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Sin dalle prime pagine si intuisce che Fare Lobby è un libro rilevante e coraggioso perché capace di focalizzare bene un limite delle aziende del nostro paese. In Italia sono molte le imprese che faticano a "guardare" quanto accade nell'ambiente in cui si trovano ad agire come una possibile minaccia/opportunità per il successo del loro business e soprattutto a pensare che un atteggiamento passivo è profondamente deficitario verso avversari, magari stranieri, molto più aggressivi. Questo deficit competitivo delle aziende italiane nei confronti di concorrenti più abituati a relazionarsi in modo organico e strategico con gli attori dell'ambiente esterno è forse dovuto anche al contesto culturale del nostro paese. Ora però è arrivato il momento di cambiare e Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto nel loro volume si servono di numerosi esempi concreti – dal caso Microsoft davanti all'antitrust europeo alla moratoria sugli organismi OGM fino ai problemi del settore tessile di fronte alla concorrenza dell'estremo oriente – per proporre una serie di modelli e di regole di comportamento utili per vincere in un ambiente sempre più competitivo. Il manuale, pertanto, è dedicato ad una nuova "razza" di manager e imprenditori che pensano in grande, che hanno l'ambizione di diventare i "nuovi padroni dell'universo" sulla base delle loro idee. La chiave del successo è, secondo gli autori, soltanto una: "è meglio scrivere le regole del gioco piuttosto che subirle". Nell'era della globalizzazione l'azienda deve più che in passato riuscire a interagire non solo con il proprio mercato e con i suoi concorrenti, ma anche con gli attori che definiscono le regole e influenzano i contesti sociali. Con gli attori che agiscono in quello che Cattaneo e Zanetto chiamano "pre-mercato". In varie parti del libro ritorna il concetto di "pre-mercato" che gli autori considerano composto da tutti quei fattori sociali, politici e legali che interagiscono e influenzano dall'esterno i mercati e gli accordi privati. Esso comprende quindi tutte quelle interazioni economiche che hanno come intermediario un soggetto pubblico e in cui, a causa di questa presenza, la natura degli accordi non risponde a logiche prettamente economiche ma più politiche. Si arriva così all'altro concetto centrale nel volume: i public affairs, ovvero gli affari verso i pubblici esterni (stakeholders) all'azienda che in qualche modo, direttamente o indirettamente, interferiscono con la vita economica e competitiva dell'impresa stessa. I due autori sono consapevoli che le attività di public affairs sono incluse, nella gran parte dei casi, nelle funzioni aziendali tipiche dell'impresa moderna. Ma ciò che è nuovo e, in qualche modo, dirompente per gli assetti organizzativi di un'azienda è quanto i public affairs siano oggi centrali nella vita dell'impresa. A parere di Cattaneo e Zanetto le aziende devono pensare ai public affairs strategicamente e in termini "olistici". Il lobbying senza la capacità di gestire in modo corretto le relazioni con i media o le relazioni sindacali senza un'efficace comunicazione istituzionale – tanto per fare degli esempi – sono degli strumenti spuntati che difficilmente sono in grado di ottenere i risultati sperati. Così come esiste un marketing mix che amalgama e rende coerenti (ed efficaci) le leve del marketing, allo stesso modo l'azienda deve entrare nell'ottica di ragionare in termini di public affairs mix. In altre parole, la letteratura scientifica in materia si arricchisce di un volume che per la prima volta – qui sta l'originalità del libro – ben evidenzia l'esigenza di una svolta: se per anni le aziende italiane sono state abituate a vedere le attività di public affairs (lobbying, media relations, relazioni sindacali, marketing relazionale, comunicazione istituzionale, business diplomacy) come indipendenti e facenti capo a funzioni diverse, oggi le imprese devono essere capaci ad organizzare tutte le attività in un'unica visione strategica. Il libro è organizzato in quattordici capitoli, suddivisi in tre parti. Nella prima di esse, si delinea l'importanza dell'analisi e della comprensione dello scenario del pre-mercato identificando quali sono gli elementi fondamentali dell'ambiente esterno, del settore e della catena del valore propri di una impresa al fine di: a) comprendere quali sono le minacce (e le opportunità) presenti nell'ambiente esterno. È infatti cruciale per l'impresa anticipare i propri concorrenti nella conoscenza delle tendenze politico-istituzionali, dei cambiamenti macro-economici, dei nuovi standard tecnologici, del cambiamento delle sensibilità e del sistema valoriale in merito a issues delicate come la demografia, l'ambiente, l'etica degli affari. b) Anticipare le mosse degli attori presenti nel pre-mercato al fine di difendere l'attrattività del proprio settore industriale o comprendere come influenzarle per trarre benefici. c) Capire, prima dei concorrenti, quali sono le tematiche del pre-mercato che possono costituire una minaccia per i propri differenziali competitivi. Infine, viene presentato un modello di "mappa delle influenze" capace di sintetizzare, per ogni minaccia/opportunità, quali sono i soggetti coinvolti, quali gli interessi che difendono e soprattutto con quali armi si presentano alla battaglia. La seconda parte è dedicata a spiegare come un'impresa può e deve organizzarsi per partecipare al gioco delle influenze: quali funzioni aziendali devono essere coinvolte e come devono essere coordinate, il ruolo dei consulenti e di società esterne e la loro gestione. Nel dettaglio vengono indicate quali professionalità sono più efficaci tra una di tipo "politico" e un'altra di più aziendale, maggiormente legata ai ruoli classici della comunicazione o del marketing, e quali competenze devono essere sviluppate all'interno e quali possono essere comprate all'esterno. Viene introdotto quindi il concetto di "logistica" dei public affairs perché utile a spiegare come le relazioni richiedano una serie di attività che hanno lo spazio e il tempo come variabili determinanti e come il "capitale relazionale" debba essere sviluppato attraverso specifiche metodologie. La terza parte, infine, è