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Potere economico e politica, un legame non sempre trasparente e spesso oggetto di discussione. Lobbying Italia ha intervistato l'on. Gianni Cuperlo, deputato del Partito Democratico, sul caso Consip e sulla necessità di maggiore trasparenza di lobby e istituzioni. Cosa pensa del presunto affaire Consip e dell'altro volto di questa vicenda, l'apertura da parte della Procura di Roma di un fascicolo per rivelazione del segreto di ufficio a carico del dott. Woodcock? Su vicende giudiziarie per formazione tendo ad astenermi da giudizi e valutazioni. Ripeto concetti assolutamente scontati, che la magistratura deve godere della massima autonomia e deve poter svolgere le sue indagini senza condizionamenti da parte della politica. Nel caso specifico appare molto preoccupante la sola ipotesi che singole figure o apparati dello Stato abbiano potuto fabbricare prove false a carico del capo del governo, dei suoi collaboratori e familiari. Su questa ipotesi è necessario fare totale chiarezza nell'interesse della magistratura, della polizia giudiziaria e delle istituzioni democratiche. Sull'altro versante è necessario che l'inchiesta prosegua e giunga a conclusione in merito alla fuga di notizie che nel pieno delle indagini avrebbe condizionato il loro corretto svolgimento. Per mesi l'amministratore delegato della Consip, tra gli accusatori di un ministro della Repubblica, è rimasto regolamento al suo posto come lo stesso ministro e altre figure apicali. Qualcuno deve comunque avere fornito agli inquirenti una versione falsa degli eventi e dunque un chiarimento di ordine giudiziario, ma anche di ordine politico, rimane necessario. Mi auguro che arrivi in tempi rapidi anche a tutela di reputazione e onorabilità delle persone coinvolte. Probabilmente l'inchiesta Consip, indipendentemente da come terminerà l'iter giudiziario, mette in luce la necessità di una regolamentazione del lobbying nel nostro paese: secondo lei verso quale direzione si dovrebbe andare? È banale dirlo ma la direzione da scegliere è quella della massima trasparenza. Esistono normative e discipline che altri Paesi applicano da tempo e che garantiscono un'azione di controllo e prevenzione di quelle forme dirette e indirette di corruzione che alimentano il giudizio negativo sulla classe dirigente e in particolare sul ceto politico. Le norme approvate in questa legislatura per contrastare il traffico illecito di influenze e l'aumento delle pene per i reati di corruzione possono andare nella direzione giusta ma evidentemente tutto questo ancora non basta. Si stima il costo della corruzione nell'ordine di 50-60 miliardi di euro all'anno e ciò rappresenta una delle ragioni della crisi complessiva del nostro sistema economico, politico e democratico. Fingere che non sia così o sottovalutare la portata del fenomeno e le sue implicazioni è una delle più gravi responsabilità in capo alle élites del Paese. In un paese in cui la figura del lobbista viene ancora vista come un faccendiere l'Italia è culturalmente pronta ad accettare e quindi normare il settore del lobbying? Ho accennato alla corruzione diffusa perché ho l'impressione che i due aspetti si legano. Il Paese avrà un atteggiamento più responsabile e maturo verso l'azione del lobbying se l'opinione pubblica si convincerà della volontà di colpire con durezza ogni forma e strumento della corruzione. Se vogliamo essere sinceri dobbiamo riconoscere che così oggi non è e questo determina una serie di conseguenze anche nel giudizio su quanti potrebbero e vorrebbero agire nell'ambito della più rigorosa legalità. Possono le lobby aiutare i partiti politici a superare la terribile crisi di rappresentanza dei partiti che tutt'ora perdura fin da Mani Pulite, o sono due canali di rappresentanza che nel nostro paese viaggeranno sempre su binari separati? Ho l'impressione che la crisi di rappresentanza dei partiti abbia radici e motivazioni profonde che affondano in un deficit della loro cultura e identità. Partiti che hanno smarrito progressivamente una vocazione e che si sono ridotti a macchine oliate di organizzazione del consenso sul territorio. È un fenomeno che viene da lontano, non riguarda solamente l'ultima stagione e non credo lo si possa affrontare e tanto meno risolvere attraverso interventi o regolazioni che non aggrediscano il cuore del problema. Quindi benissimo una legge che dia piena applicazione all'articolo 49 della Costituzione, ma insisto nel dire che senza una vera e propria rigenerazione della missione storica di quelle culture e tradizioni noi resteremo ostaggio della cronaca e dell'improvvisazione. Temo anche sul terreno indicato dalla domanda. Intervista a cura di Giorgio Galioto, Eleonora Patella, Mario Verrotti, Andrea Zappacosta e Camilla Zavaroni, Master in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d'Impresa - Luiss Business School. Fonte foto: Polisblog.it

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(Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Cristina Antonucci) Il recente intervento che ha introdotto la modifica al regolamento della Camera dei Deputati, con la creazione di un registro pubblico dei portatori di interesse, è una delle modalità più rilevanti di un processo, di natura settoriale (MIPAAF nel 2015, MISE nel 2016) e territoriale (leggi regionali emanate dal 2002 al 2016) di regolazione del lobbying, emerso, in tali forme, in ragione della finora rilevata impossibilità di giungere ad una legge nazionale. A fronte del formato regolativo posto dal sistema istituzionale nei confronti dei gruppi di interesse, tuttavia, è possibile rilevare anche interessanti formati di auto-regolazione, dal basso, da parte dei portatori di interesse. Con l’idea di auto-regolazione, si intende fare riferimento a tutti quei formati di natura non vincolante, ma volti ad affermare la diffusione di norme sociali connesse ad una condizione professionale: la redazione e l’adozione di codici etici; l’impiego volontario di strumenti di trasparenza, tanto nei confronti dei soggetti del sistema politico e istituzionale, quanto nei confronti di ogni altro stakeholder, anche solo potenziale; il coinvolgimento attivo in pratiche di trasmissione di conoscenze tecnico- professionali nei confronti di nuove generazioni; la sperimentazione di modelli di networking aperti e inclusivi, fondati sulla base di elementi di conoscenza e non di mera relazione. In questo senso, l’esperienza di Reti Running con Openlobby, giornata dedicata a diffondere al pubblico, in modo chiaro, la conoscenza delle pratiche operative di lobbying interne all’azienda, ha un valore rilevante non solo a livello comunicativo, ovviando al diffuso ricorso al termine lobby come pratica oscura, ma in una direzione più sostanziale di promozione della cultura della trasparenza nei sistemi democratici. Un’esperienza come Openlobby consente di capire come i rappresentanti di interessi particolari agiscano nelle sedi istituzionali per garantire ai decisori pubblici una migliore conoscenza del tema oggetto di intervento, ma anche di comprendere come il lavoro di lobbying si iscriva all’interno di una cornice pienamente democratica di confronto tra interessi particolari e interesse generale e di come sia necessario valorizzare il tema delle competenze necessarie a svolgere al meglio questa professionalità così ricca e articolata. La promozione della cultura della trasparenza del lobbying, nell’attesa di una disciplina nazionale che stenta ad arrivare, passa anche dall’apertura a questa tipologia di pratiche di auto-regolazione.

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Riceviamo e pubblichiamo un'opinione di un lobbista. Assisto da giorni alla consacrazione dei diversi registri dei lobbisti italiani. Fantastico. Siamo un Paese davvero moderno, colto, capace di determinare davvero una svolta nelle relazioni pubbliche italiane. Fantastico. Grande narrativa. Al Ministero e a Montecitorio c'è un registro, ora ci vedono come dei professionisti, ma di che ti lamenti? Fantastico. Visto che però l'advocacy la faccio per lavoro, so vedere al di là del fumo. Ed ora, fatevi servire. Questi registri sono un contentino per far tacere i fautori, veri, della trasparenza. Servono a poco più di niente. Si registra chi vuole, ma l’incontro tra l’AD di un’azienda ed il Ministro fuori dai palazzi (o meglio ancora la chiacchierata tra un tecnico ed il membro di una simpatica fondazione dentro al Palazzo) non lo traccerá proprio nessuno. Già, letto bene: proprio nessuno. Ma vi dirò di più, orecchie curiose. Il registro di Montecitorio è il rigurgito della vera Casta, la grande burocrazia di Palazzo, contro questi fastidiosi intrusi denominati lobbisti, che fanno il bello e il cattivo tempo nel loro Palazzo e... Ma come si permettono di stringere le mani dei Deputati ‘sti qua? Chi sono? Chi rappresentano? L’economia produttiva? Ah sì? E a che serve questa benedetta economia? Vale davvero di più della burocrazia? Impossibile. Eccovi allora cari lobbisti ‘sti due (eh già, 2, sic!) tesserini e fatene buon uso, nella vostra stanzetta. Quando il decisore lavora, fatevi da parte. Per le cose serie ci siamo noi. I burocrati. Quelli che sanno scrivere 200 pagine mentre voi ne scrivete 3. Eh, già. Tanto fumo. Già. Si registrerà solo tanto fumo: la trasparenza è stata sacrificata sull’altare della dialettica politica tra diversamente grillini. E tant’è. Bene così. Namaste, alè. P.S., so che parlo di trasparenza e però rimango anonimo.. Ma non è colpa mia.

