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Fare lobby aiuta anche il bilancio: come quantificare i benefici finanziari del lobbying
Scritto il 2018-01-18 da Redazione su World

(@FraAngelone) Il destinatario tradizionale di un’azione di lobbying è il policy-maker, il decisore pubblico. Tuttavia, a volte il lobbista è anche policy-maker. No: non si tratta del fenomeno sgradevole o illegale delle ‘porte girevoli’ né di quella pratica che appartiene all’accezione negativa di lobbying e che richiama l'idea di pressioni sotterranee esercitate da poteri forti e occulti.

Perché spesso la definizione generalmente accettata di lobbying si concentra sull’iter legislativo, il procedimento di formazione della norma (lawmaking), ma esiste un’altra attività, quella di rulemaking, che attiene alla regolamentazione di una determinata materia e che può essere altrettanto redditizia per gli interessi che vi prendono parte. È questo l’oggetto di uno studio pubblicato dal Washington Center for Equitable Growth.

Fare lobby conviene soprattutto nei mercati regolamentati

Gli autori dello studio si sono presi la briga di andare a verificare la differenza tra i benefici ricavati da chi ha partecipato al rulemaking in materia bancaria approcciando le agenzie federali (cui è demandato il compito di specificare il contenuto delle leggi) e chi non vi ha partecipato. E quello che è emerso è che c’è una dimensione finora sottostimata nella valutazione circa le differenze di influenza sulle politiche: la competenza o, meglio ancora, la capacità di mobilitare le competenze.

Le agenzie federali statunitensi, secondo quanto prevede l’Administrative Procedures Act, sono tenute a rendere pubblicamente disponibile per un determinato periodo di tempo un regolamento proposto in modo che chiunque, un privato o un rappresentante di un'impresa, possa fornire i propri commenti e suggerimenti. Le agenzie riesaminano tali commenti e li inseriscono nel processo decisionale e nel provvedimento finale. Durante queste vere e proprie consultazioni è plausibile pensare che le istituzioni finanziarie (per restare al caso oggetto dello studio sopra citato) abbiano maggior voce in capitolo per know-how e per possibilità di spesa utile a mobilitare tale know-how. Questi strumenti, non lo scopriamo oggi, danno a tanti la possibilità di partecipare, ma nulla possono a fronte di un evidente gap di competenze tra chi vi prende parte.

Un gap che è economico in partenza e al traguardo. Le imprese pensano che ci sia un qualche vantaggio finanziario da trarre dalla partecipazione al processo normativo, altrimenti non lo farebbero. E l’expertise di cui dispongono, la capacità che esse hanno (tramite i loro uffici legal and regulatory affairs) di entrare nel dettaglio della regolamentazione, delle loro ricadute negative e positive, solleva il legittimo dubbio che il processo di rulemaking non sia altro che l’ennesimo canale attraverso cui influenzare il processo normativo per servire i propri interessi, non l’interesse pubblico, in barba alla trasparenza. Per di più, lo studio di Carpenter e Libgober ha scoperto alcuni elementi interessanti. Le banche che hanno partecipato alle consultazioni sulle riforme del settore dal 2010 in poi hanno avuto significativi benefici sul mercato azionario rispetto ai loro competitor che sono rimasti silenti.

Il beneficio economico della competenza 

Che sia, quindi, la competenza ad influenzare il decisore pubblico non può essere altro che un bene. Che questa competenza sia possibile mobilitarla prevalentemente attraverso fondi disponibili solo ai grandi interessi economici di parte è, ancora, una questione per gli scienziati sociali. Di fatto, la trasparenza delle procedure è un anticorpo importante per garantire la sostanzialità della democrazia e la competenza, la profonda conoscenza dei risvolti possibili della legislazione, non è ancora un disvalore. Del resto, l’attività di lobbying non ha il solo scopo di convincere il decisore pubblico, ma anche quello di informarlo e se per convincerlo lo informa, genera, attraverso un’attività collaterale, un’esternalità positiva.

