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(Francesco Angelone) Prosegue decisa l’attività legislativa del Parlamento Europeo in direzione di una maggiore trasparenza. Questa volta, si tratta di modifiche di natura generale al regolamento del Parlamento stesso, approvate nella seduta plenaria di Strasburgo di martedì 13 dicembre e che hanno proprio l’obiettivo di rendere più trasparente ed efficiente l’assemblea legislativa europea. Per quanto riguarda l’efficienza, la relazione presentata dal britannico Richard Corbett (S&D) prevede alcune misure di razionalizzazione dei lavori parlamentari. Tra queste, limiti più stringenti al diritto dei singoli deputati di presentare interrogazioni scritte (20 per un periodo continuativo di 3 mesi), proposte di risoluzione (1 al mese) e a quello dei gruppi di richiedere votazioni per appello nominale in plenaria (100 ogni tornata). Importante, poi, la riduzione a 3 delle soglie vigenti per le diverse procedure in Parlamento. Saranno in vigore dal 16 gennaio anche nuove norme circa la disciplina della composizione delle commissioni parlamentari. In conformità con l’accordo inter-istituzionale Legiferare meglio, inoltre, viene ridefinito il ruolo del Presidente del Parlamento nel dialogo con Consiglio e Commissione. Le novità più interessanti del pacchetto di revisione del Regolamento, tuttavia, riguardando la trasparenza nelle attività del Parlamento ed in particolare il codice di condotta per i deputati.  Le dichiarazioni di interessi economici e finanziari degli eurodeputati dovranno essere ancora più dettagliate, regolarmente aggiornate e verificate. Il nuovo articolo 6 sugli ex deputati aggiunge alla prescrizione vigente, per cui gli stessi non possono beneficiare delle agevolazioni spettanti loro qualora impegnati in attività di lobbying a titolo professionale o di rappresentanza direttamente connesse al processo decisionale dell'Unione, quella per cui di tali attività vada obbligatoriamente informato il Parlamento Europeo. Ai deputati in carica, invece, è fatto divieto espresso di essere coinvolti in attività di lobbying in nome della loro indipendenza. Menzione speciale, per così dire, è quella approntata dal nuovo articolo 11 circa il ritiro del pass ai lobbisti registrati in caso di infrazione delle regole di condotta e circa la raccomandazione ai deputati di incontrare solo lobbisti registrati. La proposta è approdata in plenaria dopo la presentazione di 461 emendamenti, il passaggio presso la commissione per i bilanci (BUDG), la commissione per il controllo dei bilanci (CONT), la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentari (ENVI), la commissione giuridica (JURI) e il voto definitivo della commissione affari costituzionali (AFCO) competente per merito. Nella sostanza, la revisione del Regolamento del Parlamento non contiene novità di particolare rilevanza per quanto concerne le relazioni tra legislatore europeo e rappresentanti di interessi. Benché, tuttavia, tale disciplina sia di spettanza del Registro per la trasparenza, l’iniziativa del Parlamento di inserire nel proprio Regolamento alcuni principi e alcuni dispositivi per un rapporto più trasparente tra istituzioni e istanze esterne è senz’altro degna di nota specialmente se si prende in considerazione la realtà italiana. Il topolino partorito martedì dalla montagna a Strasburgo è pur sempre meglio della sterilità di Roma in materia.