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(Erika Munno) Il Comune di Milano sta sperimentando un modello di agenda pubblica degli incontri per l’assessorato alla Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data di Lorenzo Lipparini. Il progetto è nato nell’ambito dell’Open Government Partnership, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana, ed è descritto nell’azione 28 del terzo piano di azione, sotto il nome “Milano Trasparente: Agenda pubblica degli incontri dei pubblici decisori”. L’azione presenta due innovazioni significative: la novità dell’idea in sé, che rappresenta un tipo di pratica innovativa che sta prendendo piede sul nostro territorio segno di un positivo effetto di diffusione di politiche per la trasparenza, e il processo partecipato con cui è stata adottata, cioè all’interno di un piano di azione di natura governativa, curato dal Dipartimento per la Funzione Pubblica, ma che per la prima volta è stato esteso anche alla partecipazione degli altri livelli di Governo. Tant’è che anche il Comune di Roma ha partecipato proponendo un proprio modello di agenda pubblica e registro dei portatori di interesse. Abbiamo intervistato l’Assessore Lipparini per sapere di più su questo progetto ma anche sulle modalità con cui è nato. Come è maturata l'idea di creare un registro degli incontri dell'Assessorato? L'idea, nell'ambito del nuovo Assessorato a Partecipazione, Cittadinanza attiva e Open data, è stata simbolica ma caratteristica di un modo con cui si vuole lavorare con la nuova struttura, che è quella della più completa trasparenza e soprattutto della rendicontazione dell’attività svolta attraverso la pubblicazione dei dati che abbiamo ritenuto più significativi. Tra questi, a livello decisamente innovativo, c'è una restituzione di informazioni rispetto agli incontri con le persone che vengono in Assessorato a richiedere un appuntamento, per presentare proposte e progetti. Si tratta di diverse categorie di persone, sia cittadini sia associazioni, sia società o enti ecc., che in questo modo vengono tracciati, anche con fini di archivio e, quindi, con la possibilità di ricostruire le tipologie degli interlocutori e gli argomenti più spesso trattati all'interno degli incontri di lavoro dell’Assessorato. Perché avete deciso di inserire questa azione all'interno del progetto Open Government Partnership (OGP), anziché realizzarla come una iniziativa propria del Comune di Milano? OGP è stata una delle primissime proposte che ci è stata presentata appena attivata la struttura dell'Assessorato. Ci è stato chiesto di proporre un paio di azioni, abbiamo presentato quelle che avevamo già in mente di eseguire e abbiamo partecipato ai lavori di OGP candidando alcune di queste iniziative. Con la consultazione che si è svolta nel mese di agosto, nell'ambito del programma OGP, abbiamo validato e sottoposto ad una più ampia cornice istituzionale le nostre proposte, che avevamo comunque deciso di implementare, ma che così hanno avuto dal contesto OGP più visibilità e confronto con i cittadini. A cosa si deve la scelta di non affiancare all'agenda pubblica degli incontri, anche un albo dei portatori di interesse come hanno scelto di fare altre amministrazioni? Il tema dei portatori d’interesse riguarda la legislazione nazionale. Noi, in questo momento, nell'assenza di una legislazione nazionale sui portatori d’interesse abbiamo scelto di non legare l'agenda pubblica degli incontri a un registro comunale. Questo perché non volevamo caricare di ulteriori passaggi burocratici coloro che vengono in Assessorato a proporre idee e progetti, si tratta non solo di aziende, lobby, enti o associazioni, ma tutti i liberi cittadini. Abbiamo scelto di fare una rendicondazione ex post, rispetto al momento in cui avvengono gli incontri, ma non di prevedere l'istituzione di un albo. E' chiaro, però, che se nella legislazione nazionale si faranno passi in avanti in questa direzione potrebbe essere proprio il framework nazionale a creare l'ambiente per lavorare insieme e fare in modo che il registro sia solo uno e non si moltiplichi in decine o centinaia di registri, con oneri evidentemente più complessi per chi sceglie di entrare in contatto con le pubbliche amministrazioni. L'agenda degli incontri dell'assessorato con i rappresentanti-portatori d’interesse avrà ad oggetto solo i suoi appuntamenti o anche quelli dell'intero Assessorato?  La sperimentazione verrà estesa all'intera Giunta milanese? In questo momento non c'è una divaricazione tra gli impegni dell'Assessore e quelli della struttura, per il semplice fatto che la struttura è snellissima ed è formata da me e un paio di collaboratori che mi seguono negli incontri. L'intenzione è quella di tracciare comunque gli incontri con tutta la struttura politica di supporto e quindi di tutto l'Assessorato e non solo dell'Assessore e di arrivare, entro la fine dell'anno, alla definizione di linee guida, con una delibera di indirizzo, che proponga anche agli altri assessori l'adozione di uno strumento sperimentale come quello che stiamo mostrando oggi, a partire da questo assessorato. Nei prossimi mesi farò vedere ai colleghi il progetto e come funziona, per vedere anche se ci sono delle migliorie alla proposta che per il momento è stata messa online. Quale è stato il valore aggiunto che la partecipazione della società civile ha dato, alla definizione della vostra azione? E' stato un contributo molto stimolante, anche se, per quanto riguarda la nostra azione, non sono arrivate moltissime segnalazioni. I punti centrali che sono stati toccati sono: la questione del collegamento dell'agenda con un registro, su cui mi sono già espresso prima; la definizione di strumenti di controllo della veridicità dei dati sull'agenda. Si tratta di un tema intrigante su cui siamo impegnati in una riflessione. Ma è chiaro che la responsabilità dei dati comunicati è profondamente in capo a chi li produce, quindi è primariamente una responsabilità politica in capo a me e c'è poi tutta la struttura amministrativa del Comune, in questo caso del mio assessorato, che di fatto gestisce materialmente l'agenda e gli incontri e quindi ha degli obblighi di trasparenza, che sono quelli in generale della normativa dell'anticorruzione e dei regolamenti interni. Essendo una sperimentazione tutte queste segnalazioni possono essere utili per vedere in che direzione evolvere nel futuro. Azione del Comune di Milano e azione del Comune di Roma a confronto L’assessore che coordina l’azione di Roma, Flavia Marzano, ha scelto di pubblicare anticipatamente e interamente la propria agenda, comprensiva di incontri di staff ed eventi pubblici, con una filosofia differente rispetto a quella scelta da noi e più centrata su una rappresentazione dell’utilizzo del tempo di lavoro in assessorato. La nostra agenda si concentra, invece, sulla rendicontazione degli incontri con gli effettivi portatori di interesse. * Lorenzo Lipparini è assessore alla partecipazione e open data nella giunta di Giuseppe Sala. Nato nel 1982, laureato in comunicazione politica, Segretario dell'Associazione Radicale Enzo Tortora e membro della direzione di Radicali Italiani, è stato il più votato della lista Radicali alle elezioni comunali del 2016. Dal 2006 al 2009 è stato assistente degli eurodeputati Radicali al Parlamento Europeo. E' coordinatore lombardo degli iscritti individuali all'Alde Party (Partito dei liberal-democratici europei).