(Fonte foto: Center for Responsive Politics)

di Thomas T. Holyoke e Timothy M. LaPira, London School of Economics. La gente non ama i lobbisti. Gli appartenenti alla categoria vengono rappresentati come trafficanti di influenze corrotti che manipolano i legislatori con donazioni alle loro campagne elettorali. Spesso persino i candidati che vorrebbero sfruttare la rabbia populista contro i lobbisti stessi sembrano non essere in grado di separarsene. Un esempio? L’annuncio del Presidente Trump sul prosciugare la palude di Washington, anche se uno dei suoi collaboratori più vicini nonché ex consigliere per la sicurezza nazionale, Micheal Flynn, ha svolto attività di lobby per diversi governi stranieri senza nemmeno essere registrato. Oppure Corey Lewandowski, ex manager della campagna di Trump, che ha messo a disposizione il proprio network di relazioni per una società di lobby quasi immediatamente dopo l’elezione. Piuttosto che prosciugare la palude, sembra che essa si stia ampliando. Sebbene l’attività di lobby sia molto diversa rispetto a come viene generalmente rappresentata, si ritiene ancora inopportuno influenzare la politica in nome e per conto di gruppi di interesse. Il problema delle connessioni illecite dei lobbisti non si presenta solo negli Stati Uniti, ovviamente: la retorica del “prosciugare la palude” impedisce di riconoscere appieno il contributo positivo che l’attività di rappresentanza di interessi apporta al processo democratico. Invece, dobbiamo “nutrire l’acquitrino”, così da distinguere gli aspetti positivi e negativi del lobbying e per far ciò abbiamo riunito un piccolo gruppo di scienziati politici a Porto Rico per un incontro sui problemi della rappresentanza di interessi nei regimi democratici, le cui conclusioni vengono presentate sul numero di Ottobre 2017 di Interest Groups & Advocacy da Thomas Holyoke e Timothy LaPira. Qualche dato: Il numero dei lobbisti è in crescita; I sistemi democratici variano enormemente tra di loro nel regolamentare l’attività di lobby, in particolare con riguardo alle informazioni che devono essere rese pubbliche; Le leggi sulla rappresentanza di interessi vengono approvate spesso immediatamente dopo degli scandali, ma quasi mai vengono aggiornate; I legislatori che beneficiano del lavoro dei lobbisti sono riluttanti ad emanare riforme; Persino le imprese che si avvalgono della consulenza dei lobbisti non sempre conoscono precisamente quali attività vengano svolte; La definizione stessa di “attività di lobbying” andrebbe espansa; Con maggiori dati a disposizione del pubblico sarebbe più facile chiarire su quale interlocutore viene effettuata pressione. Entrambi gli studiosi convengono che l’alta domanda di servizi forniti dai lobbisti incoraggia sempre più rappresentanti a sfruttare le “revolving door”, mettendo a frutto le loro reti di relazioni e competenze in ambito di policy per costituire grandi società. Inoltre riconoscono che molti lobbisti si avvantaggiano della definizione di “lobbista” che viene data dalle leggi federali in materia di trasparenza per evitare di registrarsi o di esplicitare le loro spese, creando così un vasto esercito di “lobbisti-ombra”. Problemi simili esistono nelle democrazie europee: Michele Crepaz ha indagato sulle origini delle leggi sul lobbying, scoprendo che la maggioranza dei Paesi OCSE le ha approvate approssimativamente nello stesso periodo del ventunesimo secolo. Gli scandali legati all’attività di lobby spesso costringono i governi a regolamentare la rappresentanza di interessi, anche sulla base di quanto raccomandato dall’Unione Europea e da altre organizzazioni internazionali, ma molti stati ancora non si sono mossi in questa direzione. Jana Vargovčíková ha analizzato approfonditamente le proposte vagliate da Polonia e Repubblica Ceca, concludendo che la scarsa regolamentazione, unita spesso alla mancanza di reale interesse ad agire da parte dei rappresentanti eletti, porta a serie difficoltà nel condurre un processo di riforma. Quindi come si combatte la minaccia del lobbying senza freni? Mettendo sempre più informazioni a disposizione di sempre più persone. Lee Drutman e Christine Mahoney concordano che i lobbisti devono essere obbligati a render noto per conto di chi, come e perché stanno svolgendo la loro attività in dichiarazioni pubbliche. Queste dichiarazioni potrebbero essere utilizzate anche dai legislatori per assicurarsi che vengano ascoltati e protetti quanti più interessi concorrenti possibile: in un’ottica di database aperti online, queste comunicazioni informative potrebbero essere consultate da chiunque, dal grande pubblico come dai giornalisti e persino dagli altri lobbisti. Inoltre Tom Holyoke sottolinea come spesso anche chi si serve della consulenza dei lobbisti non conosce precisamente le attività che vengono svolte: il lobbying può essere tutelato dalla legge solo se i rappresentati conoscono e approvano ciò che i loro rappresentanti svolgono. Questi rimedi generali basati sui fatti non risolveranno tutti i problemi della rappresentanza di interessi particolari nei governi democratici: la verità è che il lobbying è parte naturale di ogni democrazia. Riteniamo però che la miglior forma di regolamentazione sia aumentare il numero di informazioni pubblicate. I lobbisti stessi potrebbero trarne vantaggio, coinvolgendo le persone che rappresentano in un processo trasparente di lobby giorno per giorno. Questa è la ricetta per una democrazia in salute. Traduzione a cura di Paolo Pugliese

