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Brasile, prima la trasparenza del lobbying, poi una legge
Scritto il 2017-11-15 da Redazione su World

(Gabriele Giuliani) La transparenza nelle relazioni è più utile che la legge sul lobby, dicono i professionisti dell’area.

Il Congresso Nazionale brasiliano deve approvare una legge per regolamentare l’attività delle relazioni istituzionali (lobbying). Ma deve fare molta attenzione per non trasformare la professione in una nuova corporazione. La cosa più importante, secondo i professionisti del settore, è garantire la trasparenza fra lo Stato ed il settore privato. A dicembre 2016, la Commissione della Costituzione e giustizia della Camera ha approvato la terza versione di un progetto che regolamenta la professione del lobbista. Il progetto è stato inviato alla Plenaria, ma fino ad oggi mai discusso.

Per i lobbisti che hanno partecipato al dibattito promosso dall’associazone IRELGOV lo scorso 9 novembre, più importante della legge sarebbe garantire all'opinione pubblica l’accesso alle informazioni. “Tutti i cittadini devono sapere chi ha incontrato il decisore pubbico e perchè”, ha commentato Christian Lohbauer, direttore relazioni istituzionali della Bayer in Brasile. L’incontro è avvenuto nella sede del prestigioso studio legale Tozzini Freire a San Paolo. “Sono a favore della regolamentazione. Ma ho paura che crei una nuova corporazione” ripete Lohbauer.

Per la responsabile delle relazioni istituzionali della banca Itaù, Luciana Nicolo, il miglior viatico sarebbe “ una legge semplice, senza preoccuparsi con tesserini. Se il processo legislativo limita spazi, allontana ancora di più la società dal dibattito pubblico”, ha detto.

Per la direttrice relazioni istituzionali della Nestlè Brasile, Helga Meuser, bisogna fare attenzione a non complicare ciò che è già complesso. “Deve esserci una regolamentazione, ma aumentare la complessità e isolando il pubblico non favorisce il dialogo, che è il nostro maggior strumento di lavoro”.

Il presidente del IRELGOV, Erik Camarano, vice presidente relazioni istituzionali della General Eletric per l’America Latina, era dello stesso avviso. Recentemente ha organizzato un corso per gli associati IRELGOV a Bruxelles. Per prendere spunto dalla regolamentazione dell’Unione Europea, che si è occupata di lobbying in maniera più avanzata e matura.

