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Dalla crisi politica alla crisi istituzionale: quali (nuove) regole per la Terza Repubblica?
Scritto il 2018-06-28 da Redazione su

Lunedì 2 Luglio alle ore 17,30 a Roma nella sede di Confedilizia, Via Borgognona 47, si terrà il seminario organizzato da Open Gate Italia in collaborazione con FB & Associati dal titolo “Dalla crisi politica alla crisi istituzionale: quali (nuove) regole per la Terza Repubblica?”

Dopo un’introduzione del Prof. Giovanni Guzzetta, Presidente di Open Gate Italia, affronteranno il dibattito, moderati da Andrea Morbelli Partner della società di consulenza Open Gate Italia, il Senatore Anna Maria Bernini di Forza Italia, l’Onorevole Stefano Ceccanti del Partito Democratico, il Senatore Vincenzo Presutto del Movimento 5 Stelle, l’Onorevole Guido Crosetto di Fratelli d’Italia e Fabio Bistoncini, AD & Founder FB & Associati.

 Si parla di crisi di sistema. Quando la Terza Repubblica affronterà le riforme?

 Il seminario partirà dall'interrogativo posto dal Presidente di Open Gate Italia, Prof. Giovanni Guzzetta: “Quali istituzioni per la Terza Repubblica? Il tema delle riforme istituzionali è da sempre consegnato ad un amaro destino e nei momenti più drammatici di crisi del sistema politico vengono invocate a gran voce. Ma in quei momenti la gravità della crisi rende impossibile realizzarle. Quando, più o meno miracolosamente, la crisi trova una soluzione, per quanto provvisoria, le riforme escono di scena e l’attenzione viene focalizzata sulle speranze suscitate dai nuovi equilibri”.

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Per info: www.opengateitalia.com – email: info@opengateitalia.com

