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I think tank, strumento di azione politica – e lobby - made in USA
Scritto il 2017-12-17 da Redazione su Italia

Il 20 dicembre al Centro Studi Americani si svolgerà l’incontro con Patrick Costello, direttore del Council on Foreign Relations, Washington External Affairs, dal titolo “Think Tank e policy making, Il modello americano e l’esperienza italiana”.

L’evento (qui il link con tutte le info) organizzato da Formiche, Centro Studi Americani e dall’Unità Affari Istituzionali Italia di Enel Group sarà un’occasione di confronto con rappresentanti istituzionali, aziende, associazioni, comunicatori e professionisti del public affairs, sul ruolo dei Think Tank e delle terze parti nello studio e promozione di policy pubbliche. L’esperienza del keynote speaker Patrick Costello, Director of Washington External Affairs del Council on Foreign Relations, tra i più autorevoli Think Tank americani, sarà un utile valore aggiunto per comprendere il ruolo dei “pensatoi” nell’analisi di soluzioni tecniche e politiche da mettere a disposizione per le istituzioni.

think tank lobby

Ma cosa fa un think tank, e quali sono i think tank italiani? Una recente e completa analisi di Open Polis, “Cogito ergo sum” (qui il link), ha raccolto e raccontato l’azione di più di 100 strutture che creano network e sviluppano argomentazioni su temi specifici. Ognuno di essi è legato ad un particolare polo di potere economico o a una personalità politica. I think tank, di cui Formiche è un attivo rappresentante, rispondono all’esigenza sempre più comune di trovare una “casa” alle idee politiche, sempre più compresse tra forme di rappresentanza meno tradizionale e avvento della veloce comunicazione social.

Fondazioni, associazioni, libere riunioni di menti e strumenti sono strutture ormai fondamentali per mettere a punto una corretta e inclusiva strategia di lobbying e advocacy da parte dei diversi attori economici. Ai grandi gruppi industriali di ogni settore non basta più essere membri di associazioni di categoria (Confindustria, Confcommercio) o avere una struttura radicata sul territorio per creare una base di consenso. Sempre più i temi tecnici e politici portati al tavolo della discussione con le istituzioni sono suffragati da autorevoli studi di “pensatoi” che rappresentano un orientamento politico e hanno come peculiarità quello di dare un parere “terzo” ad una opinione, coinvolgendo tutti gli attori interessati al tema trattato.

L’esperienza americana, raccontata da Patrick Costello, sarà utile a far comprendere che i think tank sono ormai lo strumento fondamentale del lobbista (ma anche, e sempre più spesso, del politico) che, con le parole del prof. Mattia Diletti, “cerca di fare egemonia sul tema, convincendo sulla base di dati e ricerche. Il think tank crea il clima culturale affinché una proposta di modifica legislativa sia possibile”. La natura del think tank in Italia è però diversa da quella anglosassone, perché diversa è la base culturale dei due contesti, e soprattutto è differente la modalità di presa decisionale. Negli USA, ad esempio, nascono insieme all’idea stessa di lobby (per approfondire, un articolo sul NY Times). Ma in Italia si sta evolvendo anche questo aspetto, con il nuovo concetto di “Action tank” che (lo aveva spiegato bene Gianluca Comin nella rubrica Spin Doctor su Lettera43) coinvolge ancor più direttamente le imprese nell’esigenza di raccogliere idee di policy e di trasformarle in azioni concrete.