dedicata nello specifico al public affairs mix che a parere di Cattaneo e Zanetto è incentrato su tre semplici mosse: 1) comprendere in modo profondo chi sono gli interlocutori, i loro influenzatori, i loro interessi; 2) definire la propria posizione, gli obiettivi e il grado di impegno necessario per raggiungerli; 3) costruire una serie di argomentazioni che supporti il proprio posizionamento e risponda in modo adeguato agli interessi degli interlocutori. Vengono riportati alcuni casi che illustrano, a partire da esperienze reali, il modo in cui lobbisti, comunicatori, consulenti e top management si sono comportati in situazioni in cui la vittoria nel pre-mercato risultava fondamentale per le sorti di un'azienda. L'intento, infatti, è sottolineare il contributo sinergico delle otto discipline dei public affairs perché importante per il raggiungimento degli obiettivi desiderati. Come detto, questo libro è rilevante, coraggioso e originale. Prima di concludere però va detto che il volume è anche utile. Per due principali motivi. Il primo. Fare lobby è utile ai professionisti della comunicazione (lobbisti, relatori pubblici, ecc.), a tutti quei giovani curiosi di approfondire il magmatico mondo delle lobby, ai sempre più numerosi studiosi di attività di lobbying perché ha un'esplicita finalizzazione didattica: vuole non solo mettere in luce che cosa sono i public affairs, ma anche insegnare a cambiare direzione e suggerire le strade da intraprendere guardando soprattutto a quanto avviene nel panorama internazionali. Il secondo. Parlare di lobbying in Italia è molto difficile per le valenze prevalentemente negative che il termine si porta appresso. In realtà, Cattaneo e Zanetto intendono mostrare con il loro libro che la forza di un sistema democratico risiede invece nella sua capacità di far difendere a tutti i propri interessi, rendendo tale difesa il più possibile pubblica e trasparente. È utile che qualcuno l'abbia scritto. Marco Mazzoni

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Un libro di Abraham Foxman il risposta a quello di John Mearsheimer e Stephen Walt, oggetto al tempo stesso di un duello di prese di posizioni fra Zbignew Brzezinski e Alan Dershowitz come fra George Shultz e Jimmy Carter con sullo sfondo l’incerta posizione assunta da Barack Obama: a far discutere l’America è la teoria della Israel Lobby, il titolo del volume di Mearsheimer e Walt, secondo i quali la politica estera americana sarebbe «dirottata» da una potente lobby filo-israeliana i cui interessi sono in contrasto con quelli degli Stati Uniti. «L’America sta mettendo da parte la propria sicurezza per far avanzare gli interessi di un altro Stato, Israele, a causa delle pressione di una coalizione di individui e organizzazioni attivamente impegnate a favore di Gerusalemme» scrivono Mearsheimer e Walt, secondo i quali «il cuore della lobby è composta da ebrei americani e include anche esponenti della destra evangelica e dei neoconservatori» ai quali si deve in gran parte «l’intervento in Iraq» come anche «le pressioni sull’Iran» in una strategia che spinge il Medio Oriente verso la guerra e lontano dalla pace. Per i due accademici (insegnano rispettivamente all’università di Chicago e ad Harvard) si tratta di un danno che «non ha precedenti nella storia» ma il presidente dell’Anti-Defamation League risponde nel suo The Deadliest Lies (Le bugie più mortali) accusandoli di «mettere il vecchio veleno antiebraico in una nuova bottiglia» ovvero «riproporre l’interrogativo su quanto leali sono gli ebrei e su quanto sono potenti» sfruttando le polemiche sull’Iraq per ravvivare un antisemitismo di vecchia data. Il duello fra libri è parallelo a quanto sta avvenendo fra due degli intellettuali più vivaci. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, Zbignew Brzezinski, ha preso posizione a favore di Israel Lobby (pubblicato in Italia da Mondadori con identico titolo) affermando, con un articolo su Foreign Policy, che «non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo» mentre «rende un importante servizio pubblico» perché «porta l’attenzione sull’imponente sostegno finanziario a Israele da parte dei contribenti americani» e sul «cambiamento avvenuto della nostra politica estera dall’imparzialità del Trattato di pace di Camp David alla successiva adozione della visione israeliana nel Medio Oriente», senza contare l’utilità di «affrontare la questione delle conseguenze della crescente influenza di tutte le differenti lobbies sul Congresso». Lo scritto di Brzezinski pesa perché si tratta di uno dei nomi di punta del team di Barack Obama, il popolare senatore afroamericano dell’Illinois che punta alla Casa Bianca nel 2008. Da qui la scelta di Alan Dershowitz, il giurista liberal di Harvard, di scendere in campo per definire Israel Lobby come «un attacco bigotto contro gli ebrei americani» e chiedere a Obama di mettere alla porta Brzezinski. «Lo scritto di Mearsheimer e Walt contiene tre tipi di gravi errori - afferma Dershowitz - perché le citazioni sono fuori contesto, fatti importanti vengono omessi e la tesi di fondo è talmente debole da essere imbarazzante fino al punto che uno dei autori ha ammesso che nessuna delle prove portate è basata sull’esistenza di documenti originali o frutto di interviste condotte». La risposta di Obama è stata ambigua: da un lato si è affrettato a definire «semplicemente errate» le tesi esposte nel libro contestato mentre dall’altro ha confermato la fiducia a Brzezinski basata sulla «comune opposizione, sin dall’inizio, alla guerra in Iraq a differenza di chi invece l’ha sostenuta» come fatto da Hillary, alla cui campagna elettorale Dershowitz ha versato mille dollari. Ma non è tutto. Anche l’ex Segretario di Stato George Shutlz ha voluto dire la sua, scrivendo l’introduzione al libro di Foxman per individuare alle spalle degli «errori fattuali» di Israel Lobby e delle tesi di Brzezinski il vero regista nell’ex presidente Carter autore del libro Palestine: Peace Not Apartheid nel quale si imputa ad Israele di praticare nei confronti dei palestinesi una segregazione simile a quella sofferta dai neri in Sudafrica. «La tesi di Carter avvalora quelle vignette pubblicate in Europa e nel mondo arabo in cui si descrivono gli