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Mercoledì 14 novembre la presentazione a Roma del nuovo libro di Antonio Iannamorelli Un tentativo di “reverse engineering” delle scelte di management e comunicazione messe in campo da Armando Diaz dalla fine del 1917 al 1918 e che consentirono all’Italia di riprendersi dopo la disfatta di Caporetto. Una lezione di crisis management con un occhio alla più grave crisi che il popolo italiano ricordi. Con uno sguardo al mondo del lobbying e a come il lobbista sia, a tutti gli effetti, un gestore di tempi, parole e persone e non un semplice collettore di relazioni e informazioni. Antonio Iannamorelli, direttore operativo della società romana di public affairs e comunicazione Reti, ha analizzato gli errori nella comunicazione delle istituzioni che furono destinate ad affrontare la disfatta di Caporetto nel corso della Prima Guerra Mondiale. La scelta di Diaz come “crisis manager” al posto del generale Cadorna, la nuova strategia di alleanze e il nuovo modo di rapportarsi all’esercito e al popolo sono state rapportate a una situazione molto comune ai giorni nostri, anche alla luce dei disastri naturali e antropici che i grandi operatori di mercato sono chiamati ad affrontare in un mondo sempre più interconnesso e ricco di informazioni (e delle loro interpretazioni). Il libro, che verrà presentato verrà presentato domani, mercoledì 14 novembre alle 18.30 alla libreria Feltrinelli - Galleria Sordi (link all’evento Facebook) con ospiti d’onore come Aldo Cazzullo, Giuliano Frosini e Simonetta Pattuglia, presenta un focus dedicato ai lobbisti. Armando Diaz, infatti, ha predisposto una vera e propria strategia di lobbying per rivedere il codice comunicativo e relazionale nei confronti degli stakeholder pubblici e permettere loro di cambiare idea su decisioni prese prima del conflitto. Il rapporto con il Parlamento, con il Governo, con gli alleati diventa la prima vera attività del generale e fa capire come, anche e soprattutto oggi, nella crisi sia decisivo il rapporto con i decisori pubblici. Con uno sguardo a due casi dei giorni nostri tutti da approfondire, raccontati dal punto di vista privilegiato del professionista del settore. Secondo Iannamorelli “Il Crisis Management oggi è una scienza, si insegna nelle università, è un elemento essenziale delle strategie di gestione della comunicazione aziendale, ma le crisi esistono da sempre e da sempre le persone che occupano posizioni di responsabilità lavorano per superarle. L'occasione che offre la crisi - ha continuato l'autore - spinge le organizzazioni al cambiamento. Sappiamo che le organizzazioni di qualsiasi tipo, soprattutto in Italia, sono abbastanza conservatrici, non accettano la sfida del cambiamento fino a quando non sono costrette”. Una lezione per il lobbista di oggi e del domani, raccontata attraverso un episodio di ieri. Una sfida affascinante, tutta da leggere.

Italia

(Alessio Samele) Lo scorso luglio il Senato ha dato il definitivo via libera alla nuova legge di bilancio. Le nuove regole sono in linea con l’introduzione del principio del pareggio di bilancio all’art 81 della Costituzione e modificano le tempistiche per la presentazione dei principali documenti per la programmazione economica, superando la vecchia legge di stabilità che sarà sostituita da un unico provvedimento insieme alla legge di bilancio. Tra le novità del provvedimento anche l’eliminazione delle clausole di salvaguardia con l’introduzione di una disciplina apposita in caso di andamento degli oneri non in linea con le previsioni. Cambiano i tempi di presentazione dei documenti finanziari: viene posticipata al 27 settembre la data di presentazione della nota di aggiornamento del Def e viene, così, introdotto il termine del 20 ottobre per la presentazione alle Camere del disegno di legge di bilancio. Il periodo che coincide con l’approvazione della legge rappresenta un momento importante per il lavoro del lobbista. Monitorare l’iter, individuare i decisori pubblici d’interesse con i quali interagire e conoscere le procedure che portano all’approvazione della legge entro il 31 dicembre, costituiscono dei tasselli importanti per cercare di modificare l’ambito di azione di proprio interesse. Anche per questo Running Academy, in collaborazione con Reti-QuickTop, ha pensato di organizzare un corso di tre giorni (dal 6 all’8 ottobre 2016), rivolto a comunicatori, giornalisti, manager che si occupano di relazioni esterne e istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici dedicato ad approfondire le novità della nuova legge di bilancio. Ad Antonio Iannamorelli, direttore operativo di Reti-QuickTop, abbiamo rivolto alcune domande sulle nuove procedure e sul regolamento dei lobbisti a Montecitorio. Come cambierà il lavoro del lobbista in base alle nuove procedure di approvazione della legge di Bilancio? (Maggior tecnicismo dell'interazione con i decisori politici, maggiore richiesta di competenze nel drafting degli emendamenti, rapporti con gli organi tecnici del MEF e delle Camere) Certamente dovremo essere ancora più precisi nella presentazione delle istanze ai decisori, in particolare in relazione al risvolto economico e finanziario delle proposte che facciamo, che dovrà essere sempre evidenziato senza approssimazioni. Detto questo, c'è un grande lato positivo: è finito l'assalto alla diligenza con intere leggi ordinamentali che finiscono nella legge di bilancio in una notte, come è successo in passato. Il nuovo regolamento sui lobbisti a Montecitorio - rimasto inattuato - potrebbe facilitare il lavoro di lobbisti e deputati? Certo che potrebbe, anzi, se fosse davvero attuato sanerebbe un vulnus di democrazia. Perché la Camera, prendendo a pretesto la trasparenza, è completamente chiusa a riccio, a differenza del Senato. Con il risultato che ci sono lobbisti di serie A e lobbisti di serie B. Quelli di serie A, che non è dato sapere chi sono, entrano e fanno più o meno ciò che vogliono. Gli altri attendono fuori. E se fai richiesta, oggi, il diniego non viene neanche motivato e l'accesso agli atti è negato "per ragioni di sicurezza". È una condizione di privilegio per pochi e di disagio per molti, che spero finisca presto con l'attuazione del provvedimento. Ho però i miei dubbi che chi oggi ha il diritto di dire "tu, si; tu, no" cederà facilmente la posizione di mazziere. L'impossibilità di far scattare le clausole di salvaguardia e la necessità di trovare nuove soluzioni per la copertura delle misure previste dal ddl rende la competenza del lobbista necessaria per le aziende interessate al provvedimento? Certamente è una sfida di qualità soprattutto per noi. Per questo organizziamo il seminario "La nuova legge di bilancio. Come, quando e perchè rappresentare gli interessi." che è scelto, per il terzo anno di fila, da molti colleghi, anche da molti concorrenti, che accogliamo volentieri. È tanto sentita come esigenza che vedo che nascono occasioni analoghe, sulla scia di quanto abbiamo fatto noi negli ultimi tre anni. Certo, la formazione non basta, la preparazione non basta. Spero e auspico che gli uffici legislativi e i tecnici abbiano la volontà di collaborare con i portatori di interesse. Con il dialogo, sono certo, riusciremo a fare meglio proposte positive per lo sviluppo e per il sistema Italia nel suo complesso. Il lobbista è un alleato del cambiamento, quando questo è sinonimo di miglioramento. Al team di Reti (Antonio Iannamorelli, Direttore Operativo, e Caterina Nigo, Manager Public Affairs) si affiancheranno l’economista Luigi Marattin che introdurrà il corso il 6 ottobre, Simona Genovese, Responsabile Affari Giuridici Presidenza del Gruppo del Partito Democratico al Senato e Renato Loiero, Consigliere parlamentare e Direttore del Servizio del bilancio del Senato, Presidente COGIS. Il corso si svolgerà in formula weekend presso la sede di Running, a Roma. Per maggiori informazioni e per un colloquio conoscitivo, si può scrivere a segreteria@retionline.it. La brochure del corso "La nuova legge di Bilancio"