(Riceviamo e con piacere pubblichiamo) La parola “Lobby” fa ancora da scudo ad un panorama zeppo di ipocrisie. Mentre Roma era già piena di sedicenti amici di amici di ministri, di sottosegeretari di e capi e vicecapi di gabinetto, prima che fossero insediati, un imprenditore veniva "intercettato" e poi arrestato assieme a manager pubblico e politici per corruzione e altro. Tutti innocenti fino al terzo grado,etc. Ma intanto si grida “hanno stato le lobbies. Adesso facciamo una legge”. Posizione ipocrita. Regolamentare le lobbies e le fondazioni politiche sarebbe allora la risposta alla corruzione? Le Fondazioni politiche, ad esempio, fanno parte della mancata regolazione, indicata in Costituzione, delle forze politiche. Ma è anche un po' colpa nostra. Certo è cresciuta la consapevolezza della necessità di trasparenza, ed il dibattito sulla regolamentazione degli altri, ma mai della politica. Ci sono manuali e testi accademici, libri utili e strutturati di diversi colleghi (Fabio Bistoncini, Alberto Cattaneo), articoli ed iniziative di Mariella Palazzolo. Molte università, come ad esempio LUMSA e LUISS di Roma, hanno inserito lobbying e public affairs nei percorsi di studio. Ma proposte di legge, non sono state portate a termine dal Parlamento. Si è lavorato sul lato degenerativo del rapporto tra pubblico e privato, sulla prevenzione burocratica (con l'ANAC), ma senza ridurre il peso della burocrazia che favorisce i corrotti. Sul piano penale c’è la legge Severino con l’ineffabile reato di traffico di influenze illecite. Più che parlare di registri,allora bisognerebbe cambiare registro: intestiamoci una battaglia a favore del confronto tra interessi pubblici e privati per creare buone pratiche e soluzioni. Qualcosa è avvenuto con l’inserimento, nel codice degli appalti, del Débat Public. O con l’estensione del “cartellino” e la stanzetta dei lobbisti. Ma non c'é stata una rivoluzione; il parziale sdoganamento della parola ci ha fatto ritornare a dove eravamo: quando serve la lobby resta una parolaccia, nei salotti acculturati viene apprezzata come parte del processo democratico. Trasparenza, accountability, apertura, partecipazione, open data, open government e #openlobby sono tutte frontiere ormai aperte, ma siamo sicuri che non ci parliamo addosso? Temo che quanto abbiamo detto e fatto finora non tenga conto del terremoto che ha investito la rappresentanza politica e degli interessi. Oggi molti giovani affrontano questa via con onore e dignità, e molte, non a caso, sono donne e “potrebbero tutti giurare sulla costituzione” e se non ci fossero saremmo in una dittatura. Quante volte l’abbiamo detto! Ma intanto quell’imprenditore va a cena con l’autorevole manager “nominato” a capo di una partecipata, che tratta a nome di una giunta comunale e sono insieme ad un ministro in pectore. Che lavoro faceva in quel momento il dott. Lanzalone? Parnasi non aveva bisogno di un cartellino per dire la sua. Forse il mondo è cambiato da un pezzo e noi siamo arrivati solo ai cartellini e ai master. Lavoriamo sodo, e siamo tutti più colti, preparati, bellini e presentabili; facciamo feste glam, interviste ed aperitivi in terrazza, rischiando di far succedere a vecchi faccendieri una pattuglia di lobbisti dell’apericena, alcuni in malcelata ammirazione per il potere (sia detto con rispetto quale? nda) dei “Bisignani”. Pochi dibattiti di sostanza, poco coraggio, poca visione autonoma e molti selfies di libri, drink ..e di se stessi alla presidenza di qualche convegno. Su Instagram naturalmente. Mi spiace lanciare un ruvido allarme: nonostante i miglioramenti di cui ci compiaciamo, chi lavora sul fronte dei public affairs rischia di essere irrilevante, di diseducare governo e interessi tornando alla corsa a chi conosce chi .. in una Roma dove “si usa” appunto il.. “tutti conoscono tutti”, ma pochi ne sanno qualcosa. In questo “interregno di sistema” che scompone alleanze internazionali, forze politiche, governi e sistemi un tempo stabili, dovremmo trovare punti di riferimento più solidi. Chi rappresenta interessi o aiuta a rappresentarli ha un rapporto con “lo Stato” sulla base di competenze regolatorie, politiche e comunicative, di proposte alte, non di conoscenze personali vere o millantate. I professionisti dei Public Affairs aiutano lo Stato, cioè Parlamento, Governo (qualunque governo), Pubblica Amministrazione (con le sue enormi competenze) a fare meglio ascoltando di più gli interessi. Con qualche idea. La formazione della volontà pubblica non è più un processo verticale, un sistema di comando, ma una rete di responsabilità, nella quale, decisione, comunicazione e discorso pubblico, frammentati, multiformi e spesso distorti, hanno un ruolo di reciproca influenza e co-determinazione con gli interessi Oltre a regolamentare la attività di lobbying, sarebbe ora di regolamentare le politiche pubbliche e la politica in modo che attori e processi siano trasparenti, semplici e accessibili, a partire dai partiti, dai corpi intermedi, e dai Think Tank Se il terreno di gioco si inclina verso una o due società o “consulenti di fiducia” da premiare e/o istituzioni/corporazioni amiche, interne e privilegiate dal sistema politico o da una sua parte, non ce n’è più per nessuno. Una bonifica andrebbe fatta su conflitti di interessi e sliding doors non solo per i media, anche con un sistema di “follow the money” , e non sulla “percezione” o “presunzione”, ma sui fatti con un osservatorio indipendente sulla trasparenza appoggiato dalle istituzioni (stile Sunlight Foundation) Avendo qualche esperienza passata per 5 o 6 diversi governi, aggiungo che l’autonomia di giudizio, senza nascondere le proprie idee, di un portatore di interessi, come di un giornalista, quanto di un politico, arricchisce il pluralismo e aumenta la fiducia tra persone che meritano per i contenuti che portano. Al contrario, la corsa al carro dei vincitori,la compagnia di giro, la dissimulazione delle proprie idee non è mai stata una buona pratica per nessuna delle parti. Alla fine riduce una realtà complessa ad un sistema parziale, amicale, di circoli e reti di cronies, che presto diventa asfittico, soffocante e dannoso soprattutto per chi ha nuove responsabilità. Limitarsi alla tiritera sulle regolamentazioni, sperare nelle festicciole, nei #pourparler (de che?) favorisce alla fine i lobbisti ombra, il gossip malizioso e la spregiudicatezza dei chiacchieroni. E’ un’illusione facile per chi ha ancora scarsa esperienza politica, ed un’occasione golosa per chi è abituato ad operare nell’ombra e a “marciarci”. Superiamola insieme. Massimo Micucci Analista politico, comunicatore, consulente, lobbista (web companies, energia, editoria)

