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(di Paolo Pugliese) Nel mondo dell'informazione mainstream le parole “lobbista” e “lobby” sono spesso visti come sinonimi di corruzione, scarsa trasparenza e nessun riguardo per null'altro che la crescita dell'azienda a cui si è collegati o del proprio conto in banca. Ma il lobbista non è sempre ed esclusivamente legato ad interessi economici. Sono nati negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Italia alcuni esperimenti di “lobby (o forse, più propriamente, advocacy) dei cittadini”, il cui fattore comune è la rappresentazione di interessi generali della comunità di cittadini. Parliamo di iLobby, società operante negli Stati Uniti, l’associazione The Good Lobby con sede a Bruxelles e la nostrana Riparte il Futuro. iLobby, grassroots lobbying 2.0 Nell'ambito del sistema politico americano, in cui le grandi imprese hanno un enorme peso nel processo legislativo, iLobby si rivolge al pubblico di massa, permettendo a chiunque di fornire il proprio contributo alla modifica e al miglioramento del corpus normativo. Il grassroots lobbying, diversamente dall'attività di lobby tradizionale-diretta in cui il consulente si interfaccia personalmente con i decisori, si propone di influenzare indirettamente il dibattito parlamentare, accrescendo la consapevolezza del pubblico di massa relativamente ad un tema e invitando i cittadini a riportare la propria opinione agli organi decisionali attraverso il tramite dei rappresentanti di interessi e di personaggi pubblici. Queste attività, però, non esauriscono lo spettro di azioni intraprese da società come iLobby che, nelle parole del suo fondatore John Thibault, applicano altresì strumenti di microlobby: la piattaforma, infatti, indicizza le tematiche del dibattito parlamentare americano con gli stessi tag utilizzati dal sito del Congresso e le incrocia con l'elenco dei rappresentanti, permettendo ai propri utenti di svolgere ricerche per collegarsi in prima persona ai parlamentari (nonché ad altri cittadini) più sensibili alle proprie istanze e di creare dei gruppi di discussione su disegni di legge o macro-aree di interesse. All'interno di questi gruppi tutti i membri hanno la possibilità di proporre modifiche e di esprimere i propri dubbi approvando o meno le proposte della comunità, accrescendo ulteriormente la sensibilità sia del pubblico sia dei decisori precedentemente contattati. Se la propria causa riuscisse a coagulare attorno a sé sempre più persone interessate la piattaforma offre la possibilità di assumere lobbisti professionisti ed esperti del settore, così da usufruire anche degli strumenti più tradizionali della rappresentanza suddividendo le spese necessarie tra tutti i sostenitori del tema che vogliano intervenire personalmente con un contributo economico. Le preoccupazioni e le rimostranze dei cittadini in questo modo possono rientrare nell'agenda parlamentare con forza, creando un interessante momento di engagement diretto degli elettori nel processo legislativo e dei rappresentanti nei confronti delle loro constituencies, in un momento in cui da entrambi i lati dell'oceano si verifica un sempre maggiore scollamento dei cittadini dalla cosa pubblica, che sicuramente non giova alle istituzioni democratiche. The Good Lobby: l’arma in più degli eurocittadini The Good Lobby, invece, si propone di reclutare volontari e supporter e di effettuare il perfetto abbinamento tra le competenze messe a disposizione, le ONG che lavorano sul tema selezionato (tra i loro clienti spiccano Politico e la Wikimedia Foundation) e i professionisti della legislazione nell'ambito del framework normativo europeo. Tramite questo procedimento la “quota di voce” di enti come le ONG e le associazioni dei consumatori si amplia notevolmente, potendo raggiungere ed influenzare un pubblico sempre maggiore, oltre al già citato risultato di riavvicinare cittadini e istituzioni che, specialmente nel caso di Bruxelles, vengono percepite come lontane, eccessivamente burocratizzate e indifferenti. Riparte il Futuro, la lotta dei cittadini per la trasparenza Infine Riparte il Futuro, che conta circa 1 milione di iscritti, si è prefissata un obiettivo ambizioso quanto arduo: l'eliminazione della corruzione dal nostro sistema politico e decisionale. L'impatto effettivo dei fenomeni corruttivi nel nostro sistema Paese è stato oggetto di diversi studi, tra cui quello di Transparency International, che pone l'Italia al 61esimo posto su 168 Stati oggetto di analisi in materia di corruzione percepita, penultimo in Europa: nonostante un quadro non incoraggiante Riparte il Futuro ha ottenuto risultati di prima importanza come la riforma dell'art. 416-ter c.p. riguardante il voto di scambio politico-mafioso e l'introduzione di una normativa che disciplini l'accesso ai dati in possesso della Pubblica Amministrazione. La metodologia scelta differisce in parte dalle altre sopracitate: infatti si chiede ai cittadini di firmare petizioni e partecipare a video che illustrino le motivazioni e le aspirazioni delle proposte, anche con il tramite di opinion leader, esperti del settore, giornalisti e decisori pubblici. Diversi passi in più rispetto all’opera, lodevole ma parziale, di piattaforme come Change.org che si occupano di raccogliere firme “virtuali” per sottoporre richieste o petizioni al governo. Tra i risultati principali di RIF, da rilevare la creazione di piattaforme attraverso le quali i candidati alle elezioni (nazionali e locali) forniscono agli elettori informazioni essenziali quali il loro cv dettagliato, una dichiarazione sui potenziali conflitti d'interesse, lo status giudiziario e la situazione patrimoniale e reddituale. E anche l'abolizione dei vitalizi per i parlamentari condannati in via definitiva per mafia e corruzione. Molto importante è anche il coinvolgimento della base di cittadini, attraverso una newsletter dettagliata e sottoscritta da centinaia di migliaia di persone, oltre che la condivisione, attraverso i social network, di contenuti, video, infografiche. Indubbiamente si tratta di esperimenti di enorme importanza e valore, fondamentali per la ripresa di un dialogo sano tra governanti e governati, anche al di fuori di logiche partitiche e particolari, con il fine della mobilitazione pubblica per il miglioramento del paese, che è l'essenza stessa della politica.