Interviste

Nuova iniziativa della giovane associazione Lobby Garden, che insieme a La Scossa presenta il nuovo libro del deputato Stefano QuintarelliMartedì 24 maggio alle ore 19:00 il gruppo Lobby Garden in collaborazione con l'Associazione La Scossa presenterà "Costruire il domani, istruzioni per un futuro immateriale", il nuovo libro dell' On. Stefano Quintarelli, presso il Talent Garden di Poste italiane, spazio di lavoro per freelance e liberi professionisti al centro di Roma. Al termine dell’evento è previsto un aperitivo di networking.Tra gli speaker, oltre all’autore, saranno presenti anche il presidente dell’associazione La Scossa e lobbista di Vodafone Michelangelo Suigo, Maria Cristina Antonucci, ricercatrice del Cnr, Alessandro Luciano, presidente della fondazione Ugo Bordoni e Paolo Messa, moderatore dell’evento.Lobby Garden è un open group indipendente che accoglie giovani lobbisti e comunicatori motivati da un libero spirito di confronto ed approfondimento.Per info e accrediti all'evento: lobbygardenroma@gmail.com

Libri

E' online il nuovo sito di Running, all'indirizzo http://www.runningonline.org. In evidenza, l'ultimo progetto dell'agenzia di comunicazione, formazione e consulenza per la new politics, 'La nuova lobbying in 12 libri'. Un racconto degli scenari inediti e stimolanti che si aprono per i professionisti della comunicazione strategica e della lobbying attraverso 12 volumi, recensiti agilmente dai consulenti di Reti e Running. “Ci sarà una ragione se da anni manager e funzionari della PA, politici e giornalisti, consulenti, studiosi e studenti incrociano Running e i suoi progetti. Siamo e restiamo leader riconosciuti, e continuiamo ad essere curiosi, creativi e appassionati. Nel nostro piccolo, ci piace dare una mano a costruire l’Italia di domani”, dichiara Claudio Velardi, Amministratore della società. Il nuovo sito, messo a punto da Dotmedia con un’interfaccia semplice e accattivante, è un hub che mette in contatto studenti, curiosi, stakeholder, professionisti del lobbying e della formazione, a caccia di best practices ed esperienze di crescita professionale. In particolare, i corsi di Government & Media Skills, tra i quali spicca “Comunicazione, lobby e politica”, giunto alla XXVII edizione, offrono agli allievi anche la chance di costruire network relazionali sempre più ricchi, di imparare l’arte della condivisione e del dialogo con i decisori pubblici e non solo.

Libri

(Luciano Capone) Al di la delle degenerazioni italiane, causate dalla mancanza di norme, i gruppi di pressione sono indice di libertà. Un libro spiega come creare professionisti, sulle orme degli Stati Uniti. Scarica l'articolo in pdf Recensione libro: Lobbista non è una parolaccia Nell’uso comune dei media e nella percezione dell’opinione pubblica la parola “lobby” è sinonimo di gruppo di pressione che, complottando da dietro le quinte, mira a sostenere con la corruzione oscuri interessi a favore di potentati vari: aziende, banche, gruppi finanziari, istituzioni e politici. Le varie P2, P3, P4 o certi club, come per esempio la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, Aspen Institute, faccendieri alla Bisignani & c., corruttori di politici operanti all’interno delle istituzioni in Italia e in Europa vengono correntemente definiti lobbisti e viene definita lobby la loro attività, su cui i media esercitano scarso controllo. Nascono così e si alimentano trame oscure, sospetti di complotti disposti da misteriose, potentissime supersegrete lobby sovranazionali, cui non sfuggono nemmeno l’omicidio di John F. Kennedy e le traversie politico-giudiziarie di Silvio Berlusconi. Il libro di Pier Giorgio Cozzi (“Professione lobbista. Portatori d’interesse o faccendieri?”, Lupetti editore, Milano, settembre 2013, pagg. 264, euro 16) sostiene invece che, in un contesto pluralista, la lobby, in quanto legittima e trasparente rappresentanza di interessi di aziende, associazioni, enti o gruppi presso le istituzioni centrali e periferiche (stato e regioni), sia l’alternativa democratica al malcostume e alla corruzione dilaganti. Diviso in quattro parti, il testo passa in rassegna il lobbismo com’è conosciuto nel mondo occidentale; illustra articolatamente le tecniche per fare lobby; prende in considerazione il “caso Italia”, le leggi anticorruzione e gli eventi collegati a questo fenomeno. L’ultima parte è una appendice riferita alla descrizione dei provvedimenti legislativi e normativi presi da Unione europea, stato e regioni per “agire” nei confronti delle lobby. Aggiungono interesse al volume: la descrizione di alcuni casi italiani di lobbismo che hanno riscosso successo, delle associazioni nazionali di relazioni pubbliche e di public affair, le  considerazioni di Paul Seaman sull’attualità degli stakeholder e sul cambiamento in atto della loro funzione nell’impresa e nella società.