israeliani come moderni nazisti» scrive Shultz. Ma l’ex presidente non è affatto disposto a fare marcia indietro: «Non devo scusarmi di nulla, il mio libro non è su Israele ma sui palestinesi» ha detto alla tv Cbs, sottolineando di aver voluto spiegare come cosa si prova in Cisgiordania dopo la costruzione della lunga barriera di separazione territoriale. A dispetto dei toni accesi della polemica i grandi media le hanno dato scarsa attenzione e per comprendere il perché bisogna leggere quanto scritto sul Washington Post dall’editorialista liberal Richard Cohen: «Israel Lobby contiene tesi che vale la pena esporre e posizioni che vale la pena discutere ma è talmente unilaterale e privo di contenuti da suggerire che gli autori non conoscono né Israele né l’America». A confronto PRO ZBIGNEW BRZEZINSKI «The Israel Lobby non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo, rende un importante servizio pubblico perché porta l’attenzione sull’imponente sostegno finanziario a Israele da parte dei contribuenti Usa e sul cambiamento nella nostra politica estera dall’imparzialità del Trattato di Camp David alla successiva adozione della visione israeliana nel Medio Oriente. È utile perché affronta le conseguenze della crescente influenza di tutte le differenti lobbies sul Congresso». CONTRO ALAN DERSHOWITZ «The Israel Lobby è un attacco bigotto alla comunità ebraica Usa. Contiene tre gravi errori perché le citazioni sono fuori contesto, fatti importanti vengono omessi e la tesi di fondo è così debole che uno dei autori ha ammesso che nessuna delle prove portate è basata sull’esistenza di documenti originali o frutto di interviste condotte. È bene che Obama ponga rimedio all’ingenuità commessa prendendo come consigliere Brzezinski che sostiene la validità del libro». Link: http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200710articoli/26525girata.asp Note di Copertina Da sempre, il sistema politico degli Stati Uniti consente a qualunque raggruppamento di cittadini (che sia una multinazionale del petrolio, un'associazione ambientalista, una setta religiosa o un'industria di armi da fuoco) di finanziare e, soprattutto, di influenzare deputati, senatori e candidati alla Casa Bianca, creando, così, un gruppo di pressione, una cosiddetta 'lobby'. Niente è meno scandaloso, in America, dell'attività di una lobby; niente è più ovvio che una categoria di persone si organizzi per fare pressione sui suoi rappresentanti eletti. E tuttavia, quando, nel marzo 2006, John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt pubblicarono sulla "London Review of Books" l'articolo che è all'origine di questo libro, suscitarono uno dei dibattiti più accesi degli ultimi decenni. Mentre il loro saggio veniva scaricato da Internet da trecentomila persone in tre mesi, gli autori erano, alternativamente, sottoposti a un furioso tiro incrociato di critiche o accolti con la gratitudine che si riserva a chi finalmente infrange un tabù intoccabile. Cosa rende così esplosiva l'indagine di due stimati accademici su una lobby paragonabile a decine di altre negli Stati Uniti? Il fatto che si tratti della "lobby di Israele". Secondo i due studiosi, infatti, l'appoggio incondizionato che l'America ha sempre fornito allo stato ebraico, sia in termini economici che militari e politici, non è giustificabile, se non in minima parte, con motivazioni strategiche o morali: la vera ragione di un rapporto così speciale risiede nel grande potere di influenza che una coalizione informale di gruppi e individui impegnati nella difesa degli interessi nazionali di Israele possiede nei confronti del parlamento, del governo e della stessa presidenza degli Stati Uniti. Accusati di proporre con nuovi argomenti le vecchie ossessioni dell'antisemitismo e di non fornire prove sufficienti a supporto delle loro tesi, Mearsheimer e Walt hanno deciso di trasformare il loro saggio in un libro, documentatissimo e rigoroso, da sottoporre all'opinione pubblica mondiale. "La Israel lobby e la politica estera americana" sostiene, con chiarezza e implacabile spirito dialettico, che, dalla guerra in Iraq alla questione palestinese, dall'Iran alla Siria, al Libano, spesso gli interventi americani in Medio Oriente hanno ottenuto effetti contrari all'interesse nazionale degli Stati Uniti. Secondo gli autori, la Israel lobby danneggerebbe anche le relazioni degli Stati Uniti con i suoi più importanti alleati, accrescendo per tutti i paesi occidentali i pericoli del terrorismo islamico globale. «È la prima volta, dàlia pubblicazione di 10 scontro di civiltà e il nuovo ordine mondiate di Samuel Huntington nel 1993 che il saggio uno specialista produce una detenizione così fragorosa,» (The New York Review of Books)

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La devolution dei poteri dal centro al territorio voluta dal Governo guidato da Tony Blair ha portato nella politica scozzese la voglia di avere una politica aperta e trasparente. Ma come arrivare ad un tale traguardo? Gli autori di Open Scotland affermano che in realtà non molto è cambiato, e che il vecchio modo di fare politica è ancora presente e passa per Westminstere Whitehall, che continuano a fare ombra aEdinburgo. Questo libro offre la prima vera panoramica di come media, poltici e lobbisti interagiscono nella Scozia post-riforma. Basato su un ampio accesso a fonti di prima mano e ad interlocutori di alto livello,Philip Schlesinger, David Millere William Dinan hanno realizzato un quadro accurato di come sia difficile per le nuove istituzioni scozzesi scrivere regole del gioco adeguate al rapporto fra politica e lobbisti. Per il libro si sono rivolti ai più importanti giornalisti scozzesi, quelli che vivono nel cuore della politica delle Highlands, e che spesso hanno un impatto decisivo sulle scelte dei decisori. Hanno osservato e intervistato i più importanti lobbisti professionisti e rivelato le loro strategie per costruirsi un'immagine rispettabile. E infine hanno parlato con spin doctorse capi ufficio stampa, analizzando la gestione dell'informazione in scozia. Open Scotland? offre un quadro dall'interno del mondo dei giornalisti, degli spin doctor e dei lobbyists, rivelandocosa spesso c'è dietro all'informazione ed alla politica scozzese oggi.