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(Francesco Angelone) Le iniziative per la regolamentazione del lobbying stanno coinvolgendo una lista sempre più lunga di assemblee legislative. Non si sottrae a questa tendenza l’Assemblea nazionale per il Galles. Secondo quanto riportato dal sito dell’APPC (Association of Professional Political Consultants) lo Standards Commissioner, organismo indipendente incaricato di valutare i codici di condotta dei parlamentari del Galles, sta intraprendendo una serie di visite in tutto il Regno Unito per raccogliere testimonianze su come i nuovi sistemi di registrazione per le attività di lobbying stiano funzionando. I risultati saranno presentati nel corso del prossimo mese e successivamente sarà avviata una consultazione pubblica. Nel frattempo, nel pomeriggio del19 ottobre in una sessione plenaria del Senedd, il Parlamento gallese, il deputato del Plaid Cymru (Partito del Galles) Neil McEvoy ha introdotto un dibattito sul lobbying in Galles. Questa attenzione sul ruolo dei lobbisti professionisti dovrebbe essere ben accolta, in quanto è un opportunità per il settore per garantire che i piani di regolamentazione del lobbying in Galles seguano la lezione dei procedimenti e del registro già operanti a Westminster. Il registro L’APPC ha costantemente sostenuto che con qualsiasi nuovo registro ci debba essere una parità di condizioni valide per tutti i lobbisti - sia quelli che operano in-house che all'interno delle agenzie specializzate in attività di lobbying. Una ricerca condotta dall’APPC nel Parlamento di Westminster ha dimostrato che la stragrande maggioranza degli incontri ministeriali sono con rappresentanti in-house e non con lobbisti per conto terzi. È fondamentale, quindi, che nel garantire il necessario accesso alle informazioni, le società non debbano affrontare obblighi di comunicazione eccessivamente gravosi per rispettare livelli di trasparenza potenzialmente dannosi. C'è, poi, la questione dei costi. A Westminster i lobbisti devono pagare una quota di iscrizione annuale di 1000 sterline, mentre in Scozia, dove è previsto che il registro cominci ad operare dall’inizio del 2017, tali costi non sono previsti. Il Registro scozzese è progettato per coprire tutti i lobbisti professionisti del Regno Unito – sia che lavorino per un ente di beneficenza, un'impresa o una società di public affairs. L’imposizione di una quota di iscrizione in un sistema che copra tutti i lobbisti sarebbe difficile da giustificare - in particolare per le piccole associazioni del terzo settore. Infine, vista l’adozione per legge di un registro presso il Parlamento scozzese e quello di Westminster, i policy-makers di tutte le nazioni del Regno Unito dovranno pensare a come rendere possibile il rispetto di tali diversi registri. L’opinione dei lobbisti L’auspicio dell’associazione dei Political Consultants è che le discussioni in corso presso il Parlamento gallese circa l’attività di lobbying riflettano su queste esperienze in modo che eventuali futuri progetti di regolamentazione in Galles affrontino i problemi e gli errori che si sono verificati nella regolazione di altre istituzioni del Regno Unito, e che ogni iniziativa portata avanti per migliorare la trasparenza sia pratica ed equa.