Italia

Si chiama Professione lobbista. E poi sottotitola “portatori d’interessi o faccendieri?”. Bella domanda. Non la più originale di tutte, forse. Ma proprio per questo importante. Se nel 2014 abbiamo ancora bisogno di chiederci chi sia il lobbista, e in cosa consista la sua professione, evidentemente il dibattito non è esaurito. Bene, allora, un nuovo contributo sul tema (Qui il link al libro) Le nostre cronache giornalistiche e giudiziarie degli ultimi cinquant'anni quelle internazionali non sono da meno - sono ricche di misteri, di fatti e (più spesso) misfatti imputati al lobbismo ma che con le lobby nulla hanno a spartire. Nell'uso comune dei media e nella percezione dell'opinione pubblica la parola "lobby" è sinonimo di gruppo di pressione che, complottando da "dietro la siepe", mira a sostenere con la corruzione oscuri interessi a favore di potentati vari: aziende, banche, gruppi finanziari, istituzioni e politici. Le varie P2, P3, P4; o certi club, come ad esempio la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, Aspen Institute; faccendieri alla Bisignani & c; corruttori di politici operanti all'interno delle istituzioni in Italia e in Europa vengono correntemente definiti lobbisti e lobby la loro attività su cui i media esercitano scarso controllo. Questo libro sostiene invece che, in un contesto pluralista, la lobby, in quanto legittima trasparente rappresentanza di interessi di aziende, associazioni, enti o gruppi presso le istituzioni centrali e periferiche (Stato e regioni), sia l'alternativa democratica al malcostume e alla corruzione dilaganti. Il libro passa in rassegna il lobbismo com'è conosciuto nel mondo occidentale; illustra le tecniche per fare lobby; prende in considerazione il "caso Italia" e gli eventi collegati a questo fenomeno. In appendice la descrizione dei provvedimenti legislativi e normativi per "agire" nei confronti delle lobby. Nel libro c’è anche una breve postfazione che ho scritto, proprio per raccontare le sfide della professione. Eccola qui: Ma siamo sicuri che sia una professione? Non è facile dare una risposta. Anzi è difficile, quanto lo è sintetizzare in poche battute i tanti spunti di riflessione che offre un libro che deve fare tante cose in una: fotografare l’attualità politica, raccontare i dilemmi che vive una “professione” complessa, tratteggiare la giungla della formazione e la palude che ha generato, oltre – naturalmente – a soffermarsi sul funzionamento di una democrazia.  Alla condanna che subisce chi sceglie di scrivere sul lobbying in Italia – una non-professione che riesce a essere tante altre cose assieme – si aggiungono i contorni drammatici che ci consegna un momento storico complesso e imprevedibile come quello attuale. Raccontare il lobbying diventa così un esercizio faticoso, per almeno due ragioni. Anzitutto perché si scrive con il rischio di perdere il treno. O di fare il passo più lungo della gamba. Sarà per questo che fino ad oggi la responsabilità di raccontarne le vicende al di fuori del più rigoroso (e, diciamolo pure, noioso) contesto accademico sia ricaduta sulle spalle dei giornalisti, con le conseguenze che conosciamo tutti. Salvo poche e rarefatte eccezioni il lobbying, o meglio: la lobby, è vissuta grazie alle parole stampate sui quotidiani. Così, vivacchiando, ha proliferato, anche se lo ha fatto alla giornata, vittima e carnefice dello scandal(ett)o dell’ultima ora: quello che dimentichi poche pagine dopo. Il secondo rischio per chi oggi si cimenta nella scrittura di questo tema è quello di cedere alla tentazione di suggerire soluzioni banali ai problemi. Succede perché chi scrive impara a conoscere, si convince che i problemi non sono poi tali, o sono addirittura semplici, con soluzioni a portata di mano. La verità è che non c’è il coniglio nel cilindro e non esiste un modo per raccontare meglio il lobbismo. Né mi pare ci siano soluzioni o risposte praticabili senza tempi e costi considerevoli. Al massimo si può fare di tutto per non cadere in trappola, regalando a chi legge una prospettiva che da solo non avrebbe avuto. Questo libro non cede a nessuno dei due rischi, è questo il suo pregio. La narrazione scorre fluidamente tra eventi, dilatandosi a volte, comprendendo episodi che, letti nell’insieme, trovano un senso compiuto. Capitolo dopo capitolo non si affanna a rincorrere l’attualità (del resto, nel momento in cui il volume è in stampa ci sono almeno tre incognite aperte: la riforma elettorale, il passaggio del testimone a Palazzo Chigi e l’applicazione concreta delle norme sulla corruzione). E, soprattutto, non contiene ricette salvifiche per la lobby. Offre invece spunti di riflessione, almeno quattro, tutti di “lungo periodo”, come si dice tra gli economisti, e tutti di grande interesse. Il primo sul quale riflettere è certamente il più importante. Da anche il titolo al libro. Si tratta del professionista-lobbista. È il più importante e anche il più complesso, al punto da diventare l’ultimo dei problemi che si può risolvere. Prima ci sono, in ordine: la questione etica, quella della formazione e quella delle regole. L’etica, lo abbiamo visto, non paga. L’Italia ha una tradizione povera in materia. I codici etici non hanno mai funzionato perché, si è detto, non si adattano allo spirito nazionale. Il nostro è un popolo che ha imparato ad adeguarsi e sopravvivere, a “tirare a campare”, basandosi sul genio e l’inventiva. Nelle pubbliche amministrazioni, ma anche nelle aziende private e nella vita di tutti i giorni, fuori dagli uffici, il nostro è un popolo scarsamente propenso all’etica. Non che gli italiani siano immorali. Ma è l’essenza stessa del saper contrattare, del trarre un vantaggio dal compromesso, del difendere le rendite acquisite piuttosto che rischiare il capitale, che fa del nostro un Paese eticamente deficitario. Pure volendo negare questa ricostruzione molto generalista, resta il fatto che le norme dei codici di condotta hanno sempre avuto un’importanza marginale. Vuoi perché prive del principale deterrente alla violazione di qualsiasi regola: la sanzione, vuoi perché poco incentivate. Sta di fatto che l’etica resta uno dei problemi centrali, e irrisolti, del lobbismo in Italia. Alla (poca) etica si aggiunge la cattiva formazione. Cattiva non perché sia di scarsa qualità. Cattiva perché frammentata, dispersa tra mille possibili varianti che confondono lo studente e sconsolano lo studioso. Non c’è un percorso universitario accreditato, non esiste un parametro accertato post-universitario, né una qualifica che possa indicare cosa contribuisce a fare di un lobbista un “buon lobbista”. Ci si affida di più all’esperienza, che per definizione è priva di standard certi di riferimento. Prevale il concetto di bottega rinascimentale, con il giovane lobbista preso per mano e condotto passo passo dal vecchio lobbista. Per cui se il maestro è bravo avremo un buon allievo, altrimenti… Resta comunque molto difficile farsi un’idea chiara della scala dei valori. Vale di più un lobbista che si è formato nella grande azienda, dov’era poco più di un numero su un badge, o quello che ha lavorato nel piccolo studio, dove faceva tutto, o quasi, da solo? È più rassicurante quello che viene da un’esperienza di assistente parlamentare o quello che ha due master e tanti tirocini? Basterebbero delle regole, direte. Certamente sì. Non fosse che le regole non ci sono, e questo è il terzo spunto di riflessione (e problema) che pesa sul giudizio della categoria. Mancano le regole date dal Parlamento, e questo è un fatto noto. Ma sono assenti anche le regole date dalle piccole amministrazioni locali. Bene le sperimentazioni di alcune regioni. Ma sappiamo tutti che sono rimaste lettera morta, materiale buono per una pubblicazione scientifica, e basta. Francamente, tra le due assenze, pesa più la seconda. Le conseguenze le conosciamo. Senza regole previse non ci sono lobbisti formati, centri di formazione adeguati, partiti responsabili e diritti e doveri. C’è invece una giungla fitta fatta di “vorrei e posso”, “potrei ma non voglio”, “posso?”, “voglio!” e via avanti con il vocabolario che descrive rapporti opachi e pericolosamente fragili: quelli tra chi rappresenta un interesse e chi lo difende.  Eccoci al punto di partenza: ma siamo davvero sicuri che lobbying sia una professione? Nei numeri certamente sì. Che tanti svolgano questo lavoro è un dato che non ha bisogno di conferme. Nella qualità anche. Con qualche certezza di meno forse, ma, tutto sommato, chi lavora nel settore delle pubbliche relazioni (o degli affari istituzionali) ha una professionalità da spendere. Ma tutto questo non è inquadramento professionale. Non, almeno, alle condizioni che regolano (a volte anche troppo) professioni più note: gli avvocati, i commercialisti, gli ingegneri. Fin qui potremmo anche starci. Difficilmente un ordine professionale potrebbe mettere assieme e comporre a unità competenze così diverse. Il che spiega il proliferare di associazioni che riuniscono, a vario titolo e sotto bandiere diverse, i professionisti della comunicazione e delle pubbliche relazioni. Funzionano quelle, l’ordine professionale non serve. Servono semmai criteri snelli di inquadramento e trasparenza. L’inquadramento per dire chi è lobbista e chi non lo è. La trasparenza – una parola molto rischiosa perché può voler dire tutto e niente, e il più delle volte è usata per non dire niente – per far capire alle istituzioni, all’opinione pubblica e agli stessi lobbisti chi fa cosa e per quanto. Tutte queste cose assieme contribuirebbero a rendere i lobbisti professionisti. La loro mancanza è invece la più grande condanna di questa categoria: quella – mediatica prima ancora che giuridica – del trafficante di influenze, illecite, in una democrazia malata. Fonte: Formiche.net

