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In un'intervista al Corriere della Sera di Alessandro Trocino, Deborah Serracchiani (presidente della Regione Friuli Venezia-Giulia, parlamentare UE e vicesegretario del PD) torna sul caso-Guidi approfondendo il tema della regolamentazione dell'attività di lobbying. Per l’opposizione è un emendamento “marchetta” che favorisce le lobby.“Non esiste. A parte che solo in Italia usiamo il termine lobby in modo denigratorio, è normale incontrare società e portatori d’interesse. Accade anche al 5 Stelle. Penso a quando Di Maio ha incontrato gli ambasciatori stranieri. O quando si sono confrontati con il Vaticano”.Il conflitto d’interesse rimane un problema.“Il provvedimento sul conflitto d’interesse è passato alla Camera e ora è al Senato. Siamo noi che stiamo lavorando sull’albo dei lobbisti. Ma parliamoci chiaro: se Coldiretti ti chiede l’obbligo dell’etichettatura, sono lobbisti con cui non possiamo parlare? No, basta che ci sia trasparenza”.Leggi l'articolo completo: http://goo.gl/2mjUS0 

Interviste

Maria Rosa Rotondo si definisce una lobbista. Consapevole del fatto che a volte la sua professione suscita diffidenza, lavora affinché il lobbying sia regolamentato e visto come qualsiasi altro tipo di settore o lavoro. Voleva essere uno scienziato politico, un diplomatico, ma suo padre glielo sconsigliò. Così si è laureato in giurisprudenza presso la CEU-Luis Vives, specializzandosi in una materia “esotica per la metà degli anni Novanta: il diritto comunitario". Da allora, Maria Rosa ha sviluppato la sua attività professionale nel campo regolatorio, prima negli studi di avvocato Uría Menéndez e Cremades & Sánchez Pintado, poi nella società di lobbying Political Intelligence, nel suo quartier generale in Spagna. Oggi è managing partner della società britannica, e presiede anche l'Associazione Professionale di relazioni istituzionali (APRI) che cerca di riunire tutti coloro che sono coinvolti nei public affairs in Spagna e migliorare la percezione negativa che alcuni hanno ancora la lobby. Sabemos ha raccolto alcune sue opinioni su lobbying e attività di lobby. Cos’è il lobby e come si diventa un lobbista? La lobby è la rappresentanza degli interessi legittimi in modo professionale, etico e trasparente. Credo fermamente in questo concetto. Le lobby fanno attività d’influenza? Onestamente, credo che pochissime persone in Spagna abbiano influenza, ma questo non significa che le persone che non ce l'hanno non possono fare lobbying. La lobby è particolarmente persuasione; convincere chi ti trovi di fronte che ciò di cui parli è bene per il Paese, per il settore, per le aziende.. Ed è in linea con gli interessi generali dei singoli. Per questo serve prendere contatti, avere conoscenza del procedimento decisionale, visione strategica, metodologia e, naturalmente, una componente etica, che è fondamentale. Per il lobbista è necessaria una buona capacità di comunicare ciò che si vuole trasmettere, la capacità di sintesi, perché si parla a un pubblico che ha una capacità molto limitata di prendersi cura del tempo, come un deputato che fa mille cose; capacità di analisi e comprensione della società e della politica, perché si deve essere in grado di capire ciò che si può portare all’attenzione del decision-maker e cosa no e, infine, una visione strategica, perché i cambiamenti sono spesso a lungo termine. Fino a che punto si sta sviluppando il lobbying in Spagna? Quali differenze ci sono con i luoghi come Bruxelles, dove vengono prese le decisioni più importanti su politiche e normative in Europa? Anche se la Spagna è cambiata notevolmente e si comprende meglio, logicamente qui il lobbying è un settore immaturo rispetto a Bruxelles, dove si fanno normative che interessano l'Europa e dove ci sono quasi un migliaio di lobbisti associati. Esiste un settore di lavoro definito, una serie di agenzie estremamente professionali. La Spagna non sarà un importante centro di lobby, in primo luogo perché non c’è bisogno che lo sia. In Spagna c'è ancora molto lavoro da fare, sempre di più sarà necessaria la formazione per dare accesso a questo lavoro a giovani che decidano di lavorarci e dalle imprese ci sarà sempre maggiore la domanda, per far sì che la lobby sia più professionale, meno legata ai contatti di una persona. C’è gente interessata a lavorare nel lobbying? In 14 anni il settore del lobbying in Spagna è diventato di moda. In questo momento ci sono professionisti e giovani che vogliono lavorare nel settore dei public affairs perché capiscono che si tratta di una opportunità di carriera. Vengono da Scienze Politiche, Giurisprudenza e Comunicazione. Per me la cosa più importante è come la persona intenda questa professione. Soprattutto dal punto di vista strettamente etico e professionale di questa attività. È importante comprendere che non c'è bisogno di "essere qualcuno" o avere un sacco di contatti per svolgere il lavoro. La formazione non importa, ciò che conta è la capacità di trasmettere ciò che si desidera alla persona di fronte. Che ne dici di quelle persone che sono diffidenti nei confronti delle lobby, e le vedono come un modo poco trasparente di influenzare l’agenda politica? Direi che capisco perfettamente. Hanno tutte le ragioni per avere una percezione negativa e di essere preoccupati per non sapere che cosa sta accadendo, non sapendo come vengono prese le decisioni. Ma direi loro di non diffidare di tutto ciò che facciamo, che ci sono molti colleghi che dicono che le cose debbano essere fatte in modo diverso e siamo pronti a mettere in piedi tutti i meccanismi necessari per migliorare, anche se non abbiamo tutte le soluzioni, dal momento che non abbiamo la possibilità di approvare norme. Tuttavia, sono convinto che la situazione cambierà. Si può essere completamente trasparenti, senza compromettere i risultati da raggiungere? Come si rende “trasparente" la lobby? Ci sono molti esempi che dimostrano è così. A Bruxelles lo si è. La trasparenza cambia i comportamenti e richiede a tutte le parti di essere migliore. Bisogna adattarsi alle nuove regole. Tuttavia, vi è un obbligo di riservatezza nei confronti degli interessi sensibili dei nostri clienti. D'altra parte, si deve capire anche che il governo deve mantenere riservatezza in materie che compromettono la stabilità istituzionale o gli interessi dello Stato. La lobby è di aiuto per la politica? Penso che possiamo aiutare i responsabili politici a migliorare l'immagine e la percezione che le persone hanno della politica ora. La corruzione è uno dei principali problemi della Spagna, secondo Eurobarometro e altri sondaggi. Siamo in grado di aiutare e pensiamo che sia una grande opportunità per questo, regolando il nostro business e mettere in luce il rapporto tra il settore privato e l'amministrazione, risolvendo parte del problema. Vorremmo che ciò avvenga con una normativa analoga a quello esistente nella UE. In primo luogo, la trasparenza nelle agende politiche. In secondo luogo, la trasparenza nella rappresentanza degli interessi. Io sostengo che ci iscriviamo in un registro e rendiamo pubblico ciò che noi rappresentiamo. Infine, chiedo un codice di condotta obbligatorio e la cui violazione implica una sanzione. Ciò fornirebbe sicurezza. In caso di successo in Spagna, migliorerebbero la percezione che i cittadini hanno delle attività svolte dai politici, il modo in cui sono fatte le leggi e la visibilità della nostra professione, che in questo modo diventerebbe lecita. Lei è fondatrice, promotrice e presidente dell'Associazione Professionale di relazioni istituzionali (APRI). Come si è arrivati ​​a tanto e che quali opportunità ci sono nel farne parte? Un gruppo di lobbisti con gli stessi ideali, che cerca di portare avanti una professione molto più utile nella società e con comportamento molto più etici rispetto al passato in Spagna. Vogliamo dare alla nostra professione la carta della naturalezza e migliorare la percezione che la società ha della nostra attività. Come ho detto, siamo convinti che può essere fatto attraverso la regolamentazione e in questa legislatura è stato fatto un grande progresso in tal senso. L'opportunità di fare una la legge sulla trasparenza è stata persa, ma il Partito Popolare ha presentato una proposta di regolamentazione che modifica il regolamento del Congresso. Il punto è che il regolamento non cambia dal 1986 e che il cambiamento è complicato per le tensioni tra le diverse forze politiche. Sul nostro tema c’è consenso sul fatto che sia bene regolarlo, ma non possiamo farlo da soli ovviamente. Inoltre, la nostra associazione ha anche una componente sociale, dove coloro che si dedicano a questo lavoro possono incontrarsi, condividere le idee e le criticità. Ci sono attualmente 72 iscritti all’associazione tra lobbisti delle società di consulenza, le imprese e le associazioni professionali. Il 30 settembre al Congresso si svolgerà la prima conferenza internazionale della comunicazione politica digitale, dove saranno presentati strumenti che fanno in modo che i cittadini incidano nelle decisioni politiche. Siamo lontani dalle strategie politiche di rete che si applicano in altri Paesi come gli Stati Uniti o il Regno Unito? Sono molto ottimista al riguardo. Credo che in Spagna questi strumenti stanno avendo una maggiore ricettività rispetto a quanto si aspetterebbe. Credo che questo dimostri che c'è una enorme domanda, ci sono necessità e preoccupazioni dei cittadini a contattare i loro rappresentanti politici. Non ho la capacità di analizzare e comparare questo fenomeno rispetto ad altri paesi vicini, ma in Spagna ci sono movimenti interessanti che non credo si possano riprodurre altrove.