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BRUXELLES Le imprese temono la proposta del registro obbligatorio, misteriosi rinvii di provvedimenti già pronti. Una tregua per l'accordo Ppe-Pse sulla riconferma di Schulz. Il rapporto Giegold sulle nuove regole di trasparenza doveva essere votato a settembre ma è sparito senza spiegazioni L’ultimo caso di rapporti incestuosi tra affari e decisioni politiche è quello di Neelie Kroes: l'ex commissaria olandese alla Concorrenza ha accettato senza imbarazzi offerte di lavoro da aziende molto interessate al processo decisionale a Bruxelles, come Uber, Salesforce e Bank of America, Merryll Lynch. Ma si è dovuta scusare quando il consorzio di giornalismo investigativo Icij ha rivelato una sua società offshore - nei Bahamas Papers - mai comunicata alla Commissione di cui faceva parte, violando le regole sulla trasparenza. Poi c'è l'ex presidente della Commissione Ue, il portoghese José Manuel Barroso: appena scaduti i 18 mesi di attesa obbligata, è diventato presidente di Goldman Sachs International, con i cui vertici aveva contatti già dal 2013, incontri segreti emersi solo grazie alla richiesta di accesso agli atti di un giornale portoghese. Casi come questi, e l'indignazione che ne è derivata, hanno creato a Bruxelles il contesto politico giusto per una stretta sulle lobby e per mettere un argine all'influenza del mondo del business sulle decisioni tecniche e politiche. O almeno così sembrava. Dal 2011, quindi già dai tempi di Barroso, la Commissione e il Parlamento europeo hanno un cosiddetto "accordo interistituzionale" per un registro dei lobbisti: oggi conta 9800 iscritti che ne accettano il codice di condotta, ma è un vincolo blando perché la registrazione è volontaria. Anche se dal 25 novembre 2014 la Commissione ha annunciato di non voler più incontrare lobbisti non registrati. Il 28 settembre scorso, anche come reazione alle polemiche su Barroso, il primo vicepresidente della Commissione Frans Timmermans ha proposto un registro obbligatorio, da estendere a Parlamento e Consiglio europeo (l'istituzione che riunisce i governi dei Paesi membri). In parallelo si muove il Parlamento europeo: nel novembre del 2015, come riporta il Fatto Quotidiano, il deputato dei Verdi Sven Giegold ha presentato il rapporto "Trasparenza, responsabilità e integrità nelle istituzioni dell'Ue", cioè un atto di indirizzo che non ha valore legislativo. Il rapporto Giegold, frutto di un lungo lavoro e di decine di incontri con tutti i livelli del Parlamento coinvolti nelle procedure toccate, propone di introdurre cambiamenti molto drastici. Il principale: rendere evidente "l'impronta legislativa" dei provvedimenti, cioè le basi sulle quali i parlamentari arrivano a prendere una posizione, gli incontri con i lobbisti che hanno avuto durante i negoziati su un certo dossier e tutti i documenti ricevuti. "Ci sono parlamentari che non fanno altro che copiare e incollare nei propri emendamenti le proposte delle lobby, tanto che non di rado si trovano più emendamenti perfettamente uguali depositati autonomamente da parlamentari diversi", spiega al Fatto Fabio Massimo Castaldo, eurodeputato del Movimento 5 Stelle che segue il dossier in commissione Affari costituzionali. Il passo preliminare è passare dall'attuale registro volontario dei lobbisti a uno obbligatorio che definisca in modo molto stringente chi sono i "portatori di interessi" , come si dice in gergo. Chi vuole entrare in Parlamento e non è un lobbista dichiarato, firma una dichiarazione. Se, dopo controlli a campione, si rivela falsa, sono guai. La Proposta Giegold impone poi agli studi legali di dichiarare quali sono i clienti nell'interesse di cui si muovono, cancellando ogni opacità. E chiede per i parlamentari e i membri della Commissione l'estensione da 18 mesi a tre anni del periodo minimo di attesa tra la fine dell'incarico pubblico e l'inizio di un contratto nel settore privato. Misure che piacciono a molti, in Parlamento, ma non a tutti. Il 12 settembre il rapporto Giegold doveva essere votato in commissione Affari costituzionali, ma non è successo: rinviato, senza spiegazioni e senza una nuova data. È uno slittamento che può avere conseguenze: mentre il rapporto Giegold si arena, prosegue il suo percorso quello di cui è relatore Richard Corbett, dei socialisti, per la riforma dei regolamenti parlamentari. È chiaro che se il rapporto Giegold fosse già stato votato, poi la modifica dei regolamenti avrebbe potuto inglobare tutte le novità sulle lobby. Così, invece, la riforma delle lobby si sovrapporrà a quella dei regolamenti: nei migliori dei casi ci saranno polemiche e rallentamenti, nel peggiore verrà immolata per non bloccare tutto. Se il rapporto Giegold supera lo scoglio del voto in commissione Affari costituzionali poi può approdare alla plenaria, dove si può chiedere il voto palese. E a quel punto sarebbe difficile votare in modo esplicito a favore delle lobby. Ma il rapporto Giegold è sparito. "Il Ppe ha sempre spinto per misure soltanto volontarie e non giuridicamente vincolanti. Quando siamo arrivati a un compromesso e abbiamo individuato una possibile maggioranza, i socialisti di S&D hanno fatto capire che vista l'opposizione di Ppe e liberali era meglio non procedere subito", spiega Castaldo del M5S. Una consonanza tra forze in teoria avversarie che, dicono nei corridoi dell'Europarlamento, avrebbe