Libri

Il lettore apprezzerà non soltanto la franchezza e lo stile disteso di Ventanni da sporco lobbista, il saggio di Fabio Bistoncini (Guerini e associati, 187 pagine, 18,50 euro) dovrà chinare la testa davanti al coraggio del libro. Perché in queste pagine anche chi oggi aderisce acriticamente alla tesi prevalente. e ingiusta, che In Italia vede il lobbista come il sotterraneo e inevitabile corruttore della politica e dei costumi, troverà pane per i suoi denti e per i suoi dubbi. Anche e soprattutto mentre le cronache si affollano dei presunti scandali dei vari Gigi Bisignani e Vincenzo Morichini. Bistoncini, dal 1996 fondatore e partner di Fb & Associati, racconta e svela decine di casi concreti. E attraverso tanti esempi spiega efficacemente che il lobbismo è connaturata a tutte le democrazie compiute. Oscar Giannino, nella prefazione, va oltre: poiché il governo come espressione della volontà generale rousseauiana è l'anticamera del totalitarismo, sostiene, meglio mille lobby trasparenti. E anche Giannino ha perfettamente ragione. Maurizio Tortorella - Panorama «Il libro è per metà un buon manuale che spiega ai non addetti ai lavori della comunicazione pubblica e istituzionale in che cosa consista oggi il lobbismo [...] Per l'altra metà, invece, [...] è un'autodifesa pubblica, l'orgogliosa controarringa riservata a tutti coloro - in primis, la stampa - che usano il termine di lobbista per descrivere i tanti faccendieri che inducono politici e pubblica amministrazione a declinare discrezionalmente i propri poteri per favorire, extra legem e contra legem, gli amici degli amici. Condivido appieno la difesa del lobbismo, che nulla ha a che vedere coi faccendieri imbratta-appalti o corrompi-commesse.» (dalla prefazione di Oscar Giannino) Nel nostro Paese, il termine lobby è utilizzato per spiegare le azioni di corruttela da parte di gruppi di interessi che si muovono nell'ombra. Attraverso questo libro scopriamo, invece, che il lobbying è una attività connaturata a tutti i regimi democratici e consiste nel costante dialogo tra chi detiene il potere decisionale e parti della società che chiedono il riconoscimento e la tutela dei propri interessi. L'autore traccia un vero e proprio identikit del lobbista, attività che svolge da vent'anni, attraverso l'analisi degli avvenimenti storici e politici e con alcuni racconti tratti dalla sua esperienza professionale. FABIO BISTONCINI è fondatore e partner di FB & Associati, società nata nel 1996, una delle prime realtà imprenditoriali a occuparsi di advocacy e lobbying (www.fbassociati.it). Docente in Master e Corsi di Laurea, è socio dell'Associazione italiana delle agenzie di relazioni pubbliche (ASSOREL) e della Società Italiana di Scienza Politica (SISP). Dal 2003 al 2007 è stato Vice Presidente della Federazione delle Relazioni Pubbliche Italiana (FERPI). È autore di numerosi articoli.

Libri

Il lobbying è argomento di confine, a tratti ignorato o bistrattato per la prevalente accezione negativa, che tende a collocarlo in una luce un p0' sinistra, entro il novero delle trame di palazzo contrastanti con l'interesse della collettività. A ben guardare, tale visione è sospesa tra ingenuità e ipocrisia, non riuscendo nemmeno alla lontana a evidenziare funzioni, modalità, dinamiche, effetti di un'attività che non pare lasciare alcun soggetto nel ruolo di semplice osservatore. Questa società non può essere rappresentata come utopistico sistema funzionalisticamente compiuto, né come effetto di strategie massimizzanti di attori individuali. Sono i gruppi, le coalizioni, le organizzazioni che dispiegano le proprie azioni in ambienti condizionati dalle azioni ed influenze altrui, da logiche di potere e rapporti non strutturati gerarchicamente. Il lobbying si sostanzia in processi di continua costruzione, rottura e ricostruzione della realtà sociale, che si definisce in un quadro istituzionale dinamico, costrittivo nei confronti degli attori, ma mai definitivo e stabile. Gli studi sull'impresa hanno tentato una collocazione del fenomeno entro l'ambito angusto delle pubbliche relazioni, all'interno di un'area marketing che non può contenerlo. Tra la chiave di lettura dei sistemi politici e quella dei vincoli istituzionali si snoda il percorso di analisi del lobbying in questo volume, al termine del quale tali due prospettive appaiono come due facce della stessa medaglia, che si completano reciprocamente per rendere meglio intelligibile un fenomeno complesso. Il soggetto agisce intenzionalmente, ma non è libero nella sua azione; il soggetto è vincolato istituzionalmente, ma non per questo abdica al suo ruolo di attore strategico. IL CURATORE Piero Mastroberardino è professore straordinario di Economia e gestione delle imprese nella Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Foggia. È direttore del Dipartimento di Scienze Economico_Aziendali, Giuridiche, Merceologiche e Geografiche; ha ideato e dirige il Laboratorio d'Impresa, presso il medesimo Dipartimento. È autore di vari lavori monografici, saggi e contributi sui temi dell'economia d'impresa e sulle teorie organizzative, con particolare interesse per i rapporti tra organizzazioni, il management, gli assetti proprietari.

