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USA, con Trump il lobbying è meno trasparente
Scritto il 2017-07-11 da Redazione su World

(Francesco Angelone) Uno studio del 2013 condotto da Sunlight Foundation stimava in circa 10mila il numero dei lobbisti registrati a Washington e in almeno altrettanti quelli non registrati, definendoli shadow lobbyists. Non è, quindi, una novità che il Registro di Washington comprenda solo una parte delle persone che effettivamente lavorano per influenzare i decisori pubblici a stelle e strisce.

Stando ai dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, ormai specializzato in ricerche di questa natura, quasi 2.100 lobbisti attivi nel 2016 a livello federale non hanno segnalato di aver svolto attività di lobbying nel primo trimestre del 2017. Di questi, circa 1.200 hanno continuato addirittura a lavorare per lo stesso datore. In passato abbiamo già sottolineato, ancora una volta ricorrendo a OpenSecrets.org, come a questa diminuzione di lobbisti registrati non corrisponda una diminuzione delle spese in lobbying. I dati confermano, quindi, come i lobbisti più semplicemente continuino a lavorare off the record con buona pace del controllo pubblico generalmente reso possibile dal sistema di divulgazione delle informazioni. L

’inasprimento delle norme sul lobbying sotto l’amministrazione Obama e i mantra elettorali di Trump hanno avuto, fino ad ora, l’apparente conseguenza di rendere più opaco il lobbying a Washington. Il fenomeno del ritiro nell’ombra, inoltre, riguarda sia i lobbisti in-house che i dipendenti di società di lobbying. Ad esempio, Squire Patton Boggs e Covington & Burling, due tra le più grandi società di lobbying, hanno visto finire fuori dalle liste più del 15% dei loro dipendenti. Similmente hanno agito trade groups e aziende.

Se è vero, poi, che per alcuni la scomparsa dal Registro o la mancata segnalazione di aver svolto attività di pressione è diretta conseguenza di un cambio di dipartimento all’interno della stessa azienda, per altri casi si apre la questione delle revolving doors. Più di 100 iscritti al registro sono passati a lavorare per il settore pubblico (quasi tutti per il Governo federale), dove probabilmente i loro ex colleghi troveranno punti di riferimento affidabili. Un esempio è quello di Justin Mikolay, ex lobbista di Palantir, società che fornisce analisi di dati per agenzie di intelligence, e che ora riveste il ruolo di assistente del Segretario alla Difesa James Mattis. Secondo quanto riportato da Buzzfeed il fondatore di Palantir, Peter Thiel, avrebbe elargito donazioni nei confronti di Donald Trump per un valore complessivo superiore al milione di dollari.

Quello delle donazioni è altro tema interessante messo in evidenza dalla ricerca del Centre for Responsive Politics. Risulta che quasi la metà dei lobbisti non registrati nel primo trimestre del 2017 non ha compiuto una donazione di oltre 200 dollari nel ciclo elettorale del 2016. La maggior parte, poi, di coloro che ha compiuto donazioni di oltre 200 dollari non lo ha fatto direttamente a dei candidati ma ai Political Action Committees non palesemente schierati costituiti dalle società per cui lavorano. Lo studio ha anche reso possibile stabilire l’affiliazione politica dei lobbisti donatori definendo democratico o repubblicano quello che ha donato più del 70% della cifra totale donata per candidati dell’uno o dell’altro partito.

E così, molti più lobbisti ‘repubblicani’ hanno disattivato il loro nome dal Registro per trasferirsi presso il Governo federale mentre più lobbisti ‘democratici’ non compaiono più nel Registro pur lavorando per lo stesso datore o avendo preferito abbandonare il mondo del lobbying. Va generalmente tenuto conto del fatto che i lobbisti tendono a donare a membri di entrambi i partiti maggiori, presumibilmente cercando di assicurarsi porte aperte su entrambi i lati del corridoio.

(Foto via Twitter)