Europa

Riprendiamo l'articolo di Gaia Giorgio Fedi su Pagina 99 Google e Facebook alla guerra delle lobby. Lobbying. Budget in crescita, incontri riservati, assunzioni eccellenti. Alle prese con l'offensiva di Vestager, i big del web intensificano il pressing su Bruxelles. Lo scontro coinvolge l'alleanza tra telecom e editori tedeschi e tech Usa, dice un lobbista BRUXELLES. Il prossimo fronte della battaglia tra la Commissione europea e i colossi dell'economia digitale si giocherà sugli algoritmi. Bruxelles si appresta ad avviare un'indagine sui procedimenti che presiedono al modo in cui vengono mostrati post, notizie e risultati delle ricerche che potrebbe impensierire parecchio Google, Amazon  e Facebook. Ma non si tratta del solo grattacapo peri gruppi del settore, alle prese con un approccio più muscolare da parte della Ue in tema di regolamentazione, antitrust e tassazione. Con il termometro della tensione a Bruxelles in salita, le big del digitale hanno reagito rafforzando le attività di lobby, come mostrano i dati sui budget e staff in crescita perle attività di press io ne, indicati volontariamente sul Registro di trasparenza Ue. Un metodo lecito ma controverso è reclutare ex funzionari degli organi da influenzare. «Il rafforzamento delle attività di lobby delle società digital a Bruxelles è in atto da qualche anno e si spiega con l'esistenza di alcuni fattori, in primis l'ambizioso programma della Commissione sull'economia digitale, che per i gruppi del settore ha un impatto enorme», spiega Alessia Mosca, europarlamentare del Pd e membro della commissione sul commercio internazionale. La Ue punta a regolamentare diversi aspetti, dalla privacy al copyright, di un comparto che finora ha vissuto e prosperato in - e grazie a - un contesto di relativa anarchia. Tra il 2012 e il 2013, quando a Bruxelles si preparava la riforma sulla protezione dei dati personali, i gruppi tecnologici hanno intensificato le attività di lobby in un affondo senza precedenti, affiancate e sostenute da associazioni di categoria, organizzazioni come l'American Chamber of Commerce e dalla stessa amministrazione Obama. Più di recente, altri dossier caldi hanno suggerito una maggiore presenza nella capitale Ue, «come la trattativa sul Ttip e le possibili ricadute sul business di queste società, che le ha spinte a monitorare il rafforzamento della relazione transatlantica, e il maggiore impegno della Commissione sul fronte della tassazione, che è il grosso nervo scoperto per molti dei grandi gruppi del digital», aggiunge Mosca. La decisione dell'Antitrust Ue di imporre a Apple il pagamento di 13 miliardi di imposte pregresse in Irlanda è un monito pesante per le multinazionali del settore. Soprattutto per Amazon, sotto esame per il trattamento fiscale in Lussemburgo. Washington vs Berlino Alcuni lobbisti di lungo corso che hanno parlato a pagina99 sotto anonimato ritengono che l'irrigidimento comunitario abbia un preciso risvolto politico. «Quella che si gioca a Bruxelles è in realtà una partita tra Washington e Berlino», afferma un esperto di public affairs. «Le multinazionali tech americane, e in particolare quelle californiane, si trovano a fronteggiare un'alleanza di fatto tra le vecchie telecom e gli editori, soprattutto tedeschi, per la distribuzione dei contenuti», aggiunge un altro lobbista, aggiungendo che due anni fa la nomina a commissario per l'Economia e la società digitali del tedesco Günther Oettinger - in passato molto critico verso Google - era stata interpretata nell'ambiente come il segnale decisivo dell'offensiva Ue contro i colossi tecnologici. Non a caso, nel mirino delle istituzioni c'è soprattutto Mountain View, sotto scrutinio dell'antitrust della Commissione su tre diversi fronti - per il sospetto di aver sistematicamente favorito i propri servizi di acquisto comparativo nei risultati delle ricerche, un possibile abuso di posizione dominante nella pubblicità online e possibili danni alla concorrenza sulla gestione della compatibilità del sistema Android. Sale la spesa per il lobbying Google ha triplicato il budget per lobbying dal 2013 al 2014, e nel 2015 lo ha incrementato ancora di circa il 20% a 4,25-4,4.5 milioni di euro; nell'ultimo anno ha anche ampliato il team di lobbisti (da 9 a 14 persone). «I politici europei hanno molte domande per Google e i nostri team si impegnano a rispondere, per favorire la comprensione del nostro business», commenta un portavoce in relazione all'impegno del gruppo. Anche Microsoft - da anni molto attiva a Bruxelles, dove in passato è stata duramente colpita dall'antitrust Ue - ha speso la stessa cifra di Google (in lieve calo dal 2014). «A Bruxelles vengono definite importanti politiche per l'Unione, per questo è stata e resta importante perla nostra società», commenta un portavoce della società di Redmond. «Abbiamo iniziato a investire in Europa fin dal 1982, quando avevamo 128 impiegati a livello globale. Oggi solo qui ne abbiamo 25 mila». Hanno aumentato le spese per attività d'influenza anche Facebook e Amazon, mentre il budget di Uber, reduce da una serie di sentenze sfavorevoli nei tribunali di tutta Europa, è più che quadruplicato. Apple è invece un caso particolare: ha aumentato le risorse a 800-899 mila euro ma si è distinta per un profilo straordinariamente basso - ha un team di cinque persone impegnate solo part time ed è poco presente nelle attività di lobby - che secondo alcuni ha contribuito alla disfatta sul dossier fiscale. Quando si è trattato di discutere il caso, è stato il ceo Tim Cook a incontrare Margarethe Vestager, ma con un atteggiamento non particolarmente costruttivo, secondo Politico Europe. Il lavoro dei lobbisti «Anche gli incontri con alti funzionari in Commissione sono un buon indicatore per capire quali siano i gruppi più influenti e i temi caldi del momento», spiega Daniel Freund, capo della divisione Eu Integrity dell'organizzazione Transparency International. «Digital single market e digital economy sono le aree che annoverano il maggior numero di meeting con lobbisti, circa un quinto del totale. E la società prima in classifica per numero di incontri, ben 117 (di cui molti con il commissario Oettinger, ndr), è Google». Anche Microsoft è molto attiva, con 59 riunioni, seguita da Facebook (46). «Ma il maggiore salto lo ha fatto Uber (42 incontri), sul mercato da appena un paio d'anni e oggi al 13esimo posto in classifica», osserva Freund. Va considerato che i numeri citati riguardano solo i funzionari di rango più alto. «Molte riunioni avvengono con esponenti di livello inferiore, che non sono tenuti a tenere un registro degli incontri e possono incontrare lobbisti non registrati», puntualizza Freund. Dalle istituzioni all'azienda Un metodo lecito ma controverso per fare lobby è affidarsi alle revolving door, cioè reclutare ex funzionari delle istituzioni da influenzare. Un sistema molto apprezzato da Google, che dal 2005 avrebbe assunto in vari uffici almeno 65 funzionari di governo in tutto il territorio Ue, secondo Google Transparency Project. Tra i lobbisti di stanza a Bruxelles spicca il caso di Tobias McKenney, Senior European Intellectual Property Policy Manager, che prima di approdare a Google si occupava di copyright per la Commissione; a un livello più basso, provengono dal Parlamento Ue Clara Sommier, Mark Van der Ham e Georgios Mavros. Anche Apple ha utilizzato le porte girevoli, strappando l'attuale responsabile delle relazioni con la Ue, Per Hellstrom, alla Commissione europea, dove aveva lavorato per 16 anni con cariche importanti (capo del team Competition prima e Fusioni poi) e aveva giocato un ruolo di peso nell'epocale indagine antitrust contro Microsoft, conclusa nel 2004 con l'imposizione di misure correttive e un'ammenda di 497 milioni di euro. Anche l'ex capo dell'ufficio di public affairs di Facebook, Erika Mann, ha servito per un mandato come europarlamentare. Mentre Fabian Ladda, lobbista di Uber, era stato a capo dell'ufficio dell'europarlamentare tedesco Elmar Brok, uomo della cancelliera tedesca Angela Merkel molto vicino a Martin Selmayr, il potente capo di gabinetto del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. L'attività di policy making A Bruxelles il potere decisionale è soprattutto nelle mani del Consiglio dell'Unione europea - l'organo che adotta gli atti normativi della Ue e ne coordina le politiche, sul quale l'esercizio di influenzava fatto a monte, sui singoli Paesi-e della Commissione. La lobby lavora a vari livelli, su vari ambiti e con vari strumenti. L'attività di Google è la più organizzata ed ecumenica: finanzia think tank (sui quali è attiva anche Microsoft) e ricerche universitarie, svolge attività con team dedicati su Parlamento, Commissione e Consiglio ma punta anche al mondo delle imprese. Per esercitare influenza su alcuni dossier caldi a Bruxelles, nel 2014 aveva sollecitato alcuni membri del Congresso Usa a inviare lettere a figure chiave del Parlamento Ue. Per il resto, nel settore si usa la classica cassetta degli attrezzi del lobbista: monitoraggio dei lavori regolatori, meeting con i decision maker, presentazione di emendamenti e paper sulle policy, che a volte riescono a confluire nei testi legislativi (nel 2013 alcuni emendamenti parlamentari alla riforma sui dati personali ricalcavano pedissequamente i passaggi di paper del settore). Per le attività di lobby diretta, soprattutto sui dossier più spinosi, si mandano avanti le agenzie di consulenza esterne, le associazioni di categoria o gli studi legali. E si fa molta lobby indiretta, attraverso campagne di comunicazione - che puntano sulla forza dei prodotti, sull'innovazione e sulla capacità di creare posti di lavoro - ed eventi: seminari, conferenze, incontri con imprese e associazioni, feste. «Una delle più attive è Google, ma ultimamente si è notato un nuovo impegno su questo fronte da parte di Amazon, in precedenza poco attiva, che oggi con Amazon Academy organizza conferenze, micro-conferenze, seminari, incontri con le aziende», segnala Alessia Mosca. «Gli eventi sono uno strumento usato in tutti i settori, ma le compagnie tech fanno anche qualcosa in più: organizzano workshop e training all'interno delle istituzioni, per far sentire i decisori a loro agio nella relazione con la società. L'intento è di conquistare non solo le loro menti, ma anche i loro cuori».