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(Alessio Samele) Lo scorso luglio il Senato ha dato il definitivo via libera alla nuova legge di bilancio. Le nuove regole sono in linea con l’introduzione del principio del pareggio di bilancio all’art 81 della Costituzione e modificano le tempistiche per la presentazione dei principali documenti per la programmazione economica, superando la vecchia legge di stabilità che sarà sostituita da un unico provvedimento insieme alla legge di bilancio. Tra le novità del provvedimento anche l’eliminazione delle clausole di salvaguardia con l’introduzione di una disciplina apposita in caso di andamento degli oneri non in linea con le previsioni. Cambiano i tempi di presentazione dei documenti finanziari: viene posticipata al 27 settembre la data di presentazione della nota di aggiornamento del Def e viene, così, introdotto il termine del 20 ottobre per la presentazione alle Camere del disegno di legge di bilancio. Il periodo che coincide con l’approvazione della legge rappresenta un momento importante per il lavoro del lobbista. Monitorare l’iter, individuare i decisori pubblici d’interesse con i quali interagire e conoscere le procedure che portano all’approvazione della legge entro il 31 dicembre, costituiscono dei tasselli importanti per cercare di modificare l’ambito di azione di proprio interesse. Anche per questo Running Academy, in collaborazione con Reti-QuickTop, ha pensato di organizzare un corso di tre giorni (dal 6 all’8 ottobre 2016), rivolto a comunicatori, giornalisti, manager che si occupano di relazioni esterne e istituzionali, consulenti e liberi professionisti che operano nell’ambito dei rapporti con i decisori pubblici dedicato ad approfondire le novità della nuova legge di bilancio. Ad Antonio Iannamorelli, direttore operativo di Reti-QuickTop, abbiamo rivolto alcune domande sulle nuove procedure e sul regolamento dei lobbisti a Montecitorio. Come cambierà il lavoro del lobbista in base alle nuove procedure di approvazione della legge di Bilancio? (Maggior tecnicismo dell'interazione con i decisori politici, maggiore richiesta di competenze nel drafting degli emendamenti, rapporti con gli organi tecnici del MEF e delle Camere) Certamente dovremo essere ancora più precisi nella presentazione delle istanze ai decisori, in particolare in relazione al risvolto economico e finanziario delle proposte che facciamo, che dovrà essere sempre evidenziato senza approssimazioni. Detto questo, c'è un grande lato positivo: è finito l'assalto alla diligenza con intere leggi ordinamentali che finiscono nella legge di bilancio in una notte, come è successo in passato. Il nuovo regolamento sui lobbisti a Montecitorio - rimasto inattuato - potrebbe facilitare il lavoro di lobbisti e deputati? Certo che potrebbe, anzi, se fosse davvero attuato sanerebbe un vulnus di democrazia. Perché la Camera, prendendo a pretesto la trasparenza, è completamente chiusa a riccio, a differenza del Senato. Con il risultato che ci sono lobbisti di serie A e lobbisti di serie B. Quelli di serie A, che non è dato sapere chi sono, entrano e fanno più o meno ciò che vogliono. Gli altri attendono fuori. E se fai richiesta, oggi, il diniego non viene neanche motivato e l'accesso agli atti è negato "per ragioni di sicurezza". È una condizione di privilegio per pochi e di disagio per molti, che spero finisca presto con l'attuazione del provvedimento. Ho però i miei dubbi che chi oggi ha il diritto di dire "tu, si; tu, no" cederà facilmente la posizione di mazziere. L'impossibilità di far scattare le clausole di salvaguardia e la necessità di trovare nuove soluzioni per la copertura delle misure previste dal ddl rende la competenza del lobbista necessaria per le aziende interessate al provvedimento? Certamente è una sfida di qualità soprattutto per noi. Per questo organizziamo il seminario "La nuova legge di bilancio. Come, quando e perchè rappresentare gli interessi." che è scelto, per il terzo anno di fila, da molti colleghi, anche da molti concorrenti, che accogliamo volentieri. È tanto sentita come esigenza che vedo che nascono occasioni analoghe, sulla scia di quanto abbiamo fatto noi negli ultimi tre anni. Certo, la formazione non basta, la preparazione non basta. Spero e auspico che gli uffici legislativi e i tecnici abbiano la volontà di collaborare con i portatori di interesse. Con il dialogo, sono certo, riusciremo a fare meglio proposte positive per lo sviluppo e per il sistema Italia nel suo complesso. Il lobbista è un alleato del cambiamento, quando questo è sinonimo di miglioramento. Al team di Reti (Antonio Iannamorelli, Direttore Operativo, e Caterina Nigo, Manager Public Affairs) si affiancheranno l’economista Luigi Marattin che introdurrà il corso il 6 ottobre, Simona Genovese, Responsabile Affari Giuridici Presidenza del Gruppo del Partito Democratico al Senato e Renato Loiero, Consigliere parlamentare e Direttore del Servizio del bilancio del Senato, Presidente COGIS. Il corso si svolgerà in formula weekend presso la sede di Running, a Roma. Per maggiori informazioni e per un colloquio conoscitivo, si può scrivere a segreteria@retionline.it. La brochure del corso "La nuova legge di Bilancio"

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Social media have an increasing role in the definition of the political message. The Dissemination of the 140-character Twitter, the use of different multimedia elements and the need to communicate with different interlocutors and at different speed. Even in the context of public affairs, the dissemination of the message must follow new rules, and lobbying Professionals must know and govern the different storytelling techniques through the means of social communication. Lobbying Italia launches the survey "Lobbying & Social Media", especially thought for lobbyists but open to all professionals of political Communication and Institutional relations, in order to design a general overview of the interconnection between lobbying efforts and use of social media. A more and more fundamental tool for companies, administrations and other organizations in defining their communication strategies. The results will be published in the coming weeks. ITALIAN FORM: https://goo.gl/forms/DKJzF7QDuLhopGIU2 ENGLISH FORM: https://goo.gl/forms/Zge9HdUHyy42qtak1

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I social media hanno un ruolo sempre maggiore nella definizione del messaggio politico. La diffusione dei 140 caratteri di Twitter, l’uso di elementi multimediali diversi e la necessità di comunicare a interlocutori diversi e a più velocità. Anche nell’ambito dei public affairs, la diffusione del messaggio deve seguire nuove regole, e i professionisti del lobbying sono chiamati a conoscere e governare le diverse tecniche di storytelling attraverso i social media. Lobbying Italia lancia il sondaggio “Lobbying & Social Media”, diretto soprattutto ai lobbisti ma aperto a tutti i professionisti della comunicazione politica e istituzionale, per avere un quadro generale dell’interconnessione tra l’attività di lobbying e l’uso dei social media. Uno strumento ormai fondamentale nelle strategie di comunicazione di aziende, amministrazioni e qualsiasi tipo di organizzazione. I risultati saranno pubblicati nelle prossime settimane. In ITALIANO: https://goo.gl/forms/DKJzF7QDuLhopGIU2 In INGLESE: https://goo.gl/forms/Zge9HdUHyy42qtak1

