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(Francesco Angelone) Seppur nato da un progetto del Ministero della Difesa Usa, internet – da quando è diventato di ampio accesso – è sempre stato considerato un baluardo della democrazia, un luogo dove non esistono caste e tutti sono in qualche modo uguali. Corollario di questo principio, oltre che sua pratica applicazione, è la net neutrality: tutto il traffico su Internet deve essere trattato allo stesso modo, senza corsie preferenziali. Da diverso tempo, ormai, negli Usa si parlava di una possibile rivisitazione di questo principio, permettendo alle società che forniscono le connessioni online (i cosiddetti provider) di trattare in modo diverso i contenuti che circolano sulle loro reti e, conseguentemente, proporre offerte commerciali differenziate per il servizio prestato. Ora tutto questo è realtà. Giovedì 14 dicembre la Federal Communications Commission (FCC), agenzia governativa che ha il compito di vigilare sulle comunicazioni, ha votato (3 a 2) per porre fine alla net neutrality. L’agenzia è composta da 5 membri, 3 repubblicani (i favorevoli) e 2 democratici (i contrari) e il suo presidente, Ajit Pai, è stato nominato da Trump. Il piano approvato dalla FCC centra l’obiettivo di rimuovere i vincoli normativi posti durante l’amministrazione Obama e ‘ristabilire la libertà su internet’. Ma la libertà di chi? Chi sostiene la bontà di questa decisione, infatti, crede che la rete fino al 2015 (quando la FCC di colore politico opposto intervenne a garantire la neutralità) non avesse problemi di alcun tipo circa la disparità di trattamento dei siti e dei servizi. Chi vi si oppone, invece, pare chiedersi soprattutto la libertà di chi questa decisione dell’agenzia federale vada a tutelare. Secondo questi, i provider - ovvero colossi industriali del calibro di AT&T, Verizon e Comcast - potranno controllare il traffico online e condizionare i loro clienti privilegiando alcuni contenuti su altri. Come se non bastasse, negli Usa alcuni di questi fornitori di accesso a internet sono anche distributori di contenuti. Si pone, così, il problema di un potenziale conflitto di interessi, materia sulla quale dovrà esprimersi un’altra agenzia federale, la Federal Trade Commission. Contrappeso di questa liberalizzazione del sistema sarà la trasparenza che la FCC richiederà ai provider per tutelare i consumatori e permettere agli operatori più piccoli di aver accesso ad informazioni che possano promuovere l’innovazione delle infrastrutture di cui dispongono. Ma anche sull’effettivo e corretto funzionamento di questo meccanismo permangono dei dubbi. E così per le conseguenze di questa decisione. Per i sostenitori della neutralità della rete, è stata proprio la parità nel trattamento dei contenuti a favorire il successo di Internet, la trasformazione di alcune imprese in colossi globali e allo stesso tempo a garantire la sopravvivenza dei ‘pesci più piccoli’. In qualche modo, quindi, il piano della FCC ucciderebbe la rete delle reti. Gli altri, tra cui lo stesso Pai, sostengono che le nuove regole consentiranno agli ISP (Internet Service Provider) di aumentare i ricavi, in modo da potere investire per rafforzare le reti e offrire servizi migliori ai clienti, anche nelle aree geografiche dove si guadagna meno. La risoluzione dell’agenzia sulle comunicazioni arriva al termine di una quasi estenuante attività di pressione che entrambe le parti hanno condotto. Secondo il Center for Responsive Politics, organizzazione attentissima a queste questioni, negli ultimi dodici mesi la FCC ha ricevuto un totale di circa cento report sul tema. Imprese di telecomunicazioni, associazioni di categoria e gruppi di advocacy contrari alla neutralità della rete secondo queste stime hanno affrontato una spesa totale di circa 110 milioni di dollari. Inferiore, pari a circa 39 milioni di dollari, la spesa di coloro che hanno fatto pressione per mantenere in vigore le regole fissate nel 2015. Tra questi, imprese del settore tech e i colossi Amazon, Facebook e Twitter. Un flusso di denaro, quello elargito da entrambe le fazioni, che ha preso la direzione sia dei democratici che dei repubblicani. 495 su 535 sono, infatti, i membri del Congresso che hanno ricevuto fondi da questi gruppi, a dimostrazione di quanto il tema sia tenuto in considerazione tanto dagli operatori del settore che dai policy-maker. Una curiosità: Ajit Pai, presidente della FCC, in precedenza ha lavorato per Verizon. Altra curiosità: una delle organizzazioni più attive contro la net neutrality è stata la no-profit American Commitment, che ha svolto un lavoro capillare per creare consenso sui social network e che ha beneficiato di fondi a gruppi di decine di migliaia di dollari da donatori perlopiù sconosciuti (essendo questo permesso dal suo particolare status giuridico). Il presidente di questa no-profit, Phil Kerpen, presiede la Internet Freedom Coalition, una federazione al cui interno siedono diverse associazioni di cui sono membri Verizon, Comcast, Sprint e AT&T. E al di qua dell’oceano? Come ha riportato La Stampa, la presidente della Camera Laura Boldrini, tra le principali sostenitrici della Dichiarazione dei Diritti di Internet nel 2015, ha definito l’abolizione della net neutrality negli Stati Uniti come un fatto «grave», ricordando come non sia democratico privilegiare certi contenuti rispetto ad altri, discriminando e aumentando sensibilmente i costi per i consumatori. In Europa, il Parlamento ha invece votato un regolamento sulle telecomunicazioni che, oltre ad avere eliminato il roaming per la telefonia mobile nei Paesi dell’Unione, ha anche previsto più garanzie per la neutralità della rete. Con buona pace delle lobby degli operatori. Che sia questa “the next big thing” di cui discutere in un negoziato tra USA e UE per regole comuni sulla net neutrality?