Europa

In un momento in cui le parole "lobby", "lobbisti", "lobbying" sono ingiustamente utilizzate come elementi di malaffare, dopo le dichiarazioni del pentastellato Fantinati al meeting di Comunione e Liberazione di Rimini, riportiamo un'intervista sempre attuale de L'Indro a Giuseppe Mazzei, lobbista e presidente de Il Chiostro (associazione che vuol promuovere la cultura, la pratica e la regolamentazione della trasparenza nella rappresentanza degli interessi) in merito al processo di regolamentazione dell'attività di lobbying in Italia. «L’Italia e l’Europa hanno urgentemente bisogno di una riforma del sistema del lobbying. E’ quanto emerge dal report “Lobbying in Europe: Hidden Influence, Privileged Access”, pubblicato oggi (15 aprile), prima ricerca comparata europea sulla trasparenza del fenomeno del lobbying. L’analisi mostra che su 16 Paesi europei, solo 7 possiedono delle forme di regolamentazione del lobbying, e l’Italia non è tra questi». Questo è l’incipit di Transparency International Italia. Giusta visione, perché la trasparenza, soprattutto quando si parla di decisioni collettive è necessaria e indispensabile. Eppure in Italia un registro per i lobbisti esisteva. Dove? Presso il Ministero dell’Agricoltura. L’unico in Italia. Voluto dall’ex ministro Catania. Ma improvvisamente, quasi per magia, questo registro è sparito. E’ una voce che circolava, ma da bravi giornalisti non ci siamo fermati ai “rumors”, siamo andati in fondo alla questione, decisamente grave. Ci siamo rivolti a Giuseppe Mazzei, lobbista e presidente dell’associazione Il Chiostro , non solo per chiedere della sparizione del registro, ma per avere delucidazioni sulla situazione (lavorativa/legislativa) in cui vivono i lobbisti trasparenti. Giudicate voi perché tardiamo tanto per regolamentare un mestiere che da sempre è considerato “in ombra”. Ma è vero che è “sparito” il registro dei Lobbisti al Ministero dell’Agricoltura (l’unico in Italia)? E’ Possibile? Si. E’ sconcertante. Il registro, purtroppo, non ha mai funzionato. E’ stato istituito dal ministro Catania. Quando arrivò la De Girolamo coloro che erano presenti nell’unità per la trasparenza – l’ ufficio che doveva presiedere alle attività di questo registro – furono dislocati in altre funzioni. Bisogna sottolineare che ci eravamo iscritti circa in un centinaio: era un primo passo. Ma non si erano iscritti i principali grandi gruppi di interesse. Smantellata di fatto  l’Unità per la Trasparenza  con il ministro Martina ci siamo accorti che il registro fisicamente è stato cancellato! Cosa avete fatto? Ho scritto una lettera al ministro Martina (in data 9 febbraio) chiedendo delle spiegazioni, e naturalmente non ho avuto una risposta. Tramite fonti personali ho ricostruito  la faccenda in questa maniera: sembra che il Ministro si sia meravigliato, leggendo la mia lettera, in cui facevo presente che un registro istituito con un Decreto Ministeriale non potesse essere  cancellato dalla sera alla mattina senza un atto normativo. Qualcuno ha spiegato al Ministro che il registro dei lobbisti in realtà era stato cancellato con un Decreto Ministeriale in cui era contenuta, stranamente, anche l’eliminazione di quest’ultimo. Il registro è stato cancellato all’insaputa del Ministro. Sembra, però, che il ministro Martina lo voglia ripristinare. Ma come è potuta avvenire questa cancellazione? Si sono sbagliati? Sempre secondo fonti interne al Ministero, un collaboratore del Ministro, incaricato di predisporre un Decreto Ministeriale per l’implementazione delle misure anticorruzione, ha previsto, bontà sua, anche la cancellazione del registro. A questo punto ho scritto una seconda lettera, alla quale il Ministro non ha ancora risposto. Aspettiamo ancora da parte del Ministero due azioni: il ripristino del  registro e una severa punizione per chi, per combattere la corruzione, ha introdotto la norma che ha cancellato l’unico  registro dei lobbisti della storia italiana. All’insaputa del Ministro. Al posto dell’Unità per la trasparenza è stata istituita una nuova struttura che avrebbe dovuto ereditare, sempre in nome della trasparenza, le competenze della precedente, tra cui il registro. Ma non si vede niente. Non si trattano in questa maniera dei professionisti che si iscrivono ad un registro, e questo viene cancellato così. Chi sono i nemici della legge sulla regolamentazione dell’attività lobbistica? Alcuni lobbisti non la vogliono, e sono divisi in varie categorie. Quelli vecchio stile, che non vedono il motivo per cambiare la situazione, mantengono un atteggiamento conservatore. Abbiamo i lobbisti in malafede, che vogliono mantenere lo status quo per continuare a lavorare “sotto banco”, al limite della legalità. Gli abusivi, coloro che non dovrebbero, nemmeno lontanamente, potersi avvicinare a questa professione. Poi ci sono quelli in “mala fede”e illegali : coloro che utilizzano modi scorretti, illegittimi ed illegali, un crescendo di azioni contra legem. Infine ci sono quelli che sono in conflitto di interessi, hanno un doppio cappello pubblico e privato , senza commettere reato svolgono l’attività da lobbista. Per esempio coloro che sono consulenti di un Ministro e al tempo stesso rappresentanti di una categoria: assistenti parlamentari, giornalisti parlamentari, membri della pubblica amministrazione e così via. Ci sono molti disegni di legge al chiodo… I Disegni di legge sull’argomento non sono mai mancati. Nel corso degli anni c’è stata un’evoluzione, nel senso che sono migliorati. L’intensa attività dell’associazione “Il Chiostro”, ha puntato allo sdoganamento del dibattito. Noi abbiamo spiegato a varie personalità (alti magistrati, docenti unviersitari, grand commis d’état, parlamentari, ministri,direttori di giornali etc.) che cos’è il Lobbismo. Tutto questo ha portato dei risultati: oggi si dibatte del lobbismo in termini più sereni rispetto al passato, anche se non mancano ogni tanto su certi giornali inutili generalizzazioni che incolpano le lobby di tutto e del contrario di tutto, senza mai indicare quali lobby e in che modo si siano rese responsabili di pressioni indebite sui decisori pubblici. La trasparenza su questo argomento farebbe elevare maggiormente il livello di democrazia nel Paese. Finalmente però è stato adottato un testo base, questo è un buon punto di partenza, dopo tanto… Si, finalmente un momento positivo. Il Governo Renzi nel DEF del 2014 aveva preso l’impegno formale di presentare entro giugno (del 2014), contestualmente alla Riforma