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Whistleblowing: a Napoli il software che aiuta i dipendenti a denunciare gli illeciti
Scritto il 2018-04-21 da Redazione su Italia

(Giacomo Alessandrini) «In attuazione della nuova disciplina anticorruzione e così come previsto dal piano anticorruzione e trasparenza 2018-2020 che recentemente abbiamo approvato, la Città Metropolitana di Napoli sarà tra le prime in Italia a mettere in opera un programma informatico facilmente accessibile, che consentirà a ciascun dipendente che ravvisi anomalie all'interno dell'Amministrazione, di segnalare le condotte illecite rilevate, con garanzia di assoluta riservatezza».

È con questa nota che la scorsa settimana, il Sindaco della Città Metropolitana di Napoli Luigi de Magistris, ha annunciato l’importante passo avanti per la trasparenza degli uffici pubblici compiuto dall’amministrazione partenopea con sede a Piazza Matteotti.

Il whistleblowing, termine derivante dall'inglese «blow the whistle» (che si riferisce all'azione dell'arbitro di soffiare nel fischietto per segnalare un fallo o un'infrazione) offre una tutela legale a chi decide di denunciare pubblicamente, da dipendente interno, condotte illecite o fraudolente compiute all’interno di un’organizzazione pubblica o privata.

La normativa, approvata lo scorso 30 novembre 2017 (legge n.179) ed entrata in vigore il 29 dicembre seguente, era stata suggerita da Transparency International Italia, durante la sua audizione in Commissione Antimafia, come uno dei mezzi principali e indispensabili per arginare la corruzione (come già analizzato in un precedente articolo).

Secondo Antonio Meola, segretario generale della Città Metropolitana di Napoli, “La norma sul Whisteblowing, vale a dire la segnalazione di attività illecite nell'amministrazione pubblica da parte del dipendente che ne sia venuto a conoscenza per ragioni di lavoro, avvicina l'Italia all'Europa”.

Proprio al segretario generale Meola, i dipendenti della Città Metropolitana di Napoli potranno segnalare i casi di illecito attraverso strumenti protetti da crittografia e leggibili unicamente dal medesimo RCPT (responsabile prevenzione corruzione e trasparenza) e senza incorrere in misure ritorsive (come spesso, purtroppo, accadeva in passato).

Foto: Affaritaliani

(Giacomo Alessandrini) Lo scorso 15  novembre, in aula a Montecitorio, è stato dato il sì definitivo all’approvazione della legge sul whistleblowing. Ma cosa si cela dietro questo termine inglese sconosciuto ai più fino a due settimane fa? Il whistleblower (da cui, appunto, l’attività di whistleblowing) è colui che denuncia pubblicamente, da insider, condotte illecite o fraudolente all’interno di un’organizzazione pubblica o privata. Negli Stati Uniti, il lavoratore che trova il coraggio di denunciare attività illecite condotte all’interno del proprio luogo di lavoro, non solo viene tutelato, ma anche indennizzato, in quanto il primo beneficiario di tali denunce è proprio lo Stato, che rimpingua le proprie casse smascherando attività di corruzione presenti nella pubblica amministrazione. In Europa, e in particolar modo in Italia, spesso, purtroppo, succede il contrario. Molte volte è accaduto che il whistleblower sia stato mobbizzato o addirittura licenziato per la sua azione di denuncia. Eppure i dati della Commissione Europea parlano chiaro: il whistleblowing può addirittura portare ad un ritorno, in termini monetari, di circa 50 miliardi di euro. Anche l’Italia, con anni di ritardo, si è mossa per recuperare il gap non solo con gli Stati Uniti, ma anche con il resto d’Europa (perfino la Romania si era dotata di una legge sul whistleblowing prima di noi). La legge porta la firma dell’On. Francesca Businarolo, deputata del Movimento5Stelle che aveva avanzato la proposta già nel 2013.  Dopo 4 anni di lavoro, con 357 voti favorevoli sui 418 presenti (con 46 contrari e 15 astenuti) la Camera ha approvato il testo. L’approvazione della legge sul whistleblowing è importante per una duplice ragione. Innanzitutto, perché tutela chi segnala attività illecite o fraudolente (proteggendo l’identità del whistleblower). Inoltre, perché costituisce un fattore importante per risalire la classifica stilata dall’associazione Trasparency International Italia (di cui avevo parlato nel precedente articolo), che vede come fanalino di coda il nostro Paese per quanto riguarda l’anticorruzione.