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(Public Policy) Di regolamentazione dell'attività di lobbying in Italia si discute da sempre. Dal 1948, secondo una ricerca Unitelma-Sapienza, di prossima uscita sulla rivista giuridica "Percorsi istituzionali" (Cedam) sono stati presentati 59 ddl in materia, e 11 disegni di legge che riguardano le pubbliche relazioni, mai nessuno approvato. Ci sono poi 135 norme di vario tipo nell'ordinamento che regolamentano in modo frammentario questo settore. Sono in vigore norme regionali in Toscana, Sicilia, Molise, Abruzzo e Calabria. Da ultimo, dopo varie peripezie legislative - tra cui il tentativo di inserire norme sul lobbying nel ddl Concorrenza in esame al Senato - è in esame a Palazzo Madama un testo base sulla regolamentazione delle attività di lobbying, basato sul disegno di legge presentato dal senatore ex Movimento 5 stelle, Luis Alberto Orellana (oggi nel gruppo delle Autonomie). Il tema è al centro di riflessioni e confronti tra le stesse istituzioni e i portatori di interesse. Entrambi i fronti sembrano concordare, a parole, sull'esigenza di maggior trasparenza nei rapporti tra decisori pubblici e mondo privato e riconoscimento della professionalità del lobbista. Ma nei fatti si fatica a trovare una sintesi. Il 30 giugno scorso, nella sede di Confindustria, in viale dell'Astronomia, si è tenuto un seminario a porte chiuse su obiettivi e priorità di una legge di regolamentazione del lobbying, prendendo spunto dal testo base al Senato. È stata una riunione riservata, ma che è sembrata quasi una convocazione di 'stati generali' sull'argomento: per la prima volta l'associazione degli industriali ha provato a mettere intorno al tavolo decisori pubblici - erano presenti il viceministro delle Infrastrutture Riccardo Nencini, il senatore Orellana e il relatore del regolamento sulle lobby alla Camera, Pino Pisicchio, oltre ad esponenti del settore come Patrizia Rutigliano, presidente di Ferpi, e Vito Basile, Managing Director della società di lobbying Burson Marsteller Italia - per confrontarsi su esigenze ed esperienze. A quell'evento è intervenuto anche Pier Luigi Petrillo, professore di Diritto pubblico comparato alla Unitelma-Sapienza di Roma (tra l'altro, è il curatore della ricerca Unitelma qui ricordata) e di Teoria e tecniche del lobbying alla Luiss. Nel 2013 ha coordinato, insieme all'attuale capo di gabinetto del ministero dell'Economia, Roberto Garofoli, il gruppo di lavoro costituito alla presidenza del Consiglio per scrivere il testo che avrebbe dovuto disciplinare, una volta per tutte, i rapporti tra decisori e lobbisti in Italia. Quel testo fu inaspettatamente bocciato in Consiglio dei ministri, all'ultimo minuto. PROFESSORE, COSA HA IMPEDITO FINO AD OGGI L'APPROVAZIONE DI UNA LEGGE ORGANICA SUL LOBBYING IN ITALIA? Ci sono due motivi che impediscono al Parlamento di approvare una legge sulle lobby. Il primo: non conviene al decisore pubblico e al politico una regolamentazione che renda trasparente il percorso di una decisione e gli interessi coinvolti. Il decisore italiano preferisce non far conoscere all'esterno i motivi delle proprie scelte, perché così evita di renderne conto al cittadino. In questo modo inoltre, può sempre pubblicamente dare la colpa qualcun altro. Periodicamente sui giornali leggiamo che "è colpa delle lobby" se non passa la riforma dei farmaci di fascia C o delle licenze dei taxi. In realtà il problema non sono le lobby, che fanno il loro mestiere. È il decisore pubblico che sceglie di assecondare l'uno o l'altro portatore di interesse. Se ci fosse una legge sulle lobby tutto ciò verrebbe fuori. Finché le lobby sono sconosciute, è molto facile dire che è colpa loro se qualcosa accade. Questo consente al decisore di non assumersi mai la responsabilità delle proprie scelte, anche quelle che soddisfano interessi molto parziali a svantaggio della collettività. L'ALTRO MOTIVO? Il nostro sistema di relazioni tra rappresentanti del mondo privato si basa ancora molto su rapporti di clientela e parentela. Il privato si relaziona al decisore, non perché portatore di informazioni tecniche, indispensabili ai fini della decisione, ma perché è l'amico dell'amico. Una norma che dicesse quali debbano essere le regole per rappresentare gli interessi presso il decisore pubblico, farebbe venir meno tutto questo sottobosco di faccendieri, di gente che si muove in virtù di clientele e parentela, che sono però quelli che poi portano consenso alla politica. Questo 'sottobosco' variegato di soggetti, periodicamente agli onori delle cronache per fatti criminali, fa lobby per evitare una legge che li spazzerebbe via. A INTRODURRE OBBLIGHI DI TRASPARENZA, IN QUESTA SITUAZIONE, NON SI RISCHIA SOLO DI SPOSTARE ALTROVE LE SEDI DI RELAZIONE, E QUINDI DI PERDERE UN'OCCASIONE? Il rischio c'è. Questo è il motivo per cui rifuggo da tutte quelle proposte di legge che vogliono disciplinare 'al secondo' l'attività dei lobbisti. Oggi abbiamo una totale assenza di regole. Se domattina avessimo mille regole potremmo stare tranquilli che verrebbero completamente disapplicate. Se ad esempio introduco l'obbligo di rendicontare tutti gli incontri nella sede della Camera, è chiaro che questi 'migreranno' al di fuori, in qualche altra sede informale. Norme troppo dettagliate e privative, incompatibili col contesto attuale italiano, presentano inevitabilmente molteplici possibilità per essere aggirate. Passare dall'anno zero all'anno mille, dall'assenza di regole all'iperregolamentazione non funzionerebbe: siamo dei geni nello scrivere norme ed interpretarle poi a nostro piacimento. È accaduto a livello regionale, dove stiamo vivendo un momento epico per la regolamentazione delle lobby. Nel 2002 abbiamo avuto la legge toscana, del tutto inattuata. Poi ci sono state le leggi di Molise, Abruzzo, Calabria e Lombardia, mentre la Puglia si appresta ad approvare la sua, voluta dal presidente Emiliano. Sono leggi inutili, scritte con la consapevolezza che saranno totalmente inattuate. A che serve? A mettere a posto la coscienza? IN SINTESI, COME DOVREBBE ESSERE REGOLATO IL RAPPORTO TRA DECISORI E PORTATORI DI INTERESSE IN ITALIA? A mio avviso serve una proposta secca, semplice e sperimentale. Una norma che dica: per tre anni proviamo così. Esaurito il periodo di sperimentazione, verifichiamo l'impatto della norma e decidiamo se confermarla in modo permanente o rivederla. In questi tre anni, introduciamo regole non sui lobbisti, ma sui decisori pubblici. Questo è un punto centrale: rivoltiamo il tavolo. Tutti disegni di legge in esame in Senato e alla Camera, vanno a regolamentare l'attività di lobbying. Alcuni dei quali si spingono quasi a creare una sorta di vero e proprio albo professionale, per cui, se non sei iscritto a questo registro non puoi esercitare l'attività. Quasi nessun ddl invece impone regole di comportamento ai decisori pubblici. Piuttosto che andare a limitare e contenere un'attività del libero mercato, andrei a imporre una serie di norme di trasparenza sul decisore pubblico. NEL MERITO, CON QUALI INTERVENTI SI PUÒ RENDERE PIÙ 'ACCOUNTABLE' IL DECISORE? Si può intervenire in vari modi. Prima di tutto con norme minime, come l'obbligo di pubblicare online l'agenda degli incontri con i portatori di interesse, ovunque essi si svolgano, secondo il "modello Nencini", per capirsi (il viceministro, che ha scelto di pubblicare tutti i suoi incontri al Mit; Ndr). Un nodo cruciale è poi la trasparenza dei finanziamenti privati alla politica. Nessuno dei disegni di legge attuali tocca questo aspetto. La nuova legge sul finanziamento della politica prevede l'abolizione del finanziamento pubblico, e l'introduzione di quello privato. Ma non ci sono obblighi di trasparenza. Il privato che finanzia la politica emerge solo se vuole scaricarsi dalle tasse il contributo che ha dato al partito o al candidato. Se sono una multinazionale che vuole finanziare un partito o un candidato, e non mi interessa il vantaggio fiscale, resto nella totale oscurità. È un'assurdità. Occorre specificare in una norma che chiunque finanzia la politica anche per un solo euro, viene inserito in un elenco pubblico di finanziatori, non c'è nulla di male. E ancora: servono norme sulle 'revolving doors': in Italia siamo pieni di capi di gabinetto di ministri che cessato il loro incarico vanno a fare i lobbisti per le società con le quali interloquivano. E viceversa: lobbisti che diventano capi segreteria tecnica o capi di gabinetto di ministeri verso i quali facevano lobby. Attenzione: è lecito. Però rendiamolo trasparente. Infine si possono far rispettare norme che già ci sono, come la legge che impone di accompagnare tutti i ddl con l'Air (Analisi impatto della regolamentazione), una relazione in cui si elencano i portatori di interesse incontrati.

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Ha destato clamore l’articolo del Fatto Quotidiano dal titolo “Incubo Renxit, il tour a Bruxelles della Boschi per promettere stabilità”, in particolare nel mondo dei professionisti del lobbying. Il Fatto ha sottolineato, in modo velatamente critico, l’incontro del Ministro con rappresentanti di imprese e think tank. La risposta è arrivata con una lettera aperta. “Lobbisti, funzionari, commissari della squadra di Jean Claude Juncker, militanti, think tank: in due giorni a Bruxelles il ministro Maria Elena Boschi incontra tutti. Un po’ per cercare appoggi in vista del referendum di ottobre, un po’ per continuare a costruire un profilo internazionale autonomo da quello del premier Matteo Renzi”. Comincia così l’articolo a firma Stefano Feltri, che racconta la conferenza “Growth Goal” organizzata dal think tank Formiche.net, diretto da Paolo Messa. È stata poi sottolineata la presenza di lobbisti all’evento. Lo stesso Paolo Messa (membro del cda RAI, consigliere politico e comunicatore) ha ritenuto di precisare con una lettera gli obiettivi dell’incontro. Segnaliamo alcuni passaggi particolarmente significativi: “Si parlava di crescita, di impatti economici e… chi c’era in sala? Sorpresa: i rappresentanti delle aziende, delle industrie, di quelle che operano in Italia ma anche più in generale nella Ue. Volevano ascoltare per capire. Capita. Ogni giorno, come sanno i giornalisti competenti, le imprese e ancora di più le istituzioni finanziarie valutano i mercati ma anche i Paesi e i loro sistemi regolatori. E quindi, insieme ad una vasta e qualificata platea di funzionari e dirigenti di Parlamento e Commissione, vi erano anche rappresentanti delle aziende (…) Francamente non mi pare una ordalia di pericolosi lobbisti. Ora, che c’è di male – si potrebbe replicare – a sottolineare la presenza degli specialisti della rappresentanza dei legittimi interessi aziendali? (…) Se i protagonisti della nostra economia, di quelle imprese che danno (ancora) lavoro e benessere, li trattiamo come oggetto del sospetto a prescindere, li confondiamo con gli orribili, quelli sì, faccendieri che operano nella opacità, che ne beneficio ne abbiamo? Se le multinazionali non scelgono l’Italia o se quelle che ci sono chiudono, potremo inneggiare alla vittoria dei buoni contro i cattivi? No, perché senza le grandi imprese ed i professionisti che lì vi lavorano, resteranno in maggioranza le realtà che sguazzano fra il grigio e il nero (…)”. Un richiamo alla trasparenza, e un “no” alla cultura del sospetto. Per una reciproca collaborazione tra mondo delle imprese, giornalismo e istituzioni, senza dietrologie. L'articolo del Fatto qui: FQ_Boschi Bruxelles Formiche_130716