della Giustizia, un disegno di legge organico sulla regolamentazione dell’attività di lobbying a tutti i livelli. Abbiamo insistito perchè il Governo rispettasse questo impegno; ma il Governo tarda. Ma l’impegno è agli atti, non è stato sconfessato, diciamo che è stata un’inadempienza. Nel frattempo ci sono stati molti parlamentari che hanno presentato proposte di legge. Al Senato circa una decina, che hanno presentato disegni di legge che  la commissione affari costituzionali sta esaminando dopo aver nominato un relatore, il Senatore Campanella (ex M5S), che ha scelto tra i tanti disegni di Legge quello del Senatore Alberto Orellana, come testo base. Questo significa che si è avviata la procedura. Entro il 23 aprile bisogna presentare gli emendamenti. Si spera che nel giro di un mese e mezzo la Commissione riesca a licenziare il testo. Noi prenderemo delle iniziative presso la presidenza del Senato e della Commissione perché si evitino ritardi e si arrivi, entro fine luglio all’approvazione ,della legge in Senato. Alla Camera l’iter potrebbe essere leggermente più spedito, quindi potremmo avere il voto definitivo sulla legge entro dicembre, massimo febbraio (2016). Perché Nunzia di Girolamo (nel 2013) si oppose con tanta tenacia ad una regolamentazione dell’attività lobbistica, definendola addirittura «proposta sovietica»? Per quanto riguarda il disegno di legge del governo Letta, avevamo chiesto norme generali e non di dettaglio. Poi ci fu qualcuno che, ad arte, volle inserire norme più specifiche  sui regali ai politici, I pranzi offerti dai lobbisti, le rendicontazioni ultra dettagliate degli incontri tra rappresentanti di interessi e pubblici decisori. La De Girolamo eccepì, insieme ad altri, che la legge voleva sindacare sul fatto che il parlamentare dovesse rendere conto di quel che faceva. Cosa ci sia di sovietico in tutto questo non riesco a capire. “Sovietico” è il contrario di trasparenza. Nessuno si deve vergognare di incontrare il lobbista, siamo persone che fanno un lavoro trasparente. La realtà è che non volevano procedere. Purtroppo Letta, che  avrebbe potuto e dovuto impuntarsi e costringere il Consiglio dei ministri ad approvare il testo, non lo fece. Come mai non parla nessuno della “sparizione” del registro? Non è uscito sui giornali… Io ne avevo parlato con qualche altra grande testata, ma non ho avuto grandi riscontri. Sono gli stessi giornali che tuonano contro le lobby a tacere quando c’è da scriverne in modo serio. Quando i lobbisti trasparenti segnalano un abuso  ti dicono che non è notiziabile. Ma che fine hanno fatto i Disegni di legge di Quagliariello e D’Alia, incaricati proprio da Letta? Non sono andati avanti. Se vogliamo essere più precisi, i disegni di legge che sono più organici, che a nostro parere individuano meglio l’impostazione del problema, sono quelli presentati alla Camera dall’On. Antonio Misiani e quello presentato al Senato da Francesco Verducci. Partono da un’impostazione, fondamentale: il primo articolo definisce l’attività di lobbiyng come attività concorrente alla formazione delle decisioni pubbliche ispirata ai principi di trasparenza e correttezza. Se si tratta di  un’attività concorrente alle decisioni pubbliche, allora c’è  l’ esigenza di fare una legge severissima nei confronti dei lobbisti e dei decisori pubblici. Noi chiediamo, come associazione Il Chiostro, che la vigilanza sul registro futuro e sull’intera attività dei lobbisti sia affidata all’Autorità Nazionale anti-corruzione. Non perché il lobbismo abbia a che fare con la corruzione, ma perchè I lobbisti seri non hanno nulla da temere e perchè controlli più severi servono, spesso, non tanto sui lobbisti quanto su alcuni loto interlocutori pubblici. E quindi è bene che sia l’Anac a vigilare. Sembra quasi che sia lo Stato a non ascoltare le vostre richieste di trasparenza… Nella mancanza di trasparenza prospera di tutto. Ci sono tanti che ne traggono vantaggio: c’è chi non vuole far sapere cosa fa, non per nascondere atti illegali, ma perché in questo modo si possono fare giochi di potere (non parlo di tangenti o simili). Con la trasparenza tutto questo deve venir fuori. Noi abbiamo chiesto di essere interpellati, abbiamo avuto un’audizione al Senato, ed è stato molto utile. Ora dobbiamo stringere i tempi. Non chiediamo una legge perfetta: ci sarà modo di migliorarla. Intanto però che si voti una buona legge. Per esempio gli Usa hanno iniziato a legiferare nel 1936, poi nel 1946, poi nel 1995, infine sotto Obama, e aggiornano continuamente. E’ una materia complicatissima, perché andiamo a toccare il cuore della vita democratica, dove gli interessi si legano al tema dell’interesse generale, e dobbiamo affrontare anche il  problema del finanziamento  alla politica. Adesso che il finanziamento pubblico è stato abolito, saranno i privati che finanzieranno i partiti… Si. La legge è questa, bisogna prenderne atto e regolarsi di conseguenza. In realtà dalla fondazione della nostra associazione, circa otto anni fa, tutti coloro che si iscrivono al Chiostro firmano l’impegno di rispettare un codice etico. In questo codice c’è una norma (art.10) che dichiara che i lobbisti si astengono da qualsiasi attività di finanziamento della politica. Noi vorremmo che questo divieto fosse previsto per legge,. Personalmente sono contrario a questa formula di finanziamento privato alla politica, ero per il finanziamento pubblico attraverso regole molte severe e con dei tetti molto rigidi. Ritengo che rappresentare interessi particolari sia un atto indispensabile, non solo per l’azienda ma anche per la democrazia. Se non si conoscono gli interessi particolari, come si fa a decidere in nome dell’interesse generale? Anche alla luce dell’esperienza americana, un’eccessiva presenza di finanziamento privato può pesare. Gli Usa sono nati così e vanno avanti così. Però hanno un sistema rigoroso di vigilanza. In Italia, siccome sappiamo che la certezza della pena non c’è, abbiamo chiesto sanzioni pecuniarie elevatissime. Secondo il disegno di legge di Misiani e Verducci, il  lobbista che pratica l’attività senza essere iscritto al registro obbligatorio dovrebbe pagare una multa da 50mila a 250mila euro. Non solo sanzioni pecuniarie, se non nascono fattispecie di reato, ma anche procedimenti disciplinari che possono arrivare alla radiazione dal registro. In quel caso abbiamo chiesto che la notizia della radiazione venga pubblicata su due quotidiani nazionali a spese di colui che viene radiato. Fonte: L'Indro