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Le conclusioni dello studio della Banca Centrale Europea: troppa regolamentazione fa male al mercato, ma il lobbying è il miglior strumento del mercato per parlare ai decision makers. La Banca Centrale Europea ha condotto il primo studio empirico sul settore del lobbying in Europa. Ne è risultato un quadro contrastante, riassunto in due concetti di base: il lobbying fornisce ai decisori pubblici importanti informazioni sul settore di riferimento, contribuendo alla consapevole presa di decisione legislativa o regolamentare; le aziende che spendono maggiori cifre per condurre attività di lobbying provengono spesso da settori altamente regolamentati e spesso puntano a mantenere alto il livello di complessità delle regole, rischiando di ridurre il generale benessere della società. La ricerca: rendite di posizione, innovatività, produttività delle imprese Lo studio “Lobbying in Europe: new firm-level evidence”, condotto da Kostantinos Dellis dell'Università del Pireo (Grecia) e da David Sondermann, analista della BCE, ha l'ambizioso obiettivo di ricostruire (empiricamente) le motivazioni che spingono una società a fare lobbying sul Governo del proprio Paese, e determinare il “ritorno sull'investimento” per ogni singola impresa o settore economico. È stato scelto, inoltre, di restringere la ricerca ad attori che operano in singoli mercati di riferimento, per tentare di dipingere un quadro ancora più specifico a livello settoriale. Secondo gli autori, che hanno rilevato una scarsa letteratura in materia, il lobbying è condotto in gran parte da attori che operano in mercati regolamentati. Una delle conclusioni più rilevanti è che le aziende “incumbent”, ossia quelle che detengono posizioni dominanti nel settore, tendono a voler mantenere la propria rendita di posizione favorendo i propri interessi specifici. È stato rilevato che questo meccanismo (plausibile in contesti ristretti come i mercati regolamentati), accanto alle difficoltà nell'accesso al decisore per i nuovi entranti del mercato rischia di ridurre il benessere complessivo dell'economia intera in quanto riduce la competitività, il livello di innovatività delle aziende dominanti e il conseguente potenziale di sviluppo delle imprese entranti. Un risultato pressoché ovvio ma che potrebbe suonare come una denuncia per i governi che sono restii ad avviare liberalizzazioni dei mercati più strettamente regolati. Interessante il riferimento al livello di innovatività delle imprese. È stato rilevato che le imprese che innovano fanno lobbying per proteggere il loro livello di innovazione, e allo stesso tempo sono tra i maggiori recettori dei fondi europei di sviluppo e innovazione. Un risultato positivo può essere l'aumento del generale livello di innovazione; di contro, aziende innovative già dominanti nel mercato possono fare lobbying per mantenere lo status quo e non hanno il bisogno di aumentare il loro livello di innovatività come invece eventuali aziende potenziali entranti. Incrociando i dati è stato poi possibile stabilire che, per gli attori analizzati, a maggior fatturato corrisponde maggior spesa per il lobbying. Spesso invece a maggiore intensità dell'attività di lobbying non sono risultati maggiori livelli di redditività e produttività. Per quanto riguarda i risultati per settore, secondo lo studio i settori del real estate e dei servizi professionali (avvocati, architetti, e qualsiasi professione che richiede alta professionalità) tendono ad operare maggiormente con attività di lobbying in quanto maggiormente regolamentati rispetto agli altri. Problemi