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Parla l’ideatore del Master in relazioni istituzionali, lobby e comunicazione d’impresa alla Luiss: «L’attività di lobby era considerata sterco del diavolo, non era inusuale trovare chi la equiparasse al malaffare. Adesso, invece, è una professione trendy» C’era una volta una professione considerata «sterco del diavolo». E che adesso è diventata trendy. Grazie anche a una scuola che sta cambiando la formazione dei lobbisti, adesso più orientata al modello anglosassone secondo cui chi fa lobby cerca di spiegare in maniera semplice il funzionamento di mercati complessi e non è visto, dall’opinione pubblica, vicino al malaffare. Ne è convinto Francesco Delzio, ideatore del Master in relazioni istituzionali, lobby e comunicazione d’impresa alla Luiss e direttore relazioni esterne, affari istituzionali e marketing del gruppo Atlantia e di Autostrade per l’Italia (ma il ruolo aziendale non ha alcun legame con la «scuola dei lobbisti»). Dottor Delzio, fino a dieci anni fa era inimmaginabile una «scuola di lobbisti». Come è nata l’idea e come si è modificata la percezione di questa attività? «Ho ideato e fondato il Master 7 anni fa, insieme a un gruppo di manager riuniti nell’Associazione laureati Luiss — di cui ero presidente all’epoca — per colmare un “vuoto di mercato” nel mondo della formazione universitaria. Fin dall’inizio il progetto è stato realizzato con il professor Alberto Petrucci, che dirige con me il Master, e a partire dall’anno scorso con il professor Paolo Boccardelli, direttore della Luiss Business School». Qual era il vuoto di mercato? «Il bisogno diretto delle aziende: erano stanche di cercare dei portaborse a cui affidare l’analisi degli effetti di una normativa sul loro business». Attività che veniva mal vista dall’opinione pubblica. «Certamente: l’attività di lobby era considerata sterco del diavolo, non era inusuale trovare chi la equiparasse al malaffare. E invece il modello americano e anglosassone dimostra che c’è un modo trasparente di fare lobby». Lobby trasparente sembra un ossimoro. «E invece nella visione americana è proprio così. L’attività di lobbying è efficace quando diventa trasparente, quando unisce l’interesse di parte del lobbista con gli interessi generali del Paese. Il problema è che l’Italia arriva con 50 anni di ritardo». Rispetto agli Stati Uniti? «Eh sì. John Fitzgerald Kennedy diceva che “i lobbisti sono quelle persone che per farmi comprendere un problema impiegano 10 minuti, mentre per lo stesso problema i miei collaboratori impiegano 3 giorni ”». Purché se ne abbiano le competenze, però. «È quello che proviamo a fare con il Master, anticipando la normativa che a livello nazionale ancora non c’è. Il gestore dei rapporti pubblico-privato deve conoscere il diritto e l’economia per poter misurare gli effetti di un emendamento sui conti di un’azienda o sul Pil del Paese; ma deve anche saper creare il consensus building, ovvero costruire il consenso per unire un’istanza di parte all’interesse generale del Paese». Il gestore per antonomasia dei rapporti pubblico-privato è Confindustria. La nuova presidenza Boccia, secondo lei, come si posiziona nel dibattito molto acceso in Italia sulla volontà politica di regolamentare le lobby? «A partire dagli anni ‘90, Confindustria ha interpretato per prima in Italia questa nuova visione del lobbying e del rapporto pubblico-privato. Oggi la presidenza di Boccia — che con la sua storia aziendale rappresenta l’ideal-tipo dell’impresa italiana — ha la possibilità di far fare a Confindustria un ulteriore salto di qualità: sostanzialmente finita l’era della concertazione, Confindustria ha le competenze e l’autorevolezza per giocare d’anticipo rispetto alla politica e per diventare un grande “cantiere delle policy” industriali, economiche, fiscali e del lavoro, al servizio delle imprese e al tempo stesso del Paese». Quanti lobbisti avete formato in 7 anni? «Ne abbiamo formati e portati nelle aziende circa 200. Il Master ha una selezione all’ingresso e la metà dei pretendenti, che aumenta di anno in anno, resta fuori. Adesso fare il lobbista è diventato di moda, è una professione trendy». Fonte: Michelangelo Borrillo, Corriere.it