una spiegazione: a gennaio scade il mandato biennale di Martin Schulz, riconfermato alla presidenza del Parlamento dopo le elezioni del 2014. Schulz, socialista tedesco, si era candidato alla Commissione: sconfitto da Jean Claude Juncker (Ppe), nella logica di grande coalizione perenne, ha avuto un altro mandato biennale. E ora spera di proseguire, a gennaio 2017. E fare asse con il Ppe contro le nuove restrizioni alle lobby deve essergli sembrato un buon modo per dimostrare di essere ancora degno di fiducia. I PROTAGONISTI JOSÉ MANUEL BARROSO Ex presidente della Commissione, ora lavora per Goldman Sachs NEELIE KROES Già commissaria alla Concorrenza, collabora con Uber MARTIN SCHULZ Da presidente del Parlamento Ue, nel 2014 si è candidato alla presidenza della Commissione europeo in rappresentanza dei socialisti (Pse). Dopo la vittoria di Jean Claude Juncker (Ppe), negli accordi della grande coalizione europea è riuscito a ottenere altri due anni alla testa del Parlamento. Scade a gennaio e vuole riconferma. Stefano Feltri - Il Fatto Quotidiano

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Ristabilire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni europee è un’urgenza che la Commissione Europea guidata da Juncker pare percepire sin dal proprio insediamento ed una sfida che intende affrontare con decisione. Lo ha ribadito ieri 28 settembre il vice Presidente della Commissione Frans Timmermans presentando la proposta di accordo interistituzionale per la revisione del Registro per la Trasparenza delle organizzazioni e dei liberi professionisti impegnati nell'elaborazione e nell'attuazione delle politiche dell'Unione attualmente in vigore. (Francesco Angelone) In questo contesto, nel maggio 2015 la Commissione ha varato la cosiddetta Better Regulation Agenda, un progetto di riforma della elaborazione delle politiche dell’UE in nome della trasparenza. In scia a questa iniziativa, il 1 marzo 2016 è stata lanciata, sotto la guida del primo Vice Presidente di Juncker e Commissario con delega (tra le altre) alle relazioni interistituzionali Timmermans, una consultazione pubblica trimestrale in vista di una modifica del Registro per la Trasparenza. Questo strumento, gestito congiuntamente dal Parlamento e dalla Commissione ormai dal 2011, venne istituito con l’intento di permettere la diffusione di informazioni riguardanti gli interessi perseguiti a Bruxelles, da chi e con quali dotazioni finanziarie nella convinzione che l’accessibilità di tali informazioni potesse impedire pressioni indebite. Le numerose risposte (1758) inviate dalle parti interessate hanno fornito indicazioni circa le debolezze del sistema attualmente in vigore e sul perimetro di quello futuro, tutte raccolte in un Report pubblicato in luglio. Perché riformare il Registro? È intenzione della Commissione estendere il Registro anche al Consiglio e fornire ai cittadini una visione ancora più ampia degli interessi rappresentati nel corso dell’intero iter legislativo. E se è vero che sotto la guida Juncker non è più possibile per i non iscritti al Registro incontrare membri della Commissione - e forse è anche per questa ragione che dal 31 ottobre 2014 al 1 marzo 2016 gli iscritti sono aumentati da 7020 a 9286 (oggi sono circa 9800) – il sistema presenta ancora delle lacune. La principale di queste è la non obbligatorietà dell’iscrizione al Registro da parte di tutti quei portatori di interesse indicati come “organizzazioni e professionisti implicati nelle attività politiche europee”, perché è l’attività dei soggetti a rilevare, non il loro status giuridico. Il Report contiene una lunga serie di indicazioni su come migliorare la categorizzazione dei soggetti iscritti nel Registro arricchendola di informazioni e su come rendere più chiare le prescrizioni del Codice di condotta. A conclusione di questo procedimento di ascolto della società civile, la Commissione ha elaborato la propria proposta di accordo interistituzionale che verrà ora sottoposta al Parlamento e al Consiglio. Nelle parole di Timmermans la Commissione, che “ha già dato l’esempio” in materia di lobbying, subordinando gli incontri con i suoi responsabili politici all’iscrizione dei lobbisti in nel Registro, chiede ora alle altre istituzioni di fare altrettanto. A detta di Timmermans l’iniziativa ha il merito di meglio definire coloro che dovranno effettuare iscrizione al Registro (art. 2) e coloro che non dovranno (art. 4), specificare in cosa consistono le attività di rappresentazione degli interessi e di pressione (art. 3). Sono poi elencate le possibili interazioni con le istituzioni subordinate alla registrazione (art. 5) con la specifica che saranno le singole istituzioni a dover monitorare circa il rispetto delle regole e a stabilire ulteriori campi di applicazione delle stesse. Saranno i soggetti che chiedono l’iscrizione al Registro a dover dimostrare di avere i requisiti essenziali per farlo (art. 6) ed indagini circa il rispetto del Codice di condotta degli iscritti saranno avviate in seguito a segnalazioni o per iniziativa stessa del Segretariato Generale delle tre istituzioni coinvolte (art. 7). Un comportamento non conforme a quanto contenuto nel Codice di condotta potrà portare ad una sospensione temporanea degli iscritti o alla loro rimozione definitiva dal Registro. L’adozione di un Registro per la trasparenza è consigliata, poi, ad altri Uffici e Istituzioni