metodologici: pochi dati a causa della scarsa trasparenza del lobbying in Europa La ricerca è stata la prima condotta con lo specifico scopo di creare un framework comune di interpretazione delle dinamiche tra imprese e decisori al momento di attuare politiche economiche di settore, sulla base di analisi simili condotte negli Stati Uniti. Il vero vulnus dello studio è stato, come hanno riconosciuto gli stessi autori, l'assenza di dati completi sull'attività di lobby delle imprese, un fenomeno fatto risalire all'assenza di un obbligo di rendicontare le spese nello specifico per le imprese e, allo stesso tempo, i finanziamenti privati ai partiti o alle campagne elettorali. Sono state prese come basi di dati le cifre del Registro per la Trasparenza dell'UE e il database AMADEUS di Bureau van Dijk , che riporta i dati su fatturato e spese di ogni società: troppo poco per tracciare precisi confini tra le spese in lobbying e i relativi outcome politici. Il Registro per la Trasparenza, infatti, non ha uno storico dei dati registrati periodo per periodo e, inoltre, è uno strumento facoltativo che riporta dati non categorizzati (ad esempio, lobby diretta o indiretta, a livello di governi nazionali o di istituzioni comunitarie, etc..) e suscettibili di fallibilità a causa della mancanza di una adeguata controprova delle spese realmente effettuate. È interessante che per risalire al match tra attività di lobby delle imprese e singola decisione pubblica delle istituzioni siano state prese come riferimento le Raccomandazioni specifiche per Paese (Country-Specific Recommendations: ad esempio, quella che ha portato il Governo Gentiloni all'approvazione della Manovra Correttiva in Aprile). In base a quello è stato possibile definire l'agenda delle riforme, i settori specifici coinvolti e gli attori che si sono mossi nel corso dell'inter decisionale. Conclusioni: con maggiore trasparenza dei dati sul lobbying, possibile definirne il ROI Gli attori di dimensione maggiore e in mercati altamente regolamentati tendono a spendere maggiori cifre in lobbying in assoluto, spesso per mantenere la propria posizione dominante: questo non è di per sé negativo, specie perché spesso la regolamentazione aiuta a contravvenire ai fallimenti di mercato. Ma allo stesso tempo, una maggiore regolamentazione in settori non a fallimento di mercato può ridurre la creazione di lavoro, la produttività e in generale il benessere dell'economia nel suo insieme. Lo studio si è rivelato quindi un primo passo per definire una metodologia di rendicontazione del reale impatto del lobbying per un'impresa: un fatto spesso decisivo per i manager che decidono di affidarsi a questa attività piuttosto che alla semplice competizione sul mercato. Uno studio che ha sicuramente delle basi scientifiche molto forti: seppur debole in alcuni elementi (pochi dati e confusi), la ricerca è riuscita a risalire alla correlazione tra le diverse variabili, rilevando che il lobbying non è casualità ma è una leva strategica specifica con obiettivi e risultati quantificabili. È quanto meno curioso che anche gli autori della ricerca richiedano una migliore regolamentazione del lobbying nei singoli Paesi, stavolta per ottenere maggiori dati al fine di condurre ricerche più affidabili e ripetibili. Si affiancano quindi agli operatori del settore (che chiedono autorevolezza della professione) e alle associazioni anti-corruzione della società civile (che vogliono far luce su eventuali fenomeni distorsivi del processo decisionale democratico). Un'ulteriore motivo di pressione per aumentare la trasparenza del lobbying. LINK allo studio completo (ENG)

