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Denaro e trappola del consenso: le "armi" della lobby NRA
Scritto il 2017-10-22 da Redazione su World

(Francesco Angelone) Poche ore dopo la strage di Las Vegas dell’1 ottobre scorso, nella quale Stephen Paddock ha lasciato a terra 58 vittime e 546 feriti in quella che è la più grave sparatoria di massa nella storia degli Stati Uniti, il dibattito sul Secondo Emendamento della Costituzione era già in atto. Come dopo Littleton (Columbine High School), dopo Blacksburg (Virginia Tech), dopo Aurora, dopo Newtown (Sandy Hook), dopo San Bernardino e dopo Orlando, il Paese a stelle e strisce si è diviso: da una parte gun rights e dall’altra gun control.

Sarebbe troppo lungo, in questa sede, analizzare la natura del Secondo Emendamento o la storia della legislazione in materia di armi, ed è forse più interessante capire come stanno oggi le cose e partire dai dati. È complicato stabilire con esattezza quante armi ci siano nelle case degli americani, ma alcune stime riferiscono una cifra superiore ai 350 milioni (40 milioni in più dei 318 milioni di cittadini americani), altre parlano di cifre significativamente più basse (inferiori ai 300 milioni). Ovviamente, non tutti ne possiedono una e il 20% circa della popolazione detiene il 65% delle armi.

Negli ultimi anni gli introiti dei produttori di armi sono incrementati e sono più alti che mai. Si parla di ‘effetto Obama’, perché pare che i tentativi dell’ex Presidente di forzare la mano sul tema abbiano prodotto una sorta di ‘corsa all’armeria’, spronando i gun lovers ad acquistare armi prima di un eventuale ban alla vendita facile. Questo significa che ci sono più sparatorie? Sembrerebbe di no (anzi, pare esserci un drastico calo), elemento che rafforza le ragioni dei possessori di armi che non ritengono opportuna una correlazione tra numero di armi in circolazione e numero di omicidi.

Ma quanti sono i morti da arma da fuoco? Preso in valore assoluto, senza paragoni col passato, il dato è sconvolgente e pare quello di una epidemia: parliamo di oltre 30 mila morti l’anno (più di 2/3 per suicidio), quasi 90 al giorno, cui vanno aggiunti circa 80 mila feriti (i dati sono certificati da un completissimo rapporto OCSE). Dal 1968 (anno in cui furono uccisi, per citare due figure importanti della storia Usa, Martin Luther King e Robert Kennedy) i morti per arma da fuoco sono 1.5 milioni, circa 100 mila in più degli americani morti in guerra dalla Dichiarazione di Indipendenza del 1776.

Potrebbero bastare poche righe per fermare questa epidemia, ma la politica sceglie di non prendere contromisure. Il Congresso ha più volte fallito nel rendere più stringente i background checks (i controlli preliminari) per l’acquisto di armi e ha respinto gli ordini esecutivi presidenziali. Questo accade nonostante, secondo dati del Pew Research Center, l’84% degli americani (compresa quindi la maggioranza degli elettori repubblicani) veda favorevolmente un intervento restrittivo in materia. Il punto, quindi, è che schierarsi in favore di un gun control, costa elettoralmente.

Tuttavia, non sono mancate negli anni, e non mancano tutt’ora posizioni marcate in tal senso. Nella campagna per le presidenziali del 2016 Hillary Clinton è stata sicuramente la più convinta sostenitrice di una legislazione ‘di buon senso’ che tenesse conto della ‘cultura della sicurezza fai da te’ ma che puntasse principalmente a tutelare la sicurezza degli americani. Questo l’ha posta in contrasto perfino con Sanders, le cui posizioni erano più tiepide (votò 5 volte contro il Brady Bill del 1994), sia, soprattutto, con Donald Trump. A fine 2015 la potente, organizzata e famosissima NRA, la lobby delle armi, per nome del suo Presidente La Pierre promise di voler fare di tutto per impedire alla Clinton di mettere piede nello Studio Ovale. Una promessa che si è trasformata in milioni, precisamente 30.3 secondo Opensecrets.org destinati a tutte le piattaforme di sostegno a Trump e circa 1 milione per la sua campagna. Sempre Opensecrets.org stima che dal 1989 i fondi totali elargiti dai gun rights interests per le campagne elettorali siano 10 volte superiori ai gun control interests. Hillary Clinton nel suo libro di memorie, What Happened, sintetizza così la questione: l’NRA è diventata, in sostanza, una sussidiaria delle potenti industrie che producono e vendono armi. La loro ideologia perversa è che tutto ciò che conta, anche se questo costa migliaia di vite.