Interviste

Il forte disaccordo tra il Mediatore Europeo Emily O’Reilly e l’industria del tabacco sull’interpretazione di un articolo del Protocollo FCTC dell’Organizzazione Mondiale Sanità conferma la necessità di rispondere ad un’importante domanda: qual è il confine tra trasparenza e partecipazione al processo decisionale? La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’iniziativa del  Mediatore Europeo Emily O’Reilly che ha ospitato a Bruxelles una conferenza dal titolo “Improving transparency in tobacco lobbying” escludendo i rappresentanti delle industrie del tabacco dal dibattito dei relatori invitati. Tale decisione non poteva che rappresentare un’ulteriore scintilla nella dura contrapposizione tra l’industria del tabacco e l’Istituzione riferita al Trattato FCTC (Framework Convention on Tobacco Control) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e in particolare all’interpretazione dell’articolo 5.3 del protocollo da parte dell’Obmudsman, eccessivamente restrittiva, per il mondo del tabacco, e lesiva della libertà di espressione e del diritto alla partecipazione del processo decisionale pubblico. LE NORME DELL’OMSQuesto articolo, il 5.3 del trattato FCTC, adottato nel 2003 dalla Conferenza delle Parti, presenta una disposizione inserita con l’obiettivo di attenuare l’influenza delle grandi lobby del tabacco in merito a provvedimenti normativi sulla salute. L’articolo afferma che “nel formulare e applicare politiche sanitarie, i pubblici ufficiali devono proteggerle da interessi commerciali dell’industria del tabacco”. Nel 2008, l’OMS ha emanato delle linee guida interpretative, secondo le quali le misure del protocollo sono orientate a impedire che l’industria del tabacco interferisca sulla realizzazione, modifica o applicazione di politiche sanitarie, negli ordinamenti dei Paesi che hanno sottoscritto la convenzione. Da quel momento dunque molti decision-makers hanno cominciato a rifiutare incontri e confronti con i rappresentanti degli interesse del settore, fino all’ultimo evento, quello cioè in cui  il Mediatore Europeo Emily O’Reilly ha rifiutato le richieste dei rappresentanti delle società del tabacco di sedere al tavolo di una conferenza che riguardava la trasparenza del loro stesso settore di appartenenza. Ma l’Obmudsman è andato anche oltre la questione dell’interpretazione dell’articolo 5.3 scrivendo lo scorso ottobre una raccomandazione all'Esecutivo comunitario perché si adattasse alle regole del Trattato dell’OMS pubblicando i verbali di tutti gli incontri con i lobbisti del tabacco, così come già fa la Direzione generale per la Sanità. La Commissione però ha rigettato tale raccomandazione considerando la propria politica già in linea con la Convenzione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e la cosa non è rimasta senza commenti. Durante la conferenza citata in apertura, alla quale ha partecipato anche il commissario Ue alla Salute Vytenis Andriukaitis, il Mediatore ha infatti affermato che "incontri fra i servizi legali dell'esecutivo e le loro controparti dell'industria del tabacco non sono sempre considerati nel contesto delle lobby, mentre potrebbero esserlo" e ha concluso: “Ma su questo la Commissione non è d'accordo, è abbastanza raro che una raccomandazione venga rigettata. Sono stata sorpresa anche dal punto di vista 'tattico' dal comportamento della Commissione, credevo che per lei sarebbe stata una vittoria facile", visti i suoi impegni per una maggiore trasparenza. E se la Commissione non dà seguito, O'Reilly ha cominciato a considerare l'ipotesi di scrivere una relazione direttamente al Parlamento europeo, "ma è opzione rara perché vorrebbe dire che nient'altro ha funzionato". Si tratterebbe infatti di un “attacco” diretto alla Commissione da parte di un organismo dell’Unione Europea chiamato a dirimere le controversie, nonostante il più importante organo di indirizzo politico, la Commissione appunto, non ritenga necessario escludere dalla discussione politica i rappresentanti del settore del tabacco.LA REAZIONE DELL’INDUSTRIA DEL TABACCOE’ evidente che l’altro protagonista della vicenda, l’industria del tabacco, abbia reagito a questa ennesimo episodio: “Non ha senso che i rappresentanti del settore siano stati esclusi dal tavolo della discussione in merito al settore stesso, e questo non ha nulla a che fare con il protocollo FCTC”, ha affermato un lobbista del tabacco, rimasto anonimo,  “si tratta di un evento sulla trasparenza, e cosa può essere più trasparente di un dibattito pubblico?”. Un’interpretazione più light, secondo le multinazionali del tabacco, avrebbe infatti consentito la partecipazione alla conferenza dell’Obmudsman, perché di fatto non aveva il precipuo scopo di discutere una politica pubblica sanitaria, attenendosi quindi alla regola posta dal Protocollo FCTC. Ma al momento il Mediatore Europeo ha adottato l’interpretazione più restrittiva, e i lobbisti delle Big Tobacco sono stati del tutto esclusi rendendo per loro questo provvedimento “eccessivamente lesivo della libertà di espressione e del diritto alla concorrenza”. A questo proposito Valerio Forconi, da poco nominato Responsabile delle Relazioni Istituzionali e degli Affari Legali Regione Sud Est Europa di Imperial Tobacco, una delle quattro maggiori multinazionali a livello mondiale, ha confermato che la sua compagnia applica principi, norme e politiche europei sulla trasparenza, anche se resta necessario migliorare la trasparenza del lobbying nell’Unione Europea “a livello orizzontale, allo stesso modo per tutte le industrie e i settori. Per assicurare il miglioramento effettivo e funzionale nella trasparenza del lobbying nell’UE, ogni discussione in merito al suo futuro deve coinvolgere la partecipazione di tutti gli stakeholder e garantire parità di trattamento nei loro confronti”, come afferma l’articolo 11 del Trattato sull’Unione Europea. Forconi, che nel suo ruolo in Imperial Tobacco si occupa di interfacciarsi con decisori a livello nazionale, comunitario e internazionale, in linea con la posizione di tutti i suoi colleghi sottolinea come “l’articolo 5.3 del protocollo FCTC non impedisce ai decision-makers di incontrare o interagire con i rappresentanti dell’industria del tabacco. Piuttosto, ha lo scopo di proteggere il processo legislativo da influenze illecite, un principio che dovrebbe però applicarsi senza distinzione sull’interesse rappresentato”. Tornando all’interpretazione dell’Articolo 5.3, “le linee guida OMS non sono tassative e non possono giustificare l’esclusione di rappresentanti dell’industria del tabacco dal processo decisionale europeo. Imperial Tobacco crede – conclude Forconi – che l’interpretazione errata dell’Articolo 5.3 per promuovere l’esclusione di un settore specifico riduce il potenziale della piena partecipazione degli stakeholder al processo di formazione della decisione. Per raggiungere il massimo livello di trasparenza e proteggere l’integrità delle istituzioni è necessario un dialogo inclusivo e approfondito”. IL RISCHIO BOOMERANGIn questo quadro, sarà interessante comprendere cosa accadrà il prossimo Novembre al COP 7 di Nuova Dehli, il vertice delle parti che hanno sottoscritto l’accordo FCTC. Nel corso della precedente riunione dell’ottobre 2014 a Mosca, peraltro, rappresentanti di industria e stampa furono esclusi dalle riunioni dalla plenaria sin dal primo giorno: un segnale di chiusura alla partecipazione dell’industria del tabacco molto chiaro rispetto da parte dell’OMS, oltre che del basso livello di trasparenza. L’orientamento del Mediatore Europeo e la differenza di vedute con altre istituzioni (su tutte, la Commissione) oltre che con i rappresentanti dell’intero settore economico in questione pongono inoltre serie domande sulla regolamentazione del lobbying a livello europeo. Quanto è legittimo che a rappresentanti di un intero settore economico (il tabacco è un’industria controversa ma legale, e vuole essere trattata come tale) venga negata la possibilità di partecipare a un evento istituzionale che coinvolge i suoi interessi, alla luce di una semplice interpretazione restrittiva? Il rischio vero è che un tale provvedimento leda, oltre al principio della trasparenza, anche i principi fondamentali di libertà di espressione e di democrazia partecipativa.

Europa

Parla Morbelli, responsabile relazioni esterne di Open Gate Italia. «Ma quali interessi oscuri. Noi portiamo le istanze dei nostri clienti al decisore, non vendiamo relazioni. Le regole a Montecitorio? Si poteva fare di più. Serve una legge, i primi a volere chiarezza siamo noi lobbisti»«Siamo lobbisti, non faccendieri. Finalmente alla Camera ci sarà più trasparenza, ma stiamo ancora aspettando una legge nazionale con regole certe». Andrea Morbelli è il responsabile del settore relazioni istituzionali di Open Gate Italia, una delle principali realtà del settore. Tra i suoi clienti, presenti e passati, figurano multinazionali come HP, Enel Open Fiber, le Acciaierie di Terni, l’associazione nazionale industrie cinematografiche, ma anche la società calcistica della Roma. A sentire lui, la regolamentazione approvata a Montecitorio sull’attività dei lobbisti è una buona notizia.Morbelli, partiamo dal suo lavoro. È corretto dire che i lobbisti rappresentano interessi particolari e costruiscono reti di relazioni con il decisore pubblico?Facciamo chiarezza. Il lobbista non crea relazioni, porta contenuti al decisore pubblico. Si discute di un provvedimento? Noi rappresentiamo le istanze dei nostri clienti, siano aziende o associazioni. E così portiamo anche il loro know how. Perché il decisore non può essere onnisciente: per regolare un settore deve prima avere gli strumenti che gli permettono di farlo. Ma non vendiamo relazioni, non siamo faccendieri. Oggi diverse multinazionali e associazioni di categoria possono già entrare alla Camera con un badge che viene rilasciato a discrezione del questore. Non c’è alcun criterio. Se la nuova regolamentazione azzera tutto e autorizza l’accesso solo a chi si registra sarà un dato positivo Da ieri alla Camera c'è una nuova regolamentazione della “attività di rappresentanza di interessi”.Ci sarà un pubblico registro dei lobbisti che entrano a Montecitorio. Come cambia il vostro lavoro?È un primo passo. Adesso spettano alla Presidenza ulteriori disposizioni per stabilire le modalità di accesso nel Palazzo. La nostra posizione è semplice: siamo a favore se esisterà un registro valido per tutti. Oggi diverse multinazionali e associazioni di categoria possono già entrare alla Camera con un badge che viene rilasciato a discrezione del questore. Non c’è alcun criterio. Se la nuova regolamentazione azzera tutto e autorizza l’accesso solo a chi si registra sarà un dato positivo. Altrimenti si rischia di reiterare il dislivello attuale. Dove qualcuno può entrare quando vuole e altri devono chiedere il permesso. La regolamentazione prevede anche che i lobbisti pubblichino un resoconto delle proprie attività nel Palazzo. Bene, noi siamo per la totale trasparenza. Meglio ancora se viene sanzionato chi non dichiara tutto, magari privandolo della possibilità di entrare alla Camera. Inizialmente si era anche ipotizzato di rendere pubbliche le spese sostenute da ciascuno nell’ambito della propria attività. Questa disposizione è stata tolta, io l’avrei lasciata. Gli ex parlamentari che diventano portatori di interessi, invece, dovranno attendere un anno prima di potersi iscrivere al registro. Anche se potranno continuare a entrare a Montecitorio in qualità di ex. Nel mondo succede così, non è uno scandalo. Chi è stato decisore pubblico può diventare un lobbista. Ma la norma così com'è scritta può essere sicuramente aggirata, questo è vero. Spesso si parla del lobbista come di un rappresentante di interessi oscuri, pronto a elargire mazzette… Ma questi sono traffichini, non lobbisti. Il nostro è un lavoro serio, proprio per questo vogliamo farlo in tutta trasparenzaInsomma, lei è soddisfatto delle nuove disposizioni?Ripeto, è un primo passo. Se ci fosse una legge nazionale con regole certe sarebbe ancora meglio. Si parla tanto di trasparenza, ma è evidente che qualche abuso esiste.Le cronache parlamentari raccontano spesso di strani personaggi che si aggirano tra le commissioni ed emendamenti infilati all’ultimo da anonime manine...Gli abusi esistono, certo. Anche per questo chiediamo norme chiare. Se la nostra attività avvenisse alla luce del sole non ci sarebbe nulla di male. Ognuno deve essere libero di portare il proprio contributo al decisore. E lui, a sua volta, deve essere libero di legiferare in autonomia. Oggi siamo noi i primi a pagarne le conseguenze. Spesso si parla del lobbista come di un rappresentante di interessi oscuri, pronto a elargire mazzette… Ma questi sono traffichini, non lobbisti. Il nostro è un lavoro serio, proprio per questo vogliamo farlo in tutta trasparenza.Fonte: Marco Sarti, Linkiesta