Europa

(Francesco Angelone) La proposta presentata dalla Commissione europea sulla revisione del Registro per la trasparenza sta suscitando, prevedibilmente, un acceso dibattito. Pare infatti che essa circoscriva l’attività di lobbying alle “interazioni” con policy-maker e decisori e, per questo, sia da considerarsi troppo ambigua e timida. Se è vero che la definizione di lobbying resterebbe praticamente quella attualmente in vigore, cioè la promozione di interessi presso le istituzioni UE con l’obiettivo di influenzare le politiche e la legislazione, pare che l’iscrizione al registro diventi obbligatoria solo se tale promozione si sostanzi in interazioni con i decisori. Questo emerge da una lettura restrittiva dell’articolo 5 della proposta di Accordo interistituzionale della Commissione che parla di accesso alle istituzioni, incontri, partecipazione alle consultazioni pubbliche e corrispondenza. La conseguenza di tale lettura è piuttosto chiara. Resterebbero escluse da questa definizione le attività di ricerca, campagne media, l’organizzazione di eventi che, seppure non nella forma di interazioni dirette, hanno pur sempre l’obiettivo di influenzare il processo di formazione delle politiche in sede UE. Così, come ulteriore conseguenza, non vi sarebbe neanche la necessità di dichiarare i costi sostenuti per tali attività e il numero di persone impiegate nelle stesse. Diversamente da quanto i maligni possano pensare, però, la questione preoccupa non solo chi reclama maggiore trasparenza nei processi legislativi ma le stesse società di lobbying, i cui clienti pagano sì per la cosiddetta fase di engagement con i decisori ma anche per tutta quella attività di back-office, di pianificazione e consulenza che i lobbisti mettono in campo. Un articolo di LobbyFacts mostra chiaramente questa situazione per cui le 20 più importanti società di lobbying operanti a Bruxelles hanno tenuto solo 203 incontri con alti funzionari della Commissione dal dicembre 2014, data in cui la Commissione ha cominciato a pubblicare gli incontri di Commissari, Direttori Generali e membri dei gabinetti con i lobbisti. Un dato anomalo se paragonato a quello di ONG o multinazionali come Google, che nello stesso periodo ha incontrato gli stessi interlocutori ben 117 volte. Indicativo l’esempio di Fleishman-Hillard, la società di lobbying che dichiara i costi più elevati per le proprie attività (più di 6,25 milioni di Euro l’anno), che dispone di 48 pass per il Parlamento Europeo e impiega 26 lobbisti a tempo pieno. Pensare che tali costi corrispondano solo alle interazioni dirette con i legislatori di Bruxelles è alquanto irrealistico se considerato che questi sono solamente 15 in quasi due anni. Non meno significativo l’esempio di Burson-Marsteller che impiega 35 lobbisti a tempo pieno, dispone di 29 pass per il Parlamento, spende più di 5 milioni di Euro l’anno e in quasi due anni ha partecipato a solo 4 high-level meeting con la Commissione. Si potrà contestare, come fa LobbyFacts, che a questo tipo di incontri partecipino direttamente i clienti e che, invece, i lobbisti abbiano precedentemente preparato il campo con incontri di più basso livello. Tesi smentita, però, da un articolo di ALTER-EU (Alliance for Lobbying Transparency and Ethics Regulation). Insomma, è nell’attività dietro le quinte che le società di lobbying (e gli studi legali) spendono energia e risorse ed è soprattutto per queste che vengono pagate. Sorge spontanea una domanda: quanta parte di queste spese dichiarate scomparirà dal Registro per la Trasparenza se le società di lobbying saranno obbligate a notificare solo i costi sostenuti per l’interazione diretta con funzionari e parlamentari? Presumendo che sia la gran parte degli stessi, i dubbi circa la validità della proposta di modifica del Registro avanzata dal Commissario Timmermans a fine settembre si fanno sempre più concreti.