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In Parlamento giacciono dimenticate da diverso tempo varie proposte di legge sulle lobby. La nuova proposta di un think tank di giovani professionisti può però mettere d'accordo tutti La recente istituzione del registro dei rappresentanti di interesse della Camera dei Deputati ha riportato in auge il tema della regolamentazione dell'attività di lobby. La modifica del regolamento di Montecitorio (ricordiamolo, in questa fase solo sperimentale) che ha previsto il Registro è stata letta da più parti come una piccola ma sostanziale svolta culturale verso l'accettazione del fenomeno lobbistico. Una norma limitata, nello spazio e nei metodi, tuttavia pur sempre qualcosa di nuovo. L’obiettivo resta, comunque, una legislazione nazionale chiara ed efficace per superare interventi non coordinati da parte di singole Regioni, Ministeri o rami del Parlamento. Sono numerose le proposte di legge al riguardo, incardinate presso le Commissioni Affari Costituzionali della Camera e del Senato. Ciononostante, ancora nessuna di queste è riuscita a vedere la luce, ed è sempre più lontana la definizione di una normativa ormai necessaria per regolamentare appieno la trasparenza e la partecipazione dei gruppi di interesse. A quelle già presenti, bisogna aggiungere anche l’ultima presentata lo scorso venerdì 14 luglio presso l’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, dove si è svolto l’evento conclusivo del progetto Generazione Italia, organizzato dalla Fondazione Cultura Democratica. Si tratta di un progetto nazionale di innovazione legislativa e formazione politico-istituzionale interamente dedicato a 2000 giovani under 35, provenienti da ogni provincia italiana e selezionati in base al merito tra le oltre 4000 candidature pervenute. L’obiettivo principale del progetto è stato elaborare 25 proposte di legge nella più ampia gamma di materie possibili, dalla sicurezza all’immigrazione, dalla smart mobility al turismo e alla parità di genere. Tra le tante proposte sviluppate dai giovani partecipanti anche quella dedicata alla regolamentazione della rappresentanza di interessi particolari, presentata a ospiti istituzionali di spicco, tra i quali la Sottosegretaria Maria Elena Boschi, i capigruppo del Partito Democratico alla Camera e al Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda, il Vice-Presidente della Camera Roberto Giachetti e l’omologo al Parlamento europeo, David Sassoli. Presenti anche i deputati Matteo Richetti, nuovo responsabile della comunicazione del PD, Alessia Morani e Mauro Del Barba. Il testo è frutto dell’attività di co-working svolta dai partecipanti al progetto e coadiuvati da esperti del settore, tra i quali i lobbisti Antonio Iannamorelli, Direttore operativo di Reti/Quick Top, Giampiero Zurlo, fondatore e Presidente di Utopia, il Prof. Pier Luigi Petrillo, docente del corso di Teorie e Tecniche del Lobbying alla LUISS Guido Carli e l’On. Laura Puppato, del Partito Democratico. Il contenuto del ddl La proposta non si discosta di molto da quelle già presentate dalla Fondazione per Roma Capitale e Regione Lazio. Nello specifico, si punta alla regolamentazione sia della trasparenza e dell’attività di lobbying, sia della partecipazione dei gruppi di interesse alla formazione del processo decisionale: due aspetti che nelle altre proposte di legge presentate in Parlamento spesso non vengono trattati in egual misura. Vengono introdotti una serie di diritti e doveri per rappresentanti e portatori di interessi particolari e decisori pubblici, istituendo un Registro pubblico sotto l’egida dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ponendo l’attenzione, in tal modo, sulla natura economica e istituzionale del fenomeno, liberandola dall’aura negativa legata a ipotetiche pratiche corruttive, tipiche dell’immaginario collettivo sulla materia. Quest’ultimo aspetto si rivela fondamentale, in quanto proprio i gruppi di interesse si presentano anche come importante strumento di carattere informativo per i decisori pubblici e politici, contribuendo al miglioramento della qualità del processo decisionale. É inoltre presente un regime sanzionatorio delle violazioni delle disposizioni, al fine di creare un deterrente a pratiche illegali o dannose. La Fondazione Cultura Democratica La proposta non è stata calendarizzata per la discussione in Parlamento, e si spera che ci sia un'occasione di discussione durante questa legislatura. È comunque da rilevare positivamente che le idee, il dibattito e la produzione legislativa in materia di lobbying sono in fermento positivo, a testimoniare il fatto che quasi tutti gli operatori del settore puntano alla regolamentazione del fenomeno, facendo advocacy per il perseguimento di tale obiettivo. L’aspetto più significativo di questa proposta di legge riguarda i proponenti, una fondazione composta da giovani (laureati e professionisti) che negli anni hanno costruito una reputazione positiva e creato occasioni di dialogo con esponenti istituzionali di ogni livello ed estrazione politica. Cultura Democratica è nata infatti con l’obiettivo di contribuire al percorso di riforme del Paese, un modello innovativo rispetto al panorama associazionistico attuale. Innovativo anche il format delle attività di formazione e realizzazione delle proposte: non più conferenze o classici seminari, bensì progetti di co-working (anche su piattaforme on-line) per la produzione normativa, una rivista specializzata, un network di esperti di settore per ogni materia trattata, coinvolti nella School of Government e in grado di fornire ai giovani partecipanti gli strumenti necessari a realizzare gli obiettivi prefissati.