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Per ovviare questo problema è necessario smontare e rimontare il meccanismo, eliminando i corpi estranei al buon funzionamento. Nella similitudine, oltre al problema segnalato, rimane chiara la certezza che i pezzi assemblati sono di qualità tale che una volta riassemblati possono dare risultati sorprendenti; basterebbe farlo, ma farlo prima che il giocattolo si rompa definitivamente. Perché ciò non avviene? O meglio cosa deve succedere perché ciò avvenga? Chi deve farlo? A queste domande l’autore, al termine del suo libro, prova in parte a rispondere: “I libri, i giornali possono fare molto per informare i cittadini, mettendoli in guardia ogniqualvolta una lobby usa argomenti discutibili o palesemente sbagliati. Ma la vera speranza sono i diretti beneficiari, i cittadini. Il problema è come mobilitare, come evitare che divengano prigionieri di se stessi, come far sì che alle prossime elezioni votino per chi vogliono, ma mai per un iscritto a un ordine professionale”. di Enrico Rosina In questo libro, il Professor Giavazzi raccoglie i suoi articoli apparsi sulla stampa, che testimoniano la sua lunga e non certo finita battaglia contro tutte le lobby che frenano l’economia e la società italiana. L’autore analizza, studia e denuncia le situazione, caso per caso, trovando moventi e responsabili. Le corporazione esistono e sono ben visibili da tutti, i monopoli sono profondamente radicati nel nostro tessuto economico, i privilegi sono sempre presenti in tutte le realtà, però, nulla si fa per cambiare. Sono poteri forti con una propria rappresentanza trasversale in Parlamento e con una forte capacità nel giustificare la propria esistenza, invocando il servizio reso ai cittadini e il controllo del mercato dal punto di vista qualitativo. Il Professor Giavazzi, per meglio chiarire la situazione, rappresenta l’Italia come un enorme meccanismo costruito con pezzi del meccano che non può funzionare giacché in esso si sono inseriti alcuni sassi che ne bloccano o rallentano gli ingranaggi.

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Questo libro serve a vincere, o quanto meno a non perdere la battaglia per i propri interessi che si svolge ogni giorno presso l'Unione europea, o semplicemente a Bruxelles. Un numero ormai senza fine di di gruppi di interesse, governi, rappresentanti della società civile cercano ogni giorno di fare lobby sulle strutture dell'Unione Europea in modo da riuscire ad ottenere "honey and money" in relazione alla legislazione, ai fondi, e in generale a tutto l'ottenibile. La maggior parte delle lobbies ottengono risultati lavorando alacremente per i corridoi del Parlamento UE o della Commissioni, mentre altre lavorano in maniera più prudente e intelligente, e con più successo. Questo libro descrive quindi la pratica di tutti i giorni dei lobbisti a Bruxelles, basandosi sulle vaste ricerche ed esperienze personali dell'autore. Come abbiamo visto, l'obiettivo di dei gruppi di interesse è di influenzare il processo di decision-making dell'UE, della quale le lobbies si considerano quali stakeholder, portatori quindi di interessi legittimi. In qualche modo esse contribuiscono all'integrazione europea ed anche al suo processo democratico, sempre che alcune condizioni vengano rispettate. La prima è che esista un ampio numero di lobbies. Uno o pochi gruppi potrebbero mettere in pericolo, ma un migliaio o più sono un "cane da guardia", in quanto impediscono la dominazione di pochi su tutti gli altri. La seconda condizione riguarda la qualità dell'attività di lobbying. Vista l'esistenza di lobbies rappresentate da "dilettanti", c'è molto spazio per un sempre maggior miglioramento della gestione dei public affairs a Bruxelles. Avendo innanzitutto controllato i dossier più rilevanti, le lobbies professionali dovrebbero prendere in seria considerazione gli stakeholders e le questioni relative, pianificando la propria attività, sì da avere maggiori chances di vittoria, o almeno di riuscita nel limitare i danni. Inoltre, agendo in questo modo esse rafforzano la democrazia dell'UE. Ed è questo il focus del libro, il primo nel suo genere, pieno di casi reali, con esempi di good practices e storie rleative al lobbying presso l'UE. Esso presenta inoltre una vasta serie di informazioni e analisi nei seguenti campi: - The Europeization of the Public Affairs - The Playing Field: EU Common Decision-Making - Pushing the Buttons of 'Brussels' (download) - Managing the EU Arena - Managing the Home Front - Managing the Fieldwork - The Limits of EU Public Affairs Management - Lobbying and EU Democracy ____________________________________________ Rinus Van Schendelen (1944), è visiting professor negli USA, Cina e medio oriente. È Deputy Chairman del Management Board di ECPA. Le sue attività di ricerca sono orientate prevalentemente alle istituzioni UE, ai rapporti fra business e politica, business lobbying, public affairs, membro dell'Editorial Board di German Zeitschrift für Parlamentsfragen; della International Review on Comparative Public Policy; del Journal of Legislative Studies e del Journal of Public Affairs. Ha lavorato a lungo per società, sindacati, ONG, governi nazionali e locali, sia olandesi che stranieri: Glaxo, 3M, Philips, Shell e Siemens, ministeri di Cina, Finlandia, Ungheria, Oman e Olanda. Tra le sue pubblicazioni troviamo: (con R.J. Jackson) The Politicization of Business in Western Europe, (Croom Helm/Routledge, London, 1987, ristampato nel 1990); National Public and Private EC Lobbying, (Dartmouth, Aldershot, 1993, reprint 1994); (con R. Pedler) Lobbying the European Union, (Dartmouth, Aldershot, 1994, ristampe 1995, 1997); EU Committees as Influential Policymakers, (Ashgate, Aldershot, 1998); Machiavelli in Brussels: the Art of Lobbying the EU, (Amsterdam University Press, Amsterdam, 2002); (con R. Scully), The Unseen Hand: Unelected EU Legislators, (Frank Cass, London, 2003). Others are Dutch language books on themes mentioned above A cura di Franco Spicciariello

