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Hanno stato le lobbies?
Scritto il 2018-06-20 da lobbyingitalia su Italia

(Riceviamo e con piacere pubblichiamo) La parola “Lobby” fa ancora da scudo ad un panorama zeppo di ipocrisie.

Mentre Roma era già piena di sedicenti amici di amici di ministri, di sottosegeretari di e capi e vicecapi di gabinetto, prima che fossero insediati, un imprenditore veniva "intercettato" e poi arrestato assieme a manager pubblico e politici per corruzione e altro. Tutti innocenti fino al terzo grado,etc. Ma intanto si grida “hanno stato le lobbies. Adesso facciamo una legge”. Posizione ipocrita.

Regolamentare le lobbies e le fondazioni politiche sarebbe allora la risposta alla corruzione? Le Fondazioni politiche, ad esempio, fanno parte della mancata regolazione, indicata in Costituzione, delle forze politiche. Ma è anche un po' colpa nostra. Certo è cresciuta la consapevolezza della necessità di trasparenza, ed il dibattito sulla regolamentazione degli altri, ma mai della politica.

Ci sono manuali e testi accademici, libri utili e strutturati di diversi colleghi (Fabio Bistoncini, Alberto Cattaneo), articoli ed iniziative di Mariella Palazzolo. Molte università, come ad esempio LUMSA e LUISS di Roma, hanno inserito lobbying e public affairs nei percorsi di studio. Ma proposte di legge, non sono state portate a termine dal Parlamento.

Si è lavorato sul lato degenerativo del rapporto tra pubblico e privato, sulla prevenzione burocratica (con l'ANAC), ma senza ridurre il peso della burocrazia che favorisce i corrotti. Sul piano penale c’è la legge Severino con l’ineffabile reato di traffico di influenze illecite. Più che parlare di registri,allora bisognerebbe cambiare registro: intestiamoci una battaglia a favore del confronto tra interessi pubblici e privati per creare buone pratiche e soluzioni.

Qualcosa è avvenuto con l’inserimento, nel codice degli appalti, del Débat Public. O con l’estensione del “cartellino” e la stanzetta dei lobbisti. Ma non c'é stata una rivoluzione; il parziale sdoganamento della parola ci ha fatto ritornare a dove eravamo: quando serve la lobby resta una parolaccia, nei salotti acculturati viene apprezzata come parte del processo democratico. Trasparenza, accountability, apertura, partecipazione, open data, open government e #openlobby sono tutte frontiere ormai aperte, ma siamo sicuri che non ci parliamo addosso?

Temo che quanto abbiamo detto e fatto finora non tenga conto del terremoto che ha investito la rappresentanza politica e degli interessi. Oggi molti giovani affrontano questa via con onore e dignità, e molte, non a caso, sono donne e “potrebbero tutti giurare sulla costituzione” e se non ci fossero saremmo in una dittatura. Quante volte l’abbiamo detto!

Ma intanto quell’imprenditore va a cena con l’autorevole manager “nominato” a capo di una partecipata, che tratta a nome di una giunta comunale e sono insieme ad un ministro in pectore. Che lavoro faceva in quel momento il dott. Lanzalone? Parnasi non aveva bisogno di un cartellino per dire la sua. Forse il mondo è cambiato da un pezzo e noi siamo arrivati solo ai cartellini e ai master. Lavoriamo sodo, e siamo tutti più colti, preparati, bellini e presentabili; facciamo feste glam, interviste ed aperitivi in terrazza, rischiando di far succedere a vecchi faccendieri una pattuglia di lobbisti dell’apericena, alcuni in malcelata ammirazione per il potere (sia detto con rispetto quale? nda) dei “Bisignani”.

Pochi dibattiti di sostanza, poco coraggio, poca visione autonoma e molti selfies di libri, drink ..e di se stessi alla presidenza di qualche convegno. Su Instagram naturalmente.

Mi spiace lanciare un ruvido allarme: nonostante i miglioramenti di cui ci compiaciamo, chi lavora sul fronte dei public affairs rischia di essere irrilevante, di diseducare governo e interessi tornando alla corsa a chi conosce chi .. in una Roma dove “si usa” appunto il.. “tutti conoscono tutti”, ma pochi ne sanno qualcosa.

In questo “interregno di sistema” che scompone alleanze internazionali, forze politiche, governi e sistemi un tempo stabili, dovremmo trovare punti di riferimento più solidi. Chi rappresenta interessi o aiuta a rappresentarli ha un rapporto con “lo Stato” sulla base di competenze regolatorie, politiche e comunicative, di proposte alte, non di conoscenze personali vere o millantate.