Europa

Il 20 dicembre al Centro Studi Americani si svolgerà l’incontro con Patrick Costello, direttore del Council on Foreign Relations, Washington External Affairs, dal titolo “Think Tank e policy making, Il modello americano e l’esperienza italiana”. L’evento (qui il link con tutte le info) organizzato da Formiche, Centro Studi Americani e dall’Unità Affari Istituzionali Italia di Enel Group sarà un’occasione di confronto con rappresentanti istituzionali, aziende, associazioni, comunicatori e professionisti del public affairs, sul ruolo dei Think Tank e delle terze parti nello studio e promozione di policy pubbliche. L’esperienza del keynote speaker Patrick Costello, Director of Washington External Affairs del Council on Foreign Relations, tra i più autorevoli Think Tank americani, sarà un utile valore aggiunto per comprendere il ruolo dei “pensatoi” nell’analisi di soluzioni tecniche e politiche da mettere a disposizione per le istituzioni. Ma cosa fa un think tank, e quali sono i think tank italiani? Una recente e completa analisi di Open Polis, “Cogito ergo sum” (qui il link), ha raccolto e raccontato l’azione di più di 100 strutture che creano network e sviluppano argomentazioni su temi specifici. Ognuno di essi è legato ad un particolare polo di potere economico o a una personalità politica. I think tank, di cui Formiche è un attivo rappresentante, rispondono all’esigenza sempre più comune di trovare una “casa” alle idee politiche, sempre più compresse tra forme di rappresentanza meno tradizionale e avvento della veloce comunicazione social. Fondazioni, associazioni, libere riunioni di menti e strumenti sono strutture ormai fondamentali per mettere a punto una corretta e inclusiva strategia di lobbying e advocacy da parte dei diversi attori economici. Ai grandi gruppi industriali di ogni settore non basta più essere membri di associazioni di categoria (Confindustria, Confcommercio) o avere una struttura radicata sul territorio per creare una base di consenso. Sempre più i temi tecnici e politici portati al tavolo della discussione con le istituzioni sono suffragati da autorevoli studi di “pensatoi” che rappresentano un orientamento politico e hanno come peculiarità quello di dare un parere “terzo” ad una opinione, coinvolgendo tutti gli attori interessati al tema trattato. L’esperienza americana, raccontata da Patrick Costello, sarà utile a far comprendere che i think tank sono ormai lo strumento fondamentale del lobbista (ma anche, e sempre più spesso, del politico) che, con le parole del prof. Mattia Diletti, “cerca di fare egemonia sul tema, convincendo sulla base di dati e ricerche. Il think tank crea il clima culturale affinché una proposta di modifica legislativa sia possibile”. La natura del think tank in Italia è però diversa da quella anglosassone, perché diversa è la base culturale dei due contesti, e soprattutto è differente la modalità di presa decisionale. Negli USA, ad esempio, nascono insieme all’idea stessa di lobby (per approfondire, un articolo sul NY Times). Ma in Italia si sta evolvendo anche questo aspetto, con il nuovo concetto di “Action tank” che (lo aveva spiegato bene Gianluca Comin nella rubrica Spin Doctor su Lettera43) coinvolge ancor più direttamente le imprese nell’esigenza di raccogliere idee di policy e di trasformarle in azioni concrete.