Quando si passa ad esaminare le spese per attività di lobbying a Washington la musica non cambia e la proporzione tra sostenitori del Secondo Emendamento e sostenitori di una riforma rimane pressoché la stessa. Viste le ragioni delle due parti in causa si assume che le posizioni siano inconciliabili. Lo sono a maggior ragione oggi, a fine 2017, in uno scenario di polarizzazione politica quasi mai così evidente nella storia degli Stati Uniti. Secondo i democratici come la Clinton, l’NRA è dalla parte sbagliata della storia, della giustizia e della human decency. Secondo gran parte degli elettori di Trump ogni tentativo di riforma è un attentato alla libertà e nasconde un piano di requisizione nazionale delle armi. I Repubblicani, fortemente pro gun rights, controllano il Congresso, i Democratici sono culturalmente divisi e inibiti a prendere posizioni palesemente pro gun control per non pregiudicare la propria carriera. Nel frattempo i soldi continuano ad affluire nelle tasche dei candidati e il sangue a scorrere nelle strade.

Le conclusioni dello studio della Banca Centrale Europea: troppa regolamentazione fa male al mercato, ma il lobbying è il miglior strumento del mercato per parlare ai decision makers. La Banca Centrale Europea ha condotto il primo studio empirico sul settore del lobbying in Europa. Ne è risultato un quadro contrastante, riassunto in due concetti di base: il lobbying fornisce ai decisori pubblici importanti informazioni sul settore di riferimento, contribuendo alla consapevole presa di decisione legislativa o regolamentare; le aziende che spendono maggiori cifre per condurre attività di lobbying provengono spesso da settori altamente regolamentati e spesso puntano a mantenere alto il livello di complessità delle regole, rischiando di ridurre il generale benessere della società. La ricerca: rendite di posizione, innovatività, produttività delle imprese Lo studio “Lobbying in Europe: new firm-level evidence”, condotto da Kostantinos Dellis dell'Università del Pireo (Grecia) e da David Sondermann, analista della BCE, ha l'ambizioso obiettivo di ricostruire (empiricamente) le motivazioni che spingono una società a fare lobbying sul Governo del proprio Paese, e determinare il “ritorno sull'investimento” per ogni singola impresa o settore economico. È stato scelto, inoltre, di restringere la ricerca ad attori che operano in singoli mercati di riferimento, per tentare di dipingere un quadro ancora più specifico a livello settoriale. Secondo gli autori, che hanno rilevato una scarsa letteratura in materia, il lobbying è condotto in gran parte da attori che operano in mercati regolamentati. Una delle conclusioni più rilevanti è che le aziende “incumbent”, ossia quelle che detengono posizioni dominanti nel settore, tendono a voler mantenere la propria rendita di posizione favorendo i propri interessi specifici. È stato rilevato che questo meccanismo (plausibile in contesti ristretti come i mercati regolamentati), accanto alle difficoltà nell'accesso al decisore per i nuovi entranti del mercato rischia di ridurre il benessere complessivo dell'economia intera in quanto riduce la competitività, il livello di innovatività delle aziende dominanti e il conseguente potenziale di sviluppo delle imprese entranti. Un risultato pressoché ovvio ma che potrebbe suonare come una denuncia per i governi che sono restii ad avviare liberalizzazioni dei mercati più strettamente regolati. Interessante il riferimento al livello di innovatività delle imprese. È stato rilevato che le imprese che innovano fanno lobbying per proteggere il loro livello di innovazione, e allo stesso tempo sono tra i maggiori recettori dei fondi europei di sviluppo e innovazione. Un risultato positivo può essere l'aumento del generale livello di innovazione; di contro, aziende innovative già dominanti nel mercato possono fare lobbying per mantenere lo status quo e non hanno il bisogno di aumentare il loro livello di innovatività come invece eventuali aziende potenziali entranti. Incrociando i dati è stato poi possibile stabilire che, per gli attori analizzati, a maggior fatturato corrisponde maggior spesa per il lobbying. Spesso invece a maggiore intensità dell'attività di lobbying non sono risultati maggiori livelli di redditività e produttività. Per quanto riguarda i risultati per settore, secondo lo studio i settori del real estate e dei servizi professionali (avvocati, architetti, e qualsiasi professione che richiede alta professionalità) tendono ad operare maggiormente con attività di lobbying in quanto maggiormente regolamentati rispetto agli altri. Problemi metodologici: pochi dati a causa della scarsa trasparenza del lobbying in Europa La ricerca è stata la prima condotta con lo specifico scopo di creare un framework comune di interpretazione delle dinamiche tra imprese e decisori al momento di attuare politiche economiche di settore, sulla base di analisi simili condotte negli Stati Uniti. Il vero vulnus dello studio è stato, come hanno riconosciuto gli stessi autori, l'assenza di dati completi sull'attività di lobby delle imprese, un fenomeno fatto risalire all'assenza di un obbligo di rendicontare le spese nello specifico per le imprese e, allo stesso tempo, i finanziamenti privati ai partiti o alle campagne elettorali. Sono state prese come basi di dati le cifre del Registro per la Trasparenza dell'UE e il database AMADEUS di Bureau van Dijk , che riporta i dati su fatturato e spese di ogni società: troppo poco per tracciare precisi confini tra le spese in lobbying e i relativi outcome politici. Il Registro per la Trasparenza, infatti, non ha uno storico dei dati registrati periodo per periodo e, inoltre, è uno strumento facoltativo che riporta dati non categorizzati (ad esempio, lobby diretta o indiretta, a livello di governi nazionali o di istituzioni comunitarie, etc..) e suscettibili di fallibilità a causa della mancanza di una adeguata controprova delle spese realmente effettuate. È interessante che per risalire al match tra attività di lobby delle imprese e singola decisione pubblica delle istituzioni siano state prese come riferimento le Raccomandazioni specifiche per Paese (Country-Specific Recommendations: ad esempio, quella che ha portato il Governo Gentiloni all'approvazione della Manovra Correttiva in Aprile). In base a quello è stato possibile definire l'agenda delle riforme, i settori specifici coinvolti e gli attori che si sono mossi nel corso dell'inter decisionale. Conclusioni: con maggiore trasparenza dei dati sul lobbying, possibile definirne il ROI Gli attori di dimensione maggiore e in mercati altamente regolamentati tendono a spendere maggiori cifre in lobbying in assoluto, spesso per mantenere la propria posizione dominante: questo non è di per sé negativo, specie perché spesso la regolamentazione aiuta a contravvenire ai fallimenti di mercato. Ma allo stesso tempo, una maggiore regolamentazione in settori non a fallimento di mercato può ridurre la creazione di lavoro, la produttività e in generale il benessere dell'economia nel suo insieme. Lo studio si è rivelato quindi un primo passo per definire una metodologia di rendicontazione del reale impatto del lobbying per un'impresa: un fatto spesso decisivo per i manager che decidono di affidarsi a questa attività piuttosto che alla semplice competizione sul mercato. Uno studio che ha sicuramente delle basi scientifiche molto forti: seppur debole in alcuni elementi (pochi dati e confusi), la ricerca è riuscita a risalire alla correlazione tra le diverse variabili, rilevando che il lobbying non è casualità ma è una leva strategica specifica con obiettivi e risultati quantificabili. È quanto meno curioso che anche gli autori della ricerca richiedano una migliore regolamentazione del lobbying nei singoli Paesi, stavolta per ottenere maggiori dati al fine di condurre ricerche più affidabili e ripetibili. Si affiancano quindi agli operatori del settore (che chiedono autorevolezza della professione) e alle associazioni anti-corruzione della società civile (che vogliono far luce su eventuali fenomeni distorsivi del processo decisionale democratico). Un'ulteriore motivo di pressione per aumentare la trasparenza del lobbying. LINK allo studio completo (ENG)