Interviste

Nicolò Scarano intervista Massimo Micucci, senior consultant di Quick Top, un marchio Reti. Lo scenario di delusione e di incertezza che ha accompagnato il nuovo accordo di due settimane fa tra Grecia ed Europa ha aperto, tra gli “addetti ai lavori”, un ragionamento più ampio sul potere e le sue dinamiche. Come pensa questo si andrà a riflettere nel rapporto tra lobbisti e policy-makers? I lobbisti e tutti coloro che portano degli interessi sono sempre più dei policy-makers. Nel caso greco questo è stato ancora più evidente. Non solo economisti, politici, tecnici, ma anche il più grande speculatore sui cambi, il miliardario Soros, è stato molto attivo. Molti premi Nobel hanno appoggiato l’OXI, dimostrando assieme di voler contrastare le politiche di austerità e quindi affermare le loro teorie, al tempo stesso mantenendo viva l’ipotesi di uscita dall’euro. Ma cosa ne viene ai professori? Ai professori la conferma delle proprie tesi, semplicemente. Ma chi conosce la situazione sa che ci sono una serie di interessi che gravitano attorno a questi grandi fenomeni economici studiati dagli analisti. Chi fa speculazioni legittime sui cambi, lavorando su grandi transizioni finanziarie, non si vergogna, giustamente - ci tiene a specificare - di essere anche un grosso influencer politico. Soros ha influenzato l’uscita dallo SME della lira e della sterlina, e oggi rifà capolino per la crisi greca. Chi fa lobbying deve tenere conto di questo sfondo internazionale: gli interessi globali sono strettamente legati a quelli locali. E la politica, in tutto questo? Secondo me c’è un ritorno di grandi visioni politiche in questi anni, ma la politica appunto, in un mondo globale, deve saper tener conto dei grandi interessi privati. Un governo decisionista come quello di Renzi, ad esempio, è molto interessato - e capace - ad attrarre interessi privati, mentre le ipotesi identitarie - come il M5S, o Podemos in Spagna - sono più concentrate ai piccoli interessi, ai centri produttivi che non raggiungono economie di scala. Non si può non tener conto di queste dinamiche: per questo un lobbista è oggi è anche un comunicatore, ma soprattutto un ottimo conoscitore del funzionamento del potere. Cosa intende per funzionamento del potere? E perché più oggi che prima? Beh, c’è stato un cambiamento evidente nel modo in cui funziona il potere. Che ora si basa su reti di responsabilità complesse, relazioni, interdipendenze orizzontali. Mentre prima era più verticale e nazionale. Ovviamente ci sono delle gerarchie, ma la decisione, e il modo di prenderle, è più complessa. Qui entra in gioco l’importanza della comunicazione: nella decisione dell’agenda pubblica, che non avviene più nei Parlamenti ma nella sfera pubblica. E cosa può fare il lobbista in questo campo? Il lobbista, per incidere sulle decisioni al giorno d’oggi, dev’essere in grado di imporre un tema all’ordine del giorno dell’agenda pubblica. Mettere in correlazione casi e bisogni concreti con lo scenario politico, e produrre contenuti che servano allo scopo. Anche i luoghi dell’attività di lobbying, debbono diventare sempre più pubblici. Immagino un’interazione collaborativa fra interessi e decisori su questi contenuti, progressivamente più trasparente. Insomma, andiamo dai caminetti fumosi a una specie di streaming della combinazione di interessi privati e politici? Sì, esatto, da un “accesso grigio” alle Istituzioni a una maggiore importanza della sfera pubblica. Dove gli interessi e i conflitti tra gli interessi sono più trasparenti: questo mette in condizione il decisore politico di scegliere anche di fronte ai cittadini. ..anche secondo un calcolo politico? Sì, il politico decide quelli che ritiene siano gli interessi generali da difendere o da portare avanti, e questi necessariamente ne andranno a ledere almeno in parte altri. Il problema qual è? Che oggi i cittadini spesso non sono consapevoli di quali sono gli interessi in gioco. Invece esistono tanti interessi particolari, ognuno in contrasto con un altro. Vogliamo sfatare il mito dell’interesse comune? L’interesse comune è una scelta, è il risultato di una scelta. Ma no, non fa bene tutti. E’ quello che la politica crede sia l’interesse nazionale, generale. A volte si decide in una direzione, a volte in un’altra. Per tornare alle capacità del lobbista di oggi, questo deve quindi necessariamente godere di una capacità di analisi su diversi piani decisionali contemporanei, sempre più complessi ma con esigenze crescenti di semplificazione e rapidità. Ma anche di analisi politico-strategica, che non si limiti a quella delle procedure delle Istituzioni, e poi una capacità di comunicazione e agenda-setting. Era più semplice, prima, fare il lobbista? Prima era probabilmente più lineare: significava saper influenzare le persone giuste. Il potere veniva dall’alto verso il basso, a cercare gli interessi da sostenere.  Un lobbismo diverso e una politica diversa, oggi, dunque rispondono alla complessità. Quindi cosa suggerisce, infine, per la formazione del lobbista contemporaneo? Dev’essere molto solido lo studio sui processi decisionali, in continua trasformazione ed evoluzione. Secondo, una capacità d’intelligenza e scelta politica, anche sul piano tecnico del policy-making. Terzo, una capacità di scendere nella sfera pubblica, comunicando a target non necessariamente ristretti ma selezionati, grazie ad un uso molto attento, ad esempio, dei social media. E’ quello che io definisco lobbying diffuso. E cosa ne è del grassroots lobbying invece? Il grassroots lobbying comprendeva in sé una concezione verticale: erano i leader che andavano a “pescare” queste radici da cui prendere consenso. Ora abbiamo una serie di reti che si intrecciano, collaborano, confliggono: è molto vicina al movimento dei makers, solo che al posto di oggetti con le stampanti 3D si producono decisioni, senza nascondersi. E’ a quest’ultima innovativa capacità che guardiamo con i corsi Running. Esatto, in questi anni con la sua società, Running, ha formato molti giovani lobbisti. Quest’anno avete deciso di rilanciare l'offerta e dar vita alla Running Academy: perché? In 13 anni di attività abbiamo formato più di mille persone, ragazzi desiderosi di diventare in primis lobbisti, ma anche manager. È per questo che nel 2015 abbiamo deciso di dar vita alla Running Academy, una scuola di alta formazione che progetta percorsi formativi dinamici e dallo stampo molto pratico. Comunicazione, lobby, politica, monitoraggio parlamentare e drafting legislativo sono da sempre oggetto dei nostri corsi: il nostro programma base è giunto quest'anno alla 27esima edizione. Ora siamo aggiornati con le trasformazioni che hanno caratterizzato il rapporto tra pubblico e privato e la necessità di organizzare corsi sul fundraising politico, sulla legge di bilancio e su come cambierà l’attività di lobbying con l’Italicum. Un altro punto di forza della Academy è il Comitato scientifico che supporta le nostre attività formative. Qualche nome? Giorgia Abeltino di Google, Alessandro Beulcke, Presidente Nimby Forum, Vittorio Cino di Coca-Cola Italia, Francesco Clementi, Tommaso Labate, Giuseppe Meduri di Enel, Gianbattista Vittorioso di Finmeccanica, Paolo Messa, Iolanda Romano, Gianluca Semprini, Chicco Testa... I prossimi corsi in calendario? A settembre il corso “La legge di bilancio” e a ottobre il corso “Lobby e italicum”. Ma tornando alla formazione dei più giovani, quali le qualità di un ragazzo che vuole fare attività di lobbying? Secondo me deve avere: passione e rispetto per la politica, una formazione solida in campo giuridico ed economico, e una forte propensione alle reti di informazione e comunicazione. Il paradosso è che spesso siano i comunicatori a voler fare lobbying, ma il know-how fondamentale sta nel saper entrare nel merito dei processi decisionali. Ma su come funzionano le consuetudini delle Amministrazioni, del Parlamento, ho un’opinione: molto s’impara con l’esperienza, dedizione, e pura e semplice passione. Per ulteriori informazioni, contattare Stefano Ragugini, responsabile della formazione di Running, all'indirizzo s.ragugini@retionline.it. Lo trovate anche su Twitter: @sragugini