Europa

(di Paolo Pugliese) Nel mondo dell'informazione mainstream le parole “lobbista” e “lobby” sono spesso visti come sinonimi di corruzione, scarsa trasparenza e nessun riguardo per null'altro che la crescita dell'azienda a cui si è collegati o del proprio conto in banca. Ma il lobbista non è sempre ed esclusivamente legato ad interessi economici. Sono nati negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Italia alcuni esperimenti di “lobby (o forse, più propriamente, advocacy) dei cittadini”, il cui fattore comune è la rappresentazione di interessi generali della comunità di cittadini. Parliamo di iLobby, società operante negli Stati Uniti, l’associazione The Good Lobby con sede a Bruxelles e la nostrana Riparte il Futuro. iLobby, grassroots lobbying 2.0 Nell'ambito del sistema politico americano, in cui le grandi imprese hanno un enorme peso nel processo legislativo, iLobby si rivolge al pubblico di massa, permettendo a chiunque di fornire il proprio contributo alla modifica e al miglioramento del corpus normativo. Il grassroots lobbying, diversamente dall'attività di lobby tradizionale-diretta in cui il consulente si interfaccia personalmente con i decisori, si propone di influenzare indirettamente il dibattito parlamentare, accrescendo la consapevolezza del pubblico di massa relativamente ad un tema e invitando i cittadini a riportare la propria opinione agli organi decisionali attraverso il tramite dei rappresentanti di interessi e di personaggi pubblici. Queste attività, però, non esauriscono lo spettro di azioni intraprese da società come iLobby che, nelle parole del suo fondatore John Thibault, applicano altresì strumenti di microlobby: la piattaforma, infatti, indicizza le tematiche del dibattito parlamentare americano con gli stessi tag utilizzati dal sito del Congresso e le incrocia con l'elenco dei rappresentanti, permettendo ai propri utenti di svolgere ricerche per collegarsi in prima persona ai parlamentari (nonché ad altri cittadini) più sensibili alle proprie istanze e di creare dei gruppi di discussione su disegni di legge o macro-aree di interesse. All'interno di questi gruppi tutti i membri hanno la possibilità di proporre modifiche e di esprimere i propri dubbi approvando o meno le proposte della comunità, accrescendo ulteriormente la sensibilità sia del pubblico sia dei decisori precedentemente contattati. Se la propria causa riuscisse a coagulare attorno a sé sempre più persone interessate la piattaforma offre la possibilità di assumere lobbisti professionisti ed esperti del settore, così da usufruire anche degli strumenti più tradizionali della rappresentanza suddividendo le spese necessarie tra tutti i sostenitori del tema che vogliano intervenire personalmente con un contributo economico. Le preoccupazioni e le rimostranze dei cittadini in questo modo possono rientrare nell'agenda parlamentare con forza, creando un interessante momento di engagement diretto degli elettori nel processo legislativo e dei rappresentanti nei confronti delle loro constituencies, in un momento in cui da entrambi i lati dell'oceano si verifica un sempre maggiore scollamento dei cittadini dalla cosa pubblica, che sicuramente non giova alle istituzioni democratiche. The Good Lobby: l’arma in più degli eurocittadini The Good Lobby, invece, si propone di reclutare volontari e supporter e di effettuare il perfetto abbinamento tra le competenze messe a disposizione, le ONG che lavorano sul tema selezionato (tra i loro clienti spiccano Politico e la Wikimedia Foundation) e i professionisti della legislazione nell'ambito del framework normativo europeo. Tramite questo procedimento la “quota di voce” di enti come le ONG e le associazioni dei consumatori si amplia notevolmente, potendo raggiungere ed influenzare un pubblico sempre maggiore, oltre al già citato risultato di riavvicinare cittadini e istituzioni che, specialmente nel caso di Bruxelles, vengono percepite come lontane, eccessivamente burocratizzate e indifferenti. Riparte il Futuro, la lotta dei cittadini per la trasparenza Infine Riparte il Futuro, che conta circa 1 milione di iscritti, si è prefissata un obiettivo ambizioso quanto arduo: l'eliminazione della corruzione dal nostro sistema politico e decisionale. L'impatto effettivo dei fenomeni corruttivi nel nostro sistema Paese è stato oggetto di diversi studi, tra cui quello di Transparency International, che pone l'Italia al 61esimo posto su 168 Stati oggetto di analisi in materia di corruzione percepita, penultimo in Europa: nonostante un quadro non incoraggiante Riparte il Futuro ha ottenuto risultati di prima importanza come la riforma dell'art. 416-ter c.p. riguardante il voto di scambio politico-mafioso e l'introduzione di una normativa che disciplini l'accesso ai dati in possesso della Pubblica Amministrazione. La metodologia scelta differisce in parte dalle altre sopracitate: infatti si chiede ai cittadini di firmare petizioni e partecipare a video che illustrino le motivazioni e le aspirazioni delle proposte, anche con il tramite di opinion leader, esperti del settore, giornalisti e decisori pubblici. Diversi passi in più rispetto all’opera, lodevole ma parziale, di piattaforme come Change.org che si occupano di raccogliere firme “virtuali” per sottoporre richieste o petizioni al governo. Tra i risultati principali di RIF, da rilevare la creazione di piattaforme attraverso le quali i candidati alle elezioni (nazionali e locali) forniscono agli elettori informazioni essenziali quali il loro cv dettagliato, una dichiarazione sui potenziali conflitti d'interesse, lo status giudiziario e la situazione patrimoniale e reddituale. E anche l'abolizione dei vitalizi per i parlamentari condannati in via definitiva per mafia e corruzione. Molto importante è anche il coinvolgimento della base di cittadini, attraverso una newsletter dettagliata e sottoscritta da centinaia di migliaia di persone, oltre che la condivisione, attraverso i social network, di contenuti, video, infografiche. Indubbiamente si tratta di esperimenti di enorme importanza e valore, fondamentali per la ripresa di un dialogo sano tra governanti e governati, anche al di fuori di logiche partitiche e particolari, con il fine della mobilitazione pubblica per il miglioramento del paese, che è l'essenza stessa della politica.

