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Gianluca Sgueo

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I miei ultimi articoli
Parliamo spesso – e giustamente – dell’opportunità e dei rischi di regolare l’attività lobbistica in Italia. Altrettanto spesso, ci invitiamo vicendevolmente a guardare i casi stranieri, che generalmente citiamo come esempi virtuosi. Questo binomio virtuoso (loro)-vizioso (noi) vale soprattutto per il confronto tra Italia e democrazie di matrice anglosassone. Perde di spessore quando mettiamo l’Italia a confronto con i propri vicini europei. Qui la situazione si fa molto più complessa e, in genere, molto meno virtuosa. Parliamo dell’Ungheria, ad esempio. Il problema dell’opacità delle lobby – ma si potrebbe dire dell’intero sistema politico – ha radici recenti. Nasce nel 1989, subito dopo la transizione dal regime socialista, verso un regime politicamente più variegato. é in questi sistema di confine, scarsamente regolamentato e attento più alla segretezza del dato pubblico rispetto alla sua divulgabilità, che sono cresciute le attuali oligarchie politiche. Per crescere, e finanziarsi, il sistema ha dovuto fare della segretezza dei rapporti tra politica ed economia un requisito essenziale. E difatti oggi in Ungheria non è disponibile praticamente alcuna informazione (di rilievo, almeno) sui finanziamenti che la politica riceve dai privati. Esistono iniziative private che monitorano e riportano i casi più eclatanti, ma le risorse con cui operano sono limitate e al massimo possono aprire uno spiraglio su una realtà sconosciuta al grande pubblico. Una tra queste iniziative è K-Monitor (QUI). Un’altra iniziativa è promossa dal capitolato locale di Transparency International e si chiama Kepmutatas (QUI). Gli analisti politici ci dicono che le cause del sistema attuale, non solo opaco, ma a tratti apertamente anti-democratico (nel senso che respinge le istanze di partecipazione promosse dai cittadini comuni) dipendono per gran parte dal lavoro di Fidesz, oggi primo partito, che ha agito mosso dalla necessità di recuperare il terreno sui socialisti, tornati a vincere nel 2008 e nel 2010. Come spiega bene la SunLight Foundation (QUI) il partito di Orban non ha oggi alcuna intenzione di migliorare, né dal punto di vista della trasparenza istituzionale, né da quello della partecipazione delle istanze provenienti dalla società civile. Perché dovrebbe? L’opposizione alla disclosure ha consentito di riorganizzare le finanze del partito in tempi brevi e di contenere in modo sostanzialmente indolore le pressioni degli attivisti. Un paradiso, o un inferno, a seconda di come vogliate vederla, per i lobbisti. Una situazione dalla quale avremmo comunque da imparare. Non nel senso di prendere l’esempio su come intervenire per disciplinare la materia. Ma un ottimo esempio per capire quanto sia rischioso non intervenire.