Interviste

Ora che le elezioni sono parte del passato, l'attenzione si rivolge all’agenda legislativa. Il lobbying non è stata una tematica elettorale, ma il governo deve rivedere la difettosa normativa sul lobbying che è stata approvata in fretta e furia nel 2014. Un nuovo interessante provvedimento volto a rendere più trasparente il settore lobbistico del Paese è recentemente entrato in vigore nella Repubblica d'Irlanda, approvato all'inizio di quest'anno dall'Oireachtas (Parlamento). Il Regulation of Lobbying Act 2015, annunciato nell'aprile 2015 dopo due anni di negoziati, è molto diverso dalla legislazione analoga portata avanti a Westminster e molto criticata, in particolare in merito a tre aspetti cruciali: Racchiude una definizione molto più ampia di “decisore pubblico”: mentre l'atto del Regno Unito enumera solo ministri e segretari permanenti, la legge irlandese aggiunge anche parlamentari backbenchers (ovvero coloro che siedono in Parlamento ma non rientrano nella squadra ministeriale). Anche la definizione di “lobbista” è molto più ampia: la legge irlandese richiede la registrazione da parte dei lobbisti in-house, oltre che i lobbisti conto terzi. Infine, la legge irlandese comprende anche un codice di condotta per i lobbisti. Il nuovo registro, supervisionato dal mese scorso dalla canadese Sherry Perreault, è uno sviluppo interessante, e mette in chiara luce i problemi emersi sulla regolamentazione dei lobbisti nel Regno Unito. La legislazione del Regno Unito è stata portata avanti in fretta e le sue carenze sono state ampiamente documentate, ma l’approvazione di questa normativa più completa sulla sponda irlandese dà ulteriori motivi al Governo britannico di rallentare l’azione sul registro obbligatorio, che non è ancora attuato in pieno. Il modello irlandese potrebbe rivelarsi istruttivo: non appena potranno esserne analizzati gli effetti, è possibile che Westminster abbia una best practice per correggere i propri errori. Esso fornisce al nuovo governo l'opportunità di un periodo di riflessione per imparare la lezione con un approccio alternativo. È stato a lungo sostenuto che il registro del lobbying del Regno Unito, che incorpora solo l’1% cento dei lobbisti che lo praticano effettivamente, è fondamentalmente sopravvalutato e dovrebbe essere ampliato per includere tutti i lobbisti, sia in-house che conto terzi. Sarà particolarmente interessante vedere come verrà messo in pratica il più completo approccio dell’Irlanda. Gli oppositori di un approccio “inclusivista” sostengono che sarebbe troppo burocratico e non necessario. Al contrario, se il nuovo governo sta cercando di introdurre un sistema di registrazione dei lobbisti veramente innovativo, che offra una maggiore trasparenza, allora includere tutti i lobbisti deve essere il primo principio da rispettare. Questo punto di vista non è solo proprio dei delle società di lobbying: sia ONG che si occupano di trasparenza che più di 20 associazioni di categoria e sindacati hanno chiesto un sistema che includa tutti i tipi di lobbisti. Nei prossimi mesi sarebbe opportuno che l'Ufficio di Gabinetto avviasse un dialogo aperto con il legislatore irlandese per discutere e condividere le esperienze, mantenendo un occhio vigile su come la legislazione è rispettato dai lobbisti d’Irlanda. Il governo ha sbagliato nella scorsa legislatura; ora è il momento per riparare agli errori. Il sistema di registrazione irlandese dà a Westminster la possibilità di valutare sia i pregi che i difetti di un approccio alternativo. È un’opportunità da cogliere al volo per fornire alla casa della democrazia britannica le “pareti di vetro” che da sempre ne caratterizzano il rapporto con i cittadini. Iain Anderson, presidente dell'Associazione dei Consulenti Politici professionisti (APPC) Fonte: PR Week