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Il 30 giugno scade il termine per la presentazione dei progetti per le diverse categorie. I giovani professionisti dei public affairs si contenderanno il titolo della migliore idea progettuale sulla mobilità sostenibile. Il Premio AGOL, terza edizione del contest nazionale promosso dall'Associazione Giovani Opinion Leader, prevede lo sviluppo di un progetto di comunicazione in base a brief redatti da importanti manager ed esperti del settore provenienti dalle imprese partner. Sono 5 le categorie per le quali giovani professionisti o neolaureati si contenderanno i titoli in palio: event management, advertising, social media strategy, corporate communication, e public affairs e comunicazione istituzionale. L'ultima categoria, la più interessante per il settore del lobbying, prevede per gli studenti universitari un brief redatto da Samsung. Per i giovani professionisti, la sfida riguarderà la mobilità sostenibile, con un progetto che sarà valutato da Enel. Quest'anno in particolare, la sezione public affairs risulta quella con più iscritti a partecipare. Come recita il brief di cui Lobbying Italia ha preso visione, "Enel è impegnata nella promozione di un uso sempre più innovativo e sostenibile dell’energia, dalla promozione delle smart cities a servizi innovativi per clienti e consumatori. Tra questi, particolare attenzione è dedicata alla diffusione della mobilità elettrica". La diffusione dei veicoli elettrici è, anche per la multinazionale dell'energia, una componente del percorso di evoluzione delle società più moderne (come testimoniano le recenti partnership con società dell'automotive che investono sulla e-mobility). I temi delle innovazioni con ricadute positive su aspetti economici, sociali ed ambientali sono sempre più al centro delle iniziative pubbliche e private in logica di Smart mobility e green economy. I giovani professionisti saranno quindi chiamati a redigere un piano di advocacy che riguardi lo sviluppo della "mobilità del futuro", uno dei temi centrali del G7 Trasporti della scorsa settimana. Il piano prevederà diversi strumenti di sensibilizzazione dei decisori pubblici e degli stakeholder non solo istituzionali. L'obiettivo sarà presentare un progetto che porti i decisori a supportare politiche industriali utili a conseguire gli obiettivi di sostenibilità, innovazione ed efficienza energetica previsti a livello nazionale e internazionale. Il piano prevederà azioni di lobby parlamentare, advocacy, costruzione di reti di consenso e uso dei canali di "Lobby 2.0" tramite i social media. Tutte le informazioni sul premio AGOL sono disponibili sul sito ufficiale. Non ci resta che augurare il miglior in bocca al lupo a tutti i partecipanti, che vinca il (lobbista) migliore! (foto di copertina tratta dal sito ufficiale del premio AGOL)

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