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L’inizio del nuovo anno è anche il momento nel quale si fanno i bilanci di quello appena terminato. Così, il Centre for Responsive Politics, primo centro di ricerca statunitense in tema di lobbying e finanziamento della politica, ha stilato la classifica delle 50 società e gruppi industriali che hanno speso di più in attività di pressione a Washington nell’anno solare 2016. Lo scorso anno la spesa complessiva di questi gruppi ha toccato quota 716 milioni di dollari (1 milione in più rispetto al 2015) pari a circa un quarto di quanto tutti i gruppi industriali e le aziende hanno speso negli Stati Uniti per influenzare le politiche federali. Ai primi 5 posti troviamo la Camera di Commercio degli Stati Uniti, l’Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari, Blue Cross Blue Shield (federazione di 36 compagnie di assicurazioni sanitarie), la American Hospital Association (associazione di professionisti del settore sanitario) e la Pharmaceutical Research and Manufacturers of America che rappresenta le principali compagnie americane della ricerca farmaceutica. Nella top 10 troviamo Boeing, la compagnia telefonica AT&T e l’Associazione Nazionale delle emittenti radiotelevisive. Come già segnalato, l’attività di influenza del decisore pubblico a Washington è tenuta in grande considerazione presso i gruppi industriali statunitensi che si spingono ad assumere lobbisti per delineare l’agenda politica. Ma è anche vero che allo stesso tempo l’opinione pubblica non ha la medesima considerazione dei cosiddetti special interests che rendono torbido il policymaking. Il successo della campagna elettorale del Presidente Trump con l’efficace slogan ‘Prosciughiamo la palude’ (Drain the swamp) ne è la plastica dimostrazione. Le prime misure della nuova amministrazione, compreso il giro di vite sul fenomeno delle revolving doors, sembrano confermare la linea dura di Trump ma, probabilmente, solo all’apparenza. Alla base di una così massiccia spesa in attività di pressione vi sono le battaglie legate ai temi caldi dell’agenda politica americana (Amazon ha speso il 20% in più rispetto al 2015) ma anche, ovviamente, le elezioni presidenziali. La Camera di Commercio degli Stati Uniti e l’Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari, per citare le prime due della classifica, hanno incluso nei loro lobbying reports anche le spese legate alla campagna elettorale, quelle per le campagne pubblicitarie ad esempio, e hanno sborsato per tali attività rispettivamente 104 e 65 milioni di dollari. Non sono pochi, ovviamente, i casi di gruppi che nel 2016 hanno speso meno per influenzare Washington. Tra questi l’Associazione Nazionale degli industriali della manifattura che nel 2015 è stata particolarmente attiva nel favorire l’approvazione del TPP e che nel 2016 non ha avuto la medesima necessità. Hanno speso meno del 2015 anche Qualcomm, American Petroleum Institute, America’s Health Insurance Plans. Spicca la diminuzione dell’esborso per attività di lobbying fatta registrare dall’azienda farmaceutica CVS Health (-60%) e da General Electric (dal 6° posto al 53°). Notevoli balzi in avanti, invece, per T-Mobile (dal 66° posto del 2015 al 42°) e AbbVie (dall’88° posto al 50°). Qui la top 50 delle spese per attività di lobbying

