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Giovanni Gatto

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I miei ultimi articoli
Un luogo di raccolta per lobbisti e deputati, trasparenza, partecipazione: questi i principali punti della proposta di regolamento sull’accesso dei lobbisti a Montecitorio, di cui Lobbying Italia ha preso visione. Qualcosa in più di un primo passo? Il “regolamento-Pisicchio” non è rimasto lettera morta. Su impulso della vice-presidente della Camera dei Deputati Marina Sereni (PD), che da almeno due anni sponsorizza l’idea di una regolamentazione del lobbying a piccoli passi, l’Ufficio di Presidenza della Camera dei Deputati esaminerà una Proposta di deliberazione dell’Ufficio di Presidenza sull’attività di rappresentanza di interessi nelle sedi della Camera dei Deputati, di cui Lobbying Italia ha preso visione. Si tratta dell’attuazione della regolamentazione (sempre riservata ai lavori della Camera) approvata lo scorso 26 aprile 2016 presso la Giunta per il Regolamento, a cura dell’onorevole Pino Pisicchio (Gruppo Misto). C’è tempo fino a giovedì 26 gennaio per la presentazione di emendamenti al testo, che dovrebbe essere esaminato a partire da inizio febbraio. Definizioni: lobbying e portatori di interessi In 7 articoli, viene delineata una serie di norme e regole nei confronti dei portatori di interessi particolari e di deputati e funzionari della Camera dei Deputati. La proposta dell’UdP dà attuazione al Registro dei rappresentanti di interessi previsto dalla regolamentazione Pisicchio, a cura del Collegio dei Questori (che già è l’organismo incaricato del controllo degli accessi ai locali di Montecitorio – elenco finora non pubblico). È contenuta anche una definizione dell’attività di lobbying, o rappresentanza di interessi: “ogni attività svolta nelle sedi della Camera dei deputati professionalmente dai soggetti di cui alla Regolamentazione attraverso proposte, richieste, suggerimenti, studi, ricerche, analisi e qualsiasi altra iniziativa o comunicazione orale e scritta, intesa a perseguire interessi leciti propri o di terzi nei confronti dei membri della Camera dei deputati. Non costituiscono attività di rappresentanza di interessi le dichiarazioni rese e il materiale depositato nel corso di audizioni dinanzi alle Commissioni e ai Comitati parlamentari”. Il Registro: per tanti ma non per tutti Importante la lista dei soggetti tenuti a iscriversi al Registro, che comprende: organizzazioni sindacali e datoriali organizzazioni non governative imprese gruppi di imprese aziende soggetti specializzati nella rappresentanza professionale di interessi di terzi associazioni professionali associazioni di categoria o di tutela di interessi diffusi associazioni di consumatori nonché ogni altro soggetto che intenda svolgere l'attività di lobbying. Interessante la previsione secondo cui la medesima disciplina si applica anche ai parlamentari cessati dal mandato ove intendano svolgere attività di rappresentanza di interessi. Rimangono ancora esclusi dalla regolamentazione molti soggetti: amministrazioni di organi costituzionali o di rilevanza costituzionale amministrazioni pubbliche autorità di regolazione e garanzia organizzazioni internazionali e sovranazionali agenti diplomatici e funzionari consolari partiti e movimenti politici confessioni religiose. I soggetti dovranno registrarsi online sul sito della Camera, fornendo una serie di dati comparabili a quelli forniti al MISE per la registrazione dei portatori di interesse. L’iscrizione va confermata ogni anno, pena cancellazione. Unica eccezione le organizzazioni sindacali e datoriali che hanno sottoscritto contratti collettivi nazionali di lavoro, la cui registrazione – qualora effettuata – ha la stessa durata della legislatura. Accesso ai locali della Camera: la lobby