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Ci sono argomenti dei quali in Italia si preferisce non parlare. Tra questi indubbiamente c'è il tema delle lobbies, che vengono spesso citate ma studiate finora solo marginalmente. Eppure tutti, consapevolmente e più spesso inconsapevolmente, dobbiamo fare i conti con questa realtà, che ha necessità di essere al più presto regolamentata. Appunto per questo l'Università della Calabria ha inteso dedicare il II convegno nazionale di comunicazione pubblica proprio a riguardo, intitolandolo, significativamente: «Le lobbies: queste "conosciute"». Ma perché queste "conosciute"? Perché in gran parte si sa benissimo chi può rappresentare i gruppi di pressione o di interesse, ma di ciò non si discute, né se ne approfondiscono gli aspetti: il funzionamento, l'attività, le esperienze, i giudizi, le ricerche. Per offrire un contribuito alla definizione di questo tema, il 14 dicembre del 1998 è stato indetto il convegno di cui si è appena parlato e del quale la presente pubblicazione prende spunto ed i cui contributi, scritti nell'arco di un periodo di quasi due anni, nella stragrande maggioranza mantengono inalterata la loro validità. I contributi che si susseguono rappresentano diversi punti di vista del fenomeno. Si comincia con un mio contributo che ha rappresentato la relazione di avvio al convegno e che è stata rivista ed aggiornata in più parti. Nel saggio vengono esposte principalmente le ragioni per le quali il lobbismo rappresenti un'area della comunicazione istituzionale e sotto questo profilo vada necessariamente indagato. C'è poi l'apporto di uno dei massimi studiosi europei del settore, Luigi Graziano, che, anche avendo svolto una pregevolissima relazione al convegno, contribuisce alla pubblicazione con un contributo inedito in italiano, The Lobbying and the Public Interest / L'attività di lobby e il pubblico interesse) che è già apparso in inglese sulla Rivista di studi politici internazionali. Franca Faccioli, docente di comunicazione pubblica all'Università de "La Sapienza" di Roma, analizza il tema delle Lobbies e della comunicazione pubblica, chiedendosi se rappresenti un circolo virtuoso. Attento in modo particolare verso la regolamentazione delle attività della comunicazione nel settore pubblico, il commissario UE Franco Frattini, analizza il fenomeno in relazione alla pubblica amministrazione. In un'analisi a largo spettro non poteva mancare il punto di vista di un operatore. A questo, contribuisce Samaritana Rattazzi, con un intervento denso, conseguenziale e documentato. Assai interessante è anche il saggio di Mario Morcellini e Francesca Rizzuto, che pongono in relazione il tema delle lobbies con le professionalità necessarie per tale attività ed in particolare si soffermano sulla figura del portavoce, che proprio recentemente ha avuto riconoscimento nell'ordinamento italiano all'interno della pubblica amministrazione. Infine, Domenico Valla si sofferma sulla necessaria regolamentazione giuridica delle lobbies. Va sottolineato che una particolarità di questa pubblicazione è la ricca bibliografia che si desume dai vari saggi e che rappresenta una rassegna notevole su quanto si è scritto sull'argomento e non solo in Italia. Il tema si presta ad approfondimenti sotto vari profili e i recenti testi sull'argomento affrontano il tema da diversi punti di vista, scientifici e divulgativi. La comunicazione istituzionale rappresenta un settore non solo di grande interesse, ma anche in notevole espansione. Il tema della riforma dello Stato non può non investire i rapporti con i cittadini, che richiedono una comunicazione obbligatoria da parte della pubblica amministrazione. L' area della comunicazione pubblica è regolata da pochissimo, anche perché è un fenomeno riconosciuto recentemente all'interno del nostro ordinamento. Il primo a pensare ad una necessaria armonizzazione del settore, pensando soprattutto alle figure professionali ed all'utilizzo delle autostrade informatiche, è stato Franco Frattini che nel 1995 ha presentato la prima legge quadro del settore. Dalla società industriale si è passati a quella dell'informazione, in cui le tecnologie hanno un ruolo sempre più rilevante. In quest'ottica, i rapporti sociali ed istituzionali si stanno evolvendo rapidamente e richiedono aggiornamenti continui. In particolare, la comunicazione istituzionale sta assumendo un ruolo sempre maggiore, anche perché si registra una maggiore consapevolezza dei cittadini che reclamano trasparenza ed efficienza nell'azione dei pubblici poteri, tanto più che in Italia, storicamente, si registra una notevole inefficienza dell'apparato statale, la cui modernizzazione, peraltro indispensabile, incontra notevoli difficoltà. In tale contesto si colloca, oltre ad altri interessantissimi ambiti non esclusa la comunicazione sulla moneta unica europea", il tema del lobbismo, fenomeno presente pure in Italia ma ancora non disciplinato e sostanzialmente poco studiato. Anche il lobbismo può trovare riconoscimento nell'ambito della comunicazione pubblica ed in particolare in quella istituzionale. In altri Paesi, da oltre mezzo secolo ci si è posti il problema di regolare il rapporto tra organi politici decisionali e portatori di interessi economici. In Italia invece il fenomeno è ancora visto con sospetto, invece anche la Comunità Europea sta muovendosi concretamente in questa direzione. Non so quanto possa rientrarvi, ma certamente la disciplina di tale ambito può contribuire a rendere più chiari e meno oscuri i rapporti tra poteri politici e interessi economici, "relazioni pericolose" che in Italia hanno concorso a determinare negli anni Novanta l'esplodere di tangentopoli, che ha sconvolto il sistema politico. Negli Stati Uniti, per esempio, gli ambiti del finanziamento della politica sono stati affrontati diversamente. Il lobbismo in Italia va quindi regolato al più presto (e non solo facendo riferimento alla dimensione nazionale ma anche regionale), dando trasparenza ai rapporti tra imprese e amministrazioni pubbliche, in modo che i cittadini possano avere elementi per verificare la correttezza ed i costi delle decisioni assunte dalle Istituzioni. Attraverso la comunicazione pubblica il fenomeno del lobbismo può acquistare, come