I professionisti dei Public Affairs aiutano lo Stato, cioè Parlamento, Governo (qualunque governo), Pubblica Amministrazione (con le sue enormi competenze) a fare meglio ascoltando di più gli interessi. Con qualche idea.

  1. La formazione della volontà pubblica non è più un processo verticale, un sistema di comando, ma una rete di responsabilità, nella quale, decisione, comunicazione e discorso pubblico, frammentati, multiformi e spesso distorti, hanno un ruolo di reciproca influenza e co-determinazione con gli interessi
  2. Oltre a regolamentare la attività di lobbying, sarebbe ora di regolamentare le politiche pubbliche e la politica in modo che attori e processi siano trasparenti, semplici e accessibili, a partire dai partiti, dai corpi intermedi, e dai Think Tank
  3. Se il terreno di gioco si inclina verso una o due società o “consulenti di fiducia” da premiare e/o istituzioni/corporazioni amiche, interne e privilegiate dal sistema politico o da una sua parte, non ce n’è più per nessuno.
  4. Una bonifica andrebbe fatta su conflitti di interessi e sliding doors non solo per i media, anche con un sistema di “follow the money” , e non sulla “percezione” o “presunzione”, ma sui fatti con un osservatorio indipendente sulla trasparenza appoggiato dalle istituzioni (stile Sunlight Foundation)
  5. Avendo qualche esperienza passata per 5 o 6 diversi governi, aggiungo che l’autonomia di giudizio, senza nascondere le proprie idee, di un portatore di interessi, come di un giornalista, quanto di un politico, arricchisce il pluralismo e aumenta la fiducia tra persone che meritano per i contenuti che portano. Al contrario, la corsa al carro dei vincitori,la compagnia di giro, la dissimulazione delle proprie idee non è mai stata una buona pratica per nessuna delle parti. Alla fine riduce una realtà complessa ad un sistema parziale, amicale, di circoli e reti di cronies, che presto diventa asfittico, soffocante e dannoso soprattutto per chi ha nuove responsabilità.

Limitarsi alla tiritera sulle regolamentazioni, sperare nelle festicciole, nei #pourparler (de che?) favorisce alla fine i lobbisti ombra, il gossip malizioso e la spregiudicatezza dei chiacchieroni. E’ un’illusione facile per chi ha ancora scarsa esperienza politica, ed un’occasione golosa per chi è abituato ad operare nell’ombra e a “marciarci”. Superiamola insieme.

Massimo Micucci
Analista politico, comunicatore, consulente, lobbista (web companies, energia, editoria)

Il 20 dicembre al Centro Studi Americani si svolgerà l’incontro con Patrick Costello, direttore del Council on Foreign Relations, Washington External Affairs, dal titolo “Think Tank e policy making, Il modello americano e l’esperienza italiana”. L’evento (qui il link con tutte le info) organizzato da Formiche, Centro Studi Americani e dall’Unità Affari Istituzionali Italia di Enel Group sarà un’occasione di confronto con rappresentanti istituzionali, aziende, associazioni, comunicatori e professionisti del public affairs, sul ruolo dei Think Tank e delle terze parti nello studio e promozione di policy pubbliche. L’esperienza del keynote speaker Patrick Costello, Director of Washington External Affairs del Council on Foreign Relations, tra i più autorevoli Think Tank americani, sarà un utile valore aggiunto per comprendere il ruolo dei “pensatoi” nell’analisi di soluzioni tecniche e politiche da mettere a disposizione per le istituzioni. Ma cosa fa un think tank, e quali sono i think tank italiani? Una recente e completa analisi di Open Polis, “Cogito ergo sum” (qui il link), ha raccolto e raccontato l’azione di più di 100 strutture che creano network e sviluppano argomentazioni su temi specifici. Ognuno di essi è legato ad un particolare polo di potere economico o a una personalità politica. I think tank, di cui Formiche è un attivo rappresentante, rispondono all’esigenza sempre più comune di trovare una “casa” alle idee politiche, sempre più compresse tra forme di rappresentanza meno tradizionale e avvento della veloce comunicazione social. Fondazioni, associazioni, libere riunioni di menti e strumenti sono strutture ormai fondamentali per mettere a punto una corretta e inclusiva strategia di lobbying e advocacy da parte dei diversi attori economici. Ai grandi gruppi industriali di ogni settore non basta più essere membri di associazioni di categoria (Confindustria, Confcommercio) o avere una struttura radicata sul territorio per creare una base di consenso. Sempre più i temi tecnici e politici portati al tavolo della discussione con le istituzioni sono suffragati da autorevoli studi di “pensatoi” che rappresentano un orientamento politico e hanno come peculiarità quello di dare un parere “terzo” ad una opinione, coinvolgendo tutti gli attori interessati al tema trattato. L’esperienza americana, raccontata da Patrick Costello, sarà utile a far comprendere che i think tank sono ormai lo strumento fondamentale del lobbista (ma anche, e sempre più spesso, del politico) che, con le parole del prof. Mattia Diletti, “cerca di fare egemonia sul tema, convincendo sulla base di dati e ricerche. Il think tank crea il clima culturale affinché una proposta di modifica legislativa sia possibile”. La natura del think tank in Italia è però diversa da quella anglosassone, perché diversa è la base culturale dei due contesti, e soprattutto è differente la modalità di presa decisionale. Negli USA, ad esempio, nascono insieme all’idea stessa di lobby (per approfondire, un articolo sul NY Times). Ma in Italia si sta evolvendo anche questo aspetto, con il nuovo concetto di “Action tank” che (lo aveva spiegato bene Gianluca Comin nella rubrica Spin Doctor su Lettera43) coinvolge ancor più direttamente le imprese nell’esigenza di raccogliere idee di policy e di trasformarle in azioni concrete.

