrebbe fuori. Finché le lobby sono sconosciute, è molto facile dire che è colpa loro se qualcosa accade. Questo consente al decisore di non assumersi mai la responsabilità delle proprie scelte, anche quelle che soddisfano interessi molto parziali a svantaggio della collettività. L'ALTRO MOTIVO? Il nostro sistema di relazioni tra rappresentanti del mondo privato si basa ancora molto su rapporti di clientela e parentela. Il privato si relaziona al decisore, non perché portatore di informazioni tecniche, indispensabili ai fini della decisione, ma perché è l'amico dell'amico. Una norma che dicesse quali debbano essere le regole per rappresentare gli interessi presso il decisore pubblico, farebbe venir meno tutto questo sottobosco di faccendieri, di gente che si muove in virtù di clientele e parentela, che sono però quelli che poi portano consenso alla politica. Questo 'sottobosco' variegato di soggetti, periodicamente agli onori delle cronache per fatti criminali, fa lobby per evitare una legge che li spazzerebbe via. A INTRODURRE OBBLIGHI DI TRASPARENZA, IN QUESTA SITUAZIONE, NON SI RISCHIA SOLO DI SPOSTARE ALTROVE LE SEDI DI RELAZIONE, E QUINDI DI PERDERE UN'OCCASIONE? Il rischio c'è. Questo è il motivo per cui rifuggo da tutte quelle proposte di legge che vogliono disciplinare 'al secondo' l'attività dei lobbisti. Oggi abbiamo una totale assenza di regole. Se domattina avessimo mille regole potremmo stare tranquilli che verrebbero completamente disapplicate. Se ad esempio introduco l'obbligo di rendicontare tutti gli incontri nella sede della Camera, è chiaro che questi 'migreranno' al di fuori, in qualche altra sede informale. Norme troppo dettagliate e privative, incompatibili col contesto attuale italiano, presentano inevitabilmente molteplici possibilità per essere aggirate. Passare dall'anno zero all'anno mille, dall'assenza di regole all'iperregolamentazione non funzionerebbe: siamo dei geni nello scrivere norme ed interpretarle poi a nostro piacimento. È accaduto a livello regionale, dove stiamo vivendo un momento epico per la regolamentazione delle lobby. Nel 2002 abbiamo avuto la legge toscana, del tutto inattuata. Poi ci sono state le leggi di Molise, Abruzzo, Calabria e Lombardia, mentre la Puglia si appresta ad approvare la sua, voluta dal presidente Emiliano. Sono leggi inutili, scritte con la consapevolezza che saranno totalmente inattuate. A che serve? A mettere a posto la coscienza? IN SINTESI, COME DOVREBBE ESSERE REGOLATO IL RAPPORTO TRA DECISORI E PORTATORI DI INTERESSE IN ITALIA? A mio avviso serve una proposta secca, semplice e sperimentale. Una norma che dica: per tre anni proviamo così. Esaurito il periodo di sperimentazione, verifichiamo l'impatto della norma e decidiamo se confermarla in modo permanente o rivederla. In questi tre anni, introduciamo regole non sui lobbisti, ma sui decisori pubblici. Questo è un punto centrale: rivoltiamo il tavolo. Tutti disegni di legge in esame in Senato e alla Camera, vanno a regolamentare l'attività di lobbying. Alcuni dei quali si spingono quasi a creare una sorta di vero e proprio albo professionale, per cui, se non sei iscritto a questo registro non puoi esercitare l'attività. Quasi nessun ddl invece impone regole di comportamento ai decisori pubblici. Piuttosto che andare a limitare e contenere un'attività del libero mercato, andrei a imporre una serie di norme di trasparenza sul decisore pubblico. NEL MERITO, CON QUALI INTERVENTI SI PUÒ RENDERE PIÙ 'ACCOUNTABLE' IL DECISORE? Si può intervenire in vari modi. Prima di tutto con norme minime, come l'obbligo di pubblicare online l'agenda degli incontri con i portatori di interesse, ovunque essi si svolgano, secondo il "modello Nencini", per capirsi (il viceministro, che ha scelto di pubblicare tutti i suoi incontri al Mit; Ndr). Un nodo cruciale è poi la trasparenza dei finanziamenti privati alla politica. Nessuno dei disegni di legge attuali tocca questo aspetto. La nuova legge sul finanziamento della politica prevede l'abolizione del finanziamento pubblico, e l'introduzione di quello privato. Ma non ci sono obblighi di trasparenza. Il privato che finanzia la politica emerge solo se vuole scaricarsi dalle tasse il contributo che ha dato al partito o al candidato. Se sono una multinazionale che vuole finanziare un partito o un candidato, e non mi interessa il vantaggio fiscale, resto nella totale oscurità. È un'assurdità. Occorre specificare in una norma che chiunque finanzia la politica anche per un solo euro, viene inserito in un elenco pubblico di finanziatori, non c'è nulla di male. E ancora: servono norme sulle 'revolving doors': in Italia siamo pieni di capi di gabinetto di ministri che cessato il loro incarico vanno a fare i lobbisti per le società con le quali interloquivano. E viceversa: lobbisti che diventano capi segreteria tecnica o capi di gabinetto di ministeri verso i quali facevano lobby. Attenzione: è lecito. Però rendiamolo trasparente. Infine si possono far rispettare norme che già ci sono, come la legge che impone di accompagnare tutti i ddl con l'Air (Analisi impatto della regolamentazione), una relazione in cui si elencano i portatori di interesse incontrati.