peraltro è indispensabile, una legittimazione sociale. Ed è decisivo il rapporto che intercorre tra chi è preposto ad assumere decisioni pubbliche e chi è il portatore di un interesse, economico o meno. Spesso si verifica che chi deve adottare le scelte spesso non ha le competenze necessarie, che invece sono possedute da coloro i quali rappresentano categorie d associazioni di settore. L'oscurità, e quindi la proliferazione, nella legislazione italiana , può dipendere anche in parte dalla mancata codificazione di queste tanto "conosciute" relazioni. D'altro canto, invece, per i gruppi di potere meglio organizzati, la tutela dei propri interessi viene raggiunta più spesso di quanto si possa ritenere, magari mascherata sistematicamente con presunti interessi generali. Da queste sintetiche considerazioni, emerge che il lobbismo va al più presto regolato per migliorare le prestazioni della democrazia italiana, poiché tale fenomeno ricade in pieno nell'ambito della comunicazione istituzionale. Questa pubblicazione, pur prendendo spunto (ma solo spunto) da un convegno, intende, con contributi ancora attualissimi, offrire un punto di vista all'approfondimento di un fenomeno in sempre maggiore espansione, non solo a livello nazionale ma anche, e soprattutto, a livello comunitario e regionale. E l'"arma" della comunicazione istituzionale è quanto mai indispensabile per garantire maggiore democrazia ed efficienza, oltre che ? in modo scontato ? trasparenza, nell'azione dei pubblici poteri.. Scarica la lezione "Le lobbies, queste conosciute" (.zip 1.438k) Fonte: Mario Caligiuri - www.rubbettino.it

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I dibattiti che si svolgono nel Parlamento tedesco non sono che la facciata, dietro la quale si scatena la vera battaglia: i lobbisti tentano con ogni mezzo di influenzare le decisioni, stabilendo ciò che è buono per i cittadini, non per i deputati. Questa è la tesi di Friedhelm Schwarz, che ben conosce la questione dal suo interno. Secondo la recensione di Ralf Altenhof, pubblicata sulla Suddeutsche Zeitung, il libro se la cava discretamente: non tratta di ciò che insinua il titolo. L’autore ammette che l’influenza delle lobby sul parlamento, nonostante il recente scandalo delle tangenti, è diminuita costantemente negli ultimi anni. Tuttavia è persino più grave agli occhi di Altenhof, che Schwarz non ha paura di utilizzare false informazioni, come più volte documenta il recensore. Per citare degli esempi, Schwarz sostiene che la vicepresidentessa del parlamento tedesco Anke Fuchs ha taciuto, nella sua biografia, il suo incarico come presidente dell’Associazione Nazionale per la Tutela dell’Inquilino (Deutscher Mieterbund). Altenhof dimostra, invece, che lei ha volutamente indicato questo suo incarico nelle pubblicazioni istituzionali divulgative (Volkshandbuch Deutscher Bundestag di Kürschner). Il libro di Schwarz non fa altro che accusare. Altenhof lamenta molte altre informazioni sbagliate (per esempio Frank-Walter Steinmeier ancora viene presentato solamente come “capo della cancelleria del Niedersachsen”, mentre invece egli ricopre il ruolo che in Italia corrisponde al Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio) ed una serie di pagine di brevi note bibliografiche, che, a suo parere, sono ben poco informative. A completare la dura critica, Altenhof si sorprende che "una casa editrice seria come la Piper abbia pubblicato un lavoraccio simile, così mal redatto". a cura di Maria Cristina Calvario

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La tesi di fondo di questo manuale è che la lobby può far bene alla democrazia a condizione che sia regolamentata, secondo criteri di trasparenza, di dialogo codificato con le istituzioni, di netta separazione dal finanziamento della politica. La tesi non è nuova ma il manuale si. Dopo aver ricostruito il dibattito teorico sulle lobby, vengono descritte le diverse attività di relazioni con le istituzioni e di rappresentanza di interessi con un esame dettagliato del lobbismo verso il Parlamento, il Governo, le Authority e le istituzioni europee. Il quadro della normativa sulle lobby negli Stati Uniti ed in altri paesi occidentali offre lo spunto per una serie di proposte per una regolamentazione moderna e senza ipocrisie, auspicabile anche per l'Italia. Una ricca appendice di documentazione completa questo saggio che si propone come strumento di studio e di lavoro. Antonio Baldassarre, nella prefazione, afferma che lo studio dei gruppi di pressione è forse l''argomento meno trattato nei saggi scientifici in Italia, pur essendo cruciale per il funzionamento di un sistema politico ordinato secondo i principi dello Stato-di-diritto e della democrazia liberale. I motivi di questa grave lacuna sono da rintracciare, sul piano storico, nel ruolo pressoché monopolistico dei partiti politici nell''intermediazione tra società e Stato, che ha costituito il maggior ostacolo rispetto ad una evidenziazione dello specifico ruolo svolto dai gruppi d''interesse. Neanche il declino dei partiti degli anni ''90 ha fatto riaffiorare l''interesse verso i gruppi di pressione, secondo Baldassarre, sia per il motivo che l''economia italiana è caratterizzata da una molteplicità di MPI, sia perché le poche grandi imprese o sono pubbliche (governate da manager provenienti dal variegato universo politico) o sono private, ma per la loro posizione mono-oligopolistica, ugualmente caratterizzate da una stretta prossimità con la politica. Il problema della disciplina dei gruppi di pressione, allora, non viene sentito dagli stessi interessati come avviene invece negli Usa dove una decisa concorrenza fra più corporations private ha fatto maturare l''esigenza di una disciplina dei gruppi di pressione come garanzia di un''effettiva par condicio delle stesse imprese di fronte alla politica. Dopo la modifica del quadro partitico il processo decisionale pubblico, nella composizione degli interessi contrapposti, risulta poco penetrabile. Il libro di Mazzei prova a riaccendere la discussione sul tema dei gruppi di pressione, tema realmente cruciale per il buon funzionamento della democrazia liberale.