per i lobbisti Entro 30 giorni dall’iscrizione, ogni lobbista iscritto ha diritto ad un tesserino d’ingresso di durata annuale. Presente una regola per scongiurare le revolving doors: non possono esservi iscritti soggetti che hanno ricoperto negli ultimi dodici mesi cariche di governo né svolto il mandato parlamentare. Per le persone non fisiche iscritte (in pratica, società e altre organizzazioni) saranno disponibili al massimo due tesserini: una regola che sembra non prendere in considerazione le dinamiche interne ad alcuni tipi di soggetti (ad esempio, società di consulenza, associazioni o aziende dotate di un ufficio relazioni istituzionali numeroso) che impiegano più persone nell’attività di rappresentanza di interessi. Per rappresentanti di organizzazioni sindacati e datoriali sono disponibili 4 tesserini. Eventuali tesserini permanenti attualmente a disposizione (come quelli destinati alle società ex pubbliche) cessano di avere validità decorsi 30 giorni dall’entrata in vigore del nuovo regolamento. “Divieto di sosta” per i lobbisti negli spazi antistanti le commissioni e le altre aule parlamentari. Per loro è prevista una stanza ad hoc, dotata di infrastrutture informatiche che consentano di seguire i lavori parlamentari. Anche qui vi sono delle limitazioni: il Collegio dei Questori, in via sperimentale, si riserva di mantenere disponibile la stanza solo per provvedimenti di particolare rilievo. La Trasparenza: relazione annuale e sanzioni Il 31 gennaio di ogni anno i soggetti registrati devono – tassativamente, pena esclusione dalla registrazione per 5 anni - presentare all’UdP una relazione annuale relativa all’attività di rappresentanza di interessi svolta nell’anno precedente. Ogni relazione è pubblicata sul sito internet della Camera. La violazione degli obblighi posti dal regolamento comporta, a seconda dei casi, sospensione o cancellazione dal Registro. Il soggetto registrato può essere messo sotto indagine su richiesta di deputati o funzionari della Camera. Pro e contro Non si tratta di una rivoluzione, tuttavia è un passo in avanti, dopo quelli compiuti con il registro del MIPAAF (poi bloccato) e del MISE, per un riconoscimento della professione e professionalità dei lobbisti a livello nazionale. La normativa, che necessiterà sicuramente di un rodaggio di qualche mese prima di entrare a regime, mira a far emergere i professionisti dei public affairs e fare ulteriore chiarezza sul ruolo dei lobbisti nell’ordinamento. Restano però alcuni punti critici, tra cui le modalità di accesso, gli incentivi alla registrazione, gli elementi da riportare nella relazione annuale. Di certo, manca ancora una regolamentazione nazionale, organica e smart del fenomeno. La proliferazione di normative settoriali rischia di creare disomogeneità tra ordinamenti: si pensi ad esempio che il Senato, con le stesse funzioni e poteri della Camera, non ha adottato né ha in programma di adottare alcuna regolamentazione simile. Lo stesso può dirsi a livello ministeriale (solo il MISE ha un registro della trasparenza) o riguardo a ordinamenti locali (gli ultimi quelli regionali della Lombardia, della Puglia o del Comune di Milano). Il problema riguarda l’adozione di standard differenti, che creano regole di comportamento e prassi istituzionali diverse, con conseguente spaesamento per operatori del settore e stakeholder decisionali. Tra i dossier aperti del nuovo Ministro per i Rapporti con il Parlamento, Anna Finocchiaro, potrebbe quindi tornare quello sulla regolamentazione nazionale del lobbying, tema da lei affrontato nel corso degli ultimi mesi di presidenza della commissione Affari Costituzionali del Senato, dove il ddl Lobby è “incagliato” in attesa di sviluppi, con un testo ormai desueto (è stato presentato nel giugno 2014 e la discussione è ferma dal giugno 2016).