Libri

Quando, qualche mese fa, Santo Primavera mi chiese di scrivere alcune righe che precedessero il suo secondo libro sul lobbying accettai con grande entusiasmo. normalmente non amo introdurre o concludere libri non miei, ma in questo caso l’eccezione è giustificata sia dal rapporto con l’autore che dal giudizio nei confronti del libro. Infatti già alcuni anni fa, nel corso di un master che vedeva Santo nelle vesti di studente e io in quelle di docente, se non altro per ragioni anagrafiche, ci trovammo a discutere in ordine a una materia che, oggi ancora come ieri, suscita in italia una malcelata diffidenza. Sarà per un’errata interpretazione dell’attività, sarà per l’inesistenza di una regolamentazione, sarà per l’improvvisazione di tanti, ancora oggi sulla materia oggetto del volume in italia si brancola nel buio. È proprio per questo che leggendo il manoscritto di Santo Primavera ne ho apprezzato l’approccio analitico, ma semplice, che attraverso diversi esempi mette in luce in tutta la sua evidenza l’attività del lobbista in italia così come all’estero. Per diversi anni una difficoltà interpretativa, nel descrivere il ruolo del lobbista, ha favorito una ricostruzione delle funzioni ispirata più alle analogie con altre figure, già consolidate, che non la costruzione di una professionalità propria. affogata nel mare delle relazioni esterne, diluita nella generica funzione di organizzare eventi, assimilata a un’attività sostanzialmente di intelligence, la figura del lobbista ne è uscita spesso sfuocata e mal definita, andando in sostanza a unire, in un’indistinta miscela, le peggiori caratteristiche delle tre figure da cui si tendeva a prendere spunto. L’attività inoltre, caratterizzata molto spesso più da eccezioni che da regole vere e proprie, fatica a trovare una collocazione in un ordinamento che, nonostante le svariate proposte di legge presentate, ne ignora l’esistenza e spesso in malafede non ne regola l’attività autorizzando, come è evidente, le peggiori devianze. Tutto questo non ha certo impedito che si moltiplicassero le società destinate a tutelare i particolari interessi di aziende o di ordini professionali nei confronti di istituzioni locali, regionali o nazionali. il problema è che il successo di alcune di tali esperienze è spesso meramente occasionale e perseguito nonostante l’assordante silenzio dell’ordinamento italiano al riguardo. in estrema sintesi un’attività che di per se tende a favorire la conoscenza da parte delle istituzioni, e che nel suo originale obiettivo si ripromette di fornire al decisore pubblico tutti gli elementi necessari per adottare le proprie scelte, viene spesso derubricata verso la semplice attività di “rubare” informazioni e tentare di modificare a proprio uso e consumo novelle legislative e provvedimenti amministrativi. In realtà il primo difetto di comunicazione è già alla radice dell’attività. il lobbista infatti, pur non essendo necessariamente un super tecnico della materia di cui si occupa, non è solamente un organizzatore di occasioni di incontro più o meno conviviali, dovrebbe bensì essere un soggetto che, titolare di un gran numero di informazioni sulla materia di cui si discute, si pone come una preziosa risorsa nei confronti del decisore pubblico chiamato a fare le scelte. Seppur infatti non si nega la finale mission del lobbista diretta a favorire il proprio cliente e i suoi interessi particolari, si deve riconoscere a questo, nell’originale impostazione, la maggior competenza possibile sull’argomento e il ruolo dunque di interlocutore privilegiato nei confronti del decisore pubblico. La virtù del lobbista in sostanza non si misura sulla mera capacità di favorire occasionalmente e con interventi sporadici il suo committente, bensì nella capacità di istruire e mantenere un canale aperto con l’autorità decidente, che gli riconosca competenza e preparazione sugli argomenti trattati. da tale punto di vista è opportuno notare come elemento fondamentale di ogni trattativa venga ad essere la conoscenza della casistica comunitaria e internazionale sullo stesso argomento, in modo da poter evitare al decisore pubblico potenziali errori già fatti in altre realtà. L’esistenza di un flusso informativo continuo e leale fra il lobbista e il suo referente politico o amministrativo è la migliore garanzia di un ordinato sistema di rapporti. eventuali forzature o blitz occasionali che deroghino a una tale regola, pur non potendosi di principio escludere, tendono normalmente a ottenere solo risultati episodici e alla lunga rischiano seriamente di danneggiare il sistema dei rapporti. Se è vero come è vero che un punto di particolare difficoltà è costituito dalla diffidenza con cui il decisore pubblico guarda i rappresentanti di interessi individuali, è opportuno valutare che tale diffidenza trova le sue radici, da una parte nella totale mancanza di regolamentazione dall’altra, ma probabilmente è una conseguenza della prima, nella difficoltà del pubblico di individuare i reali referenti sulle singole questioni. Infatti nell’attuale sistema l’accavallarsi, non sempre ordinato, di diverse figure interne o esterne all’azienda, che a vario titolo interpellano l’amministrazione, crea molto spesso imbarazzi e incomprensioni che rischiano di deflagrare in una poco produttiva interruzione dei rapporti. ogni rapporto equilibrato per produrre risultati deve avere come ingrediente base la conoscenza fra loro degli interlocutori e il corretto utilizzo delle diverse armi negoziali a disposizione dell’uno o dell’altro. il lobbista in sostanza non è solo colui a cui è delegata l’organizzazione degli incontri, a lui dovrebbe essere in realtà delegata anche la “road map” sulla base della quale tali incontri si debbano svolgere, ivi compresa la predisposizione di soluzioni auspicate dall’azienda e diverse da quelle paventate dal decisore pubblico. Pur tuttavia, se in alcuni casi non può essere negata una mission destruens del lobbista nei confronti di una eventuale novella ritenuta odiosa per il proprio assistito, dall’altra questa deve essere sempre preceduta da una fase costruens relativa a possibili soluzioni alternative. Tale regola vale a maggior ragione quando la norma o il provvedimento, di cui si auspica la modifica, rechi rilevanti entrate economiche all’autorità che si propone di adottarla. in tal caso la predisposizione di una norma di abrogazione, ove non venga prevista una diversa copertura finanziaria, è facilmente destinata all’insuccesso. Da quanto premesso emerge con una certa evidenza la necessità che la struttura di lobbying, al netto di tutte le qualità richieste per una buona attività di pubbliche relazioni, dovrà anche essere in possesso di un significativo bagaglio di informazioni e di una più che buona capacità tecnica nell’intervenire sull’impianto normativo locale e nazionale. ed è proprio su tale punto che l’attività del lobbista si allontana dall’attività del responsabile delle relazioni esterne o dell’organizzazione degli eventi, andando ad assumere una sua particolare conformazione che in casi estremi, e sottolineiamo estremi, potrà anche comprendere il discreto utilizzo della stampa scritta, radiofonica e televisiva. Nel suo contributo Santo Primavera compie un ulteriore sforzo rispetto alla ordinaria saggistica sul tema, infatti alla sensibilità dello studioso unisce l’esperienza pratica dell’amministratore locale. nel libro infatti è fortemente presente la doppia visione dell’autore, la cui personalità è sospesa fra il potenziale lobbista e il quotidiano “lobbato”. in estrema sintesi l’approccio pragmatico nasce spontaneamente nell’autore che nel quotidiano ha modo di valutare l’oggetto del suo studio. Avendo personalmente un’esperienza simile, sospesa fra impegni nel Governo nazionale e responsabilità in aziende private, non posso non guardare con simpatia a un simile prodotto, la cui fruibilità esce dai rigidi confini degli “addetti ai lavori” per andarsi a collocare presso una più ampia platea. dobbiamo dunque rilevare che ancora una volta nell’esperienza nazionale la pratica vola anni luce avanti alla legislazione, andando a disegnare codici, comportamenti, e nuove figure professionali il cui inquadramento normativo appare ancora una chimera. Mentre questo libro va in stampa e la commissione europea si interroga sulla necessità di modificare la normativa concernente le lobby, il legislatore italiano, al contrario essendo di una tale normativa carente, assiste apparentemente disinteressato alle acrobazie degli ormai dilaganti gruppi di interesse e di pressione, nella speranza che essi stessi come nella giungla trovino le ragioni e le modalità di una pacifica convivenza. Se da un lato il libro di Santo Primavera ci apre una ampia e documentata finestra sul fenomeno dall’altra non può non essere considerato come un monito al legislatore che ad essere indulgenti possiamo considerare ancora… distratto.