Imprese - Lobbyingitalia

Sereni: Portare maggiore consapevolezza dell’attività di lobbying presso l’opinione pubblica. Morbelli: Piccolo passo, ci aspettiamo scelte più coraggiose. Comin: Ora una legge organica nazionale. Colucci: Perfezionare norme su traffico influenze. Gallotto: Lobbying professionale migliora la democrazia. Galgano: Registro utile a creare consapevolezza dell'attività per media e opinione pubblica. Dopo alcuni mesi dall’annuncio, è da ieri pubblico sul sito della Camera dei Deputati il registro dei rappresentanti di interesse a Montecitorio. Al momento conta 125 soggetti iscritti tra associazioni di categoria, imprese, società di consulenza, studi di avvocato e rappresentanti del terzo settore. C’è anche Elena Skoko, definita da Repubblica “lobbista del parto cantato”. Marina Sereni, vicepresidente della Camera, ha dichiarato al Corriere che dopo il Registro per la Trasparenza del MISE “volevamo far emergere il tema del lobbismo, anche perché il ruolo delle lobby può essere positivo quando si tratta di soggetti che operano in modo trasparente quando interloquiscono con la politica. Vogliamo portare maggiore consapevolezza non solo tra i portatori di interessi, ma anche verso l’opinione pubblica”. La Sereni si è da subito fatta collettore delle istanze di chi ha ritenuto opportuno compiere questo primo passo verso una regolamentazione interna ad una delle Camere, uno dei principali luoghi di incontro e scambio di informazioni tra portatori di interesse e decisori, soprattutto in periodi dell’anno specifici (durante la sessione di bilancio) o nell’ambito della conversione di decreti-legge, quando decisioni su norme molto tecniche devono necessariamente essere prese con il supporto degli operatori del settore e delle parti interessate. Nel corso di diversi incontri svolti nei primi mesi dell’anno presso diverse società di lobby (il primo in Open Gate Italia a febbraio, e a seguire presso le sedi di altre società come FB & Associati) e culminati con una conferenza a Montecitorio lo scorso marzo, la vicepresidente ha incoraggiato anche il Senato di dotarsi di un simile registro, una proposta a cui si è spesso associato anche il senatore Orellana, proponente del disegno di legge sulla regolamentazione nazionale del lobbying che “giace” proprio presso la commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama. Ricordiamo, infatti, che ogni camera può dotarsi di un registro solo modificando il proprio regolamento interno. Per Stefano Dambruoso, questore della Camera, sul Messaggero: “Si completa il percorso verso la trasparenza e la legittima attività di rappresentanza di interessi negli spazi e nei corridoi di Montecitorio. Naturalmente, fuori dal Palazzo potrà evidentemente continuare l’attività senza alcuna connessione con quanto stabilito dalle nuove norme parlamentari”. È questa una delle principali critiche mosse alla regolamentazione anche da parte del centro di ricerca Open Polis, che in un commento alla recente pubblicazione del Registro ha evidenziato come manchino elementi necessari per raggiungere la piena autorevolezza del decisore pubblico e del portatore di interessi, quali un’agenda pubblica dei decisori e l’assenza di dati incontrovertibili e imparziali. Gianluca Comin, Founder della Comin & Partners ed ex presidente di Ferpi, una delle principali associazioni dei professionisti del settore, ha affermato sempre al Messaggero: “Si tratta di un primo importante risultato, anche se mi sono sempre battuto perché si arrivasse alla formulazione di leggi organiche. E in Senato continueremo a farci accreditare dai membri di Palazzo Madama, come abbiamo sempre fatto”. Lobbying Italia ha poi raccolto in esclusiva le opinioni di altri importanti professionisti del mondo dei public affairs, rappresentanti della realtà delle società conto terzi, caratterizzata da grande competenza e dinamicità che spesso diventa per le imprese una importante leva di business. Andrea Morbelli, Head of Public Affairs di Open Gate Italia: "Qualsiasi iniziativa che garantisca maggiore trasparenza al nostro settore è benvenuta. In questo caso abbiamo riscontrato una certa farraginosità nelle procedure di iscrizione (soprattutto per le società di consulenza con un certo numero di clienti). Sono piccoli e timidi primi passi, ci aspettiamo nel futuro scelte più coraggiose: una normativa unica che impegni tutte le amministrazioni pubbliche (nazionale e locali) al rispetto della trasparenza dei processi decisionali con azioni quali l'obbligo di consultazione pubblica e di valutazione di impatto, peraltro già presenti nel nostro codice". Giusi Gallotto, CEO di Reti/Quick Top: “Il registro è un grande passo avanti, è una rivoluzione: non dobbiamo più “nasconderci”. Reti da tempo sostiene soluzioni