Italia

(Giacomo Alessandrini) Lo scorso 15  novembre, in aula a Montecitorio, è stato dato il sì definitivo all’approvazione della legge sul whistleblowing. Ma cosa si cela dietro questo termine inglese sconosciuto ai più fino a due settimane fa? Il whistleblower (da cui, appunto, l’attività di whistleblowing) è colui che denuncia pubblicamente, da insider, condotte illecite o fraudolente all’interno di un’organizzazione pubblica o privata. Negli Stati Uniti, il lavoratore che trova il coraggio di denunciare attività illecite condotte all’interno del proprio luogo di lavoro, non solo viene tutelato, ma anche indennizzato, in quanto il primo beneficiario di tali denunce è proprio lo Stato, che rimpingua le proprie casse smascherando attività di corruzione presenti nella pubblica amministrazione. In Europa, e in particolar modo in Italia, spesso, purtroppo, succede il contrario. Molte volte è accaduto che il whistleblower sia stato mobbizzato o addirittura licenziato per la sua azione di denuncia. Eppure i dati della Commissione Europea parlano chiaro: il whistleblowing può addirittura portare ad un ritorno, in termini monetari, di circa 50 miliardi di euro. Anche l’Italia, con anni di ritardo, si è mossa per recuperare il gap non solo con gli Stati Uniti, ma anche con il resto d’Europa (perfino la Romania si era dotata di una legge sul whistleblowing prima di noi). La legge porta la firma dell’On. Francesca Businarolo, deputata del Movimento5Stelle che aveva avanzato la proposta già nel 2013.  Dopo 4 anni di lavoro, con 357 voti favorevoli sui 418 presenti (con 46 contrari e 15 astenuti) la Camera ha approvato il testo. L’approvazione della legge sul whistleblowing è importante per una duplice ragione. Innanzitutto, perché tutela chi segnala attività illecite o fraudolente (proteggendo l’identità del whistleblower). Inoltre, perché costituisce un fattore importante per risalire la classifica stilata dall’associazione Trasparency International Italia (di cui avevo parlato nel precedente articolo), che vede come fanalino di coda il nostro Paese per quanto riguarda l’anticorruzione.