Italia

Il terremoto Trump sta colpendo anche K Street, la casa del lobbying a Washington. E mentre il Presidente eletto forma la propria squadra di governo pescando qua e là tra lobbisti in-house a grandi gruppi e società di public affairs, le pedine si schierano sulla grande scacchiera delle lobby a seconda delle decisioni del futuro team repubblicano alla Casa Bianca. In campagna elettorale Trump è stato molto duro nei confronti dei lobbisti, e uno dei punti programmatici della candidatura era “prosciugare la palude”, ossia il mondo dei rapporti tra imprese private e decisori pubblici con la mediazione dei lobbisti. Ma le contromosse del settore sono arrivate. Innanzitutto, si ha davanti una situazione del tutto nuova per la politica americana. I repubblicani infatti sono pronti ad avere il controllo della Casa Bianca, della Camera, del Senato e della maggioranza della Corte Costituzionale, situazione senza precedenti nella storia recente americana, di potere quasi incontrastato. In una tale situazione varierà lo scenario dei conflitti interni alle istituzioni federali, in stallo durante la compresenza di Democratici e Repubblicani al comando delle istituzioni apicali. Torneranno in discussione, secondo un’analisi del Wall Street Journal, sanità, tassazione, infrastrutture e sistema bancario. In pratica, potrà essere rivoluzionata l’opera di Obama. Tutto a vantaggio delle lobby, che potranno esprimere il loro potenziale di fuoco e intessere nuove reti di relazione, riscrivendo le precedenti eredità dell’amministrazione Obama. Saranno quindi necessari nuovi investimenti in lobbying. Ma non è una novità: anche in passato, il primo anno di una nuova presidenza americana è coinciso con un boom nelle spese in attività di lobbying da parte di imprese, associazioni e società civile. Nel 2009, primo anno di presidenza Obama, sono stati spesi 556 milioni di $ per lobbying nel settore sanitario (+ 66 mln rispetto al 2008) e 473 milioni di $ per il settore finanziario e edilizio (+ 17 mln). E secondo voci interne a Washington, “le lobby stanno passando dalla difesa all’attacco”. La conseguenza del cambiamento di passo della presidenza Trump rispetto alle leggi di Obama favorirà quindi l’opera di lobbisti esperti, che dovranno tradurre in senso politico e legislativo gli interessi di business delle aziende. E molti lobbisti si stanno riposizionando. Società di lobbying, ma anche grandi corporations, che fino ad oggi si erano affidate a ex collaboratori di senatori o rappresentanti Dem, stanno virando verso lobbisti provenienti dall’area GOP. Nasceranno nuove alleanze, e altri rapporti finiranno con la fine del governo democratico. Ci saranno rimpasti all’interno delle commissioni del Congresso, con nomine meno bipartisan e più spiccatamente “trumpiane”. Ma è proprio il nuovo Presidente la vera incognita per i lobbisti americani. Si sarà di fronte ad una figura nuova, un imprenditore che ha fatto del populismo il carattere vincente della propria campagna elettorale – e della propria intera vita, se vogliamo – e ha promesso riforme e azioni molto radicali e coraggiose, molte delle quali già mitigate o disattese. In questo contesto, il lobbista rischia di trovarsi in difficoltà in quanto poco esperto nel prevedere le nuove mosse di Trump. Allo stesso tempo, però, le imprese dovranno necessariamente affidare alla flessibilità e multilateralità del lobbista la rappresentanza dei loro interessi. Sempre il WSJ riporta un dato interessante: anche Obama nel 2008 mise al centro del mirino la “palude lobbistica”,  e le registrazioni di lobbisti, aumentate tra il 2008 e il 2009, subirono un costante calo fino al 2016. Anche oggi Trump ha previsto regole etiche molto stringenti per il proprio team di transizione. Ciononostante – e qui la reliability di Trump è stata messa in discussione – il nuovo Presidente si è avvalso di professionisti del settore, giustificandone l’assunzione grazie alla loro competenza negli affari istituzionali e legislativi. Salvo doverli rimuovere qualche giorno dopo, su decisione di Mike Pence. Lo stesso Pence che, secondo Politico Influence, ha ricevuto più volte consigli dal lobbista Bill Smith, assunto dalla Fidelis Government Relations. Smith, ex capo dello staff di Pence al Senato e stretto collaboratore anche al governo dell’Indiana dell’attuale vicepresidente eletto, sarà il lobbista di punta per una società che rappresenta gli interesse di una delle maggiori associazioni ebraiche d’America, di Microsoft, della Natural Products Association e della Professional Bail Agents of the United States. E ha dichiarato: “Non vedo un conflitto in ciò che faccio. Non vedo mancanza di integrità in una persona che usa la propria esperienza per aiutare i clienti”. Un tipico ragionamento americano, che difficilmente ritroveremmo in Italia. Dove la “caccia al lobbista” è ancora uno sport in voga.