Europa

(Alberto Cattaneo) Fare lobby significa spesso lavorare in difesa di interessi specifici che si incastrano in situazioni complicate e dalle verità multiple. Ha ragione chi difende la sperimentazione animale in nome della ricerca e della salute degli uomini o hanno ragione gli animalisti a sostenere il diritto alla vita degli animali? Ha ragione l’ambientalista o l’azienda inquinante? Ha ragione chi difende il gioco legale o il movimento di opinione che lo vorrebbe abolire? Non è facile dare delle risposte a questo genere di domande e sarebbe troppo facile dire che la verità o la soluzione a questi “dilemmi sociali” risiede in un giusto mezzo, nel ritrovare un punto di equilibrio che possa soddisfare le parti interessate. Il lobbista, nella sua essenza, è proprio colui che ricerca questo punto di equilibrio, ma ciò che ci interessa oggi è quanto possa essere difficile farlo quando qualcuno o qualcosa “impone” una verità precostituita. In un contesto dove la comunicazione viaggia veloce e raggiunge in modo multiforme la cosiddetta opinione pubblica, è facile che si costruisca una qualche forma di verità che cristallizza posizioni identificando i “buoni” e i “cattivi”, i “giusti” e gli “sbagliati”. Spesso a farlo è la magistratura inquirente, altre volte la politica, altre ancora i media. Sono numerosi le fonti, infatti, capaci di creare una “verità” e farla passare per l’unica possibile. Come dovrebbe lavorare un lobbista in questo genere di situazioni?* Proviamo a fare un passo indietro. Che cosa è la verità? Nietzsche direbbe che la verità è “un mobile esercizio di metafore, metonimie, antroporformismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente, che sono state trasferite e abbellite e che, dopo un lungo uso, sembrano a un popolo solide, canoniche e vincolanti”. In estrema sintesi la verità è frutto di un esercizio linguistico e di un codice il cui carattere è sempre più “sociale e in definitiva anche politico” (cioè relazionale). La verità, intesa in questo modo, è solo un termine – come ci dice Vattimo – che “allude alla possibilità per singoli, gruppi e per la stessa specie, di riconosere e organizzare il mondo esterno in modo favorevole alla propria esistenza”. In un certo senso, dunque, l’uomo non vuole tanto la verità ma desidera che le conseguenze di questa verità siano piacevoli ed è “indifferente rispetto alla conoscenza pura priva di conseguenze, mentre è disposto addirittura ostilmente verso le verità forse dannose e distruttive” (Nietzsche). Se si accetta questa impostazione il lobbista si trova a competere in uno strano mercato: quello della costruzione della verità. Un costruttore della verità si trova, dunque, a creare un “framing” grazie a un utilizzo efficace di metafore e combinazioni di fatti che dettano il codice con cui si valuta una determinata situazione. E un costruttore basa la sua efficacia nel potere (power) che ha di affermare tale verità: ad esempio un magistrato, un primo ministro, la prima firma di un giornale hanno certamente più potere istituzionale rispetto a un singolo cittadino di affermare un framing di lettura e quindi una qualche verità. Si può costruire una matrice i cui assi sono proprio costituiti da framing e power e da quattro possibili posizioni. Il lobbista si può ritrovare a lavorare in difesa di un interesse che può essere collocato: 1. in un framing positivo ma con debole potere di affermarlo; 2. in un framing negativo e con potere debole; 3. in un framing positivo con alto potere di mantenerlo tale; 4. in un framing negativo con alto potere di modificarlo. Queste posizioni per un lobbista esprimonono quattro condizioni di lavoro: 1. Weak Winner 2. Heavy Looser 3. Winner but Target; 4. Potential Looser. Vediamoli nel dettaglio. 1. Weak Winner. E’ una condizione certamente favorevole perché il tipo di verità che emerge asseconda gli interessi che il lobbista si trova a difendere. Ma è una posizione scomoda in quanto il potere di difendere questa tipo di framing non è consolidato e quindi può essere messo in discussione da un qualcuno che questo potere di fatto ce l’ha. In questa situazione il lobbista deve stare necessariamente fermo e svolgere per lo più un lavoro di rafforzamento del proprio “potere di framing” recuperando soggetti più credibili e autorevoli, Il dilemma esiste, però: cercando di costruire nuovo potere si può “svegliare il can che dorme” e quindi l’analisi del posizionamento delle “fonti” che si vanno a toccare riveste un ruolo cruciale. Il mapping stakeholder e l’intelligence sugli interessi che lo compongono diventano allora l’attività core in questo quadrante. Si è dei vincitori, ma deboli. Si deve essere umili, cercare alleati e mantenere la pace. Non si è dei conquistatori. 2. Heavy Looser. E’ la condizione disperata. Il framing precostituito non è positivo (non da ragione all’interesse da difendere) e non si ha il potere per modificare la situazione. Si è perdenti. E lo si è pesantamente. Ma non si è disperati. Bisogna solo rendersi conto che l’azione che si ha davanti richiede pazienza e tempo (e spesso i portatori di interessi non hanno né l’uno né l’altro). Il lavoro è primariamente quello di lavorare sul linguaggio su cui il framing si basa e se la verità è “la somma di relazioni umane che sono state potenziate poeticamente e retoricamente” si tratta di costruire un piano di stakeholder engagement che miri non tanto ad ottenere un obiettivo specifico quando a fare comprendere all’altro che la verità può essere intesa in modo diverso. Il target è chi lavora sui linguaggi (i media ad esempio, i “politici da talk show” altro esempio). Difficile. Estremamente difficile. Perché bisogna cambiare la poetica e la retorica con cui si presenta il problema. E questo non solo non è sempre possibile ma, appunto, richiede pazienza, accantonare gli obiettivi di breve (che non sarebbero comunque raggiunti! … inutile illudersi), fare nuovi esercizi linguistici. Il portatore di interessi diventa così, pazientemente, un nuovo poeta, un nuovo creatore di retorica. Se genuina, seria e vera questa retorica si trasforma in power. 3. Winner but Target. Ottimo. Siamo i predatori. La verità è dalla nostra parte e abbiamo il potere di difenderla. Diventiamo però il target per tutti quelli che vogliono cambiare questa verità. Siamo il bersaglio. Il segreto qui è allo stesso semplice e drammatico. Il predatore non può smettere di predare, di fare paura. Al primo segno di debolezza si diventa prede. Non ci sono compromessi. Non ci sono mediazioni con i più deboli. Fare un passo indietro significa velocemente modificare il proprio status, rinunciare al proprio power, diventare potential looser. 4. Potential Looser. Siamo potenti. Facciamo paura. Ma il framing è negativo. La verità non ci da ragione e prima o poi… Dalla nostra abbiamo il potere di lavorare sui codici linguistici perché abbiamo la possibilità di affermare una nuova retorica nelle relazioni. In questa situazione non possiamo stare fermi. Dobbiamo essere agili e veloci perché è un corsa contro il tempo. Prima o poi il nostro potere sarà eroso se non modifichiamo il modo con cui il framing guarda al nostro interesse. La due situazioni del looser hanno a che fare con “l’innovare il modo con cui si fa relazione”. E per noi innovazione significa modificare il codice linguistico. Diventare poeti significa diventare portatori di qualcosa di sensazionale, di nuovo stupore, di uno schock che ridesti le attenzioni e che faccia capire agli altri (al singolo, al gruppo o alla specie) che vale la pena di investire energie per accettare una nuova verità. Da dove nasce quanta capacità poetica? Dall’analisi delle conseguenze (l’uomo non vuole la verità, desidera conseguenze piacevoli). Ecco allora che l’analisi delle conseguenze, che non sempre il lobbista si ricorda di fare, diventa l’elemento critico. Il fattore di successo. Per capire le conseguenze bisogna diventare conoscitori delle dinamiche sociali, diventare esperti di un settore. Bisogna immergersi in profondità per riemergere con nuove intuizioni. Riemergere come nuovi poeti. *Riconosco che esiste un problema anche etico nel lavoro del “costruttore” di verità che ha mio avviso esiste per qualsiasi costruttore, sia esso istituzionale o meno. Riconosco anche che per il lobbista il pregiudizio negativo che lo contrassegna implica una maggiore attenzione al tipo di comportamenti che adotta nei suoi tentativi di costruzione della verità. Fonte: Infiniti Gesti  