Europa

Ultimamente si è tornato a parlare in Italia di trasparenza e accesso agli atti. Con l’evento veneziano sull’Italia digitale sono tornati alla ribalta (ma non l’avevano mai davvero abbandonata) i promotori di #FOIA4ITALY, gruppo ben nutrito di attivisti di varia estrazione che propone l’adozione di un FOIA italiano. Cos’è il FOIA? Si tratta di un acronimo. Freedom of Information Act. Ossia una legge che disciplina la trasparenza dell’attività delle istituzioni, prevedendo obblighi per i decisori pubblici e attribuendo diritti ai cittadini. L’Italia, sostengono quelli di Foia4Italy, ha una legge sull’accesso agli atti inadeguata per una democrazia moderna. Serve l’approccio americano che, almeno in teoria, pone un obbligo generalizzato di diffusione delle informazioni a carico delle amministrazioni. Appunto, la questione è tutta li, nel “a meno che”. E infatti le eccezioni sono molto numerose. Legate prevalentemente alla sicurezza nazionale, ma non solo. I limiti possono arrivare anche indirettamente, ad esempio dal tempo che le amministrazioni si prendono per rendere note le informazioni. Il caso dei finanziamenti alla politica, e quindi in senso lato del lobbying, è emblematico. Un articolo apparso sul New York Times il 17 luglio titolava in modo significativo: “Data Delayed, Democracy Denied” (QUI l’articolo). Ossia, il ritardo nel rilascio dei dati pubblici è una negazione di fatto della democrazia. In questo caso la responsabilità ricade sulla Federal Election Commission, o FEC, organo deputato alla raccolta (e successivo rilascio) dei dati sulle donazioni ai candidati alle elezioni federali. La FEC dichiara di rendere pubblici il 95% dei dati in suo possesso entro 30 giorni dalla ricezione. Il fatto è che quando OpenSecrets, la no profit di Washington che monitora l’attività politica e lobbistica statunitense, è andata a fare un controllo sui dati messi a disposizione dalla FEC, si è accorta che mancavano all’appello le informazioni di 347 candidati su 703. Praticamente il 50% delle informazioni assenti! Alla richiesta di chiarimenti inoltrata da OpenSecrets nei confronti della FEC, quest’ultima ha risposto laconicamente “non abbiamo ancora terminato di processare le informazioni mancanti”. Il bello – si fa per dire – è che non c’è nulla che possa fare se non denunciare pubblicamente l’accaduto. é qualcosa, ma ovviamente non equivale a una sanzione per i funzionari della FEC, né tanto meno alla certezza che non verranno ripetuti i ritardi. Tutto questo per dire che l’entusiasmo con il quale si assume acriticamente la bontà del FOIA, o più in generale del suo approccio idealistico alla trasparenza, rivela una certa ingenuità. C’è sicuramente molto da migliorare nella legislazione italiana sulla trasparenza. Ma quando le informazioni si fanno sensibili, la reticenza delle amministrazioni alla diffusione è una condizione diffusa, FOIA o non FOIA. E questo, del resto, ce lo conferma l’intera ultima serie di House of Cards, che si regge sul medesimo equivoco. C’è una questione di finanziamenti poco chiari al Presidente degli Stati Uniti, e una partita  tra il protagonista, Frank Underwood, e il suo avversario, giocata sui tempi entro i quali quelle informazioni potrebbero divenire di dominio pubblico. Come va a finire non lo scrivo, casomai non l’abbiate ancora vista. Fonte: Formiche.net

World

Per chi lavorano i “mejo” lobbisti americani? Semplice: Google. Il colosso del web e dell’innovazione da qualche anno non ne sbaglia una. Merito anche di una strategia di lobbying mirata, efficace, aggressiva (quando serve) e sempre puntuale. (1) Guardate qui. Google ha puntato anzitutto sugli investimenti in public affairs. Nel 2003 l’azienda era ben oltre la centesima posizione tra i top spenders. Appena 10 anni dopo è nella top 10, piazzandosi quarta per spesa complessiva. La professionalità si paga: (2) Assieme alla capacità di reclutare i migliori lobbisti e metterli in condizione di usufruire di budget faraonici, Google ha capito l’importanza della politica nazionale. Il secondo passo della strategia di lobbying è stato investire sulle donazioni elettorali:     (3) Terzo passaggio della strategia è stata la creazione di un solido network di pensiero. Finanziando università, centri di ricerca, think tank, Google ha alimentato un dibattito vivace sui temi dell’innovazione e della tecnologia, e nel contempo si è garantita un posizionamento di immagine e reputazione niente affatto trascurabile. Se oggi il settore del “civic tech” cresce al ritmo del 23% l’anno, è merito anche degli investimenti dell’azienda: è il caso di dire, una volta ancora, che PR per “pranzi e ricevimenti” non basta più. Il lobbying è sempre più parte integrante di una strategia aziendale complessiva. Pensarlo, prima di metterlo in pratica, è un dovere di qualsiasi imprenditore. Fonte: Formiche