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Il terremoto Trump sta colpendo anche K Street, la casa del lobbying a Washington. E mentre il Presidente eletto forma la propria squadra di governo pescando qua e là tra lobbisti in-house a grandi gruppi e società di public affairs, le pedine si schierano sulla grande scacchiera delle lobby a seconda delle decisioni del futuro team repubblicano alla Casa Bianca. In campagna elettorale Trump è stato molto duro nei confronti dei lobbisti, e uno dei punti programmatici della candidatura era “prosciugare la palude”, ossia il mondo dei rapporti tra imprese private e decisori pubblici con la mediazione dei lobbisti. Ma le contromosse del settore sono arrivate. Innanzitutto, si ha davanti una situazione del tutto nuova per la politica americana. I repubblicani infatti sono pronti ad avere il controllo della Casa Bianca, della Camera, del Senato e della maggioranza della Corte Costituzionale, situazione senza precedenti nella storia recente americana, di potere quasi incontrastato. In una tale situazione varierà lo scenario dei conflitti interni alle istituzioni federali, in stallo durante la compresenza di Democratici e Repubblicani al comando delle istituzioni apicali. Torneranno in discussione, secondo un’analisi del Wall Street Journal, sanità, tassazione, infrastrutture e sistema bancario. In pratica, potrà essere rivoluzionata l’opera di Obama. Tutto a vantaggio delle lobby, che potranno esprimere il loro potenziale di fuoco e intessere nuove reti di relazione, riscrivendo le precedenti eredità dell’amministrazione Obama. Saranno quindi necessari nuovi investimenti in lobbying. Ma non è una novità: anche in passato, il primo anno di una nuova presidenza americana è coinciso con un boom nelle spese in attività di lobbying da parte di imprese, associazioni e società civile. Nel 2009, primo anno di presidenza Obama, sono stati spesi 556 milioni di $ per lobbying nel settore sanitario (+ 66 mln rispetto al 2008) e 473 milioni di $ per il settore finanziario e edilizio (+ 17 mln). E secondo voci interne a Washington, “le lobby stanno passando dalla difesa all’attacco”. La conseguenza del cambiamento di passo della presidenza Trump rispetto alle leggi di Obama favorirà quindi l’opera di lobbisti esperti, che dovranno tradurre in senso politico e legislativo gli interessi di business delle aziende. E molti lobbisti si stanno riposizionando. Società di lobbying, ma anche grandi corporations, che fino ad oggi si erano affidate a ex collaboratori di senatori o rappresentanti Dem, stanno virando verso lobbisti provenienti dall’area GOP. Nasceranno nuove alleanze, e altri rapporti finiranno con la fine del governo democratico. Ci saranno rimpasti all’interno delle commissioni del Congresso, con nomine meno bipartisan e più spiccatamente “trumpiane”. Ma è proprio il nuovo Presidente la vera incognita per i lobbisti americani. Si sarà di fronte ad una figura nuova, un imprenditore che ha fatto del populismo il carattere vincente della propria campagna elettorale – e della propria intera vita, se vogliamo – e ha promesso riforme e azioni molto radicali e coraggiose, molte delle quali già mitigate o disattese. In questo contesto, il lobbista rischia di trovarsi in difficoltà in quanto poco esperto nel prevedere le nuove mosse di Trump. Allo stesso tempo, però, le imprese dovranno necessariamente affidare alla flessibilità e multilateralità del lobbista la rappresentanza dei loro interessi. Sempre il WSJ riporta un dato interessante: anche Obama nel 2008 mise al centro del mirino la “palude lobbistica”,  e le registrazioni di lobbisti, aumentate tra il 2008 e il 2009, subirono un costante calo fino al 2016. Anche oggi Trump ha previsto regole etiche molto stringenti per il proprio team di transizione. Ciononostante – e qui la reliability di Trump è stata messa in discussione – il nuovo Presidente si è avvalso di professionisti del settore, giustificandone l’assunzione grazie alla loro competenza negli affari istituzionali e legislativi. Salvo doverli rimuovere qualche giorno dopo, su decisione di Mike Pence. Lo stesso Pence che, secondo Politico Influence, ha ricevuto più volte consigli dal lobbista Bill Smith, assunto dalla Fidelis Government Relations. Smith, ex capo dello staff di Pence al Senato e stretto collaboratore anche al governo dell’Indiana dell’attuale vicepresidente eletto, sarà il lobbista di punta per una società che rappresenta gli interesse di una delle maggiori associazioni ebraiche d’America, di Microsoft, della Natural Products Association e della Professional Bail Agents of the United States. E ha dichiarato: “Non vedo un conflitto in ciò che faccio. Non vedo mancanza di integrità in una persona che usa la propria esperienza per aiutare i clienti”. Un tipico ragionamento americano, che difficilmente ritroveremmo in Italia. Dove la “caccia al lobbista” è ancora uno sport in voga.

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