Interviste

Pochi giorni fa la II Commissione "Affari Istituzionali" del Consiglio Regionale della Lombardia aveva approvato la PdL n. 0280 (afferente l’attività di relazioni istituzionali per la rappresentanza di interessi) abbinato al PdL n. 0289 (inerente alla trasparenza dell’attività di rappresentanza di interessi nei processi decisionali pubblici), e ieri è arrivato il via libera del Pirellone.  A favore Pd, Lega Nord, Lista Maroni, Lombardia Popolare, Patto civico, Fratelli d'Italia e Gruppo Misto Fuxia. Il gruppo di Forza Italia non ha partecipato al voto. Contrario, infine, il Movimento 5 Stelle, che sia a livello nazionale sembra non riuscire a trovare una posizione chiara su quale regolamentazione le lobbies debbano avere, considerando però che il Movimento regolarmente vi si confronta sia a livello nazionale che locale. La norma lombarda segue quella recente della Calabria, anch'essa come le altre precedenti rimasta disapplicata sino ad oggi. Come riporta oggi il Corriere della Sera, cronaca di Milano (leggi l'articolo): La Lombardia avrà il suo albo dei «cartelli» Riconosciuta la figura del portatore d'interessi La Lombardia avrà il suo «Elenco dei lobbisti». La nuova legge sulla «Disciplina per la trasparenza dell'attività di rappresentanza di interessi nei processi decisionali pubblici presso il Consiglio regionale», approvata ieri al Pirellone, da una parte riconosce la figura dei «portatori di interesse», ma dall'altra vieta loro di proporre regali o benefici, condanna le pressioni indebite, impone il dovere della trasparenza nei rapporti con i rappresentanti dell'istituzione e dell'amministrazione regionale. Le prescrizioni del Registro Per iscriversi all'albo, i lobbisti dovranno registrare — oltre alle generalità e ai dati dell'ente che si rappresenta —anche i potenziali destinatari delle «attenzioni». Inoltre, servirà la fedina penale pulita: nessuna condanna passate in giudicato e nessuna dichiarazione di fallimento alle spalle. Ogni anno poi (entro il 28 febbraio) avranno l'obbligo di presentare una relazione sui consiglieri incontrati e per quale processo decisionale. In caso di «dichiarazioni scorrette o non veritiere», è prevista la cancellazione dall'elenco, con relativo stop all'azione di rappresentanza, fino all'accusa di falso in atto pubblico. Le  reazioni «Con questa legge — spiega il relatore Carlo Malvezzi, di Lombardia Popolare —Regione Lombardia opera una scelta chiara e decisa verso la trasparenza e la tracciabilità. Con questa legge intendiamo infatti dire a chiare lettere che non bisogna aver paura di parlare di lobby, di gruppi di interessi, di sistemi di relazioni con mondi dell'economia e del sociale. Al contrario, il problema non sono i portatori di interesse, ma l'assenza di regole che permettano loro di interagire con la politica in modo trasparente, partecipato ed uguale per tutti». La proposta di legge è passata con un voto trasversale.«È inefficace - sentenzia il grillino Eugenio Casalino — e il problema del lobbying rimane assolutamente aperto». Per i dem Fabio Pizzul e Gian Antonio Girelli, presidente della commissione antimafia, quella votata «non è la migliore delle leggi possibili, ma è un punto di partenza importante nella direzione della trasparenza per una Regione così duramente colpita da scandali legati al rapporto malato tra decisori e interessi economici di parte». Il leghista Pietro Foroni: «E una sintesi giusta a tutela di tutti e che dà regole chiare». Valutazioni Negli scorzi mesi la II Commissione aveva lanciato un vasto giro di consultazioni, cui hanno partecipato le varie CNA, Confesercenti, Federdistribuzione,  consumatori, Confagricoltura, Confindustria (gli emendamenti proposti), ANCE, ASSOREL, Confcommercio, Confartigianato, Lega Cooperative, Alleanza delle Cooperative, e l'Associazione Il Chiostro. Il commento  "Se da una parte è apprezzabile il concetto di arrivare ad una regolamentazione del lobbying, specie in una Regione dell'importanza e delle dimensioni della Lombardia, dall'altra