dell’Unione Europea ma anche alle Rappresentanze Permanenti presso l’UE. La proposta presentata da Timmermans, al di là delle dichiarazioni di facciata o dei buoni propositi, ha già suscitato le prime reazioni non propriamente positive da parte degli osservatori che speravano in un effettivo cambio di marcia da parte della Commissione. Quanto contenuto nella proposta viene considerato solo un piccolo passo per rendere davvero trasparente il processo di formazione delle policy e accessibile a cittadini e stampa il lavoro delle lobby aziendali. Tra le altre cose si ritiene che anche il nuovo Registro, se gestito come indicato nell’attuale proposta di accordo, possa lasciare campo libero a lobbisti non registrati grazie ad una obbligatorietà solo nominale dell’iscrizione. Senza dimenticare, poi, tra le critiche mosse di recente alle istituzioni europee, i casi scottanti che hanno riguardato l’ex Commissaria Neelie Kroes e soprattutto l’ex Presidente della Commissione Barroso. Chiamato a rispondere su questi due casi, il vice Presidente Timmermans ha affermato che il Presidente Juncker sta esaminando i casi in questione per accertare prima i fatti e poi capire se agire nel modo più opportuno.

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A fine agosto la Commissione europea ha ordinato ad Apple di pagare 13 miliardi di euro per tasse arretrate, non pagate perché la società di Cupertino avrebbe goduto di aiuti di Stato da parte del governo irlandese. Dublino, che assicura già a tutte le società con il proprio quartier generale in Irlanda un’aliquota fiscale massima del 12,5%, avrebbe garantito ad Apple una tassazione che è scesa dall'1% del 2003 allo 0,005% nel 2014 sui profitti di Apple Sales International. (Alessio Samele) Prima di Apple, le istituzioni europee avevano multato già altre grandi società americane e la Commissione ha portato avanti una serie di norme e di indagini volte ad modificare il comportamento delle grandi imprese di internet con base negli Stati Uniti. Frank R. Baumgartner, professore all’Università della Nord Carolina, ha dichiarato che “la Commissione europea è diventata il nuovo centro di gravità, la più grande minaccia per le grandi aziende che potrebbero avere problemi di antitrust”. Nel 2004 fu l’allora commissario alla concorrenza, Mario Monti, a scagliarsi contro Microsoft che dovette pagare 497 milioni di multa per posizione dominante. L’entità della sanzione per Apple è senza precedenti e la società di Cupertino farà ricorso. Stando, però, a quanto scrive il Wall Street Journal, la battaglia di Apple contro la Commissione Juncker viene portata avanti senza la consulenza di lobbisti e campagne di lobbying. Se guardiamo ai dati del 2015, la concorrente Google di Alphabet avrebbe speso almeno 4.25 milioni di euro in attività di lobbying mentre Apple si ferma a meno di 900 mila euro per influenzare le istituzioni europee con soli 5 dipendenti part-time. Nonostante sia una delle società più influenti, attraverso questa strategia Apple non sarebbe stata in grado di recuperare informazioni sul documento d’accusa che la Commissione stava preparando a suo carico. Accade lo stesso anche negli USA: una nostra recente analisi ha rilevato come Apple preferisca risparmiare risorse in lobbying per utilizzare canali di influenza diversi rispetto alle aziende del settore. Il comportamento di Apple si pone in controtendenza rispetto a quello dei suoi competitors che al contrario hanno maturato con il tempo una presenza stabile all’interno delle istituzioni europee. Società come Alphabet, Amazon e Qualcomm hanno portato avanti azioni di lobbying per cercare di convincere la Commissione e l’antitrust UE che le loro azioni non violano le regole europee. Alla luce della grande rilevanza politica, economica e sociale degli interessi rappresentati a Bruxelles, i soggetti che esercitano attività di lobbying all’interno dell’Unione Europea sono aumentati arrivano a superare gli Stati Uniti. Secondo Transparency International le società registrate presso le istituzioni europee sono 9756 organizzazioni contro le 9726 negli Stati Uniti. Proprio oggi, la Commissione Europea ha varato una serie di norme più restrittive per rendere più trasparente il settore del lobbying comunitario. Il portavoce di Google, Marc Jansen, ha dichiarato al WSJ che “i politici europei hanno molte domande riguardo l’attività di Google, e stiamo lavorando per rispondere a quelle domande”. Secondo il WSJ, le società americane a Bruxelles soffrono la mancanza di una rappresentanza diretta all’interno dell’Unione. Alti funzionari della Commissione dichiarano di frequentare le aziende americane ma i lobbisti delle società europee possono influenzare i rappresentanti dei loro Stati in Parlamento europeo anche attraverso i governi nazionali o i loro commissari. Alcuni amministratori delegati, tra cui proprio Tim Cook di Apple e Sundar Pichai di Google, nel corso del tempo sono stati a Bruxelles per chiarire le loro posizioni direttamente con il commissario antitrust dell’Unione Europea, Margrethe Vestager. In questo contesto i competitors di Apple stanno lavorando per pubblicizzare i vantaggi delle loro attività in Europa. Google, ad esempio, intraprende campagne per sostenere iniziative legate al giornalismo digitale; Amazon, invece, promuove azioni per aiutare le piccole imprese europee a vendere i loro prodotti online.