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(Giacomo Alessandrini) Lo scorso 10 ottobre è stato presentato il report annuale Agenda Anticorruzione 2017 dall’associazione Trasparency International Italia. Risultato? Italia al sessantaseiesimo posto su 176 Paesi presi in analisi e terzultima in Europa. Nel vecchio continente hanno fatto peggio di noi (o meglio, se si considera la classica al contrario, cioè partendo dal più corrotto) solamente Grecia e Bulgaria.  Ma il dato vero è che l’Italia, sotto il profilo normativo, ottiene 62/100, affondando miseramente sul lato sanzionatorio (45/100). Tuttavia, per contrastare i fenomeni di corruzione che hanno radici “storiche” in Italia, oltre ad applicare le leggi già in vigore (alzando così quel misero punteggio di 45/100), servirebbe anche colmare alcuni orror vacui normativi, per dirla con un linguaggio caro ai giuristi. Infatti, ci sono lacune che più di altre incidono pesantemente sul nostro sistema. Da un lato, la mancanza  di tutela per chi denuncia casi di corruzione (il c.d. whistleblowers), dall’altro l’assenza di una regolamentazione unitaria e organica delle attività di lobbying. Lo stesso presidente di Trasparency International Italia, Virginio Carnevali, di certo non un lobbista di professione, ha affermato che c’è la necessità di “riempire il vuoto legislativo sul whistleblowing e sul lobbying” per poi concentrare “sforzi e risorse per applicare più efficacemente le tante e buone leggi che abbiamo”. L’Italia su questi due macro tematiche è ancora lontana sia dai vicini europei che dai Paesi anglofoni, e i dati del rapporto lo confermano: 25/100 sul whistleblowing e 28/100 sul lobbying. Dello stesso avviso di Carnevali è anche il Presidente dell’ANAC Raffaele Cantone “oltre alla tutela del whistleblowing, è indispensabile una legge sulle lobby”. Sempre Trasparency International Italia ha indicato quali sono le priorità che sia il Governo che il Parlamento dovrebbero far proprie per arginare i fenomeni di corruzione nel nostro Paese, e al primo posto dell’agenda c’è la regolamentazione del lobbying. Ciò che risulterebbe importante, infine, non è solamente uno sforzo normativo da parte del potere legislativo sul tema, ma anche il formarsi di un’opinione pubblica favorevole, opinione pubblica che ancora oggi è troppo disinformata e carica di pregiudizi sull’attività di lobbying.