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Parlare di lobbies senza evocare stanze segrete dove eleganti uomini in giacca e cravatta tramano improbabili piani di controllo dello Stato appare molto difficile; ma, bypassando le facili ironie, la domanda che lo stesso Autore – professore ordinario di Scienza politica presso l’Università di Torino – si pone nell’introduzione, ossia che cosa sono le lobbies e “quali interessi rappresentano oltre ai poteri forti a cui sono solitamente associate”, afferma implicitamente un piano d’azione che non si conosce realmente, bensì solo falsato attraverso le cronache giudiziarie e qualche testo di eminente scrittore. Effettivamente la fama non è positiva, ma, altrettanto chiaramente, le lobbies – collocate all’interno di un contesto istituzionale – possono recare al processo decisionale pubblico un prezioso apporto, divenendo fondamentale collegamento tra le Istituzioni e la società civile. Quanto sopra non rappresenta l’unico piano d’azione all’interno del quale le lobbies operano; non si può dimenticare il mondo dell’economia (“che rimane la forza di gran lunga preponderante nel sistema delle pressioni”) che, nel contempo, non è possibile demonizzare, pena un discorso utopico che non trova riscontri nel contesto reale. La vera problematica che il testo in esame cerca di esporre (“nelle pagine che seguono non c’è partito preso né a favore né contro. Se emerge un profilo per qualche verso indulgente, è per mettere in luce aspetti sottaciuti”) non si concentra tanto sui vari profili di azione delle lobbies, quanto sui modi e mezzi dell’interazione pubblico – privato, unitamente alle forme di regolazione che – ci si augura – in un futuro potrebbero imporre tale strumento non solo in ambiti stranieri, quale quello americano, e generali – si pensi al fenomeno all’interno della Comunità europea – ma anche nazionale. L’approccio seguito dall’Autore è “quello comportamentista, consistente nello studiare il fenomeno là dove più ampiamente si manifesta. Vi sono due sistemi politici nei quali il lobbying è largamente praticato e variamente riconosciuto: Washington e Bruxelles. I lineamenti dell’attività hobbistica sono ricavati da come esso si pratica negli Stati Uniti e a livello di Comunità europea”. Proprio queste ultime parole chiariscono, a parere di colui che scrive, che il testo del libro non deve essere considerato come “obbligatorio”, e a tal punto proprio l’Autore precisa che “il lobbying non deve essere così: ma Washington e Bruxelles forniscono elementi utili per fissare un tipo ideale su cui misurare le specifiche forme assunte in altri contesti”. Il contenuto Il primo capitolo – Cosa sono le lobbies? Lobbies e società civile – introduce il discorso generale, prendendo come riferimento il contesto americano, e più nello specifico la lobby anti armi e la lobby delle università. La prima – Handgun Control – si interessa di un campo – quello delle armi – oggetto di numerose polemiche, soprattutto all’interno di un contesto sociale dove il bisogno di sicurezza è molto sentito, unitamente alla configurazione di un vero e proprio diritto a possedere armi, protetto dal Secondo Emendamento della Costituzione. La lobby in questione non si pone come assolutamente contraria all’utilizzo di armi, bensì “restringe l’obiettivo a pistole e armi a canna corta, a basso prezzo e facilmente occultabili, che ne fanno il mezzo preferito della criminalità. Non è, insomma, una generica lobby anti armi: è anti violenza e per la sicurezza pubblica” (pagina 9 del testo in esame). Il secondo esempio è quello della lobby delle università americane, nata sull’onda delle contestazioni del 1968, unitamente ad una crescente dipendenza dalle strutture governative per quanto riguardava settori quali la ricerca; quanto sopra rese necessaria la costituzione di una azione politica organizzata che, al contrario di quella sulle armi, non è mai stata voluta, bensì indotta dagli eventi. A testimonianza di quanto sopra lo stralcio del discorso pronunciato nel 1958 dall’allora Presidente dell’Associazione delle università americane C. W. De Kiewiet per cui “che l’Associazione delle università americane (AAU) debba diventare un’altra lobby è pensiero disdicevole. Ci sono tuttavia occasioni e problemi rispetto ai quali abbiamo l’obbligo di dare una qualche guida e leadership”. Il capitolo procede affrontando il secondo problema del fenomeno stesso; ossia la necessità di un quadro d’azione omogeneo e dettagliato, per affermare le condizioni ottimali di una attività di lobbying responsabile. L’Autore indica tre condizioni indispensabili: 1) diffusione delle associazioni come base sociale e volano del lobbying; 2) istituzioni di Governo aperte alle domande della società e capaci di rispondervi responsabilmente; 3) un sistema di gruppi il più pluralista possibile. Le tre condizioni sono necessarie soprattutto per legittimare il fenomeno, rendendo più facile – e più costruttivo – l’obiettivo da raggiungere. Il secondo capitolo – Le tecniche – illustra le quattro tecniche più utilizzate: 1) Lobbying diretto, attuato attraverso un rapporto faccia a faccia, utilizzando il concetto di persuasione; 2) Lobbying indiretto – cd grass roots lobbying – attuato “dalla base con coinvolgimento di movimenti e semplici cittadini”, attraverso il quale – secondo le parole di Mill – il lobbista è il cittadino che è aiutato a praticare attivamente la propria cittadinanza, secondo uno dei precetti classici della democrazia (J. S. Mill, Considerazioni sul governo rappresentativo, Bompiani, Milano, 1946); 3) Coalizioni che “consentono di radunare forza per il numero di gruppi che vi partecipano (anche 100 – 150 organizzazioni) e rappresentatività, allorché sono coinvolte più famiglie di interessi” (pagina 38 del testo in esame); 4) Finanziamenti elettorali – cd. Political Action Committees (PAC) – che hanno contribuito alla formazione di una arena politica (almeno per quanto riguarda lo scenario americano) fortemente influenzata dal dato economico, unitamente alla visione degli stessi come un mero investimento, “dirigendosi verso chi è già in carica e ha molte chances di rimanervi, a scapito degli sfidanti (pagina 42 del testo in esame). Oltre alle audizioni parlamentari che “consentono ai gruppi di fare formalmente valere la propria voce”; le audizioni divengono così uno strumento fondamentale in una ottica di consolidamento dei necessari contatti. Il terzo capitolo – Bruxelles: paradiso dei lobbisti? – sposta la riflessione dal panorama americano a quello europeo, affermando come il fenomeno risenta fortemente del carattere ibrido ed unico di un sistema politico che non rappresenta uno Stato, ma va al di là degli Stati. Il capitolo, infatti, cerca di analizzare il contesto d’azione europeo per comprendere come il fenomeno stesso possa interagire/integrarsi/crescere/maturare, senza perdere di vista l’obiettivo finale, ossia la crescita di rappresentanza – e quindi di tutela - di un interesse. Il quarto capitolo – Washington, Bruxelles, Roma. La regolazione del lobbying – introduce il lettore alla problematica della regolamentazione del fenomeno; una regolamentazione, quindi, non solo sociale – si pensi ad una cultura del lobbying o alle varie forme di istituzionalizzazione, e quindi di riconoscimento, della professione – ma soprattutto giuridica, stante una situazione attuale all’interno della quale solo gli Stati Uniti, il Canada, la Germania e