Europa

(Francesco Angelone) Le iniziative per la regolamentazione del lobbying stanno coinvolgendo una lista sempre più lunga di assemblee legislative. Non si sottrae a questa tendenza l’Assemblea nazionale per il Galles. Secondo quanto riportato dal sito dell’APPC (Association of Professional Political Consultants) lo Standards Commissioner, organismo indipendente incaricato di valutare i codici di condotta dei parlamentari del Galles, sta intraprendendo una serie di visite in tutto il Regno Unito per raccogliere testimonianze su come i nuovi sistemi di registrazione per le attività di lobbying stiano funzionando. I risultati saranno presentati nel corso del prossimo mese e successivamente sarà avviata una consultazione pubblica. Nel frattempo, nel pomeriggio del19 ottobre in una sessione plenaria del Senedd, il Parlamento gallese, il deputato del Plaid Cymru (Partito del Galles) Neil McEvoy ha introdotto un dibattito sul lobbying in Galles. Questa attenzione sul ruolo dei lobbisti professionisti dovrebbe essere ben accolta, in quanto è un opportunità per il settore per garantire che i piani di regolamentazione del lobbying in Galles seguano la lezione dei procedimenti e del registro già operanti a Westminster. Il registro L’APPC ha costantemente sostenuto che con qualsiasi nuovo registro ci debba essere una parità di condizioni valide per tutti i lobbisti - sia quelli che operano in-house che all'interno delle agenzie specializzate in attività di lobbying. Una ricerca condotta dall’APPC nel Parlamento di Westminster ha dimostrato che la stragrande maggioranza degli incontri ministeriali sono con rappresentanti in-house e non con lobbisti per conto terzi. È fondamentale, quindi, che nel garantire il necessario accesso alle informazioni, le società non debbano affrontare obblighi di comunicazione eccessivamente gravosi per rispettare livelli di trasparenza potenzialmente dannosi. C'è, poi, la questione dei costi. A Westminster i lobbisti devono pagare una quota di iscrizione annuale di 1000 sterline, mentre in Scozia, dove è previsto che il registro cominci ad operare dall’inizio del 2017, tali costi non sono previsti. Il Registro scozzese è progettato per coprire tutti i lobbisti professionisti del Regno Unito – sia che lavorino per un ente di beneficenza, un'impresa o una società di public affairs. L’imposizione di una quota di iscrizione in un sistema che copra tutti i lobbisti sarebbe difficile da giustificare - in particolare per le piccole associazioni del terzo settore. Infine, vista l’adozione per legge di un registro presso il Parlamento scozzese e quello di Westminster, i policy-makers di tutte le nazioni del Regno Unito dovranno pensare a come rendere possibile il rispetto di tali diversi registri. L’opinione dei lobbisti L’auspicio dell’associazione dei Political Consultants è che le discussioni in corso presso il Parlamento gallese circa l’attività di lobbying riflettano su queste esperienze in modo che eventuali futuri progetti di regolamentazione in Galles affrontino i problemi e gli errori che si sono verificati nella regolazione di altre istituzioni del Regno Unito, e che ogni iniziativa portata avanti per migliorare la trasparenza sia pratica ed equa.