Interviste

«Prendo atto della richiesta di una maggiore trasparenza nei rapporti tra politica e interessi privati, e la condivido pienamente. Reputo per esempio che una seria regolamentazione dell’attività lobbystica sia ben più che auspicabile, infatti è stata più volte tentata, senza esito. Ma attenzione: i nostri problemi non possiamo immaginare di risolverli solo con le leggi. Il vero cambiamento, prima che con le norme, avviene con l’affermazione di una autentica e diffusa cultura della reputazione, da parte di chi ricopra incarichi nella gestione dello Stato». Per Giovanni Maria Flick, classe 1940, il diritto è pane quotidiano da mezzo secolo. Magistrato, poi avvocato penalista, professore ordinario di diritto penale, quindi il passaggio nel cuore delle istituzioni come Guardasigilli nel primo governo Prodi e successivamente la nomina nella Corte Costituzionale che ha poi presieduto tra il 2008 e il 2009. Flick non entra nel merito della vicenda Guidi, che è al vaglio della magistratura, ma fornisce le sue riflessioni su alcuni aspetti che la questione solleva.Presidente Flick, le dimissioni del ministro Guidi pongono certamente il tema del conflitto tra interessi privati e decisione politica.«Un tema ahimé ricorrente nella nostra storia, se già Giolitti sosteneva che “le leggi per gli amici si interpretano, per tutti gli altri si applicano”. Tuttavia dobbiamo considerare le ultime, giuste modifiche che sulla corruzione sono state introdotte, anche con riferimento alla nuova fattispecie di reato del “traffico di influenze” che dovrebbe consentire di bonificare quella zona grigia dove informazione e pressione rischiano di produrre illecite sovrapposizioni. Parliamo però di norme che in principio possono funzionare, ma in concreto, essendo molto recenti, devono ancora offrire una dimostrazione di come funzionino».Si parla di necessità di regolamentare le lobby. Che ne pensa?«Il nostro Paese ha una struttura assai corporativa, dove sono cresciuti numerosi corpi intermedi. Che compiono una attività giusta e doverosa, se lecita, di informare e comunicare i problemi e i bisogni della propria categoria. È evidente che invece la pressione contra legem va sanzionata, per quanto sia però sempre molto difficile da dimostrare; inoltre il giudice penale non può sindacare sulle decisioni assunte dal Parlamento, che è sovrano. Se l’influenza diventa condizionamento, e l’opera di rappresentanza scivola nella corruzione o nel millantato credito o nel traffico di influenze, siamo davanti a un problema da risolvere. Ma è bene fare molta attenzione».Si spieghi.«La richiesta di trasparenza è bene non si risolva in una operazione puramente burocratica in cui dall’opacità si passa al suo polo opposto del sovraccarico di informazioni. Gilbert Keith Chesterton, che molti ricorderanno per l’invenzione di Padre Brown, diceva che il modo migliore per nascondere un cadavere sia un campo di battaglia, per un sasso una spiaggia, per una foglia una foresta. Ecco, evitiamo che si possa nascondere un’informazione utile in una foresta di informazioni inutili».Occorrerebbe o no allora secondo lei una legge? «Ben vengano le leggi, a patto però di ricordarci di quelle che già abbiamo. Il punto non è tanto intervenire sui reati, ma come non arrivare ai reati. Si dovrebbe riuscire a instaurare una “cultura della reputazione” rifacendoci alle regole auree della nostra Costituzione sui pubblici funzionari, stabilite nell’articolo 54, in cui si parla del “dovere di essere fedeli alla Repubblica” e dovere di adempiere alle funzioni pubbliche con “con disciplina ed onore”, nel 97 dove si stabilisce l’obbligo del “buon andamento, della legalità e l’imparzialità dell’amministrazione”, nel 98, dove il servizio alla Nazione è il primo principio esclusivo per chi abbia incarichi pubblici».Come si può intraprendere un controllo e una tutela di questi principi? «Il controllo avviene attraverso un’azione triplice: un’azione personale, in cui il metodo è dettato dalla propria coscienza, e di coscienza purtroppo o per fortuna ognuno ha la sua; istituzionale, e sappiamo che la nostra pubblica amministrazione e la nostra giustizia non funzionano sempre esattamente come dovrebbero; e, soprattutto direi, sociale, cioè attraverso la pubblica opinione. A patto che abbia i giusti strumenti per conoscere e quindi per decidere».A che si riferisce?«Ad esempio, uno delle conseguenze preoccupanti della vicenda giudiziaria sul petrolio lucano che ha portato alle dimissioni del ministro Guidi è la sovrapposizione polemica che si cerca di fare con il referendum del 17 aprile sulle trivellazioni in mare. Cercare e stabilire un legame tra queste due questioni in sé diverse mi sembra sbagliato. Devo confessare che nemmeno io sento di avere una esatta cognizione del quesito proposto nella consultazione. Immagino che valga per molti milioni di italiani, cui intanto andrebbe spiegato per bene che se volessero dire sì dovrebbero scegliere il no, e viceversa naturalmente».In autunno ci aspetta un altro referendum.«Che è ancora un’altra partita, totalmente diversa e più importante».Qual è la sua opinione al riguardo?«Trattandosi di una riforma costituzionale, ci sarebbe da fare un più lungo discorso. Sento però di dire che mi ha destato perplessità questo ridisegno della struttura costituzionale. Intanto perché credo che il primo passo di una vera riforma della Carta sia rileggerla, perché spesso vi si trovano già le risposte che si cercavano nel modificarla. Inoltre non ho condiviso come il dibattito sia stato più politico che giuridico: ci sono i voti oppure no, che maggioranza c’è… Un referendum costituzionale non può trasformarsi in una valutazione sull’operato di un governo: per quello ci sono le elezioni. Inoltre il modo in cui si è superato il bicameralismo perfetto rischia di produrre conflitti tra la Camera e questo nuovo Senato a investitura mista, il tutto poi aggrovigliato a questa nuova legge elettorale chiamata Italicum. Senza contare il mancato chiarimento dei rapporti Stato-Regioni. Ripeto: ho qualche perplessità». Fonte: Il Mattino - http://goo.gl/rdiYHE  

Interviste

In un'intervista al Corriere della Sera di Alessandro Trocino, Deborah Serracchiani (presidente della Regione Friuli Venezia-Giulia, parlamentare UE e vicesegretario del PD) torna sul caso-Guidi approfondendo il tema della regolamentazione dell'attività di lobbying. Per l’opposizione è un emendamento “marchetta” che favorisce le lobby.“Non esiste. A parte che solo in Italia usiamo il termine lobby in modo denigratorio, è normale incontrare società e portatori d’interesse. Accade anche al 5 Stelle. Penso a quando Di Maio ha incontrato gli ambasciatori stranieri. O quando si sono confrontati con il Vaticano”.Il conflitto d’interesse rimane un problema.“Il provvedimento sul conflitto d’interesse è passato alla Camera e ora è al Senato. Siamo noi che stiamo lavorando sull’albo dei lobbisti. Ma parliamoci chiaro: se Coldiretti ti chiede l’obbligo dell’etichettatura, sono lobbisti con cui non possiamo parlare? No, basta che ci sia trasparenza”.Leggi l'articolo completo: http://goo.gl/2mjUS0 