di Thomas T. Holyoke e Timothy M. LaPira, London School of Economics. La gente non ama i lobbisti. Gli appartenenti alla categoria vengono rappresentati come trafficanti di influenze corrotti che manipolano i legislatori con donazioni alle loro campagne elettorali. Spesso persino i candidati che vorrebbero sfruttare la rabbia populista contro i lobbisti stessi sembrano non essere in grado di separarsene. Un esempio? L’annuncio del Presidente Trump sul prosciugare la palude di Washington, anche se uno dei suoi collaboratori più vicini nonché ex consigliere per la sicurezza nazionale, Micheal Flynn, ha svolto attività di lobby per diversi governi stranieri senza nemmeno essere registrato. Oppure Corey Lewandowski, ex manager della campagna di Trump, che ha messo a disposizione il proprio network di relazioni per una società di lobby quasi immediatamente dopo l’elezione. Piuttosto che prosciugare la palude, sembra che essa si stia ampliando. Sebbene l’attività di lobby sia molto diversa rispetto a come viene generalmente rappresentata, si ritiene ancora inopportuno influenzare la politica in nome e per conto di gruppi di interesse. Il problema delle connessioni illecite dei lobbisti non si presenta solo negli Stati Uniti, ovviamente: la retorica del “prosciugare la palude” impedisce di riconoscere appieno il contributo positivo che l’attività di rappresentanza di interessi apporta al processo democratico. Invece, dobbiamo “nutrire l’acquitrino”, così da distinguere gli aspetti positivi e negativi del lobbying e per far ciò abbiamo riunito un piccolo gruppo di scienziati politici a Porto Rico per un incontro sui problemi della rappresentanza di interessi nei regimi democratici, le cui conclusioni vengono presentate sul numero di Ottobre 2017 di Interest Groups & Advocacy da Thomas Holyoke e Timothy LaPira. Qualche dato: Il numero dei lobbisti è in crescita; I sistemi democratici variano enormemente tra di loro nel regolamentare l’attività di lobby, in particolare con riguardo alle informazioni che devono essere rese pubbliche; Le leggi sulla rappresentanza di interessi vengono approvate spesso immediatamente dopo degli scandali, ma quasi mai vengono aggiornate; I legislatori che beneficiano del lavoro dei lobbisti sono riluttanti ad emanare riforme; Persino le imprese che si avvalgono della consulenza dei lobbisti non sempre conoscono precisamente quali attività vengano svolte; La definizione stessa di “attività di lobbying” andrebbe espansa; Con maggiori dati a disposizione del pubblico sarebbe più facile chiarire su quale interlocutore viene effettuata pressione. Entrambi gli studiosi convengono che l’alta domanda di servizi forniti dai lobbisti incoraggia sempre più rappresentanti a sfruttare le “revolving door”, mettendo a frutto le loro reti di relazioni e competenze in ambito di policy per costituire grandi società. Inoltre riconoscono che molti lobbisti si avvantaggiano della definizione di “lobbista” che viene data dalle leggi federali in materia di trasparenza per evitare di registrarsi o di esplicitare le loro spese, creando così un vasto esercito di “lobbisti-ombra”. Problemi simili esistono nelle democrazie europee: Michele Crepaz ha indagato sulle origini delle leggi sul lobbying, scoprendo che la maggioranza dei Paesi OCSE le ha approvate approssimativamente nello stesso periodo del ventunesimo secolo. Gli scandali legati all’attività di lobby spesso costringono i governi a regolamentare la rappresentanza di interessi, anche sulla base di quanto raccomandato dall’Unione Europea e da altre organizzazioni internazionali, ma molti stati ancora non si sono mossi in questa direzione. Jana Vargovčíková ha analizzato approfonditamente le proposte vagliate da Polonia e Repubblica Ceca, concludendo che la scarsa regolamentazione, unita spesso alla mancanza di reale interesse ad agire da parte dei rappresentanti eletti, porta a serie difficoltà nel condurre un processo di riforma. Quindi come si combatte la minaccia del lobbying senza freni? Mettendo sempre più informazioni a disposizione di sempre più persone. Lee Drutman e Christine Mahoney concordano che i lobbisti devono essere obbligati a render noto per conto di chi, come e perché stanno svolgendo la loro attività in dichiarazioni pubbliche. Queste dichiarazioni potrebbero essere utilizzate anche dai legislatori per assicurarsi che vengano ascoltati e protetti quanti più interessi concorrenti possibile: in un’ottica di database aperti online, queste comunicazioni informative potrebbero essere consultate da chiunque, dal grande pubblico come dai giornalisti e persino dagli altri lobbisti. Inoltre Tom Holyoke sottolinea come spesso anche chi si serve della consulenza dei lobbisti non conosce precisamente le attività che vengono svolte: il lobbying può essere tutelato dalla legge solo se i rappresentati conoscono e approvano ciò che i loro rappresentanti svolgono. Questi rimedi generali basati sui fatti non risolveranno tutti i problemi della rappresentanza di interessi particolari nei governi democratici: la verità è che il lobbying è parte naturale di ogni democrazia. Riteniamo però che la miglior forma di regolamentazione sia aumentare il numero di informazioni pubblicate. I lobbisti stessi potrebbero trarne vantaggio, coinvolgendo le persone che rappresentano in un processo trasparente di lobby giorno per giorno. Questa è la ricetta per una democrazia in salute. Traduzione a cura di Paolo Pugliese

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(Francesco Angelone) Uno studio del 2013 condotto da Sunlight Foundation stimava in circa 10mila il numero dei lobbisti registrati a Washington e in almeno altrettanti quelli non registrati, definendoli shadow lobbyists. Non è, quindi, una novità che il Registro di Washington comprenda solo una parte delle persone che effettivamente lavorano per influenzare i decisori pubblici a stelle e strisce. Stando ai dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, ormai specializzato in ricerche di questa natura, quasi 2.100 lobbisti attivi nel 2016 a livello federale non hanno segnalato di aver svolto attività di lobbying nel primo trimestre del 2017. Di questi, circa 1.200 hanno continuato addirittura a lavorare per lo stesso datore. In passato abbiamo già sottolineato, ancora una volta ricorrendo a OpenSecrets.org, come a questa diminuzione di lobbisti registrati non corrisponda una diminuzione delle spese in lobbying. I dati confermano, quindi, come i lobbisti più semplicemente continuino a lavorare off the record con buona pace del controllo pubblico generalmente reso possibile dal sistema di divulgazione delle informazioni. L ’inasprimento delle norme sul lobbying sotto l’amministrazione Obama e i mantra elettorali di Trump hanno avuto, fino ad ora, l’apparente conseguenza di rendere più opaco il lobbying a Washington. Il fenomeno del ritiro nell’ombra, inoltre, riguarda sia i lobbisti in-house che i dipendenti di società di lobbying. Ad esempio, Squire Patton Boggs e Covington & Burling, due tra le più grandi società di lobbying, hanno visto finire fuori dalle liste più del 15% dei loro dipendenti. Similmente hanno agito trade groups e aziende. Se è vero, poi, che per alcuni la scomparsa dal Registro o la mancata segnalazione di aver svolto attività di pressione è diretta conseguenza di un cambio di dipartimento all’interno della stessa azienda, per altri casi si apre la questione delle revolving doors. Più di 100 iscritti al registro sono passati a lavorare per il settore pubblico (quasi tutti per il Governo federale), dove probabilmente i loro ex colleghi troveranno punti di riferimento affidabili. Un esempio è quello di Justin Mikolay, ex lobbista di Palantir, società che fornisce analisi di dati per agenzie di intelligence, e che ora riveste il ruolo di assistente del Segretario alla Difesa James Mattis. Secondo quanto riportato da Buzzfeed il fondatore di Palantir, Peter Thiel, avrebbe elargito donazioni nei confronti di Donald Trump per un valore complessivo superiore al milione di dollari. Quello delle donazioni è altro tema interessante messo in evidenza dalla ricerca del Centre for Responsive Politics. Risulta che quasi la metà dei lobbisti non registrati nel primo trimestre del 2017 non ha compiuto una donazione di oltre 200 dollari nel ciclo elettorale del 2016. La maggior parte, poi, di coloro che ha compiuto donazioni di oltre 200 dollari non lo ha fatto direttamente a dei candidati ma ai Political Action Committees non palesemente schierati costituiti dalle società per cui lavorano. Lo studio ha anche reso possibile stabilire l’affiliazione politica dei lobbisti donatori definendo democratico o repubblicano quello che ha donato più del 70% della cifra totale donata per candidati dell’uno o dell’altro partito. E così, molti più lobbisti ‘repubblicani’ hanno disattivato il loro nome dal Registro per trasferirsi presso il Governo federale mentre più lobbisti ‘democratici’ non compaiono più nel Registro pur lavorando per lo stesso datore o avendo preferito abbandonare il mondo del lobbying. Va generalmente tenuto conto del fatto che i lobbisti tendono a donare a membri di entrambi i partiti maggiori, presumibilmente cercando di assicurarsi porte aperte su entrambi i lati del corridoio. (Foto via Twitter)