World

Si chiama Professione lobbista. E poi sottotitola “portatori d’interessi o faccendieri?”. Bella domanda. Non la più originale di tutte, forse. Ma proprio per questo importante. Se nel 2014 abbiamo ancora bisogno di chiederci chi sia il lobbista, e in cosa consista la sua professione, evidentemente il dibattito non è esaurito. Bene, allora, un nuovo contributo sul tema (Qui il link al libro) Le nostre cronache giornalistiche e giudiziarie degli ultimi cinquant'anni quelle internazionali non sono da meno - sono ricche di misteri, di fatti e (più spesso) misfatti imputati al lobbismo ma che con le lobby nulla hanno a spartire. Nell'uso comune dei media e nella percezione dell'opinione pubblica la parola "lobby" è sinonimo di gruppo di pressione che, complottando da "dietro la siepe", mira a sostenere con la corruzione oscuri interessi a favore di potentati vari: aziende, banche, gruppi finanziari, istituzioni e politici. Le varie P2, P3, P4; o certi club, come ad esempio la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, Aspen Institute; faccendieri alla Bisignani & c; corruttori di politici operanti all'interno delle istituzioni in Italia e in Europa vengono correntemente definiti lobbisti e lobby la loro attività su cui i media esercitano scarso controllo. Questo libro sostiene invece che, in un contesto pluralista, la lobby, in quanto legittima trasparente rappresentanza di interessi di aziende, associazioni, enti o gruppi presso le istituzioni centrali e periferiche (Stato e regioni), sia l'alternativa democratica al malcostume e alla corruzione dilaganti. Il libro passa in rassegna il lobbismo com'è conosciuto nel mondo occidentale; illustra le tecniche per fare lobby; prende in considerazione il "caso Italia" e gli eventi collegati a questo fenomeno. In appendice la descrizione dei provvedimenti legislativi e normativi per "agire" nei confronti delle lobby. Nel libro c’è anche una breve postfazione che ho scritto, proprio per raccontare le sfide della professione. Eccola qui: Ma siamo sicuri che sia una professione? Non è facile dare una risposta. Anzi è difficile, quanto lo è sintetizzare in poche battute i tanti spunti di riflessione che offre un libro che deve fare tante cose in una: fotografare l’attualità politica, raccontare i dilemmi che vive una “professione” complessa, tratteggiare la giungla della formazione e la palude che ha generato, oltre – naturalmente – a soffermarsi sul funzionamento di una democrazia.  Alla condanna che subisce chi sceglie di scrivere sul lobbying in Italia – una non-professione che riesce a essere tante altre cose assieme – si aggiungono i contorni drammatici che ci consegna un momento storico complesso e imprevedibile come quello attuale. Raccontare il lobbying diventa così un esercizio faticoso, per almeno due ragioni. Anzitutto perché si scrive con il rischio di perdere il treno. O di fare il passo più lungo della gamba. Sarà per questo che fino ad oggi la responsabilità di raccontarne le vicende al di fuori del più rigoroso (e, diciamolo pure, noioso) contesto accademico sia ricaduta sulle spalle dei giornalisti, con le conseguenze che conosciamo tutti. Salvo poche e rarefatte eccezioni il lobbying, o meglio: la lobby, è vissuta grazie alle parole stampate sui quotidiani. Così, vivacchiando, ha proliferato, anche se lo ha fatto alla giornata, vittima e carnefice dello scandal(ett)o dell’ultima ora: quello che dimentichi poche pagine dopo. Il secondo rischio per chi oggi si cimenta nella scrittura di questo tema è quello di cedere alla tentazione di suggerire soluzioni banali ai problemi. Succede perché chi scrive impara a conoscere, si convince che i problemi non sono poi tali, o sono addirittura semplici, con soluzioni a portata di mano. La verità è che non c’è il coniglio nel cilindro e non esiste un modo per raccontare meglio il lobbismo. Né mi pare ci siano soluzioni o risposte praticabili senza tempi e costi considerevoli. Al massimo si può fare di tutto per non cadere in trappola, regalando a chi legge una prospettiva che da solo non avrebbe avuto. Questo libro non cede a nessuno dei due rischi, è questo il suo pregio. La narrazione scorre fluidamente tra eventi, dilatandosi a volte, comprendendo episodi che, letti nell’insieme, trovano un senso compiuto. Capitolo dopo capitolo non si affanna a rincorrere l’attualità (del resto, nel momento in cui il volume è in stampa ci sono almeno tre incognite aperte: la riforma elettorale, il passaggio del testimone a Palazzo Chigi e l’applicazione concreta delle norme sulla corruzione). E, soprattutto, non contiene ricette salvifiche per la lobby. Offre invece spunti di riflessione, almeno quattro, tutti di “lungo periodo”, come si dice tra gli economisti, e tutti di grande interesse. Il primo sul quale riflettere è certamente il più importante. Da anche il titolo al libro. Si tratta del professionista-lobbista. È