semplici e dirette per regolare l’attività dei portatori d’interesse, tant’è che ha immediatamente apprezzato ed utilizzato il registro presso il MISE e il Ministero Funzione Pubblica. Ora serve, in generale, rafforzare modalità di accesso alle informazioni e di consultazione degli interessi privati nei processi decisionali, iniziando ad applicare le norme esistenti. I lobbisti aiutano le istituzioni a decidere meglio. Fare lobbying in modo trasparente e professionale significa fare funzionare meglio la democrazia”. Valentina Colucci, Account Director Public Affairs, SEC SpA: "E' necessario un Registro sulla Trasparenza, ma penso che debba valere oltre che per tutto il Parlamento (Camera e Senato) anche per Ministeri, Autorità, organismi istituzionali nazionali e locali. Un unico registro nazionale integrato per tutto il settore. Il rischio, altrimenti, è quello di un proliferare di registri che avrebbero meno efficacia in termini di trasparenza, sovraccaricando di vincoli burocratici gli opera nel settore al livello internazionale, nazionale e locale. Ma il tema chiave da affrontare in maniera laica e condivisa è ripensare all'art. 346-bis del codice penale che configura il "traffico di influenze". Il confine tra il reato in questione ed il lobbying lecito è ancora troppo indeterminato, e questo rischia di rendere il nostro mestiere impossibile". Giovanni Galgano, Partner e Managing Director di Public Affairs Advisors: "Il registro è utile a livello “psicologico” perché quantomeno rende chiara la necessità di una regolamentazione, seppur basica, anche ai non addetti ai lavori e ai media. Inutile e parziale se non viene seguita da una norma che regolamenti la rappresentanza di interessi anche presso il Senato e presso i dicasteri del governo. Trovo la regolamentazione di Montecitorio poco efficace soprattutto perché i lobbisti non hanno bisogno di passare la vita a Montecitorio o di accedere a qualche salone in più per esercitare una buona rappresentanza di interessi. L’idea delle “stanza dei lobbisti” è finanche anacronistica, se consideriamo i flussi informativi costanti tra politico e lobbista che oggi consentono le tecnologie e l’informatica. Da migliorare: far accedere ai lavori delle Commissioni, aumentare il numero dei pass per soggetto che si iscrive. Temo che la regolamentazione non faccia emergere realmente il "sommerso", perché lascia comunque inalterati privilegi per pochi non estendendo i legittimi diritti di rappresentanza ai professionisti seri. La corruzione non si sconfigge con un registro, ma con una politica molto più ampia e severa. Piuttosto la regolamentazione a mio avviso serve – se fatta bene – a rendere trasparenti i processi decisionali e a ingaggiare chi detiene il potere legislativo in ambiti chiari e ben delimitati. E' deleterio il fiorire di numerose regolamentazioni diverse. Bisognerebbe realizzare una normativa unica o come minimo armonica e non consentendo alle Regioni di farsi la loro piccola regolamentazione sui generis (sta accadendo). Si arriverà a una regolamentazione nazionale solo e se i lobbisti saranno capaci di rappresentare il bisogno di ciò". Ma come funziona concretamente la registrazione? E cosa comporta? Come spiega la vicepresidente Sereni, “Non soltanto i rappresentanti di interessi, ma qualsiasi cittadino può entrare alla Camera, purché abbia un appuntamento con un deputato e ci sono aree in cui si può transitare e altre off limits. Attualmente chi ha il badge può stare nel corridoio dei presidenti al piano Aula. Ma in futuro è previsto si apra una stanza dedicata ai rappresentanti di interessi, prima della discussione della prossima legge di Bilancio”. Quindi non sono previsti per gli iscritti particolari premialità, ma l’esclusiva possibilità di un accesso permanente in – per la verità, pochi e periferici – locali della Camera. Sono state segnalate invece alcune difficoltà nell’iscrizione. Innanzitutto, lungaggini burocratiche per chi ha avviato la procedura nelle scorse settimane ma non l’ha portata a buon fine per l’esclusiva via telematica. Come ha spiegato Roberto Falcone, presidente dell’associazione nazionale tributaristi Lapet, al Corriere: “Ho ritirato ieri il mio tesserino. Prima ho dovuto fare domande per via telematica, attraverso la mia identità digitale. Poi sono dovuto andare agli uffici sicurezza della Camera. Dopo l’identificazione e la foto, mi hanno creato e consegnato il badge”. Sono però segnalate alcune inefficienze e inesattezze negli obblighi burocratici e nei documenti da depositare per l’iscrizione. Per Open Polis, in totale sono state presentate 145 richieste d’iscrizione, ma gli uffici ne devono ancora completare l’esame. Ma per la prima volta, viste le buone intenzioni, qualche imprecisione la si può perdonare.