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Perché Lobby? Si può Lobby? Lobby brutta parola. Anche in questi giorni, mentre giace in parlamento il Decreto Legge Governativo ispirato dal dott. Santagata (probabilmente, come molti altri, destinato a rimanere tale), serpeggia fra chi sente questa espressione un brivido. L’associazione delle parole è semplice: mafia, oscuri giochi di potere, multinazionali assetate di potere a scapito di poveracci, angoli bui e sussurri, scambi di regalie e cose poco pulite. Il libro “L’intermediazione di interessi. Lobbying” vuole ribaltare questa concezione, dimostrando – legge alla mano – che molti comportamenti lobbistici sono leciti se non addirittura raccomandabili per chi non voglia condannarsi all’ininfluenza nella società. Il lobbying è un misto di capacità tecniche e comunicative ed è uno strumento molto potente al servizio della società civile, dell’impresa e persino delle amministrazioni pubbliche. La sua forte carica di trasparenza e chiarezza degli obbiettivi disincentiva i poco onesti ad approcciarvisi, ponendosi – invece – a servizio delle spinte legittime che in una società come la nostra nascono spontanee e che i meccanismi della democrazia classica e partitica, con i loro logori e dispendiosi meccanismi non possono più garantire. È – in ultima analisi – una risposta seria e strutturata al costo della politica. Perché il lobbismo È una ipotesi di studio, ma anche un prassi che ha trovato nella realtà solide conferme: l’Italia è un Paese arretrato in questo ambito e ne sta pagando le conseguenze. Come molte idee è nato da un serio think tank culturale, quale è la Fondazione Vittorino Colombo di Milano. La Fondazione è un ente morale, che riunisce alcuni fra i più importanti nomi della cultura accademica e della imprenditoria italiana. Si occupa di impresa, urbanistica e qualità della vita; ha una spiccata attenzione alle tematiche dell’attualità sociopolitica e socioculturale. Si avvale del Centro Studi Achille Grandi e del Centro Studi Il Ponte. Da oltre 10 anni conferisce il Premio Internazionale Vittorino Colombo: fra i premiati Shirin Ebadi, Nobel per la pace 2003, Ivo Sanader Primo Ministro della Repubblica di Croazia, Card. Angelo Sodano Segretario di Stato Vaticano e Boutros Ghali già Segretario Generale dell’ONU, Vaclav Havel Firmatario Charta 77 e già Presidente della Repubblica Ceca e altre Personalità internazionali. "... Il libro di Marcello Menni, a differenza di altri volumi scritti sul tema, assicura un approccio al problema senza la distorsione dell'ideologia o delle tesi pre-confezionate. L'autore è un osservatore attento e scrupoloso del fenomeno del lobbismo, lo descrive, lo analizza e immagina delle soluzioni capaci di trasformare un'attività di per sé sotterranea almeno in Italia in un'attività trasparente e, persino, dignitosa...." (Lorenzo Del Boca).

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Perché K. il protagonista del “Castello” di Kafka non riesce ad ottenere dalle Autorità del Castello il decreto che lo nomini agrimensore? Per rispondere a questa domanda il saggio “K. il lobbista. Introduzione al principio di democrazia partecipativa” della esperta di relazioni istituzionali Lucia Fiorentino, parte dall’assunto che K. sia un lobbista perché come ogni lobbista egli è tutt’uno con la sua azione esibitiva degli interessi che intende rappresentare alle Autorità del Castello ed in quanto lobbista commette 10 errori che pregiudicheranno l’esito delle sue azioni. La pratica del lobbying qui assunta quale “adattamento costruttivo” della prassi della democrazia avrebbe contribuito a rendere, nei fatti, vigente in tutti gli ordinamenti giuridici da quello europeo a quello regionale un principio di democrazia partecipativa, in cui si rendono azionabili alcuni strumenti partecipativi. In alternativa alla vigenza di un principio di democrazia partecipativa e quindi ad un lobbying trasparente che si serve di precisi strumenti partecipativi, non resterebbe che ricorrere alle kafkiane convocazioni notturne del segretario Erlanger o alle audizioni all’osteria da parte del segretario Momus con un boccale di birra su quei fogli in cui K. spera tanto che contengano una “parola su di lui” e sul suo interesse a divenire agrimensore . Le vicende di K. fungono da filo conduttore per tutto il libro impreziosendolo di citazioni e di esemplificazioni pertinenti, la sensazione che se ne ricava è che davvero come sostiene l’Autrice “Il Castello” potrebbe a buon diritto considerasi il più efficace manuale di relazioni istituzionali che sia mai stato scritto. Un altro merito di questo originalissimo saggio è quello di dare una risposta concreta ad un’istanza di reale specificazione delle dinamiche di interazione tra interessi privati ed elemento pubblico influente, lo fa addentrandosi sul terreno –poco praticato in letteratura- del corporate lobbying e delle corporate lobbying strategies. Soprattutto laddove le interazioni con l’elemento pubblico influente non godono della più ampia visibilità, viene avvertito il rischio non solo di sanzioni (di cui molto si parla in letteratura) da parte delle lobbies verso l’elemento pubblico influente, ma anche il rischio di “controsanzione” (di cui invece non si parla mai) che viceversa spiegano effetti sanzionatori-dimostrativi ad opera del pubblico influente verso il mondo degli interessi. Leggi l'intervista a Lucia Fiorentino della Gazzetta del Mezzogiorno del 10/01/2008 (.pdf) Lucia Fiorentino. Nata a Barletta si è laureata in legge a 23 anni all’Università di Roma Tor Vergata e oggi a 31 anni è una delle più giovani esperte di relazioni istituzionali in Italia, autrice di numerosi articoli tecnici e ha vinto il premio «Paese delle donne 2006”.