il più importante e anche il più complesso, al punto da diventare l’ultimo dei problemi che si può risolvere. Prima ci sono, in ordine: la questione etica, quella della formazione e quella delle regole. L’etica, lo abbiamo visto, non paga. L’Italia ha una tradizione povera in materia. I codici etici non hanno mai funzionato perché, si è detto, non si adattano allo spirito nazionale. Il nostro è un popolo che ha imparato ad adeguarsi e sopravvivere, a “tirare a campare”, basandosi sul genio e l’inventiva. Nelle pubbliche amministrazioni, ma anche nelle aziende private e nella vita di tutti i giorni, fuori dagli uffici, il nostro è un popolo scarsamente propenso all’etica. Non che gli italiani siano immorali. Ma è l’essenza stessa del saper contrattare, del trarre un vantaggio dal compromesso, del difendere le rendite acquisite piuttosto che rischiare il capitale, che fa del nostro un Paese eticamente deficitario. Pure volendo negare questa ricostruzione molto generalista, resta il fatto che le norme dei codici di condotta hanno sempre avuto un’importanza marginale. Vuoi perché prive del principale deterrente alla violazione di qualsiasi regola: la sanzione, vuoi perché poco incentivate. Sta di fatto che l’etica resta uno dei problemi centrali, e irrisolti, del lobbismo in Italia. Alla (poca) etica si aggiunge la cattiva formazione. Cattiva non perché sia di scarsa qualità. Cattiva perché frammentata, dispersa tra mille possibili varianti che confondono lo studente e sconsolano lo studioso. Non c’è un percorso universitario accreditato, non esiste un parametro accertato post-universitario, né una qualifica che possa indicare cosa contribuisce a fare di un lobbista un “buon lobbista”. Ci si affida di più all’esperienza, che per definizione è priva di standard certi di riferimento. Prevale il concetto di bottega rinascimentale, con il giovane lobbista preso per mano e condotto passo passo dal vecchio lobbista. Per cui se il maestro è bravo avremo un buon allievo, altrimenti… Resta comunque molto difficile farsi un’idea chiara della scala dei valori. Vale di più un lobbista che si è formato nella grande azienda, dov’era poco più di un numero su un badge, o quello che ha lavorato nel piccolo studio, dove faceva tutto, o quasi, da solo? È più rassicurante quello che viene da un’esperienza di assistente parlamentare o quello che ha due master e tanti tirocini? Basterebbero delle regole, direte. Certamente sì. Non fosse che le regole non ci sono, e questo è il terzo spunto di riflessione (e problema) che pesa sul giudizio della categoria. Mancano le regole date dal Parlamento, e questo è un fatto noto. Ma sono assenti anche le regole date dalle piccole amministrazioni locali. Bene le sperimentazioni di alcune regioni. Ma sappiamo tutti che sono rimaste lettera morta, materiale buono per una pubblicazione scientifica, e basta. Francamente, tra le due assenze, pesa più la seconda. Le conseguenze le conosciamo. Senza regole previse non ci sono lobbisti formati, centri di formazione adeguati, partiti responsabili e diritti e doveri. C’è invece una giungla fitta fatta di “vorrei e posso”, “potrei ma non voglio”, “posso?”, “voglio!” e via avanti con il vocabolario che descrive rapporti opachi e pericolosamente fragili: quelli tra chi rappresenta un interesse e chi lo difende.  Eccoci al punto di partenza: ma siamo davvero sicuri che lobbying sia una professione? Nei numeri certamente sì. Che tanti svolgano questo lavoro è un dato che non ha bisogno di conferme. Nella qualità anche. Con qualche certezza di meno forse, ma, tutto sommato, chi lavora nel settore delle pubbliche relazioni (o degli affari istituzionali) ha una professionalità da spendere. Ma tutto questo non è inquadramento professionale. Non, almeno, alle condizioni che regolano (a volte anche troppo) professioni più note: gli avvocati, i commercialisti, gli ingegneri. Fin qui potremmo anche starci. Difficilmente un ordine professionale potrebbe mettere assieme e comporre a unità competenze così diverse. Il che spiega il proliferare di associazioni che riuniscono, a vario titolo e sotto bandiere diverse, i professionisti della comunicazione e delle pubbliche relazioni. Funzionano quelle, l’ordine professionale non serve. Servono semmai criteri snelli di inquadramento e trasparenza. L’inquadramento per dire chi è lobbista e chi non lo è. La trasparenza – una parola molto rischiosa perché può voler dire tutto e niente, e il più delle volte è usata per non dire niente – per far capire alle istituzioni, all’opinione pubblica e agli stessi lobbisti chi fa cosa e per quanto. Tutte queste cose assieme contribuirebbero a rendere i lobbisti professionisti. La loro mancanza è invece la più grande condanna di questa categoria: quella – mediatica prima ancora che giuridica – del trafficante di influenze, illecite, in una democrazia malata. Fonte: Formiche.net