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(Riceviamo e pubblichiamo il contributo di Cristina Antonucci) Il recente intervento che ha introdotto la modifica al regolamento della Camera dei Deputati, con la creazione di un registro pubblico dei portatori di interesse, è una delle modalità più rilevanti di un processo, di natura settoriale (MIPAAF nel 2015, MISE nel 2016) e territoriale (leggi regionali emanate dal 2002 al 2016) di regolazione del lobbying, emerso, in tali forme, in ragione della finora rilevata impossibilità di giungere ad una legge nazionale. A fronte del formato regolativo posto dal sistema istituzionale nei confronti dei gruppi di interesse, tuttavia, è possibile rilevare anche interessanti formati di auto-regolazione, dal basso, da parte dei portatori di interesse. Con l’idea di auto-regolazione, si intende fare riferimento a tutti quei formati di natura non vincolante, ma volti ad affermare la diffusione di norme sociali connesse ad una condizione professionale: la redazione e l’adozione di codici etici; l’impiego volontario di strumenti di trasparenza, tanto nei confronti dei soggetti del sistema politico e istituzionale, quanto nei confronti di ogni altro stakeholder, anche solo potenziale; il coinvolgimento attivo in pratiche di trasmissione di conoscenze tecnico- professionali nei confronti di nuove generazioni; la sperimentazione di modelli di networking aperti e inclusivi, fondati sulla base di elementi di conoscenza e non di mera relazione. In questo senso, l’esperienza di Reti Running con Openlobby, giornata dedicata a diffondere al pubblico, in modo chiaro, la conoscenza delle pratiche operative di lobbying interne all’azienda, ha un valore rilevante non solo a livello comunicativo, ovviando al diffuso ricorso al termine lobby come pratica oscura, ma in una direzione più sostanziale di promozione della cultura della trasparenza nei sistemi democratici. Un’esperienza come Openlobby consente di capire come i rappresentanti di interessi particolari agiscano nelle sedi istituzionali per garantire ai decisori pubblici una migliore conoscenza del tema oggetto di intervento, ma anche di comprendere come il lavoro di lobbying si iscriva all’interno di una cornice pienamente democratica di confronto tra interessi particolari e interesse generale e di come sia necessario valorizzare il tema delle competenze necessarie a svolgere al meglio questa professionalità così ricca e articolata. La promozione della cultura della trasparenza del lobbying, nell’attesa di una disciplina nazionale che stenta ad arrivare, passa anche dall’apertura a questa tipologia di pratiche di auto-regolazione.

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