Europa

Come ha riportato Reuters, dopo la stangata della Commissione Europea nei confronti di Apple (condannata a pagare 13 miliardi di euro – IVA esclusa – al governo irlandese per contributi fiscali non pagati) le grandi multinazionali americane dell’informatica stanno schierando i loro lobbisti nella capitale comunitaria. Obiettivo: respingere ogni futuro “assalto” da parte delle Istituzioni brussellesi, che secondo diverse indiscrezioni potrebbero “colpire” altre corporation con multe simili a quelle che hanno colpito la casa di Cupertino. In particolare, Google e Facebook sono tra le società che spendono più risorse in lobbying, secondo i dati del Transparency Register. Il valore delle risorse da loro investite per fare lobbying su dirigenti e vertici politici delle amministrazioni comunitarie è aumentato del 15/20% nel 2015 rispetto al 2014, anno nel quale la spesa in lobbying era già triplicata rispetto al 2013. L’analisi di Reuters rivela come Google nel 2015 ha speso in lobbying circa 4,25/4,5 milioni di euro, impiegando ben 14 lobbisti soprattutto per tentare di influire sulle politiche antitrust della commissaria Margrethe Vestager. Uno di loro ha dichiarato che “i politici europei si pongono molte domande su Google e sul mondo di internet in generale. Stiamo lavorando per rispondere ad ogni domanda, aiutando i decisori a comprendere le politiche aziendali e, dall’altro lato, ogni possibile azienda interessata a cogliere le opportunità che internet offre”. Forse non casualmente, un’analisi di Transparency International ha riportato tutti i dati relativi a Google proprio lo stesso giorno della notizia della multa ad Apple. Dal canto suo Apple non ha effettuato dichiarazioni sulla proprio strategia di lobbying in sede comunitaria. Da luglio, Cupertino ha assunto un nuovo government affairs manager per rappresentare le posizioni di Apple nei confronti dei decisori politici. La spesa in lobbying, in base alle dichiarazioni ufficiali, è molto più bassa rispetto a quella di Google: 800.000 – 900.000 euro, con soli 5 impiegati di cui solo la metà risulta impiegata a tempo pieno in attività di lobbying. Questo può essere uno degli elementi che permette di comprendere il fragore della notizia della multa e l’assenza apparente di adeguate contromisure in termini di comunicazione e piani strategici alternativi. Altre società che potrebbero essere colpite da sanzioni europee nei prossimi mesi sono quelle che si occupano di messaggistica: Facebook, che dopo l’acquisizione di Whatsapp è interessata alla riforma delle telecomunicazioni con particolare riferimento alla protezione dei dati, spende tra i 700.000 e gli 800.000 euro ma sta assumendo nuovi lobbisti in sede comunitaria. Sono infatti solo due i lobbisti dichiarati nel 2014, arrivati a 4 nel 2015 e in numero sempre crescente, proporzionale alla crescita del business della società. Il public policy manager di Google ha dichiarato che “da quando Facebook è diventato parte della vita giornaliera di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, gli stessi governanti hanno naturale interesse a confrontarci con noi e noi con loro”. Microsoft, che negli ultimi anni ha subìto diverse sconfitte legali dalla DG Competition, che ne ha scalfito la ventennale leadership di mercato, ha preferito non commentare sull’argomento. Amazon, che secondo molti è la prossima nel mirino delle istituzioni per un caso simile a quello Apple, ma riferito alla sede di Lussemburgo, allo stesso modo di Microsoft non ha commentato i dati che la vedono investire tra 1,5 e 1,75 milioni di euro in lobbying, impiegando 6 lobbisti. Uber, impegnata nel tentativo di liberalizzare il mercato dei taxi e dei trasporti in generale aprendolo al servizio via app, è cresciuta molto negli ultimi due anni arrivando a spendere tra i 400.000 e i 500.000 euro con la presenza di 3 lobbisti. Tra le non americane, invece, è Samsung (principale competitor di Apple sul mercato degli smartphone) la company più presente con una spesa di 2,5-2,75 milioni e una squadra di 9 lobbisti nella capitale belga. Daniel Freund di Transparency International ha commentato che per le imprese è necessario e produttivo investire nelle relazioni istituzionali, dal momento in cui le decisioni della Commissione necessitano di maggiori e migliori informazioni e contenuti tecnici. Questo ha portato a una crescita esponenziale della presenza di lobbisti nei palazzi brussellesi. Aggiungiamo noi, ha anche portato a una maggiore interdipendenza tra imprese e istituzioni, sempre più aperte alle informazioni fornite dagli esperti tecnici e legislativi provenienti dalle imprese.