Le conclusioni dello studio della Banca Centrale Europea: troppa regolamentazione fa male al mercato, ma il lobbying è il miglior strumento del mercato per parlare ai decision makers. La Banca Centrale Europea ha condotto il primo studio empirico sul settore del lobbying in Europa. Ne è risultato un quadro contrastante, riassunto in due concetti di base: il lobbying fornisce ai decisori pubblici importanti informazioni sul settore di riferimento, contribuendo alla consapevole presa di decisione legislativa o regolamentare; le aziende che spendono maggiori cifre per condurre attività di lobbying provengono spesso da settori altamente regolamentati e spesso puntano a mantenere alto il livello di complessità delle regole, rischiando di ridurre il generale benessere della società. La ricerca: rendite di posizione, innovatività, produttività delle imprese Lo studio “Lobbying in Europe: new firm-level evidence”, condotto da Kostantinos Dellis dell'Università del Pireo (Grecia) e da David Sondermann, analista della BCE, ha l'ambizioso obiettivo di ricostruire (empiricamente) le motivazioni che spingono una società a fare lobbying sul Governo del proprio Paese, e determinare il “ritorno sull'investimento” per ogni singola impresa o settore economico. È stato scelto, inoltre, di restringere la ricerca ad attori che operano in singoli mercati di riferimento, per tentare di dipingere un quadro ancora più specifico a livello settoriale. Secondo gli autori, che hanno rilevato una scarsa letteratura in materia, il lobbying è condotto in gran parte da attori che operano in mercati regolamentati. Una delle conclusioni più rilevanti è che le aziende “incumbent”, ossia quelle che detengono posizioni dominanti nel settore, tendono a voler mantenere la propria rendita di posizione favorendo i propri interessi specifici. È stato rilevato che questo meccanismo (plausibile in contesti ristretti come i mercati regolamentati), accanto alle difficoltà nell'accesso al decisore per i nuovi entranti del mercato rischia di ridurre il benessere complessivo dell'economia intera in quanto riduce la competitività, il livello di innovatività delle aziende dominanti e il conseguente potenziale di sviluppo delle imprese entranti. Un risultato pressoché ovvio ma che potrebbe suonare come una denuncia per i governi che sono restii ad avviare liberalizzazioni dei mercati più strettamente regolati. Interessante il riferimento al livello di innovatività delle imprese. È stato rilevato che le imprese che innovano fanno lobbying per proteggere il loro livello di innovazione, e allo stesso tempo sono tra i maggiori recettori dei fondi europei di sviluppo e innovazione. Un risultato positivo può essere l'aumento del generale livello di innovazione; di contro, aziende innovative già dominanti nel mercato possono fare lobbying per mantenere lo status quo e non hanno il bisogno di aumentare il loro livello di innovatività come invece eventuali aziende potenziali entranti. Incrociando i dati è stato poi possibile stabilire che, per gli attori analizzati, a maggior fatturato corrisponde maggior spesa per il lobbying. Spesso invece a maggiore intensità dell'attività di lobbying non sono risultati maggiori livelli di redditività e produttività. Per quanto riguarda i risultati per settore, secondo lo studio i settori del real estate e dei servizi professionali (avvocati, architetti, e qualsiasi professione che richiede alta professionalità) tendono ad operare maggiormente con attività di lobbying in quanto maggiormente regolamentati rispetto agli altri. Problemi metodologici: pochi dati a causa della scarsa trasparenza del lobbying in Europa La ricerca è stata la prima condotta con lo specifico scopo di creare un framework comune di interpretazione delle dinamiche tra imprese e decisori al momento di attuare politiche economiche di settore, sulla base di analisi simili condotte negli Stati Uniti. Il vero vulnus dello studio è stato, come hanno riconosciuto gli stessi autori, l'assenza di dati completi sull'attività di lobby delle imprese, un fenomeno fatto risalire all'assenza di un obbligo di rendicontare le spese nello specifico per le imprese e, allo stesso tempo, i finanziamenti privati ai partiti o alle campagne elettorali. Sono state prese come basi di dati le cifre del Registro per la Trasparenza dell'UE e il database AMADEUS di Bureau van Dijk , che riporta i dati su fatturato e spese di ogni società: troppo poco per tracciare precisi confini tra le spese in lobbying e i relativi outcome politici. Il Registro per la Trasparenza, infatti, non ha uno storico dei dati registrati periodo per periodo e, inoltre, è uno strumento facoltativo che riporta dati non categorizzati (ad esempio, lobby diretta o indiretta, a livello di governi nazionali o di istituzioni comunitarie, etc..) e suscettibili di fallibilità a causa della mancanza di una adeguata controprova delle spese realmente effettuate. È interessante che per risalire al match tra attività di lobby delle imprese e singola decisione pubblica delle istituzioni siano state prese come riferimento le Raccomandazioni specifiche per Paese (Country-Specific Recommendations: ad esempio, quella che ha portato il Governo Gentiloni all'approvazione della Manovra Correttiva in Aprile). In base a quello è stato possibile definire l'agenda delle riforme, i settori specifici coinvolti e gli attori che si sono mossi nel corso dell'inter decisionale. Conclusioni: con maggiore trasparenza dei dati sul lobbying, possibile definirne il ROI Gli attori di dimensione maggiore e in mercati altamente regolamentati tendono a spendere maggiori cifre in lobbying in assoluto, spesso per mantenere la propria posizione dominante: questo non è di per sé negativo, specie perché spesso la regolamentazione aiuta a contravvenire ai fallimenti di mercato. Ma allo stesso tempo, una maggiore regolamentazione in settori non a fallimento di mercato può ridurre la creazione di lavoro, la produttività e in generale il benessere dell'economia nel suo insieme. Lo studio si è rivelato quindi un primo passo per definire una metodologia di rendicontazione del reale impatto del lobbying per un'impresa: un fatto spesso decisivo per i manager che decidono di affidarsi a questa attività piuttosto che alla semplice competizione sul mercato. Uno studio che ha sicuramente delle basi scientifiche molto forti: seppur debole in alcuni elementi (pochi dati e confusi), la ricerca è riuscita a risalire alla correlazione tra le diverse variabili, rilevando che il lobbying non è casualità ma è una leva strategica specifica con obiettivi e risultati quantificabili. È quanto meno curioso che anche gli autori della ricerca richiedano una migliore regolamentazione del lobbying nei singoli Paesi, stavolta per ottenere maggiori dati al fine di condurre ricerche più affidabili e ripetibili. Si affiancano quindi agli operatori del settore (che chiedono autorevolezza della professione) e alle associazioni anti-corruzione della società civile (che vogliono far luce su eventuali fenomeni distorsivi del processo decisionale democratico). Un'ulteriore motivo di pressione per aumentare la trasparenza del lobbying. LINK allo studio completo (ENG)