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Nella rassegna giornalistica degli ultimi anni ricorre con maggiore frequenza l’espressione anglosassone LOBBY e LOBBYING. Si sono accusate le lobbies di frenare ed ostacolare le liberalizzazioni (Corriere della Sera 8 Giugno 2007, Lobby continua, editoriale a firma di Angelo Panebianco). Bersani, Ministro dello sviluppo economico che più di altri ha fatto delle liberalizzazioni la sua missione, ha risposto annunciando che i prossimi protagonisti saranno i cittadini con lo strumento referendario. Lo strumento più adeguato appare il referendum: quello classico, ma anche quelli previsti dagli statuti regionali, nonché l’iniziativa di legge popolare. Temibili infatti sono le lobbies annidate in Parlamento. A partire da quella degli avvocati (una nutrita schiera tra deputati e senatori). Per non parlare delle cordate a difesa degli interessi di compagnie telefoniche, banche, assicurazioni e notai. Silenziose nelle rimostranze e pronte a tirar fuori l’emendamento giusto al momento opportuno. Ecco allora la proposta di “una lenzuolata referendaria che potrebbe partire dal basso, perché le liberalizzazioni non possono essere lasciate alle geometrie parlamentari”. La rubrica di Piero Ostellino, Il dubbio, presente sul Corriere della Sera, già qualche anno fa titolava: “La Repubblica fondata sugli interessi delle lobby”. E poi si proseguiva: “L’Italia è una Repubblica fondata sulle corporazioni e sulle lobby, in una parola sugli interessi. Così, di volta in volta, che al governo ci sia il centrosinistra, ovvero il centrodestra, anche la più modesta intenzione riformista si scontra con le corporazioni e le lobby che quegli interessi rappresentano. E tutto si ferma (…). Dal capitolo I del libro. INDICE È GIÀ LOBBY -LOBBY OGGI 1.1 Lobby e lobbisti 1.2 Perché fare i lobbisti 1.3 Questioni di regole 1.3.1 Lobbying regionale 1.3.2 La politica costa e i partiti si indebitano 1.4 La lobby dei consumatori in Italia DIZIONARIO MINIMO 2.1 Gruppi di interesse e partiti 2.2 Corporazioni e sindacati 2.3 Dal gruppo di interesse al gruppo di pressione 2.4 Lobbying GRUPPI DI INTERESSE E PARTITI IN ITALIA Premessa 3.1 Lobby da Prima Repubblica 3.2 Lobby da Seconda Repubblica 3.2.1 La fase di transizione 3.2.2 La stagione bipolare 3.2.3 Dalla parentela alla trasversalità 3.2.4 Importanti decision makers 3.2.5 La politica in crisi 3.2.6 Il costo sociale di una politica “debole” L’ALTRO POTERE: LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Premessa 4.1 La dinamica decisionale 4.2 Il sistema procedimentale 4.3 Lobby e burocrazia 4.4 Burocrazie locali 4.5 Politica e burocrazia FARE LOBBY -I CUSTODI DEGLI INTERESSI 5.1 Le reti 5.2 Creare un network 5.3 Attività di intelligence 5.4 Contatto diretto 5.5 Lobbying indiretto 5.6 I “Think Tanks” SISTEMA LOCALE 6.1 Lobby territoriale 6.2 L’azione legale Bibliografia

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Perché un libro sugli sforzi delle città e delle Regioni?Semplicemnte perché città e Regioni sanno che le decisioni su di loro vengo prese a Bruxelles. Quante volte sentiamo "Sta succedendo a Bruxelles", "Bruxelles decide!"? Dai soli 10 rappresentanti del 1994, oggi Bruxelles presenta la bellezza di 220 rappresentanze regionali e locali, e il numero aumenta in continuazione, a dimostrazione dello sforzo lobbistico. Ma i corridoi di Bruxelles sono realmente accessibili per città e Regioni? Come fa una città o una Regione ad influenzare il processo di decision-making comunitario? Come possono essere difesi gli interessi locali e regionali all'interno dell'UE? Sono tutte domande cui questo libro cerca di dare risposta in modo concreto e pragmatico, presentando esempi di best practices che l'autore ha potuto osservare nella sua lunga esperienza di rappresentante del Belgio presso l'UE.