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(Francesco Angelone) Tutto pronto ormai a Washington per il giuramento del Presidente Trump e per il suo insediamento alla Casa Bianca. Dal giorno della sua elezione Trump ha smussato alcuni spigoli della campagna elettorale ma non ha mai mollato la presa sui “grandi interessi” che hanno, a suo dire, impaludato il Paese. Il transition team di cui si è circondato ha compiuto numerosi sforzi per mettere da parte i lobbisti ma pare che questi abbiano comunque trovato un modo per inserirsi nelle posizioni che contano. Addirittura, secondo un’indagine condotta da Politico, avrebbero offerto consulenza politica e contributi economici allo staff del neo Presidente. Charlie Black, presidente di Prime Policy Group - una nota società di lobbying che ha tra i propri clienti Google, At&T e la casa farmaceutica GlaxoSmithKline - ha giudicato “serie” le intenzioni di Trump circa l’emarginazione degli interessi particolari dal processo legislativo, ma ha anche sottolineato come il tycoon sia consapevole di “come vadano le cose”. Infatti, secondo Politico, lo stesso Black avrebbe “girato” allo staff di Trump alcuni curriculum per delle posizioni di rilievo. Pare, infatti, che le regole dettate da Trump contengano dei vuoti importanti e permettano ai lobbisti di incontrare i membri del transition team fuori dalle stanze del potere. Qualcosa che è ormai universalmente considerato sinonimo di scarsa trasparenza se è vero che anche in Italia si pensa di istituire la “stanza dei lobbisti” presso le assemblee legislative. Non solo, dunque, numerosi lobbisti sono entrati nel tranistion team e top manager sono stati scelti a guidare dipartimento di rilievo ma Trump ha anche permesso, in qualche modo, che ormai ex lobbisti potessero continuare a lavorare su dossier e questioni per cui avevano precedentemente svolto attività di lobbying. Il bando dei lobbisti dalla Casa Bianca sarebbe piuttosto una mossa pubblicitaria secondo Paul Miller, presidente del National Institute for Lobbying & Ethics. Secondo la testimonianza di altri top lobbyists come Mike Korens, non sarebbe stato vietato inviare position paper e commenti su questioni per le quali le compagnie che rappresentano svolgono normalmente attività di pressione, cosa che si è puntualmente verificata. Tutta la fase precedente all’insediamento di Trump ha sollevato una serie di questioni sull’osservanza di norme circa la trasparenza, come quelle raccolte da Public Citizen in una lettera aperta, domande che restano irrisolte e che potranno avere una risposta solo durante l’amministrazione. Certamente, dalla promessa di prosciugare la palude alla possibilità di annegarci dentro, come ha preconizzato il vice Presidente uscente Joe Biden riferendosi ai conflitti d’interesse dello stesso Trump, il passo potrebbe non essere così troppo lungo.

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