le perplessità sono numerose", scrive su Facebook Franco Spicciariello, docente di "Teorie e tecniche del lobbying istituzionale" presso l'università LUMSA di Roma. "Innanzitutto, si tratta dell'ennesima norma regionale: una proliferazione di registri, ognuno diverso dall'altro e di fatto nemmeno applicati. Nulla poi la norma prevede in termini di cooling-off, che significa che un'assessore che ad esempio dovesse dimettersi a metà consiliatura potrebbe tranquillamente svolgere, come già oggi e legittimamente, attività di lobbying sulla Giunta e senza alcun obbligo di trasparenza. Ma il punto principale, ancora una volta, è uno: questa legge regionale non prevede alcun obbligo di iscrizione per chi voglia rappresentare interessi, e tanto meno alcuna sanzione è prevista.  A ciò si aggiunge l'errore di non prevedere nemmeno questa volta, come per il Registro della Camera dei Deputati, alcun incentivo all'iscrizione tipo ad esempio l'accesso ai locali o consultazioni riservate". Per capire se e come la nuova legge sulle lobby in Lombardia verrà applicata, si dovrà comunque attendere realisticamente i 12 mesi di tempo che la Giunta Regionale avrà per emanare un regolamento ad hoc. Ma per una regolamentazione vera dell'attività di lobbying ci vorrà probabilmente molto più tempo.

Italia

Anche la Puglia si dota di una regolamentazione sul lobbying. O almeno, ci prova. Sarebbe la quinta Regione a prevedere una normativa sulla rappresentanza di interessi, dopo Toscana, Abruzzo, Molise, Calabria, l'ibrido siciliano. In attesa di approvazione la proposta lombarda, mentre nel Lazio non è stato avviato, come previsto dalla Legge per la Trasparenza, l'iter per una normativa nazionale, e in altre Regioni (tra cui la Campania) sono presenti in modo sparso norme che regolano particolari aspetti dell'attività."Come è noto, l'attività di pressione delle lobby, quando viene esercitata in maniera indebita sui decisori politici o sui decisori amministrativi provoca danni, reati, sprechi, in generale poca trasparenza e poca imparzialità della Pubblica amministrazione. La Regione Puglia si era impegnata, adottando il programma, a contrastare l'attività non corretta delle lobby. Noi quindi abbiamo normato il potere di informazione o di pressione che ha un privato sulla pubblica amministrazione e sui decisori pubblici", ha dichiarato il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha commentano l'approvazione da parte della Giunta regionale del disegno di legge che disciplina l'attività di lobbying presso i decisori pubblici. "Questa attività sarà conoscibile da tutti i cittadini tramite l'Agenda pubblica dei decisori che, evidentemente, dovranno ricevere queste persone sapendo che chiunque potrà controllare la loro attività e soprattutto collegando a queste attività di lobbying dei codici di condotta. Codici che vanno rispettati almeno dal punto di vista della pubblica amministrazione e che potrebbero trasformarsi per i pubblici ufficiali in sanzioni disciplinari. Ovviamente si tratta di un esperimento, siamo tra le prime regioni italiane ad adottare una legge come questa, la prima che prevede l'Agenda pubblica conoscibile da parte di tutti. Questi elementi aumenteranno la possibilità di tutta la comunità di conoscere quello che accade in palazzi nei quali la trasparenza non è stata sempre assicurata e non era esigibile, non poteva essere richiesta da parte di chiunque sulla base di una legge. Se questa legge verrà approvata dal Consiglio regionale, qualunque cittadino italiano potrà chiedere conto di tutto quello che un pubblico ufficiale che deve prendere una decisione importante fa, non solo pubblicamente ma anche nel privato del suo ufficio". "Il lobbying - ha aggiunto Emiliano nel corso della conferenza stampa - è quell'attività legale di informazione e sollecitazione alla Pubblica amministrazione da parte di privati in ragione dei propri interessi. Tale attività è lecita nel nostro Paese, però, in mancanza di regolamentazione, sovente dà luogo a distorsioni che rovinano