World

(di Paolo Pugliese) Nel mondo dell'informazione mainstream le parole “lobbista” e “lobby” sono spesso visti come sinonimi di corruzione, scarsa trasparenza e nessun riguardo per null'altro che la crescita dell'azienda a cui si è collegati o del proprio conto in banca. Ma il lobbista non è sempre ed esclusivamente legato ad interessi economici. Sono nati negli Stati Uniti, nell’Unione Europea e in Italia alcuni esperimenti di “lobby (o forse, più propriamente, advocacy) dei cittadini”, il cui fattore comune è la rappresentazione di interessi generali della comunità di cittadini. Parliamo di iLobby, società operante negli Stati Uniti, l’associazione The Good Lobby con sede a Bruxelles e la nostrana Riparte il Futuro. iLobby, grassroots lobbying 2.0 Nell'ambito del sistema politico americano, in cui le grandi imprese hanno un enorme peso nel processo legislativo, iLobby si rivolge al pubblico di massa, permettendo a chiunque di fornire il proprio contributo alla modifica e al miglioramento del corpus normativo. Il grassroots lobbying, diversamente dall'attività di lobby tradizionale-diretta in cui il consulente si interfaccia personalmente con i decisori, si propone di influenzare indirettamente il dibattito parlamentare, accrescendo la consapevolezza del pubblico di massa relativamente ad un tema e invitando i cittadini a riportare la propria opinione agli organi decisionali attraverso il tramite dei rappresentanti di interessi e di personaggi pubblici. Queste attività, però, non esauriscono lo spettro di azioni intraprese da società come iLobby che, nelle parole del suo fondatore John Thibault, applicano altresì strumenti di microlobby: la piattaforma, infatti, indicizza le tematiche del dibattito parlamentare americano con gli stessi tag utilizzati dal sito del Congresso e le incrocia con l'elenco dei rappresentanti, permettendo ai propri utenti di svolgere ricerche per collegarsi in prima persona ai parlamentari (nonché ad altri cittadini) più sensibili alle proprie istanze e di creare dei gruppi di discussione su disegni di legge o macro-aree di interesse. All'interno di questi gruppi tutti i membri hanno la possibilità di proporre modifiche e di esprimere i propri dubbi approvando o meno le proposte della comunità, accrescendo ulteriormente la sensibilità sia del pubblico sia dei decisori precedentemente contattati. Se la propria causa riuscisse a coagulare attorno a sé sempre più persone interessate la piattaforma offre la possibilità di assumere lobbisti professionisti ed esperti del settore, così da usufruire anche degli strumenti più tradizionali della rappresentanza suddividendo le spese necessarie tra tutti i sostenitori del tema che vogliano intervenire personalmente con un contributo economico. Le preoccupazioni e le rimostranze dei cittadini in questo modo possono rientrare nell'agenda parlamentare con forza, creando un interessante momento di engagement diretto degli elettori nel processo legislativo e dei rappresentanti nei confronti delle loro constituencies, in un momento in cui da entrambi i lati dell'oceano si verifica un sempre maggiore scollamento dei cittadini dalla cosa