(Riceviamo e con piacere pubblichiamo) La parola “Lobby” fa ancora da scudo ad un panorama zeppo di ipocrisie. Mentre Roma era già piena di sedicenti amici di amici di ministri, di sottosegeretari di e capi e vicecapi di gabinetto, prima che fossero insediati, un imprenditore veniva "intercettato" e poi arrestato assieme a manager pubblico e politici per corruzione e altro. Tutti innocenti fino al terzo grado,etc. Ma intanto si grida “hanno stato le lobbies. Adesso facciamo una legge”. Posizione ipocrita. Regolamentare le lobbies e le fondazioni politiche sarebbe allora la risposta alla corruzione? Le Fondazioni politiche, ad esempio, fanno parte della mancata regolazione, indicata in Costituzione, delle forze politiche. Ma è anche un po' colpa nostra. Certo è cresciuta la consapevolezza della necessità di trasparenza, ed il dibattito sulla regolamentazione degli altri, ma mai della politica. Ci sono manuali e testi accademici, libri utili e strutturati di diversi colleghi (Fabio Bistoncini, Alberto Cattaneo), articoli ed iniziative di Mariella Palazzolo. Molte università, come ad esempio LUMSA e LUISS di Roma, hanno inserito lobbying e public affairs nei percorsi di studio. Ma proposte di legge, non sono state portate a termine dal Parlamento. Si è lavorato sul lato degenerativo del rapporto tra pubblico e privato, sulla prevenzione burocratica (con l'ANAC), ma senza ridurre il peso della burocrazia che favorisce i corrotti. Sul piano penale c’è la legge Severino con l’ineffabile reato di traffico di influenze illecite. Più che parlare di registri,allora bisognerebbe cambiare registro: intestiamoci una battaglia a favore del confronto tra interessi pubblici e privati per creare buone pratiche e soluzioni. Qualcosa è avvenuto con l’inserimento, nel codice degli appalti, del Débat Public. O con l’estensione del “cartellino” e la stanzetta dei lobbisti. Ma non c'é stata una rivoluzione; il parziale sdoganamento della parola ci ha fatto ritornare a dove eravamo: quando serve la lobby resta una parolaccia, nei salotti acculturati viene apprezzata come parte del processo democratico. Trasparenza, accountability, apertura, partecipazione, open data, open government e #openlobby sono tutte frontiere ormai aperte, ma siamo sicuri che non ci parliamo addosso? Temo che quanto abbiamo detto e fatto finora non tenga conto del terremoto che ha investito la rappresentanza politica e degli interessi. Oggi molti giovani affrontano questa via con onore e dignità, e molte, non a caso, sono donne e “potrebbero tutti giurare sulla costituzione” e se non ci fossero saremmo in una dittatura. Quante volte l’abbiamo detto! Ma intanto quell’imprenditore va a cena con l’autorevole manager “nominato” a capo di una partecipata, che tratta a nome di una giunta comunale e sono insieme ad un ministro in pectore. Che lavoro faceva in quel momento il dott. Lanzalone? Parnasi non aveva bisogno di un cartellino per dire la sua. Forse il mondo è cambiato da un pezzo e noi siamo arrivati solo ai cartellini e ai master. Lavoriamo sodo, e siamo tutti più colti, preparati, bellini e presentabili; facciamo feste glam, interviste ed aperitivi in terrazza, rischiando di far succedere a vecchi faccendieri una pattuglia di lobbisti dell’apericena, alcuni in malcelata ammirazione per il potere (sia detto con rispetto quale? nda) dei “Bisignani”. Pochi dibattiti di sostanza, poco coraggio, poca visione autonoma e molti selfies di libri, drink ..e di se stessi alla presidenza di qualche convegno. Su Instagram naturalmente. Mi spiace lanciare un ruvido allarme: nonostante i miglioramenti di cui ci compiaciamo, chi lavora sul fronte dei public affairs rischia di essere irrilevante, di diseducare governo e interessi tornando alla corsa a chi conosce chi .. in una Roma dove “si usa” appunto il.. “tutti conoscono tutti”, ma pochi ne sanno qualcosa. In questo “interregno di sistema” che scompone alleanze internazionali, forze politiche, governi e sistemi un tempo stabili, dovremmo trovare punti di riferimento più solidi. Chi rappresenta interessi o aiuta a rappresentarli ha un rapporto con “lo Stato” sulla base di competenze regolatorie, politiche e comunicative, di proposte alte, non di conoscenze personali vere o millantate. I professionisti dei Public Affairs aiutano lo Stato, cioè Parlamento, Governo (qualunque governo), Pubblica Amministrazione (con le sue enormi competenze) a fare meglio ascoltando di più gli interessi. Con qualche idea. La formazione della volontà pubblica non è più un processo verticale, un sistema di comando, ma una rete di responsabilità, nella quale, decisione, comunicazione e discorso pubblico, frammentati, multiformi e spesso distorti, hanno un ruolo di reciproca influenza e co-determinazione con gli interessi Oltre a regolamentare la attività di lobbying, sarebbe ora di regolamentare le politiche pubbliche e la politica in modo che attori e processi siano trasparenti, semplici e accessibili, a partire dai partiti, dai corpi intermedi, e dai Think Tank Se il terreno di gioco si inclina verso una o due società o “consulenti di fiducia” da premiare e/o istituzioni/corporazioni amiche, interne e privilegiate dal sistema politico o da una sua parte, non ce n’è più per nessuno. Una bonifica andrebbe fatta su conflitti di interessi e sliding doors non solo per i media, anche con un sistema di “follow the money” , e non sulla “percezione” o “presunzione”, ma sui fatti con un osservatorio indipendente sulla trasparenza appoggiato dalle istituzioni (stile Sunlight Foundation) Avendo qualche esperienza passata per 5 o 6 diversi governi, aggiungo che l’autonomia di giudizio, senza nascondere le proprie idee, di un portatore di interessi, come di un giornalista, quanto di un politico, arricchisce il pluralismo e aumenta la fiducia tra persone che meritano per i contenuti che portano. Al contrario, la corsa al carro dei vincitori,la compagnia di giro, la dissimulazione delle proprie idee non è mai stata una buona pratica per nessuna delle parti. Alla fine riduce una realtà complessa ad un sistema parziale, amicale, di circoli e reti di cronies, che presto diventa asfittico, soffocante e dannoso soprattutto per chi ha nuove responsabilità. Limitarsi alla tiritera sulle regolamentazioni, sperare nelle festicciole, nei #pourparler (de che?) favorisce alla fine i lobbisti ombra, il gossip malizioso e la spregiudicatezza dei chiacchieroni. E’ un’illusione facile per chi ha ancora scarsa esperienza politica, ed un’occasione golosa per chi è abituato ad operare nell’ombra e a “marciarci”. Superiamola insieme. Massimo Micucci Analista politico, comunicatore, consulente, lobbista (web companies, energia, editoria)