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In Svizzera, la principale organizzazione dei professionisti delle relazioni istituzionali ha deciso di compiere un importante passo verso la trasparenza e l’etica del lavoro del lobbista. Come riporta Swissinfo.ch, la Società svizzera di public affairs (SSPA) ha escluso cinque membri che si rifiutavano di dichiarare correttamente il loro mandato. "La rappresentazione degli interessi deve essere fatta in maniera trasparente, solo così è possibile evitare la corruzione", afferma la SSPA in un comunicato odierno. L'obiettivo dichiarato è quello di creare un registro professionale per regolamentare l'accesso a Palazzo federale. L'auto dichiarazione è obbligatoria per tutti i membri. Nelle ultime settimane, il comitato della SSPA ha effettuato verifiche e ha chiesto a venti membri un aggiornamento dei dati e comunicato ad altri cinque l'esclusione. Il potere dei lobbisti sull'Amministrazione e sul Parlamento fa regolarmente discutere e la pressione per una maggiore trasparenza aumenta. Diverse iniziative parlamentari sul tema sono al momento discusse. Dal 2014 la SSPA ha un codice di comportamento e ha nominato una commissione deontologica. Lo scorso marzo l'ex preposto alla protezione dei dati Hanspeter Thür è stato nominato al vertice di questa commissione. Nello stesso mese l'organizzazione ha però anche rinviato di un anno la riforma del proprio regolamento, che mira ad ulteriore trasparenza. Per molti lobbisti è infatti difficile essere completamente trasparenti poiché lavorano per agenzie: queste invocano il segreto commerciale e la tutela dalla concorrenza. Le polemiche sulla trasparenza erano scattate in particolare dopo un caso avvenuto nel giugno 2013, quando la consigliera nazionale Christa Markwalder (PLR/BE) aveva depositato un'interpellanza sulle relazioni tra la Svizzera e il Kazakistan - su incarico dell'agenzia di pubbliche relazioni Buson Marsteller - nella quale poneva al Consiglio federale diverse domande sul proseguimento dei rapporti tra i due Paesi. Non sarebbe però stata lei a redigere il testo dell'atto parlamentare, ma la lobbista Marie-Louise Baumann. Questa agiva su incarico del partito kazako Ak Schol, che si dice di opposizione, ma in realtà è vicino al regime. La deputata, dopo aver salvato la propria immunità parlamentare, è anche sfuggita a un'eventuale sanzione disciplinare. Attualmente è presidente del Consiglio nazionale.

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(di Gaetano Gatì) La Francia, al momento colpita dalle dure contestazioni contro la vessata riforma sul lavoro, è sede di discussione attiva in Parlamento non solo sulle attività dei privati ma anche sul loro interfacciarsi con il pubblico, regolando una grossa fetta di democrazia, l’attività di lobbying. Settore che merita di essere regolato sino ai minimi particolari cercando di evitare che sfoci in pratiche poco limpide e illegali. Lo scorso 26 maggio la Commission des Lois dell’Assemblea Nazionale francese (omologo delle nostre Commissioni Affari Costituzionali) ha modificato largamente l’art. 13 del “ddl Sapin II”, che si concentra sulla lotta per la trasparenza e contro la corruzione del processo decisionale pubblico. In circa tre ore di dibattito, e con l’approvazione di 89 emendamenti, si è arrivati a una svolta nella discussione del ddl: in particolare, è stata proposta la creazione di un nuovo registro nazionale dei rappresentanti di interesse.In più, ciò che in Italia è spesso demandato alla stampa (con risultati soprattutto negativi), in Francia viene fatto dal parlamento: dare una definizione di lobbista, in primis. Inoltre l’Assemblée Nationale, che già aveva dato una definizione del mestiere, sta andando a creare anche un registro dove possono essere inserite le figure che effettuano attività di lobbying e public affairs. Una delle maggiori preoccupazioni emerse durante la discussione, condotta dal relatore del Partito Socialista Sébastien Denaja, è stata quella di approvare “un testo di sinistra”.L’attività parlamentare si è particolarmente concentrata sull’art. 13 del “progetto di legge Sapin”; all’interno del progetto sono presenti anche altre norme che regolano la protezione delle c.d. whistleblower (ndr gola profonda - dall’informatore dello scandalo Watergate – coloro i quali sono artefici di fuga di informazioni soprattutto per quanto riguarda illeciti commessi nelle P.A. o nei palazzi del potere, es. Julian Assange) e ovviamente la disciplina dell’attività di lobbying.Partendo da un inizio poco convincente, la regolamentazione del registro dei lobbisti è stata partorita dalla Commissione parlamentare con significativi progressi tanto che è stata accolta con favore anche dalla ONG Trasparency