l’Australia dispongono di strumenti legislativi ad hoc. Il capitolo riassume le caratteristiche principali della rappresentanza privata, per come la stessa viene praticata nel contesto americano ed europeo, attraverso una comparazione; emerge così come lo stile di lobbying sia aggressivo e conflittuale nel panorama americano, mentre nel panorama europeo si è affermata una tecnica improntata alla ricerca del consenso, quindi meno gerarchica. E ancora nel panorama europeo, sono privilegiati i contatti personali diretti rispetto alla tecnica sopra esposta del grass roots lobbying e dei finanziamenti elettorali, non attuabili per ovvie ragioni; i professionisti del lobbying sono meno numerosi, così come “il sistema dei gruppi è meno ampio che negli Stati Uniti (2.000 attivi a Bruxelles, 7.000 o più a Washington)”. La differenza più importante tra i due sistemi – a parere di colui che scrive – è sicuramente da individuare nella differente regolazione nei due contesti; il contesto europeo, infatti, si regge esclusivamente su di una regolamentazione sociale, quindi su codici di condotta volontari che non trovano riscontro in nessun testo legislativo, bensì solo nel buon senso delle parti: un galateo non scritto, insomma. Discorso diverso per il contesto americano, all’interno del quale si afferma una regolamentazione centrata sulla disciplina giuridica: il Federal Regulation of Lobbying Act risalente al 1946 successivamente “sostituito” dal Lobbying Disclosure Act del 1995. Il primo provvedimento era parte integrante di una legge finalizzata alla riorganizzazione del Congresso e si limitava alla regolarizzazione del fenomeno solo su di un versante legislativo, escludendo quindi il lobbying rivolto all’Amministrazione; la caratteristica principale rilevata dall’Autore è che la normativa in esame si incentra maggiormente sul singolo piuttosto che sul gruppo, “obbedendo a una visione individuale anziché organizzata dell’attività lobbistica”. Il Lobbying Disclosure Act del 1995 rappresenta senz’altro una crescita legislativa, se non altro per il fatto che la normativa interessa sia il settore legislativo che quello esecutivo, unitamente al dato che configura nuovi poteri sanzionatori (sino a multe di 50.000 dollari) per la Camera e per il Senato. Secondo le parole dell’Autore, la normativa del 1995 “innova la disciplina giuridica su cinque punti: 1) include come ho detto sia il Legislativo che l’Esecutivo nelle figure istituzionali sopra dettagliate. Il contatto con uno di questi uffici volto a influenzare leggi, regolamenti, contratti e altri atti, configura l’azione come attività di lobbying; 2) introduce i termini attività lobbistiche e contatto lobbistico assenti nella legge del 1946. il primo sta per l’insieme di attività burocratiche propedeutiche al contatto con i decisori. Contatto, per comunicazione scritta o orale volta a influire su una serie di atti (leggi, regolamenti amministrativi, contratti, nomine soggette a ratifica senatoriale); 3) dà una più precisa definizione di cosa debba intendersi per lobbista; 4) (dà una più precisa definizione) di chi debba registrarsi, con un occhio rivolto alle organizzazioni più che ai singoli lobbisti com’era il caso per la vecchia legge; 5) contempla meccanismi più puntuali e penalità più severe per i trasgressori.” Il capitolo dedica attenzione anche al panorama italiano che presenta due tratti pesantemente distintivi rispetto alle esperienze americane ed europee; il primo “è il lento e tuttora incompiuto enuclearsi del lobbismo come professione autonoma. Il secondo e più grave ostacolo è il legame reale o supposto fra lobbying e corruzione” (pagina 99 del testo in esame). Infine le conclusioni. Il dato più interessante è soprattutto quello per cui l’attività in esame è sostanzialmente opposta e contraria ad ogni forma di clientelismo; il lobbying, infatti, “è, più precisamente, la trasposizione alla politica della concorrenza e dei suoi principi, in aggiunta ai partiti e a complemento delle forze di rappresentanza elettiva che i partiti assicurano”. E a ben vedere proprio tale riflessione rappresenta un positivo input per affermare che il fenomeno potrebbe divenire, in un prossimo futuro, una realtà – ben inteso, disciplinata – non più esclusivamente propria del panorama americano, bensì prassi europea e, perché no, anche italiana. Osservazioni critiche Il testo è sicuramente rivolto a diversi target; quindi non solo professionisti del settore della comunicazione, ma anche e soprattutto studenti universitari. Ne è riprova la provenienza professionale dell’Autore – professore ordinario di Scienza politica nell’Università di Torino, già vicepresidente dell’Associazione internazionale di scienza politica (IPSA) e professore in visita presso la New York University, l’Istituto di Studi politici di Parigi e Bordeaux, l’Università libera di Bruxelles e l’Istituto universitario europeo – unitamente alla presenza, all’interno del testo in esame, di una bibliografia molto accurata in merito ai vari temi trattati, unitamente ad alcune domande essenziali, ma mai così utili, soprattutto se si pensa che il fenomeno ha subito, nel tempo, diverse interpretazioni/distorsioni da parte del settore letterario e cinematografico (i testi presenti sono divisi in testi in italiano e testi stranieri). Le appendici presenti nel testo sono cinque (due relative al contesto americano, due relative all’ambito europeo unitamente alla proposta di legge risalente al 1998 per regolarizzare le “attività di relazione” in Italia), e tutte confermano l’utilità di riportare i testi normativi – nazionali/europei/internazionali - di interesse. Troviamo quindi stralci del Lobbying Disclosure Act del 1995, uno schema dei rappresentanti privati che operano a Washington unitamente alle caratteristiche professionali di un campione di lobbisti, la Comunicazione della Commissione europea del 2 dicembre 1992 per “Un dialogo aperto e strutturato fra la Commissione e i gruppi di interesse speciale, una parte del Libro bianco sulla governance europea del 2001 (Come la Commissione europea consulta. Il pacchetto Telecom – 1998/2001), nonché uno stralcio della proposta di legge del 1998 sulla “Disciplina dell’attività di relazione nei confronti dei componenti delle Assemblee legislative e dei titolari di pubbliche funzioni” (la proposta di legge è stata oggetto di una relazione presentata alla Camera il 25 marzo 1998 dalla Commissione speciale per l’esame dei progetti di legge sulla prevenzione e repressione della corruzione). In conclusione, un testo agile, facile da consultare, serrato e puntuale nella trattazione, fondamentale per comprendere un fenomeno che troppo spesso trova giustificazione solo in trame cinematografiche ben congeniate. Luigi Graziano è professore di Scienza politica all'Università di Torino. Laureatosi all'Università "La Sapienza" di Roma, si è specializzato all'Institut d'Etudes Politiques de Paris e a Princeton (Ph.D.). E' stato visiting professor alla New York University (1987-1990), all'Institut d'Etudes Politique de Paris e all'IEP di Bordeaux (1996-1997). Oggi è vice-presidente di IPSA, presidente del centro di ricerca IPSA sul Pluralismo. Membro del centro europeo di ricerca dello European Centre for the Public Affairs del Templeton College, Oxford, lavora prevalentemente a Bruxelles studiando con focus sulle lobbies. Fonte : Stefano Martello - www.diritto.it

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