Imprese - Lobbyingitalia

Il confine tra politica, diritto e lobbying è sempre stato labile, e l'ultima - in termini di tempo - nomina nel mondo delle relazioni istituzionali lo conferma ancora una volta. Open Gate Italia, una delle maggiori firm di public and regulatory affairs d'Italia, ha nominato il prof. Giovanni Guzzetta quale presidente della società, di cui era membro dell'Advisory Board dal 2017. Nato a Messina, un Ph.d. presso l'Istituto Universitario Europe di Fiesole e un’intensa attività di ricerca tra Stati Uniti ed in Germania, Giovanni Guzzetta è avvocato cassazionista e professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma “Tor Vergata”. Componente del Collegio garante della costituzionalità della Repubblica di San Marino e  del Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, in passato è stato Presidente nazionale della FUCI (federazione  universitaria cattolica italiana) e Capo di Gabinetto del Ministro per la Pubblica Amministrazione e per l'Innovazione. Attualmente dirige un Master di II livello in Processi decisionali, lobbying e disciplina anticorruzione in Italia e in Europa ed è stato impegnato in prima persona per alcune riforme di leggi elettorali e istituzionali, guidando diversi comitati referendari. Infine, Giovanni Guzzetta ha all’attivo anche più di un centinaio di pubblicazioni tra le quali:  Diritto Pubblico Italiano e Europeo, scritto in collaborazione con Francesco Saverio Marini, Giappichelli, 2017;  Italia. Si cambia. Rubbettino 2016; La contaminazione costituzionale del diritto europeo, Giappichelli, 2015; Italia. Ultima Chiamata, Rizzoli 2008.   Twitter: @gioguzzetta La sua biografia a cura di Giorgio Dell'Arti