pubblica, che sicuramente non giova alle istituzioni democratiche. The Good Lobby: l’arma in più degli eurocittadini The Good Lobby, invece, si propone di reclutare volontari e supporter e di effettuare il perfetto abbinamento tra le competenze messe a disposizione, le ONG che lavorano sul tema selezionato (tra i loro clienti spiccano Politico e la Wikimedia Foundation) e i professionisti della legislazione nell'ambito del framework normativo europeo. Tramite questo procedimento la “quota di voce” di enti come le ONG e le associazioni dei consumatori si amplia notevolmente, potendo raggiungere ed influenzare un pubblico sempre maggiore, oltre al già citato risultato di riavvicinare cittadini e istituzioni che, specialmente nel caso di Bruxelles, vengono percepite come lontane, eccessivamente burocratizzate e indifferenti. Riparte il Futuro, la lotta dei cittadini per la trasparenza Infine Riparte il Futuro, che conta circa 1 milione di iscritti, si è prefissata un obiettivo ambizioso quanto arduo: l'eliminazione della corruzione dal nostro sistema politico e decisionale. L'impatto effettivo dei fenomeni corruttivi nel nostro sistema Paese è stato oggetto di diversi studi, tra cui quello di Transparency International, che pone l'Italia al 61esimo posto su 168 Stati oggetto di analisi in materia di corruzione percepita, penultimo in Europa: nonostante un quadro non incoraggiante Riparte il Futuro ha ottenuto risultati di prima importanza come la riforma dell'art. 416-ter c.p. riguardante il voto di scambio politico-mafioso e l'introduzione di una normativa che disciplini l'accesso ai dati in possesso della Pubblica Amministrazione. La metodologia scelta differisce in parte dalle altre sopracitate: infatti si chiede ai cittadini di firmare petizioni e partecipare a video che illustrino le motivazioni e le aspirazioni delle proposte, anche con il tramite di opinion leader, esperti del settore, giornalisti e decisori pubblici. Diversi passi in più rispetto all’opera, lodevole ma parziale, di piattaforme come Change.org che si occupano di raccogliere firme “virtuali” per sottoporre richieste o petizioni al governo. Tra i risultati principali di RIF, da rilevare la creazione di piattaforme attraverso le quali i candidati alle elezioni (nazionali e locali) forniscono agli elettori informazioni essenziali quali il loro cv dettagliato, una dichiarazione sui potenziali conflitti d'interesse, lo status giudiziario e la situazione patrimoniale e reddituale. E anche l'abolizione dei vitalizi per i parlamentari condannati in via definitiva per mafia e corruzione. Molto importante è anche il coinvolgimento della base di cittadini, attraverso una newsletter dettagliata e sottoscritta da centinaia di migliaia di persone, oltre che la condivisione, attraverso i social network, di contenuti, video, infografiche. Indubbiamente si tratta di esperimenti di enorme importanza e valore, fondamentali per la ripresa di un dialogo sano tra governanti e governati, anche al di fuori di logiche partitiche e particolari, con il fine della mobilitazione pubblica per il miglioramento del paese, che è l'essenza stessa della politica.