Italia

(Federico Bergna) Il 20 novembre Il Consiglio Affari Generali dell’Unione Europea ha votato l’assegnazione di due delle principali agenzie indipendenti, la European medicines agency (EMA) e la European banking authority (EBA). La vicenda ha destato molto interesse in Italia per la candidatura forte di Milano alla prima agenzia e ancor più per il metodo di votazione, che ha visto la vittoria di Amsterdam sul capoluogo lombardo tramite un sorteggio, dopo che le due città erano uscite a pari punti dal terzo turno –decisiva l’astensione slovacca. Nel dibattito pubblico si è parlato molto del risultato dettato dalla sorte ma poco del metodo alla base della candidatura. Milano ha presentato il dossier ritenuto più solido e per questo favorito fino all’ultimo, puntando su carte vincenti come la sede del grattacielo Pirelli, il respiro europeo cittadino, la presenza di centri d’eccellenza in materia di ricerca, università e innovazione, la rete di infrastrutture e trasporti, il successo di Expo2015 e le potenzialità future di sviluppo. La solidità della proposta non è stata sufficiente per ottenere un risultato dal contenuto fortemente politico. L’azione di lobbying sui governi non ha dato i suoi frutti e, indipendentemente dal sorteggio, è stata fallimentare se 13 stati si sono rivelati contrari alla città nella votazione decisiva. È parsa evidente, anche su questo tema, la divisione dei 27 paesi europei in tre blocchi, nord Europa, paesi mediterranei ed est. Mentre Amsterdam ha investito la sua attività di pressione principalmente sui paesi del nord (con la sola defezione della Svezia), l’Italia ha rifiutato questa logica, puntando a una maggioranza trasversale e geograficamente più larga. Il risultato è stato il voto poco coeso del sud Europa -emblematico il voto contrario della Spagna- e la sconfitta di Milano in una partita nella quale prevalevano ragioni politiche totalmente estranee al merito della discussione, come dimostra la rapida esclusione della favorita Francoforte nelle votazioni per l’autorità bancaria. La sconfitta non cancella la positività di un modello curioso e inedito di lobbying sviluppato durante l’esperienza, replicabile in futuro su altri tavoli ed esempio positivo – e culturalmente rilevante - di attività di pressione volta allo sviluppo del Paese, nel pieno perseguimento dell’interesse generale, superando la tradizionale ostilità verso ogni forma di lobbying che pervade il Paese. In primo luogo si è assistito a una inusuale coalition building tra due attori istituzionali, Comune di Milano e Regione Lombardia, quasi sempre contrapposti su ogni tematica e alla costante ricerca di protagonismo. Il presidente Maroni, il sindaco Sala e i componenti delle rispettive giunte si sono spesi con determinazione in ogni sede fino all’ultimo, per presentare una proposta solida e cercare di ottenere un risultato importante allo sviluppo cittadino e della nazione. Superando le diffidenze reciproche e le divisioni politiche sono riusciti a unirsi e creare una governance verso un obiettivo condiviso. Alle istituzioni si sono affiancate nella coalizione Confindustria, Assolombarda e la Camera di commercio di Milano, Monza Brianza e Lodi, con una intensa attività di promozione della candidatura nel mondo industriale europeo, nelle associazioni omologhe, fino all’invito a Milano di 45 consoli degli Stati partner. Diana Bracco ha svolto il ruolo di rappresentante del mondo industriale nella promozione di Ema Milano. Nella partita, minore sembra essere stato l’attivismo del Governo sugli altri governi, nonostante la dinamicità del sottosegretario per gli Affari Europei Gozi e del consigliere del premier per la promozione dell’Ema Moavero Milanesi. A differenza degli altri Paesi candidati, che hanno visto un ruolo di primo piano dei Primi ministri, in Italia non è stata svolta una sufficiente attività di pressione e negoziazione ai massimi livelli, cruciale in una competizione rivelatasi del tutto politica più che tecnica e promozionale. Dopo la delusione occorrerebbe analizzare nei dettagli una vicenda che potrebbe rappresentare un caso studio e modello vincente, superandone alcune inefficienze, per l’attività di lobbying istituzionale e la capacità di fare sistema in negoziati complessi.

Europa

(Gabriele Giuliani) La transparenza nelle relazioni è più utile che la legge sul lobby, dicono i professionisti dell’area. Il Congresso Nazionale brasiliano deve approvare una legge per regolamentare l’attività delle relazioni istituzionali (lobbying). Ma deve fare molta attenzione per non trasformare la professione in una nuova corporazione. La cosa più importante, secondo i professionisti del settore, è garantire la trasparenza fra lo Stato ed il settore privato. A dicembre 2016, la Commissione della Costituzione e giustizia della Camera ha approvato la terza versione di un progetto che regolamenta la professione del lobbista. Il progetto è stato inviato alla Plenaria, ma fino ad oggi mai discusso. Per i lobbisti che hanno partecipato al dibattito promosso dall’associazone IRELGOV lo scorso 9 novembre, più importante della legge sarebbe garantire all'opinione pubblica l’accesso alle informazioni. “Tutti i cittadini devono sapere chi ha incontrato il decisore pubbico e perchè”, ha commentato Christian Lohbauer, direttore relazioni istituzionali della Bayer in Brasile. L’incontro è avvenuto nella sede del prestigioso studio legale Tozzini Freire a San Paolo. “Sono a favore della regolamentazione. Ma ho paura che crei una nuova corporazione” ripete Lohbauer. Per la responsabile delle relazioni istituzionali della banca Itaù, Luciana Nicolo, il miglior viatico sarebbe “ una legge semplice, senza preoccuparsi con tesserini. Se il processo legislativo limita spazi, allontana ancora di più la società dal dibattito pubblico”, ha detto. Per la direttrice relazioni istituzionali della Nestlè Brasile, Helga Meuser, bisogna fare attenzione a non complicare ciò che è già complesso. “Deve esserci una regolamentazione, ma aumentare la complessità e isolando il pubblico non favorisce il dialogo, che è il nostro maggior strumento di lavoro”. Il presidente del IRELGOV, Erik Camarano, vice presidente relazioni istituzionali della General Eletric per l’America Latina, era dello stesso avviso. Recentemente ha organizzato un corso per gli associati IRELGOV a Bruxelles. Per prendere spunto dalla regolamentazione dell’Unione Europea, che si è occupata di lobbying in maniera più avanzata e matura.

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