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BRUXELLES Le imprese temono la proposta del registro obbligatorio, misteriosi rinvii di provvedimenti già pronti. Una tregua per l'accordo Ppe-Pse sulla riconferma di Schulz. Il rapporto Giegold sulle nuove regole di trasparenza doveva essere votato a settembre ma è sparito senza spiegazioni L’ultimo caso di rapporti incestuosi tra affari e decisioni politiche è quello di Neelie Kroes: l'ex commissaria olandese alla Concorrenza ha accettato senza imbarazzi offerte di lavoro da aziende molto interessate al processo decisionale a Bruxelles, come Uber, Salesforce e Bank of America, Merryll Lynch. Ma si è dovuta scusare quando il consorzio di giornalismo investigativo Icij ha rivelato una sua società offshore - nei Bahamas Papers - mai comunicata alla Commissione di cui faceva parte, violando le regole sulla trasparenza. Poi c'è l'ex presidente della Commissione Ue, il portoghese José Manuel Barroso: appena scaduti i 18 mesi di attesa obbligata, è diventato presidente di Goldman Sachs International, con i cui vertici aveva contatti già dal 2013, incontri segreti emersi solo grazie alla richiesta di accesso agli atti di un giornale portoghese. Casi come questi, e l'indignazione che ne è derivata, hanno creato a Bruxelles il contesto politico giusto per una stretta sulle lobby e per mettere un argine all'influenza del mondo del business sulle decisioni tecniche e politiche. O almeno così sembrava. Dal 2011, quindi già dai tempi di Barroso, la Commissione e il Parlamento europeo hanno un cosiddetto "accordo interistituzionale" per un registro dei lobbisti: oggi conta 9800 iscritti che ne accettano il codice di condotta, ma è un vincolo blando perché la registrazione è volontaria. Anche se dal 25 novembre 2014 la Commissione ha annunciato di non voler più incontrare lobbisti non registrati. Il 28 settembre scorso, anche come reazione alle polemiche su Barroso, il primo vicepresidente della Commissione Frans Timmermans ha proposto un registro obbligatorio, da estendere a Parlamento e Consiglio europeo (l'istituzione che riunisce i governi dei Paesi membri). In parallelo si muove il Parlamento europeo: nel novembre del 2015, come riporta il Fatto Quotidiano, il deputato dei Verdi Sven Giegold ha presentato il rapporto "Trasparenza, responsabilità e integrità nelle istituzioni dell'Ue", cioè un atto di indirizzo che non ha valore legislativo. Il rapporto Giegold, frutto di un lungo lavoro e di decine di incontri con tutti i livelli del Parlamento coinvolti nelle procedure toccate, propone di introdurre cambiamenti molto drastici. Il principale: rendere evidente "l'impronta legislativa" dei provvedimenti, cioè le basi sulle quali i parlamentari arrivano a prendere una posizione, gli incontri con i lobbisti che hanno avuto durante i negoziati su un certo dossier e tutti i documenti ricevuti. "Ci sono parlamentari che non fanno altro che copiare e incollare nei propri emendamenti le proposte delle lobby, tanto che non di rado si trovano più emendamenti perfettamente uguali depositati autonomamente da parlamentari diversi", spiega al Fatto Fabio Massimo Castaldo, eurodeputato del Movimento 5 Stelle che segue il dossier in commissione Affari costituzionali. Il passo preliminare è passare dall'attuale registro volontario dei lobbisti a uno obbligatorio che definisca in modo molto stringente chi sono i "portatori di interessi" , come si dice in gergo. Chi vuole entrare in Parlamento e non è un lobbista dichiarato, firma una dichiarazione. Se, dopo controlli a campione, si rivela falsa, sono guai. La Proposta Giegold impone poi agli studi legali di dichiarare quali sono i clienti nell'interesse di cui si muovono, cancellando ogni opacità. E chiede per i parlamentari e i membri della Commissione l'estensione da 18 mesi a tre anni del periodo minimo di attesa tra la fine dell'incarico pubblico e l'inizio di un contratto nel settore privato. Misure che piacciono a molti, in Parlamento, ma non a tutti. Il 12 settembre il rapporto Giegold doveva essere votato in commissione Affari costituzionali, ma non è successo: rinviato, senza spiegazioni e senza una nuova data. È uno slittamento che può avere conseguenze: mentre il rapporto Giegold si arena, prosegue il suo percorso quello di cui è relatore Richard Corbett, dei socialisti, per la riforma dei regolamenti parlamentari. È chiaro che se il rapporto Giegold fosse già stato votato, poi la modifica dei regolamenti avrebbe potuto inglobare tutte le novità sulle lobby. Così, invece, la riforma delle lobby si sovrapporrà a quella dei regolamenti: nei migliori dei casi ci saranno polemiche e rallentamenti, nel peggiore verrà immolata per non bloccare tutto. Se il rapporto Giegold supera lo scoglio del voto in commissione Affari costituzionali poi può approdare alla plenaria, dove si può chiedere il voto palese. E a quel punto sarebbe difficile votare in modo esplicito a favore delle lobby. Ma il rapporto Giegold è sparito. "Il Ppe ha sempre spinto per misure soltanto volontarie e non giuridicamente vincolanti. Quando siamo arrivati a un compromesso e abbiamo individuato una possibile maggioranza, i socialisti di S&D hanno fatto capire che vista l'opposizione di Ppe e liberali era meglio non procedere subito", spiega Castaldo del M5S. Una consonanza tra forze in teoria avversarie che, dicono nei corridoi dell'Europarlamento, avrebbe una spiegazione: a gennaio scade il mandato biennale di Martin Schulz, riconfermato alla presidenza del Parlamento dopo le elezioni del 2014. Schulz, socialista tedesco, si era candidato alla Commissione: sconfitto da Jean Claude Juncker (Ppe), nella logica di grande coalizione perenne, ha avuto un altro mandato biennale. E ora spera di proseguire, a gennaio 2017. E fare asse con il Ppe contro le nuove restrizioni alle lobby deve essergli sembrato un buon modo per dimostrare di essere ancora degno di fiducia. I PROTAGONISTI JOSÉ MANUEL BARROSO Ex presidente della Commissione, ora lavora per Goldman Sachs NEELIE KROES Già commissaria alla Concorrenza, collabora con Uber MARTIN SCHULZ Da presidente del Parlamento Ue, nel 2014 si è candidato alla presidenza della Commissione europeo in rappresentanza dei socialisti (Pse). Dopo la vittoria di Jean Claude Juncker (Ppe), negli accordi della grande coalizione europea è riuscito a ottenere altri due anni alla testa del Parlamento. Scade a gennaio e vuole riconferma. Stefano Feltri - Il Fatto Quotidiano