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di Thomas T. Holyoke e Timothy M. LaPira, London School of Economics. La gente non ama i lobbisti. Gli appartenenti alla categoria vengono rappresentati come trafficanti di influenze corrotti che manipolano i legislatori con donazioni alle loro campagne elettorali. Spesso persino i candidati che vorrebbero sfruttare la rabbia populista contro i lobbisti stessi sembrano non essere in grado di separarsene. Un esempio? L’annuncio del Presidente Trump sul prosciugare la palude di Washington, anche se uno dei suoi collaboratori più vicini nonché ex consigliere per la sicurezza nazionale, Micheal Flynn, ha svolto attività di lobby per diversi governi stranieri senza nemmeno essere registrato. Oppure Corey Lewandowski, ex manager della campagna di Trump, che ha messo a disposizione il proprio network di relazioni per una società di lobby quasi immediatamente dopo l’elezione. Piuttosto che prosciugare la palude, sembra che essa si stia ampliando. Sebbene l’attività di lobby sia molto diversa rispetto a come viene generalmente rappresentata, si ritiene ancora inopportuno influenzare la politica in nome e per conto di gruppi di interesse. Il problema delle connessioni illecite dei lobbisti non si presenta solo negli Stati Uniti, ovviamente: la retorica del “prosciugare la palude” impedisce di riconoscere appieno il contributo positivo che l’attività di rappresentanza di interessi apporta al processo democratico. Invece, dobbiamo “nutrire l’acquitrino”, così da distinguere gli aspetti positivi e negativi del lobbying e per far ciò abbiamo riunito un piccolo gruppo di scienziati politici a Porto Rico per un incontro sui problemi della rappresentanza di interessi nei regimi democratici, le cui conclusioni vengono presentate sul numero di Ottobre 2017 di Interest Groups & Advocacy da Thomas Holyoke e Timothy LaPira. Qualche dato: Il numero dei lobbisti è in crescita; I sistemi democratici variano enormemente tra di loro nel regolamentare l’attività di lobby, in particolare con riguardo alle informazioni che devono essere rese pubbliche; Le leggi sulla rappresentanza di interessi vengono approvate spesso immediatamente dopo degli scandali, ma quasi mai vengono aggiornate; I legislatori che beneficiano del lavoro dei lobbisti sono riluttanti ad emanare riforme; Persino le imprese che si avvalgono della consulenza dei lobbisti non sempre conoscono precisamente quali attività vengano svolte; La definizione stessa di “attività di lobbying” andrebbe espansa; Con maggiori dati a disposizione del pubblico sarebbe più facile chiarire su quale interlocutore viene effettuata pressione. Entrambi gli studiosi convengono che l’alta domanda di servizi forniti dai lobbisti incoraggia sempre più rappresentanti a sfruttare le “revolving door”, mettendo a frutto le loro reti di relazioni e competenze in ambito di policy per costituire grandi società. Inoltre riconoscono che molti lobbisti si avvantaggiano della definizione di “lobbista” che viene data dalle leggi federali in materia di trasparenza per evitare di registrarsi o di esplicitare le loro spese, creando così un vasto esercito di “lobbisti-ombra”. Problemi simili esistono nelle democrazie europee: Michele Crepaz ha indagato sulle origini delle leggi sul lobbying, scoprendo che la maggioranza dei Paesi OCSE le ha approvate approssimativamente nello stesso periodo del ventunesimo secolo. Gli scandali legati all’attività di lobby spesso costringono i governi a regolamentare la rappresentanza di interessi, anche sulla base di quanto raccomandato dall’Unione Europea e da altre organizzazioni internazionali, ma molti stati ancora non si sono mossi in questa direzione. Jana Vargovčíková ha analizzato approfonditamente le proposte vagliate da Polonia e Repubblica Ceca, concludendo che la scarsa regolamentazione, unita spesso alla mancanza di reale interesse ad agire da parte dei rappresentanti eletti, porta a serie difficoltà nel condurre un processo di riforma. Quindi come si combatte la minaccia del lobbying senza freni? Mettendo sempre più informazioni a disposizione di sempre più persone. Lee Drutman e Christine Mahoney concordano che i lobbisti devono essere obbligati a render noto per conto di chi, come e perché stanno svolgendo la loro attività in dichiarazioni pubbliche. Queste dichiarazioni potrebbero essere utilizzate anche dai legislatori per assicurarsi che vengano ascoltati e protetti quanti più interessi concorrenti possibile: in un’ottica di database aperti online, queste comunicazioni informative potrebbero essere consultate da chiunque, dal grande pubblico come dai giornalisti e persino dagli altri lobbisti. Inoltre Tom Holyoke sottolinea come spesso anche chi si serve della consulenza dei lobbisti non conosce precisamente le attività che vengono svolte: il lobbying può essere tutelato dalla legge solo se i rappresentati conoscono e approvano ciò che i loro rappresentanti svolgono. Questi rimedi generali basati sui fatti non risolveranno tutti i problemi della rappresentanza di interessi particolari nei governi democratici: la verità è che il lobbying è parte naturale di ogni democrazia. Riteniamo però che la miglior forma di regolamentazione sia aumentare il numero di informazioni pubblicate. I lobbisti stessi potrebbero trarne vantaggio, coinvolgendo le persone che rappresentano in un processo trasparente di lobby giorno per giorno. Questa è la ricetta per una democrazia in salute. Traduzione a cura di Paolo Pugliese

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