l'immagine sia della Pubblica amministrazione che dei privati, nel momento in cui viene esercitata senza cautele. Una Regione può legiferare dettando delle regole, che non hanno tecnicamente sanzioni di natura amministrativa o penale per ragioni di competenza costituzionale, ma che determinano la legittimità dell'agire e quindi possono essere rilevanti ai fini dell'individuazione di sanzioni da parte di altri organi, compresa la determinazione delle attività sottoposte a tutela penale. Quando un'attività viene regolamentata, dev'essere effettuata in quelle forme, altrimenti possono esserci situazioni di illegittimità di tipo amministrativo, contabile o penale che potrebbero avere un determinato rilievo. La legge si pone dunque come un parametro che mira alla certezza di agire in modo trasparente.La legge sul lobbying è una pietra miliare del nostro programma di governo. L'avevamo detto e lo abbiamo fatto. Questa norma serve a distinguere l'attività politica - che deve essere esercitata secondo l'art. 97 della Costituzione sull'imparzialità della pubblica amministrazione - dall'attività volutamente orientata al perseguimento di interessi privati; queste ultime devono essere effettuate da persone specificamente individuate, iscritte in un Albo conoscibile attraverso l'Agenda della Pubblica amministrazione. Pertanto, chiunque potrà sapere dell'incontro tra dirigenti e pubblici funzionari con privati e questo consentirà a ciascuno dei cittadini, e in particolare ai media, di capire quali sono le modalità con le quali queste interlocuzioni si svolgono".Cosa prevede la propostaIl disegno di legge prevede un Registro pubblico (art. 4), con requisiti di iscrizione per le persone che intendono rapportarsi alla PA. Esiste un codice di condotta e precisi obblighi dei decisori pubblici. In parole semplici, un politico non deve andare per corridoi perorando interessi privati, ma deve rapportarsi ai privati nell'esclusivo interesse pubblico. Questa legge consente peraltro la "sanzione politica", perché sarà possibile dare un giudizio da parte ad esempio del Consiglio e della Giunta su condotte che dovessero essere non conformi a questo disegno di legge. "Quello che sino ad oggi era semplicemente un monito politico è diventato oggi un disegno di legge al quale, in caso di approvazione in Consiglio regionale, tutti gli uffici regionali dovranno attenersi. La Puglia sta portando avanti un testo di legge molto innovativo anche rispetto alle norme analoghe approvate da altre regioni - ha dichiarato da parte sua Titti De Simone, consigliera del presidente per l'attuazione del programma - Per la prima volta viene introdotta l'Agenda pubblica che riguarda i decisori politici, intesi come corpo politico e come livello amministrativo regionale (art. 3). La legge sul lobbying include anche agenzie regionali, ASL e società controllate della Regione Puglia, e individua anche le incompatibilità (art.10)". Il dibattitoNel corso del dibattito precedente al cosiddetto “Referendum sulle trivelle”, il governatore pugliese Emiliano aveva dichiarato che si trattava di un “referendum contro le lobby, quando queste si impadroniscono delle istituzioni pubbliche come nel caso Tempa Rossa”, annunciando in tempi brevi la proposta di un ddl, avvenuta poi oggi. Sempre sul tema energetico, da segnalare anche l'episodio (raccontato qui) lo scontro tra lo stesso governatore del PD e il lobbista di TAP, il gasdotto che avrebbe portato in Italia il gas azero. Uno scontro che si è poi spostato su Twitter (per i più curiosi, qui il thread) con il primo germoglio di promessa di regolamentazione da parte di Emiliano. Bene quindi la volontà pugliese di una regolamentazione. Rimane solo una perplessità, per la comunità di lobbisti: se non verrà proposta una regolamentazione quadro nazionale, e su iniziativa o proposta del Governo, si rischia di avere 19 normative regionali + 2 provinciali e innumerevoli normative nelle diverse società o autorità pubbliche.

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