Libri

EUObserver è un quotidiano online con sede a Bruxelles e respiro giornalistico esteso a tutta l’Europa. Si occupa di tutti i temi che contano nell’agenda europea: affari interni ed esterni, economia, affari sociali e giustizia. Lo potete leggere QUI. Qualche giorno fa la redazione ha chiesto a 4 voci di spessore cosa ne pensano del lobbying in Europa. In particolare cosa ne pensano del registro attuale, e se credono che debba essere riformato. Ecco il risultato: 1) Il buono – il ruolo del buono spetta a EPACA, l’associazione degli studi di consulenza dei public affairs europei. In pratica l’associazione ufficiale delle agenzie di lobby. L’opinione di Epaca è tutta tesa al futuro: il lobbying trasparente porterà regole più chiare. Ci vorranno più codici etici (l’EPACA ne ha uno tutto suo). Ma soprattutto ci vuole il registro dei lobbisti a iscrizione obbligatoria. Non è la soluzione finale, ma è importante per garantire trasparenza (e il giusto profitto degli studi di lobbying). Potete leggere tutto il commento QUI. 2) il brutto – la parte del brutto (nel senso che svela una verità poco piacevole) spetta ad Access Info, organizzazione che si batte per la trasparenza e l’accesso alle informazioni dei cittadini europei. Il punto di Access Info è sacrosanto: se vogliamo un’Europa completamente trasparente non possiamo non avere un registro a iscrizione obbligatoria, e pieno di informazioni. Altrimenti neghiamo ai cittadini un principio fondamentale dei Trattati: la conoscenza e l’accessibilità (QUI il commento completo). 3) Il cattivo – il ruolo meno piacevole (ma dipende dai punti di vista) va ovviamente ai lobbisti. Almeno quelli europei – a differenza della gran parte dei colleghi italiani – dice apertamente di volere il registro facoltativo, senza tanti giri di parole. Secondo la SEAP – associazione che riunisce i lobbisti europei – bisogna proseguire sulla strada dell’iscrizione facoltativa al registro, dando però più incentivi (leggi “premi”) a chi si iscrive. Modello bello in teoria, che però non ha mai funzionato. QUI c’è il commento completo. 4) Lo scoraggiato – si fa per dire – è il ruolo che spetta all’ultimo degli intervistati: Transparency International. Scoraggiata non perché ha perso la fiducia nella lotta alla trasparenza del lobbying in Europa. Al contrario, è molto agguerrita. Ma è ben consapevole che siamo lontani dall’ottenere quello che molti si auspicano. E cioè un regime di regole in cui chi rappresenta gli interessi privati sia costretto a comunicare in dettaglio la propria attività con chi riveste incarichi politici (e QUI trovate tutta l’opinione). è quasi meglio di un western.

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