Interviste

Maria Rosa Rotondo si definisce una lobbista. Consapevole del fatto che a volte la sua professione suscita diffidenza, lavora affinché il lobbying sia regolamentato e visto come qualsiasi altro tipo di settore o lavoro. Voleva essere uno scienziato politico, un diplomatico, ma suo padre glielo sconsigliò. Così si è laureato in giurisprudenza presso la CEU-Luis Vives, specializzandosi in una materia “esotica per la metà degli anni Novanta: il diritto comunitario". Da allora, Maria Rosa ha sviluppato la sua attività professionale nel campo regolatorio, prima negli studi di avvocato Uría Menéndez e Cremades & Sánchez Pintado, poi nella società di lobbying Political Intelligence, nel suo quartier generale in Spagna. Oggi è managing partner della società britannica, e presiede anche l'Associazione Professionale di relazioni istituzionali (APRI) che cerca di riunire tutti coloro che sono coinvolti nei public affairs in Spagna e migliorare la percezione negativa che alcuni hanno ancora la lobby. Sabemos ha raccolto alcune sue opinioni su lobbying e attività di lobby. Cos’è il lobby e come si diventa un lobbista? La lobby è la rappresentanza degli interessi legittimi in modo professionale, etico e trasparente. Credo fermamente in questo concetto. Le lobby fanno attività d’influenza? Onestamente, credo che pochissime persone in Spagna abbiano influenza, ma questo non significa che le persone che non ce l'hanno non possono fare lobbying. La lobby è particolarmente persuasione; convincere chi ti trovi di fronte che ciò di cui parli è bene per il Paese, per il settore, per le aziende.. Ed è in linea con gli interessi generali dei singoli. Per questo serve prendere contatti, avere conoscenza del procedimento decisionale, visione strategica, metodologia e, naturalmente, una componente etica, che è fondamentale. Per il lobbista è necessaria una buona capacità di comunicare ciò che si vuole trasmettere, la capacità di sintesi, perché si parla a un pubblico che ha una capacità molto limitata di prendersi cura del tempo, come un deputato che fa mille cose; capacità di analisi e comprensione della società e della politica, perché si deve essere in grado di capire ciò che si può portare all’attenzione del decision-maker e cosa no e, infine, una visione strategica, perché i cambiamenti sono spesso a lungo termine. Fino a che punto si sta sviluppando il lobbying in Spagna? Quali differenze ci sono con i luoghi come Bruxelles, dove vengono prese le decisioni più importanti su politiche e normative in Europa? Anche se la Spagna è cambiata notevolmente e si comprende meglio, logicamente qui il lobbying è un settore immaturo rispetto a Bruxelles, dove si fanno normative che interessano l'Europa e dove ci sono quasi un migliaio di lobbisti associati. Esiste un settore di lavoro definito, una serie di agenzie estremamente professionali. La Spagna non sarà un importante centro di lobby, in primo luogo perché non c’è bisogno che lo sia. In Spagna c'è ancora molto lavoro da fare, sempre di più sarà necessaria la formazione per dare accesso a questo lavoro a giovani che decidano di lavorarci e dalle imprese ci sarà sempre maggiore la domanda, per far sì che la lobby sia più professionale, meno legata ai contatti di una persona. C’è gente interessata a lavorare nel lobbying? In 14 anni il settore del lobbying in Spagna è diventato di moda. In questo momento ci sono professionisti e giovani che vogliono lavorare nel settore dei public affairs perché capiscono che si tratta di una opportunità di carriera. Vengono da Scienze Politiche, Giurisprudenza e Comunicazione. Per me la cosa più importante è come la persona intenda questa professione. Soprattutto dal punto di vista strettamente etico e professionale di questa attività. È importante comprendere che non c'è bisogno di "essere qualcuno" o avere un sacco di contatti per svolgere il lavoro. La formazione non importa, ciò che conta è la capacità di trasmettere ciò che si desidera alla persona di fronte. Che ne dici di quelle persone che sono diffidenti nei confronti delle lobby, e le vedono come un modo poco trasparente di influenzare l’agenda politica? Direi che capisco perfettamente. Hanno tutte le ragioni per avere una percezione negativa e di essere preoccupati per non sapere che cosa sta accadendo, non sapendo come vengono prese le decisioni. Ma direi loro di non diffidare di tutto ciò che facciamo, che ci sono molti colleghi che dicono che le cose debbano essere fatte in modo diverso e siamo pronti a mettere in piedi tutti i meccanismi necessari per migliorare, anche se non abbiamo tutte le soluzioni, dal momento che non abbiamo la possibilità di approvare norme. Tuttavia, sono convinto che la situazione cambierà. Si può essere completamente trasparenti, senza compromettere i risultati da raggiungere? Come si rende “trasparente" la lobby? Ci sono molti esempi che dimostrano è così. A Bruxelles lo si è. La trasparenza cambia i comportamenti e richiede a tutte le parti di essere migliore. Bisogna adattarsi alle nuove regole. Tuttavia, vi è un obbligo di riservatezza nei confronti degli interessi sensibili dei nostri clienti. D'altra parte, si deve capire anche che il governo deve mantenere riservatezza in materie che compromettono la stabilità istituzionale o gli interessi dello Stato. La lobby è di aiuto per la politica? Penso che possiamo aiutare i responsabili politici a migliorare l'immagine e la percezione che le persone hanno della politica ora. La corruzione è uno dei principali problemi della Spagna, secondo Eurobarometro e altri sondaggi. Siamo in grado di aiutare e pensiamo che sia una grande opportunità per questo, regolando il nostro business e mettere in luce il rapporto tra il settore privato e l'amministrazione, risolvendo parte del problema. Vorremmo che ciò avvenga con una normativa analoga a quello esistente nella UE. In primo luogo, la trasparenza nelle agende politiche. In secondo luogo, la trasparenza nella rappresentanza degli interessi. Io sostengo che ci iscriviamo in un registro e rendiamo pubblico ciò che noi rappresentiamo. Infine, chiedo un codice di condotta obbligatorio e la cui violazione implica una sanzione. Ciò fornirebbe sicurezza. In caso di successo in Spagna, migliorerebbero la percezione che i cittadini hanno delle attività svolte dai politici, il modo in cui sono fatte le leggi e la visibilità della nostra professione, che in questo modo diventerebbe lecita. Lei è fondatrice, promotrice e presidente dell'Associazione Professionale di relazioni istituzionali (APRI). Come si è arrivati ​​a tanto e che quali opportunità ci sono nel farne parte? Un gruppo di lobbisti con gli stessi ideali, che cerca di portare avanti una professione molto più utile nella società e con comportamento molto più etici rispetto al passato in Spagna. Vogliamo dare alla nostra professione la carta della naturalezza e migliorare la percezione che la società ha della nostra attività. Come ho detto, siamo convinti che può essere fatto attraverso la regolamentazione e in questa legislatura è stato fatto un grande progresso in tal senso. L'opportunità di fare una la legge sulla trasparenza è stata persa, ma il Partito Popolare ha presentato una proposta di regolamentazione che modifica il regolamento del Congresso. Il punto è che il regolamento non cambia dal 1986 e che il cambiamento è complicato per le tensioni tra le diverse forze politiche. Sul nostro tema c’è consenso sul fatto che sia bene regolarlo, ma non possiamo farlo da soli ovviamente. Inoltre, la nostra associazione ha anche una componente sociale, dove coloro che si dedicano a questo lavoro possono incontrarsi, condividere le idee e le criticità. Ci sono attualmente 72 iscritti all’associazione tra lobbisti delle società di consulenza, le imprese e le associazioni professionali. Il 30 settembre al Congresso si svolgerà la prima conferenza internazionale della comunicazione politica digitale, dove saranno presentati strumenti che fanno in modo che i cittadini incidano nelle decisioni politiche. Siamo lontani dalle strategie politiche di rete che si applicano in altri Paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito? Sono molto ottimista al riguardo. Credo che in Spagna questi strumenti stanno avendo una maggiore ricettività rispetto a quanto si aspetterebbe. Credo che questo dimostri che c'è una enorme domanda, ci sono necessità e preoccupazioni dei cittadini a contattare i loro rappresentanti politici. Non ho la capacità di analizzare e comparare questo fenomeno rispetto ad altri paesi vicini, ma in Spagna ci sono movimenti interessanti che non credo si possano riprodurre altrove.

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