Interviste

Dalle cause storiche che possono spiegare l'assenza in Italia di una cultura delle lobby alle classi in cui possono essere divisi i gruppi di influenza. Metodi di pressione, impatto sull'opinione pubblica, il ruolo del governo. La zona d'ombra tra scena e retroscena delle decisioni pubbliche. Ne abbiamo parlato con Ilvo Diamanti, professore di Scienza Politica all'Università di Urbino e di Régimes Politiques Comparés a Paris 2, Panthéon Assas. Partendo da come incide, in questo contesto, l'assenza di norme sulla qualità della democrazia italiana. Professor Diamanti, regolamentare le lobby innalzerebbe il grado di democraticità del nostro sistema? "Assolutamente sì. La democrazia ha diverse facce ma tutte prevedono forme di controllo sulle decisioni della politica. E' evidente che quando esistono ambiti di discrezionalità sottratti al controllo dei cittadini viene indebolita la possibilità di controllo sui decisori. Viene indebolita la rappresentanza". Nell'opinione pubblica, lobbista è sinonimo di faccendiere... "E' una questione di tradizione politica e culturale. E mi riferisco sia a quella cattolica che a quella comunista che condividono un'idea negativa della ricchezza. Quasi fosse necessariamente un peccato. Peraltro, scontiamo un approccio fariseo: il denaro lo si fa ma non ci importa come. Così il lobbista è un peccatore e fare lobby significa raggiungere risultati con ogni mezzo. Più o meno lecito". Un governo non dovrebbe porre tra i suoi obiettivi primari una legge sui gruppi di pressione? "Dovrebbe. Se non avviene è perché le lobby all'italiana sono molto forti". Lobby all'italiana, appunto. Abbiamo provato a dare i voti... Possiamo indicare due classi diverse. Esistono grandi sistemi di interessi che riguardano prodotti e servizi di largo interesse pubblico. Come quelli che gestiscono le fonti energetiche: risorse che dipendono da regole e concessioni della politica. E nella percezione generale questi gruppi sono sicuramente quelli in grado di influenzare maggiormente il potere politico". L'altra classe? "Le professioni: dispongono di altri mezzi, possono mettere in campo altre forme di lotta. Forme 'materiali' che però riguardano beni immateriali. Pensiamo ai tassisti: gestiscono la mia 'mobilità'. Possono interromperla. E con questo possono bloccare la mia possibilità di comunicare. Anzi, possono bloccare i movimenti e la mobilità del Paese. Come, peraltro, i camionisti". Cosa accomuna queste due classi? "Entrambi le classi hanno lo stesso bersaglio. Intervengono sugli stessi attori politici. Tendono a esercitare pressione sulle decisioni e i decisori politici". Ma, a oggi, la maggior parte di questi interventi resta nell'opacità... "Naturalmente c'è differenza fra chi esercita una pressione esplicita attraverso scioperi e forme di lotta aperte e chi, invece, agisce esercitando pressioni e influenza sul ceto politico, nel retroscena. Il problema italiano è qui. E dipende dall'assenza di una cultura delle lobby. E quindi dall'esistenza di lobby implicite. Che non sono regolate ma sono contigue con il potere politico. Contiguità che è difficile da modificare: rendere pubbliche determinate procedure - pensiamo agli appalti - farebbe saltare la procedura stessa. E metterebbe in discussione gli interessi e le posizioni di potere esistenti. Per questo rendere trasparente il mercato è operazione difficile".

Interviste

Ci prova da anni. Da quando fu coinvolto dall'ultimo governo di Romano Prodi per lavorare a una legge che regolasse i gruppi di pressione. Pier Luigi Petrillo è professore associato di Diritto pubblico comparato all'Università Unitelma Sapienza di Roma. E da 8 anni insegna Teoria e tecniche del lobbying alla Luiss "Guido Carli". Non solo: è consulente per l'OCSE in materia di lobbying e trasparenza. Con il governo Letta il suo ultimo impegno nelle istituzioni: era l'estate del 2013 e la legge sui lobbisti sembrava realmente a un passo dal vedere la luce. Professor Petrillo, cosa comporta la mancanza di questa legge per il tessuto democratico del Paese? "Questa assenza consente alla politica di scaricare la responsabilità della propria inefficienza proprio sui lobbisti. Un provvedimento non viene approvato? Colpa delle lobby. Un disegno di legge si ferma? Colpa delle lobby. Le lobby sono diventate un paravento della politica che non vuole scontentare taluni soggetti e non vuole assumersi la responsabilità della scelta". Con una normativa sul tema la politica guadagnerebbe in efficienza? "Una legge sul lobbying, rendendo pubblici gli interessi particolari contrapposti, toglierebbe alla politica qualsiasi alibi: il decisore dovrebbe decidere, sotto gli occhi di tutti. Nei 18 paesi dove il processo decisionale pubblico è regolato dalla legge avviene tutto in trasparenza: gli incontri con i portatori d'interesse sono pubblici e la politica alla fine deve assumersi la responsabilità di indicare quale o quali interessi soddisfare. La zona d'ombra che esiste nell'ordinamento del nostro paese consente alla politica di non scegliere: e quindi di non scontentare nessuno, salvo i cittadini ai quali si fa credere che è colpa delle lobby anziché della politica". Nel 2013 il governo guidato da Enrico Letta sembrò a un passo dall'approvazione di un decreto legge... "Da marzo 2013 a maggio 2013 il governo chiese a un gruppo di esperti, di cui facevo parte, un lavoro preparatorio per un disegno di legge. Alla fine della fase di studio, maggio 2013, presentammo il nostro lavoro, basato essenzialmente sui principi indicati dall'Ocse. Successivamente, per redigere il testo, furono incontrati, il 5 giugno, a Palazzo Chigi, alcuni lobbisti così da analizzare l'impatto delle norme ipotizzate sui destinatari della stessa. Il provvedimento venne calendarizzato per essere approvato dal consiglio dei ministri del 5 luglio. Fino a ventiquattro ore prima sembrava filare tutto liscio. Ma durante la seduta, il Consiglio decise di rimandarlo senza approvarlo. E la successiva crisi del governo Letta mandò in soffitta il lavoro fatto". Da dove arrivano le maggiori resistenze alla legge? "Oggi ci sono dei soggetti facilitati nell'accesso ai decisori perché, ad esempio, rappresentano interessi di società pubbliche o a partecipazione pubblica. Una legge sul lobbying metterebbe sullo stesso piano questi lobbisti 'privilegiati' con gli altri: per questo l'OCSE ha più volte detto che una legge in materia serve per assicurare la concorrenza". Un privilegio che esiste solo finché esiste una zona d'ombra... "Uno studio realizzato dall'Università Unitelma Sapienza evidenzia come solo il 20% delle attività di lobbying è in chiaro nel senso che è possibile conoscere chi ha fatto lobbying e per cosa. L'altro 80% è composto da lobbisti 'di fatto': da chi gestisce le relazioni esterne delle aziende fino agli studi di comunicazione o legali. Questo 80% non è tracciabile". La soluzione legislativa più veloce? "Il governo potrebbe intervenire in materia senza nemmeno aspettare la legge. Con un decreto del premier - che necessita solo di una veloce approvazione in Consiglio dei ministri - finalizzato a regolamentare l'attività di lobbying diretta verso tutta l'amministrazione esecutiva, dal governo agli enti pubblici economici. Se solo si volesse...". Fonte: Repubblica.it