Europa

Ristabilire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee è un’urgenza che la Commissione Europea guidata da Juncker pare percepire sin dal proprio insediamento ed una sfida che intende affrontare con decisione. Lo ha ribadito ieri 28 settembre il vice Presidente della Commissione Frans Timmermans presentando la proposta di accordo interistituzionale per la revisione del Registro per la Trasparenza delle organizzazioni e dei liberi professionisti impegnati nell'elaborazione e nell'attuazione delle politiche dell'Unione attualmente in vigore. (Francesco Angelone) In questo contesto, nel maggio 2015 la Commissione ha varato la cosiddetta Better Regulation Agenda, un progetto di riforma della elaborazione delle politiche dell’UE in nome della trasparenza. In scia a questa iniziativa, il 1 marzo 2016 è stata lanciata, sotto la guida del primo Vice Presidente di Juncker e Commissario con delega (tra le altre) alle relazioni interistituzionali Timmermans, una consultazione pubblica trimestrale in vista di una modifica del Registro per la Trasparenza. Questo strumento, gestito congiuntamente dal Parlamento e dalla Commissione ormai dal 2011, venne istituito con l’intento di permettere la diffusione di informazioni riguardanti gli interessi perseguiti a Bruxelles, da chi e con quali dotazioni finanziarie nella convinzione che l’accessibilità di tali informazioni potesse impedire pressioni indebite. Le numerose risposte (1758) inviate dalle parti interessate hanno fornito indicazioni circa le debolezze del sistema attualmente in vigore e sul perimetro di quello futuro, tutte raccolte in un Report pubblicato in luglio. Perché riformare il Registro? È intenzione della Commissione estendere il Registro anche al Consiglio e fornire ai cittadini una visione ancora più ampia degli interessi rappresentati nel corso dell’intero iter legislativo. E se è vero che sotto la guida Juncker non è più possibile per i non iscritti al Registro incontrare membri della Commissione - e forse è anche per questa ragione che dal 31 ottobre 2014 al 1 marzo 2016 gli iscritti sono aumentati da 7020 a 9286 (oggi sono circa 9800) – il sistema presenta ancora delle lacune. La principale di queste è la non obbligatorietà dell’iscrizione al Registro da parte di tutti quei portatori di interesse indicati come “organizzazioni e professionisti implicati nelle attività politiche europee”, perché è l’attività dei soggetti a rilevare, non il loro status giuridico. Il Report contiene una lunga serie di indicazioni su come migliorare la categorizzazione dei soggetti iscritti nel Registro arricchendola di informazioni e su come rendere più chiare le prescrizioni del Codice di condotta. A conclusione di questo procedimento di ascolto della società civile, la Commissione ha elaborato la propria proposta di accordo interistituzionale che verrà ora sottoposta al Parlamento e al Consiglio. Nelle parole di Timmermans la Commissione, che “ha già dato l’esempio” in materia di lobbying, subordinando gli incontri con i suoi responsabili politici all’iscrizione dei lobbisti in nel Registro, chiede ora alle altre istituzioni di fare altrettanto. A detta di Timmermans l’iniziativa ha il merito di meglio definire coloro che dovranno effettuare iscrizione al Registro (art. 2) e coloro che non dovranno (art. 4), specificare in cosa consistono le attività di rappresentazione degli interessi e di pressione (art. 3). Sono poi elencate le possibili interazioni con le istituzioni subordinate alla registrazione (art. 5) con la specifica che saranno le singole istituzioni a dover monitorare circa il rispetto delle regole e a stabilire ulteriori campi di applicazione delle stesse. Saranno i soggetti che chiedono l’iscrizione al Registro a dover dimostrare di avere i requisiti essenziali per farlo (art. 6) ed indagini circa il rispetto del Codice di condotta degli iscritti saranno avviate in seguito a segnalazioni o per iniziativa stessa del Segretariato Generale delle tre istituzioni coinvolte (art. 7). Un comportamento non conforme a quanto contenuto nel Codice di condotta potrà portare ad una sospensione temporanea degli iscritti o alla loro rimozione definitiva dal Registro. L’adozione di un Registro per la trasparenza è consigliata, poi, ad altri Uffici e Istituzioni dell’Unione Europea ma anche alle Rappresentanze Permanenti presso l’UE. La proposta presentata da Timmermans, al di là delle dichiarazioni di facciata o dei buoni propositi, ha già suscitato le prime reazioni non propriamente positive da parte degli osservatori che speravano in un effettivo cambio di marcia da parte della Commissione. Quanto contenuto nella proposta viene considerato solo un piccolo passo per rendere davvero trasparente il processo di formazione delle policy e accessibile a cittadini e stampa il lavoro delle lobby aziendali. Tra le altre cose si ritiene che anche il nuovo Registro, se gestito come indicato nell’attuale proposta di accordo, possa lasciare campo libero a lobbisti non registrati grazie ad una obbligatorietà solo nominale dell’iscrizione. Senza dimenticare, poi, tra le critiche mosse di recente alle istituzioni europee, i casi scottanti che hanno riguardato l’ex Commissaria Neelie Kroes e soprattutto l’ex Presidente della Commissione Barroso. Chiamato a rispondere su questi due casi, il vice Presidente Timmermans ha affermato che il Presidente Juncker sta esaminando i casi in questione per accertare prima i fatti e poi capire se agire nel modo più opportuno.

Europa

A fine agosto la Commissione europea ha ordinato ad Apple di pagare 13 miliardi di euro per tasse arretrate, non pagate perché la società di Cupertino avrebbe goduto di aiuti di Stato da parte del governo irlandese. Dublino, che assicura già a tutte le società con il proprio quartier generale in Irlanda un’aliquota fiscale massima del 12,5%, avrebbe garantito ad Apple una tassazione che è scesa dall'1% del 2003 allo 0,005% nel 2014 sui profitti di Apple Sales International. (Alessio Samele) Prima di Apple, le istituzioni europee avevano multato già altre grandi società americane e la Commissione ha portato avanti una serie di norme e di indagini volte ad modificare il comportamento delle grandi imprese di internet con base negli Stati Uniti. Frank R. Baumgartner, professore all’Università della Nord Carolina, ha dichiarato che “la Commissione europea è diventata il nuovo centro di gravità, la più grande minaccia per le grandi aziende che potrebbero avere problemi di antitrust”. Nel 2004 fu l’allora commissario alla concorrenza, Mario Monti, a scagliarsi contro Microsoft che dovette pagare 497 milioni di multa per posizione dominante. L’entità della sanzione per Apple è senza precedenti e la società di Cupertino farà ricorso. Stando, però, a quanto scrive il Wall Street Journal, la battaglia di Apple contro la Commissione Juncker viene portata avanti senza la consulenza di lobbisti e campagne di lobbying. Se guardiamo ai dati del 2015, la concorrente Google di Alphabet avrebbe speso almeno 4.25 milioni di euro in attività di lobbying mentre Apple si ferma a meno di 900 mila euro per influenzare le istituzioni europee con soli 5 dipendenti part-time. Nonostante sia una delle società più influenti, attraverso questa strategia Apple non sarebbe stata in grado di recuperare informazioni sul documento d’accusa che la Commissione stava preparando a suo carico. Accade lo stesso anche negli USA: una nostra recente analisi ha rilevato come Apple preferisca risparmiare risorse in lobbying per utilizzare canali di influenza diversi rispetto alle aziende del settore. Il comportamento di Apple si pone in controtendenza rispetto a quello dei suoi competitors che al contrario hanno maturato con il tempo una presenza stabile all’interno delle istituzioni europee. Società come Alphabet, Amazon e Qualcomm hanno portato avanti azioni di lobbying per cercare di convincere la Commissione e l’antitrust UE che le loro azioni non violano le regole europee. Alla luce della grande rilevanza politica, economica e sociale degli interessi rappresentati a Bruxelles, i soggetti che esercitano attività di lobbying all’interno dell’Unione Europea sono aumentati arrivano a superare gli Stati Uniti. Secondo Transparency International le società registrate presso le istituzioni europee sono 9756 organizzazioni contro le 9726 negli Stati Uniti. Proprio oggi, la Commissione Europea ha varato una serie di norme più restrittive per rendere più trasparente il settore del lobbying comunitario. Il portavoce di Google, Marc Jansen, ha dichiarato al WSJ che “i politici europei hanno molte domande riguardo l’attività di Google, e stiamo lavorando per rispondere a quelle domande”. Secondo il WSJ, le società americane a Bruxelles soffrono la mancanza di una rappresentanza diretta all’interno dell’Unione. Alti funzionari della Commissione dichiarano di frequentare le aziende americane ma i lobbisti delle società europee possono influenzare i rappresentanti dei loro Stati in Parlamento europeo anche attraverso i governi nazionali o i loro commissari. Alcuni amministratori delegati, tra cui proprio Tim Cook di Apple e Sundar Pichai di Google, nel corso del tempo sono stati a Bruxelles per chiarire le loro posizioni direttamente con il commissario antitrust dell’Unione Europea, Margrethe Vestager. In questo contesto i competitors di Apple stanno lavorando per pubblicizzare i vantaggi delle loro attività in Europa. Google, ad esempio, intraprende campagne per sostenere iniziative legate al giornalismo digitale; Amazon, invece, promuove azioni per aiutare le piccole imprese europee a vendere i loro prodotti online.