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Tra le proposte di Macron per la moralizzazione della vita pubblica anche misure per regolamentare il lobbying (Francesco Angelone) Basta “Googlare” le parole ‘Macron’ e ‘lobby’ insieme per imbattersi nell’ennesimo caso di utilizzo dispregiativo dei termini lobby e lobbying. Macron sarebbe, nell’ordine, espressione della lobby dei finanzieri (ha lavorato in passato per la Rotschild), di quella farmaceutica e, addirittura, della cosiddetta lobby gay. In ogni caso, fuori da ogni luogo comune, pare che il neoeletto Presidente Macron abbia posto tra le proprie priorità la ‘moralizzazione della vita pubblica’. Misure in tal senso paiono necessarie anche in seguito allo scandalo che ha coinvolto il candidato dei repubblicani all’Eliseo, François Fillon e quello apparentemente meno grave che ha coinvolto la candidata del Front National Marine Le Pen. Tra le proposte di Macron ci sarebbero il divieto in capo ad eletti e Ministri di assumere i propri familiari come assistenti, di sedere in Parlamento per più di tre mandati consecutivi e se sprovvisti di una fedina penale pulita, la rimodulazione del finanziamento ai partiti in funzione del ricambio dei candidati e la soppressione del regime speciale vigente per le pensioni dei parlamentari. Ma nell’agenda di Macron figurano anche misure in materia di conflitto di interessi come il divieto di partecipare ai lavori di commissione e d’aula riguardanti settori dove si hanno interessi economici e il divieto per i deputati di svolgere attività di consulenza in parallelo con il loro mandato. Attualmente, è vietato mettere in piedi una società di consulenza durante l’esercizio della propria carica elettiva, ma è possibile tenerla se costituita prima dell’elezione. Basti pensare che Fillon aprì la sua società di consulenza solo 11 ore prime dell’inizio del proprio mandato. Allo stesso tempo, Macron ha avuto modo di comunicare a Transparency International l’intenzione di mettere mano alla regolamentazione del lobbying, ad esempio imponendo un orario e un luogo specifico per gli incontri tra rappresentanti di interessi e parlamentari. L’intero pacchetto di misure, compreso questo intervento sull’attività di lobbying è finito sotto la lente di ingrandimento di Anticor, associazione che lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Pur definendolo ambizioso, il vice presidente di Anticor Eric Alt, ha giudicato il pacchetto abbastanza incompleto, con lacune significative nella definizione dell’attività di lobbying e nella sua regolamentazione. L’ultimo intervento in materia, datato solamente dicembre 2016, è la cosiddetta ‘legge Sapin 2’, la cui portata pare marginale e poco incisiva. Il testo, infatti, prevede sì un Registro dei rappresentanti di interessi, ma costoro non sono tenuti a comunicare né la data né il dossier oggetto dei loro incontri con parlamentari e membri del Governo. I progetti di legge, secondo quanto confermato dal portavoce del governo, approderanno al Senato e poi all’Assemblea Nazionale alla fine di giugno, quando il nuovo legislativo si sarà definitivamente insediato. Contemporaneamente, la materia sarà fatta oggetto di consultazione pubblica in modo tale da raccogliere i contributi della società civile.

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