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È convinto di farcela il Viceministro alle Infrastrutture a regolare – con dei limiti – l’attività di lobbying in Italia. Del resto ci è già riuscito una volta per primo – sempre con dei limiti – quando era presidente del Consiglio Regionale della Toscana. Riccardo Nencini, segretario PSI, senatore, è Vice Ministro alle Infrastrutture e Trasporti del Governo Renzi, e nel suo ruolo che lo vede driver della riforma del Codice degli Appalti sta cercando di arrivare ad un qualcosa che oltre 60 progetti di legge (e un ddl governativo a firma Santagata, governo Prodi II) in 37 anni non sono riusciti ad ottenere: regolamentare le lobby (per le quali alcune regole peraltro già esistono, basterebbe che lo Stato le applicasse). NORME SUL LOBBYING: LIMITI E TEMPISTICHE L’ambito, appunto, è limitato, dato che il ddl delega su cui poi il Governo dovrebbe lavorare. La tempistica? “Il ddl delega sulla riforma degli appalti che avuto il via dal Governo lo scorso 29 agosto andrà a breve al Senato, dove dovrebbe speriamo possa essere approvato entro novembre, per poi passare alla Camera e aver l’ok entro aprile. Puntiamo ad emanare il decreto legislativo entro l’autunno 2015”. Ma la delega non pone dei limiti al tipo di regolamentazione che si vuole ottenere? “Certamente la normativa sarà limitata al tema della delega, sarà un primo approccio, ma faremo un lavoro per gettare trasparenza sui processi. L’idea è quella di consentire tutti gli operatori di essere messi alla pari in partenza, di poter contribuire ai processi normativi, senza che ci siano dei privilegi informativi”. Pochi giorni fa la presidenza del Consiglio ha affidato la delega sulle lobby al ministero per i Rapporti con il Parlamento e le Riforme, mentre al Senato si stanno accorpando i vari ddl (se ne attende uno, che si vocifera interessante, di Laura Puppato del PD) ed è stato nominato relatore del provvedimento il senatore ex M5s, Francesco Campanella (ora nel Gruppo Misto, con la componente ‘Italia lavori in corso’). Non si rischia un’inutile sovrapposizione? “Assolutamente no. Stiamo cercando di avviare un percorso che si integrerà poi perfettamente con un’eventuale normativa più ampia”. LE REGOLE A lavorare sul tema lobby con Nencini c’è una commissione di studio istituita ad hoc al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che avrebbe individuato alcune priorità da inserire nella norma addivenire: l’istituzione di un registro pubblico dei portatori di interesse; la previsione di criteri oggettivi per l’iscrizione al registro; la fissazione alcuni criteri di reciprocità nell’acquisizione, accesso e scambio di informazioni; l’analisi preventiva di impatto ‘pubblico’ delle normative (peraltro già prevista dalla normativa AIR, mai del tutto applicata); trasparenza nell’accesso dei portatori di interessi. Una serie di punti che sembrano rispecchiare – almeno per quanto fuoriuscito – quelli del suo disegno di legge del 2013, considerato anche dagli operatori del settore un’ottima base di lavoro. OBBLIGHI ANCHE PER I DECISORI Ci saranno anche obblighi per i decisori pubblici? “Certamente sì. Dovranno attenersi alla norma e rapportarsi solo con i soggetti iscritti. Chiunque ricopra un ruolo istituzionale, se riceve un lobbista, dovrà annotare su un registro apposito tutto su quell’incontro: chi era, chi rappresentava e cosa chiedeva la persona ricevuta”. Proprio su questo punto, ricordiamo, si areno in un Consiglio dei Ministri dell’estate 2013, la proposta che sarebbe dovuta uscire dal Governo Letta. In prima fila ad opporsi a questo tipo di obblighi c’era l’allora Ministro dell’Agricoltura e oggi capogruppo NCD, l’on. Nunzia De Girolamo, che parlò addirittura di “legge sovietica”, e che fece in modo di non dare seguito al primo esperimento di norme sul lobbying avviato dal suo predecessore al MIPAAF, Mario Catania. Nencini ha già regolamentato una volta le lobby, in Toscana, prima Regione italiana nel 2002, seguita poi da Molise e Abruzzo e Molise, anche se da più parti sulla norma sono piovute critiche, essendo rivolta solo alle associazioni, ed escludendo quindi aziende e consulenti. “In realtà la mia proposta era assai diversa. Il Consiglio Regionale ha poi deciso di procedere in quel modo. Si è scontato anche un certo approccio ideologico di vedere le lobbies”. IL CONVEGNO, SABATO 4 OTTOBRE E proprio in Toscana, a Firenze, sabato 4 ottobre [vai alla locandina della conferenza] Nencini si siederà  intorno ad un tavolo – moderato dall’ex deputato (nel 2006 presentò anche una proposta sul lobbying) ed oggi docente di comunicazione politica  Chiara Moroni – con lobbisti tra i quali Tony Podesta (fondatore del Podesta Group), Patrizia Rutigliano (Direttore Relazioni Istituzionali e Comunicazione di SNAM, e presidente di FERPI), Simone Bemporad (Direttore Comunicazione e Relazioni Esterne del Gruppo Generali), Simone Crolla, Consigliere Delegato dell’American Chamber of Commerce in Italy e per breve tempo deputato nella scorsa legislatura. Con loro ci saranno anche l’on. Mariastella Gelmini, Vice Presidente Vicario del Gruppo Parlamentare FI della Camera e – principalmente – l’on. Luca Lotti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e uomo tra i più vicini a Matteo Renzi. Un tavolo di grande livello in cui si parlerà di regolamentazione dell’attività di lobbying proprio in vista delle nuove norme. LOBBY CHE FRENANO Un convegno che però sembra presentare una sedia vuota. I consulenti, che rappresentano una fetta importantissima del lobbying in Italia, e che da anni si battono per ottenere regole. Da alcune parti però viene adombrata l’idea che alcuni lobbisti, principalmente quelli facenti capo ad aziende partecipate dallo Stato o ex monopoliste, frenino di fronte ad ogni tipo di regolamentazione complessiva per così mantenere una sorta di rendita di posizione (a cominciare da privilegi esemplari quali il tesserino di accesso al Parlamento garantito) nei rapporti con la politica. “Lei è un peccatore impenitente” [intendendo a pensare male, NdR], risponde non rispondendo – ma nemmeno smentendo – il Viceministro Nencini, che però rassicura. “Ma questo è solo il primo convegno che il Ministero terrà sul tema, ne seguiranno altri presto cui faremo intervenire anche i consulenti, certamente. L’obiettivo finale è quello di regole che portino trasparenza e pari condizioni per tutti”. ORIANA E “DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO”… Nel suo bellissimo “Intervista con la storia” Oriana Fallaci – di cui Nencini fu amico, pubblicando anche un libro su di lei, “Morirò in piedi” – scrisse: “Pietro Nenni [leader storico del PSI, NdR] sarebbe stato uno splendido presidente delle Repubblica, e ci avrebbe fatto bene averlo al Quirinale. Ma non glielo permisero, non ce lo permisero. I suoi amici prima ancora dei suoi nemici”. Ecco, si spera che ad un altro socialista, Nencini in questo caso, che le regole le farebbe e bene, non sia impedito a proprio dagli “amici” di arrivare all’obiettivo.

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