Europa

Come ha riportato Reuters, dopo la stangata della Commissione Europea nei confronti di Apple (condannata a pagare 13 miliardi di euro – IVA esclusa – al governo irlandese per contributi fiscali non pagati) le grandi multinazionali americane dell’informatica stanno schierando i loro lobbisti nella capitale comunitaria. Obiettivo: respingere ogni futuro “assalto” da parte delle Istituzioni brussellesi, che secondo diverse indiscrezioni potrebbero “colpire” altre corporation con multe simili a quelle che hanno colpito la casa di Cupertino. In particolare, Google e Facebook sono tra le società che spendono più risorse in lobbying, secondo i dati del Transparency Register. Il valore delle risorse da loro investite per fare lobbying su dirigenti e vertici politici delle amministrazioni comunitarie è aumentato del 15/20% nel 2015 rispetto al 2014, anno nel quale la spesa in lobbying era già triplicata rispetto al 2013. L’analisi di Reuters rivela come Google nel 2015 ha speso in lobbying circa 4,25/4,5 milioni di euro, impiegando ben 14 lobbisti soprattutto per tentare di influire sulle politiche antitrust della commissaria Margrethe Vestager. Uno di loro ha dichiarato che “i politici europei si pongono molte domande su Google e sul mondo di internet in generale. Stiamo lavorando per rispondere ad ogni domanda, aiutando i decisori a comprendere le politiche aziendali e, dall’altro lato, ogni possibile azienda interessata a cogliere le opportunità che internet offre”. Forse non casualmente, un’analisi di Transparency International ha riportato tutti i dati relativi a Google proprio lo stesso giorno della notizia della multa ad Apple. Dal canto suo Apple non ha effettuato dichiarazioni sulla proprio strategia di lobbying in sede comunitaria. Da luglio, Cupertino ha assunto un nuovo government affairs manager per rappresentare le posizioni di Apple nei confronti dei decisori politici. La spesa in lobbying, in base alle dichiarazioni ufficiali, è molto più bassa rispetto a quella di Google: 800.000 – 900.000 euro, con soli 5 impiegati di cui solo la metà risulta impiegata a tempo pieno in attività di lobbying. Questo può essere uno degli elementi che permette di comprendere il fragore della notizia della multa e l’assenza apparente di adeguate contromisure in termini di comunicazione e piani strategici alternativi. Altre società che potrebbero essere colpite da sanzioni europee nei prossimi mesi sono quelle che si occupano di messaggistica: Facebook, che dopo l’acquisizione di Whatsapp è interessata alla riforma delle telecomunicazioni con particolare riferimento alla protezione dei dati, spende tra i 700.000 e gli 800.000 euro ma sta assumendo nuovi lobbisti in sede comunitaria. Sono infatti solo due i lobbisti dichiarati nel 2014, arrivati a 4 nel 2015 e in numero sempre crescente, proporzionale alla crescita del business della società. Il public policy manager di Google ha dichiarato che “da quando Facebook è diventato parte della vita giornaliera di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, gli stessi governanti hanno naturale interesse a confrontarci con noi e noi con loro”. Microsoft, che negli ultimi anni ha subìto diverse sconfitte legali dalla DG Competition, che ne ha scalfito la ventennale leadership di mercato, ha preferito non commentare sull’argomento. Amazon, che secondo molti è la prossima nel mirino delle istituzioni per un caso simile a quello Apple, ma riferito alla sede di Lussemburgo, allo stesso modo di Microsoft non ha commentato i dati che la vedono investire tra 1,5 e 1,75 milioni di euro in lobbying, impiegando 6 lobbisti. Uber, impegnata nel tentativo di liberalizzare il mercato dei taxi e dei trasporti in generale aprendolo al servizio via app, è cresciuta molto negli ultimi due anni arrivando a spendere tra i 400.000 e i 500.000 euro con la presenza di 3 lobbisti. Tra le non americane, invece, è Samsung (principale competitor di Apple sul mercato degli smartphone) la company più presente con una spesa di 2,5-2,75 milioni e una squadra di 9 lobbisti nella capitale belga. Daniel Freund di Transparency International ha commentato che per le imprese è necessario e produttivo investire nelle relazioni istituzionali, dal momento in cui le decisioni della Commissione necessitano di maggiori e migliori informazioni e contenuti tecnici. Questo ha portato a una crescita esponenziale della presenza di lobbisti nei palazzi brussellesi. Aggiungiamo noi, ha anche portato a una maggiore interdipendenza tra imprese e istituzioni, sempre più aperte alle informazioni fornite dagli esperti tecnici e legislativi provenienti dalle imprese.

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