International.Novità legislative  Migliorata la definizione di lobbista: cercando di escludere i cittadini comuni che non fanno questo tipo di attività. Sono inclusi però i corpi industriali pubblici, le camere consiliari locali e le persone giuridiche oltre che le ong patronali e le associazioni culturali.Viene fatto l’obbligo ai lobbisti che desiderano avere appuntamenti con ministri, membri del governo, funzionari e parlamenti compresi anche i dipendenti parlamenti di essere registrati a suddetto registro.Sono soggetti a obbligo di registrazione anche i lobbisti che hanno incontri con i funzionari locali.I lobbisti dovranno indicare i nomi dei loro clienti, le fonti e i documenti che producono in modo tale da evitare gli studi falsi o le documentazioni create ad hoc per questo o quello studio di settoreI lobbisti dovranno anche dare un resoconto sulle loro attività e spere all’autorità sulla trasparenza della vita pubblica (HATPV)Non c’è norma senza sanzioneQualora non venissero rispettate queste disposizioni, si incorrerà a una multa che rispetto al passato avrà un massimo importo da 30.000 ai 50.000 euro, e verranno cancellati dal registro i recidivi.L’opposizione però non ha mancato di segnalare, attraverso il portavoce Olivier Marleix, che questi obblighi riguardano solamente i lobbisti. Lo stesso deputato ha infatti chiesto regole chiari e stringenti anche per i decisori pubblici. A risposta di ciò, la presidenza ha affermato che il presidente dell’Assemblea o del Senato possono ricorrere all’HATPV per segnalare violazioni. Un po’ poco rispetto agli obblighi da rispettare dall’altra parte della barricata. 

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L'esecutivo proprio oggi adotta nuove norme sui criteriCome riporta Il Sole 24 Ore Radiocor, l'Ombudswoman europea Emily O'Reilly ha aperto un'inchiesta "strategica" sul modo in cui la Commissione europea gestisce la valutazione dei conflitti di interesse dei suoi 40 "consiglieri speciali". "L'inchiesta riguardera' il sistema dei consiglieri speciali non i singoli individui: molti di loro hanno accesso diretto ai commissari sono part-time, altri non sono pagati e alcuni sono in pensione, molti lavorano nel settore privato", ha indicato l'Ombudswoman. Guarda caso proprio oggi, la Commissione Ue ha adottato nuove norme sulle modalita' di selezione dei gruppi di esperti a carattere consultivo che forniscono competenze esterne per contribuire al processo di elaborazione delle politiche comunitari.LEGGI: Lobbying nell'Unione Europea, nuove regole per i "gruppi di esperti" L'Ombudswoman ha avvisato dell'apertura dell'inchiesta il presidente Juncker con una lettera. O'Reilly propone anche alla Commissione di creare una piattaforma centrale per la trasparenza per le istituzioni Ue, gli organismi, i dipartimenti e le agenzie. Secondo lei il registro di trasparenza per i lobbysti dovrebbe essere esteso anche al Consiglio. L'obiettivo e' avere una continua informazione aggiornata sulle organizzazioni che cercano "di influenza i policy-makers: il registro dovrebbe rivelare non solo quanti soldi si spendono per l'attivita' di lobbying ma anche i dettagli sugli esperti, sulle organizzazioni, su 'chi incontra chi'"Nel rapporto 2015 sulla trasparenza nell'amministrazione comunitaria, l'Ombudswoman aveva indicato che le preoccupazioni riguardavano il 22,4% dei casi trattati dal suo ufficioO'Reilly ha ricevuto diverse denunce sui consiglieri speciali della Commissione. Juncker ha 4 consiglieri, piu' di qualsiasi altro membro dell'esecutivo comunitario. L'Ombudswoman ha indicato di aver rilevato una cattiva gestione dell'assunzione Edmund Stoiber, importante uomo politico conservatore tedesco, della Cdu, per anni presidente del Land della Baviera, ora in pensione, che ha lavorato presso la Commissione come consigliere fino al 2014. La Commissione pubblico' un comunicato stampa annunciando l'assunzione di Stoiber tre mesi prima che fosse stata formalmente effettuata. Stoiber in ogni caso non veniva pagato, pero' nello stesso periodo faceva parte del board del gruppo assicurativo Nurnberger Versicherungsgruppe.LEGGI: Lobby e tabacco, è scontro in Europa La stretta della O'Reilly parte da lontano. Nelle scorse settimane è stata infatti protagonista di uno scontro con l'industria del tabacco, esclusa da una conferenza sulla trasparenza delle lobby di settore per via di un'interpretazione restrittiva di una norma internazionale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Anche in precedenza, la stessa istituzione aveva rivolto a Parlamento e Commissioni diversi inviti per un cambiamento in senso restrittivo nella normativa sulla trasparenza dei gruppi di pressione. 

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