Europa

(di Francesco Angelone e Giovanni Gatto) Donald Trump ha inaspettatamente vinto la corsa alla Casa Bianca. Un risultato sorprendente anche per i più informati analisti americani e internazionali. Molti hanno parlato di vittoria del popolo: ma il tycoon yankee è stato anche un lobbista L’America è andata a dormire, l’Europa si è svegliata alle ore 8:35 italiane con la certezza matematica di quanto la nottata aveva già lasciato presagire: Donald Trump è il 45esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. The Don, magnate dell’editoria e delle costruzioni (e molto altro.. praticamente una lobby vivente) ha battuto Hillary Clinton, data vincente da tutti (o quasi) i sondaggisti americani e non solo, dopo aver conquistato la maggior parte dei swing state e ribaltato i pronostici anche negli Stati di colore blu dem. Si conclude quindi nel modo più imprevedibile, e non poteva essere altrimenti, una delle campagne elettorali più “pazze” di sempre con la vittoria del tycoon newyorchese a dispetto della gran parte delle previsioni, anche di quelle più autorevoli. E cosa accadrà ora? Sarà in grado, Trump, di portare a compimento l’ardito programma sbandierato con forza in questo anno di campagna? In effetti, la campagna elettorale americana è stata densa di polemiche, ma povera di contenuti. Una delle tante promesse di Trump è stata la riforma della regolamentazione del lobbying al fine di “prosciugare la palude”, una Washington che ristagna. Il piano in cinque punti di Trump comprende l’istituzione di un divieto di svolgere attività di lobbying per i funzionari dell'esecutivo, legislatori ed i loro staff per i cinque anni seguenti alla scadenza dell’incarico. Il piano dovrebbe vietare a vita agli alti funzionari dell'esecutivo di fare lobbying per conto di governi stranieri. Il nuovo Presidente (come ormai dovremmo chiamarlo) ha anche proposto di ampliare la definizione di lobbying così da colmare le lacune che consentono de facto ai lobbisti di evitare la registrazione e di vietare ai lobbisti stranieri di raccogliere fondi per gli americani candidati per incarichi pubblici. Sarà forse che Trump avrà maturato questa convinzione sulla propria pelle, poiché lui stesso è stato un lobbista registrato in Rhode Island nell’aprile 2006 secondo quanto scrive Politico. E se è vero che Trump stesso aveva precedentemente ammesso di aver fatto ricorso a lobbisti per influenzare le decisioni a Washington, non aveva certamente menzionato questa sua attività svolta in prima persona. Il neo-Presidente repubblicano ha in effetti svolto attività di pressione perché interessato a promuovere la causa di un casinò nella città di Johnston, come riferisce The Hill, a nome della Trump Entertainment Resorts Holdings. Nel corso del periodo di registrazione, Trump ha guadagnato 4.000 dollari al mese e aveva ottenuto l’accesso ai palazzi del piccolo stato della East Coast con un pass da 5 dollari. In più, come è bene ricordare, lo stesso staff di Trump nel corso della campagna elettorale, si è avvalso di lobbisti come Corey Lewandowski e Paul Manafort, entrambi poi destituiti dall’incarico. E proprio su Manafort si sono riversati i principali dubbi in materia di politica estera: legato a Putin, ha lavorato per il presidente ucraino filorusso Yanukovych con finanziamenti al partito e consigli strategici. In ogni caso, Trump sta già pensando alla prossima squadra di governo, con l’intenzione di rimpiazzare l’establishment costituito. Ma secondo le prime indiscrezioni, si affiderà a molti lobbisti: il Chief Executive di Goldman Sachs Lloyd Blankfein; Michael Catanzaro, di Koch Industries e the Walt Disney Company; Eric Ueland, ex lobbista Goldman Sachs; William Palatucci, avvocato del New Jersey a capo di una società di lobby come Aetna e Verizon; altri lobbisti come Rick Holt, Christine Ciccone, Rich Bagger e Mike Ferguson; l’ex governatore del New Jersey e candidato repubblicano Chris Christie, a capo della no profit (ma molto legata a diversi gruppi di interesse) Trump for America Inc., che teneva i propri meeting a K Street presso la società di lobby Baker Hostetler. Con buona pace di chi considera il lobbying contrario alla democrazia: Trump ha ancora molto bisogno di lobbisti, soprattutto a causa del carattere divisivo della propria campagna elettorale e alla necessità di legittimazione in campo internazionale.