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Un libro di Abraham Foxman il risposta a quello di John Mearsheimer e Stephen Walt, oggetto al tempo stesso di un duello di prese di posizioni fra Zbignew Brzezinski e Alan Dershowitz come fra George Shultz e Jimmy Carter con sullo sfondo l’incerta posizione assunta da Barack Obama: a far discutere l’America è la teoria della Israel Lobby, il titolo del volume di Mearsheimer e Walt, secondo i quali la politica estera americana sarebbe «dirottata» da una potente lobby filo-israeliana i cui interessi sono in contrasto con quelli degli Stati Uniti. «L’America sta mettendo da parte la propria sicurezza per far avanzare gli interessi di un altro Stato, Israele, a causa delle pressione di una coalizione di individui e organizzazioni attivamente impegnate a favore di Gerusalemme» scrivono Mearsheimer e Walt, secondo i quali «il cuore della lobby è composta da ebrei americani e include anche esponenti della destra evangelica e dei neoconservatori» ai quali si deve in gran parte «l’intervento in Iraq» come anche «le pressioni sull’Iran» in una strategia che spinge il Medio Oriente verso la guerra e lontano dalla pace. Per i due accademici (insegnano rispettivamente all’università di Chicago e ad Harvard) si tratta di un danno che «non ha precedenti nella storia» ma il presidente dell’Anti-Defamation League risponde nel suo The Deadliest Lies (Le bugie più mortali) accusandoli di «mettere il vecchio veleno antiebraico in una nuova bottiglia» ovvero «riproporre l’interrogativo su quanto leali sono gli ebrei e su quanto sono potenti» sfruttando le polemiche sull’Iraq per ravvivare un antisemitismo di vecchia data. Il duello fra libri è parallelo a quanto sta avvenendo fra due degli intellettuali più vivaci. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, Zbignew Brzezinski, ha preso posizione a favore di Israel Lobby (pubblicato in Italia da Mondadori con identico titolo) affermando, con un articolo su Foreign Policy, che «non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo» mentre «rende un importante servizio pubblico» perché «porta l’attenzione sull’imponente sostegno finanziario a Israele da parte dei contribenti americani» e sul «cambiamento avvenuto della nostra politica estera dall’imparzialità del Trattato di pace di Camp David alla successiva adozione della visione israeliana nel Medio Oriente», senza contare l’utilità di «affrontare la questione delle conseguenze della crescente influenza di tutte le differenti lobbies sul Congresso». Lo scritto di Brzezinski pesa perché si tratta di uno dei nomi di punta del team di Barack Obama, il popolare senatore afroamericano dell’Illinois che punta alla Casa Bianca nel 2008. Da qui la scelta di Alan Dershowitz, il giurista liberal di Harvard, di scendere in campo per definire Israel Lobby come «un attacco bigotto contro gli ebrei americani» e chiedere a Obama di mettere alla porta Brzezinski. «Lo scritto di Mearsheimer e Walt contiene tre tipi di gravi errori - afferma Dershowitz - perché le citazioni sono fuori contesto, fatti importanti vengono omessi e la tesi di fondo è talmente debole da essere imbarazzante fino al punto che uno dei autori ha ammesso che nessuna delle prove portate è basata sull’esistenza di documenti originali o frutto di interviste condotte». La risposta di Obama è stata ambigua: da un lato si è affrettato a definire «semplicemente errate» le tesi esposte nel libro contestato mentre dall’altro ha confermato la fiducia a Brzezinski basata sulla «comune opposizione, sin dall’inizio, alla guerra in Iraq a differenza di chi invece l’ha sostenuta» come fatto da Hillary, alla cui campagna elettorale Dershowitz ha versato mille dollari. Ma non è tutto. Anche l’ex Segretario di Stato George Shutlz ha voluto dire la sua, scrivendo l’introduzione al libro di Foxman per individuare alle spalle degli «errori fattuali» di Israel Lobby e delle tesi di Brzezinski il vero regista nell’ex presidente Carter autore del libro Palestine: Peace Not Apartheid nel quale si imputa ad Israele di praticare nei confronti dei palestinesi una segregazione simile a quella sofferta dai neri in Sudafrica. «La tesi di Carter avvalora quelle vignette pubblicate in Europa e nel mondo arabo in cui si descrivono gli israeliani come moderni nazisti» scrive Shultz. Ma l’ex presidente non è affatto disposto a fare marcia indietro: «Non devo scusarmi di nulla, il mio libro non è su Israele ma sui palestinesi» ha detto alla tv Cbs, sottolineando di aver voluto spiegare come cosa si prova in Cisgiordania dopo la costruzione della lunga barriera di separazione territoriale. A dispetto dei toni accesi della polemica i grandi media le hanno dato scarsa attenzione e per comprendere il perché bisogna leggere quanto scritto sul Washington Post dall’editorialista liberal Richard Cohen: «Israel Lobby contiene tesi che vale la pena esporre e posizioni che vale la pena discutere ma è talmente unilaterale e privo di contenuti da suggerire che gli autori non conoscono né Israele né l’America». A confronto PRO ZBIGNEW BRZEZINSKI «The Israel Lobby non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, rende un importante servizio pubblico perché porta l’attenzione sull’imponente sostegno finanziario a Israele da parte dei contribuenti Usa e sul cambiamento nella nostra politica estera dall’imparzialità del Trattato di Camp David alla successiva adozione della visione israeliana nel Medio Oriente. È utile perché affronta le conseguenze della crescente influenza di tutte le differenti lobbies sul Congresso». CONTRO ALAN DERSHOWITZ «The Israel Lobby è un attacco bigotto alla comunità ebraica Usa. Contiene tre gravi errori perché le citazioni sono fuori contesto, fatti importanti vengono omessi e la tesi di fondo è così debole che uno dei autori ha ammesso che nessuna delle prove portate è basata sull’esistenza di documenti originali o frutto di interviste condotte. È bene che Obama ponga rimedio all’ingenuità commessa prendendo come consigliere Brzezinski che sostiene la validità del libro». Link: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200710articoli/26525girata.asp Note di Copertina Da sempre, il sistema politico degli Stati Uniti consente a qualunque raggruppamento di cittadini (che sia una multinazionale del petrolio, un'associazione ambientalista, una setta religiosa o un'industria di armi da fuoco) di finanziare e, soprattutto, di influenzare deputati, senatori e candidati alla Casa Bianca, creando, così, un gruppo di pressione, una cosiddetta 'lobby'. Niente è meno scandaloso, in America, dell'attività di una lobby; niente è più ovvio che una categoria di persone si organizzi per fare pressione sui suoi rappresentanti eletti. E tuttavia, quando, nel marzo 2006, John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt pubblicarono sulla "London Review of Books" l'articolo che è all'origine di questo libro, suscitarono uno dei dibattiti più accesi degli ultimi decenni. Mentre il loro saggio veniva scaricato da Internet da trecentomila persone in tre mesi, gli autori erano, alternativamente, sottoposti a un furioso tiro incrociato di critiche o accolti con la gratitudine che si riserva a chi finalmente infrange un tabù intoccabile. Cosa rende così esplosiva l'indagine di due stimati accademici su una lobby paragonabile a decine di altre negli Stati Uniti? Il fatto che si tratti della "lobby di Israele". Secondo i due studiosi, infatti, l'appoggio incondizionato che l'America ha sempre fornito allo stato ebraico, sia in termini economici che militari e politici, non è giustificabile, se non in minima parte, con motivazioni strategiche o morali: la vera ragione di un rapporto così speciale risiede nel grande potere di influenza che una coalizione informale di gruppi e individui impegnati nella difesa degli interessi nazionali di Israele possiede nei confronti del parlamento, del governo e della stessa presidenza degli Stati Uniti. Accusati di proporre con nuovi argomenti le vecchie ossessioni dell'antisemitismo e di non fornire prove sufficienti a supporto delle loro tesi, Mearsheimer e Walt hanno deciso di trasformare il loro saggio in un libro, documentatissimo e rigoroso, da sottoporre all'opinione pubblica mondiale. "La Israel lobby e la politica estera americana" sostiene, con chiarezza e implacabile spirito dialettico, che, dalla guerra in Iraq alla questione palestinese, dall'Iran alla Siria, al Libano, spesso gli interventi americani in Medio Oriente hanno ottenuto effetti contrari all'interesse nazionale degli Stati Uniti. Secondo gli autori, la Israel lobby danneggerebbe anche le relazioni degli Stati Uniti con i suoi più importanti alleati, accrescendo per tutti i paesi occidentali i pericoli del terrorismo islamico globale. «È la prima volta, dàlia pubblicazione di 10 scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiate di Samuel Huntington nel 1993 che il saggio uno specialista produce una detenizione così fragorosa,» (The New York Review of Books)

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La devolution dei poteri dal centro al territorio voluta dal Governo guidato da Tony Blair ha portato nella politica scozzese la voglia di avere una politica aperta e trasparente. Ma come arrivare ad un tale traguardo? Gli autori di Open Scotland affermano che in realtà non molto è cambiato, e che il vecchio modo di fare politica è ancora presente e passa per Westminstere Whitehall, che continuano a fare ombra aEdinburgo. Questo libro offre la prima vera panoramica di come media, poltici e lobbisti interagiscono nella Scozia post-riforma. Basato su un ampio accesso a fonti di prima mano e ad interlocutori di alto livello,Philip Schlesinger, David Millere William Dinan hanno realizzato un quadro accurato di come sia difficile per le nuove istituzioni scozzesi scrivere regole del gioco adeguate al rapporto fra politica e lobbisti. Per il libro si sono rivolti ai più importanti giornalisti scozzesi, quelli che vivono nel cuore della politica delle Highlands, e che spesso hanno un impatto decisivo sulle scelte dei decisori. Hanno osservato e intervistato i più importanti lobbisti professionisti e rivelato le loro strategie per costruirsi un'immagine rispettabile. E infine hanno parlato con spin doctorse capi ufficio stampa, analizzando la gestione dell'informazione in scozia. Open Scotland? offre un quadro dall'interno del mondo dei giornalisti, degli spin doctor e dei lobbyists, rivelandocosa spesso c'è dietro all'informazione ed alla politica scozzese oggi.

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