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Potere economico e politica, un legame non sempre trasparente e spesso oggetto di discussione. Lobbying Italia ha intervistato l'on. Gianni Cuperlo, deputato del Partito Democratico, sul caso Consip e sulla necessità di maggiore trasparenza di lobby e istituzioni. Cosa pensa del presunto affaire Consip e dell'altro volto di questa vicenda, l'apertura da parte della Procura di Roma di un fascicolo per rivelazione del segreto di ufficio a carico del dott. Woodcock? Su vicende giudiziarie per formazione tendo ad astenermi da giudizi e valutazioni. Ripeto concetti assolutamente scontati, che la magistratura deve godere della massima autonomia e deve poter svolgere le sue indagini senza condizionamenti da parte della politica. Nel caso specifico appare molto preoccupante la sola ipotesi che singole figure o apparati dello Stato abbiano potuto fabbricare prove false a carico del capo del governo, dei suoi collaboratori e familiari. Su questa ipotesi è necessario fare totale chiarezza nell'interesse della magistratura, della polizia giudiziaria e delle istituzioni democratiche. Sull'altro versante è necessario che l'inchiesta prosegua e giunga a conclusione in merito alla fuga di notizie che nel pieno delle indagini avrebbe condizionato il loro corretto svolgimento. Per mesi l'amministratore delegato della Consip, tra gli accusatori di un ministro della Repubblica, è rimasto regolamento al suo posto come lo stesso ministro e altre figure apicali. Qualcuno deve comunque avere fornito agli inquirenti una versione falsa degli eventi e dunque un chiarimento di ordine giudiziario, ma anche di ordine politico, rimane necessario. Mi auguro che arrivi in tempi rapidi anche a tutela di reputazione e onorabilità delle persone coinvolte. Probabilmente l'inchiesta Consip, indipendentemente da come terminerà l'iter giudiziario, mette in luce la necessità di una regolamentazione del lobbying nel nostro paese: secondo lei verso quale direzione si dovrebbe andare? È banale dirlo ma la direzione da scegliere è quella della massima trasparenza. Esistono normative e discipline che altri Paesi applicano da tempo e che garantiscono un'azione di controllo e prevenzione di quelle forme dirette e indirette di corruzione che alimentano il giudizio negativo sulla classe dirigente e in particolare sul ceto politico. Le norme approvate in questa legislatura per contrastare il traffico illecito di influenze e l'aumento delle pene per i reati di corruzione possono andare nella direzione giusta ma evidentemente tutto questo ancora non basta. Si stima il costo della corruzione nell'ordine di 50-60 miliardi di euro all'anno e ciò rappresenta una delle ragioni della crisi complessiva del nostro sistema economico, politico e democratico. Fingere che non sia così o sottovalutare la portata del fenomeno e le sue implicazioni è una delle più gravi responsabilità in capo alle élites del Paese. In un paese in cui la figura del lobbista viene ancora vista come un faccendiere l'Italia è culturalmente pronta ad accettare e quindi normare il settore del lobbying? Ho accennato alla corruzione diffusa perché ho l'impressione che i due aspetti si legano. Il Paese avrà un atteggiamento più responsabile e maturo verso l'azione del lobbying se l'opinione pubblica si convincerà della volontà di colpire con durezza ogni forma e strumento della corruzione. Se vogliamo essere sinceri dobbiamo riconoscere che così oggi non è e questo determina una serie di conseguenze anche nel giudizio su quanti potrebbero e vorrebbero agire nell'ambito della più rigorosa legalità. Possono le lobby aiutare i partiti politici a superare la terribile crisi di rappresentanza dei partiti che tutt'ora perdura fin da Mani Pulite, o sono due canali di rappresentanza che nel nostro paese viaggeranno sempre su binari separati? Ho l'impressione che la crisi di rappresentanza dei partiti abbia radici e motivazioni profonde che affondano in un deficit della loro cultura e identità. Partiti che hanno smarrito progressivamente una vocazione e che si sono ridotti a macchine oliate di organizzazione del consenso sul territorio. È un fenomeno che viene da lontano, non riguarda solamente l'ultima stagione e non credo lo si possa affrontare e tanto meno risolvere attraverso interventi o regolazioni che non aggrediscano il cuore del problema. Quindi benissimo una legge che dia piena applicazione all'articolo 49 della Costituzione, ma insisto nel dire che senza una vera e propria rigenerazione della missione storica di quelle culture e tradizioni noi resteremo ostaggio della cronaca e dell'improvvisazione. Temo anche sul terreno indicato dalla domanda. Intervista a cura di Giorgio Galioto, Eleonora Patella, Mario Verrotti, Andrea Zappacosta e Camilla Zavaroni, Master in Relazioni Istituzionali, Lobby e Comunicazione d'Impresa - Luiss Business School. Fonte foto: Polisblog.it

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