News

Come ha riportato Reuters, dopo la stangata della Commissione Europea nei confronti di Apple (condannata a pagare 13 miliardi di euro – IVA esclusa – al governo irlandese per contributi fiscali non pagati) le grandi multinazionali americane dell’informatica stanno schierando i loro lobbisti nella capitale comunitaria. Obiettivo: respingere ogni futuro “assalto” da parte delle Istituzioni brussellesi, che secondo diverse indiscrezioni potrebbero “colpire” altre corporation con multe simili a quelle che hanno colpito la casa di Cupertino. In particolare, Google e Facebook sono tra le società che spendono più risorse in lobbying, secondo i dati del Transparency Register. Il valore delle risorse da loro investite per fare lobbying su dirigenti e vertici politici delle amministrazioni comunitarie è aumentato del 15/20% nel 2015 rispetto al 2014, anno nel quale la spesa in lobbying era già triplicata rispetto al 2013. L’analisi di Reuters rivela come Google nel 2015 ha speso in lobbying circa 4,25/4,5 milioni di euro, impiegando ben 14 lobbisti soprattutto per tentare di influire sulle politiche antitrust della commissaria Margrethe Vestager. Uno di loro ha dichiarato che “i politici europei si pongono molte domande su Google e sul mondo di internet in generale. Stiamo lavorando per rispondere ad ogni domanda, aiutando i decisori a comprendere le politiche aziendali e, dall’altro lato, ogni possibile azienda interessata a cogliere le opportunità che internet offre”. Forse non casualmente, un’analisi di Transparency International ha riportato tutti i dati relativi a Google proprio lo stesso giorno della notizia della multa ad Apple. Dal canto suo Apple non ha effettuato dichiarazioni sulla proprio strategia di lobbying in sede comunitaria. Da luglio, Cupertino ha assunto un nuovo government affairs manager per rappresentare le posizioni di Apple nei confronti dei decisori politici. La spesa in lobbying, in base alle dichiarazioni ufficiali, è molto più bassa rispetto a quella di Google: 800.000 – 900.000 euro, con soli 5 impiegati di cui solo la metà risulta impiegata a tempo pieno in attività di lobbying. Questo può essere uno degli elementi che permette di comprendere il fragore della notizia della multa e l’assenza apparente di adeguate contromisure in termini di comunicazione e piani strategici alternativi. Altre società che potrebbero essere colpite da sanzioni europee nei prossimi mesi sono quelle che si occupano di messaggistica: Facebook, che dopo l’acquisizione di Whatsapp è interessata alla riforma delle telecomunicazioni con particolare riferimento alla protezione dei dati, spende tra i 700.000 e gli 800.000 euro ma sta assumendo nuovi lobbisti in sede comunitaria. Sono infatti solo due i lobbisti dichiarati nel 2014, arrivati a 4 nel 2015 e in numero sempre crescente, proporzionale alla crescita del business della società. Il public policy manager di Google ha dichiarato che “da quando Facebook è diventato parte della vita giornaliera di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, gli stessi governanti hanno naturale interesse a confrontarci con noi e noi con loro”. Microsoft, che negli ultimi anni ha subìto diverse sconfitte legali dalla DG Competition, che ne ha scalfito la ventennale leadership di mercato, ha preferito non commentare sull’argomento. Amazon, che secondo molti è la prossima nel mirino delle istituzioni per un caso simile a quello Apple, ma riferito alla sede di Lussemburgo, allo stesso modo di Microsoft non ha commentato i dati che la vedono investire tra 1,5 e 1,75 milioni di euro in lobbying, impiegando 6 lobbisti. Uber, impegnata nel tentativo di liberalizzare il mercato dei taxi e dei trasporti in generale aprendolo al servizio via app, è cresciuta molto negli ultimi due anni arrivando a spendere tra i 400.000 e i 500.000 euro con la presenza di 3 lobbisti. Tra le non americane, invece, è Samsung (principale competitor di Apple sul mercato degli smartphone) la company più presente con una spesa di 2,5-2,75 milioni e una squadra di 9 lobbisti nella capitale belga. Daniel Freund di Transparency International ha commentato che per le imprese è necessario e produttivo investire nelle relazioni istituzionali, dal momento in cui le decisioni della Commissione necessitano di maggiori e migliori informazioni e contenuti tecnici. Questo ha portato a una crescita esponenziale della presenza di lobbisti nei palazzi brussellesi. Aggiungiamo noi, ha anche portato a una maggiore interdipendenza tra imprese e istituzioni, sempre più aperte alle informazioni fornite dagli esperti tecnici e legislativi provenienti dalle imprese.

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