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(Francesco Angelone) Ci sono numerose questioni rilevanti per la nostra vita quotidiana che non dipendono esclusivamente dalle decisioni politiche prese nel nostro Paese ma che, invece, riguardano il pianeta intero. Si tratta di problemi globali di un mondo globalizzato che richiedono soluzioni e norme transnazionali. In un articolo, la Sunlight Foundation, organizzazione no profit statunitense impegnata nel rendere più trasparente l’attività di Washington, ha posto sotto la lente di ingrandimento la dimensione internazionale, troppo spesso trascurata, dell’attività di lobbying. Attualmente, 22 Paesi e l’Unione Europea disciplinano l’attività di lobbying, tuttavia non sempre sono disponibili online un registro dei lobbisti e in alcuni casi poche informazioni sono accessibili. Il sistema americano, pur criticato perché permette il pieno esercizio dell’attività di influenza senza necessariamente essere registrati, è sicuramente all’avanguardia se paragonato a quello vigente altrove. Il Lobbying Disclosure Act impone l’indicazione di quali sono le questioni su cui i lobbisti hanno fatto pressioni, quanto sono stati pagati per farlo e i nomi dei funzionari governativi che hanno contattato per conto del loro cliente. Con una tale asimmetria di informazioni, come può un cittadino americano informarsi circa le attività di lobbying condotte all’estero da una multinazionale americana? Come si può capire quali governi ha approcciato, quanto successo ha avuto o quanto ha speso? Ebbene, secondo quanto scrive la Sunlight Foundation, accedere a queste informazioni è veramente difficile. Secondo Daniel Freund di Transparency International, sarebbe interessante capire, per monitorare l’influenza, anche quali attività di coalition building o di grassroots e top-roots lobbying sono state messe in piedi. Sunlight Foundation e Transparency Int’l hanno dunque stilato, dopo aver osservato i registri delle 23 realtà in cui questi sono in vigore, una lista di informazioni che dovrebbero servire a tracciare le attività di pressione delle aziende americane all’estero. Ovviamente, in primis troviamo i nomi dei lobbisti attivi e come contattarli, un’informazione presente in tutti i registi analizzati. Seconda informazione riguarda l’identità dei clienti dei lobbisti che, invece, troppo spesso è rivelata solo in parte e senza particolari vincoli normativi. Un buon registro dovrebbe anche contenere dettagli su quali ufficiali sono stati incontrati, elettivi, non elettivi e funzionari, e per quali argomenti li si è contattati. Questo tipo di informazioni sono più dettagliate nel registro esistente in Cile che in quello degli Stati Uniti. Infine, ma importantissimo, è ciò che concerne le spese in attività di lobbying tenendo conto che, spesso, una maggiore spesa comporta un maggior numero di lobbisti impiegati, di ricerche, di tempo impiegato. Qui molti registri presentano lacune significative. Pochi Stati che adottano un registro nazionale, diversi di questi con informazioni incomplete, sono elementi che rendono difficile per i cittadini avere un quadro chiaro.

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Il terremoto Trump sta colpendo anche K Street, la casa del lobbying a Washington. E mentre il Presidente eletto forma la propria squadra di governo pescando qua e là tra lobbisti in-house a grandi gruppi e società di public affairs, le pedine si schierano sulla grande scacchiera delle lobby a seconda delle decisioni del futuro team repubblicano alla Casa Bianca. In campagna elettorale Trump è stato molto duro nei confronti dei lobbisti, e uno dei punti programmatici della candidatura era “prosciugare la palude”, ossia il mondo dei rapporti tra imprese private e decisori pubblici con la mediazione dei lobbisti. Ma le contromosse del settore sono arrivate. Innanzitutto, si ha davanti una situazione del tutto nuova per la politica americana. I repubblicani infatti sono pronti ad avere il controllo della Casa Bianca, della Camera, del Senato e della maggioranza della Corte Costituzionale, situazione senza precedenti nella storia recente americana, di potere quasi incontrastato. In una tale situazione varierà lo scenario dei conflitti interni alle istituzioni federali, in stallo durante la compresenza di Democratici e Repubblicani al comando delle istituzioni apicali. Torneranno in discussione, secondo un’analisi del Wall Street Journal, sanità, tassazione, infrastrutture e sistema bancario. In pratica, potrà essere rivoluzionata l’opera di Obama. Tutto a vantaggio delle lobby, che potranno esprimere il loro potenziale di fuoco e intessere nuove reti di relazione, riscrivendo le precedenti eredità dell’amministrazione Obama. Saranno quindi necessari nuovi investimenti in lobbying. Ma non è una novità: anche in passato, il primo anno di una nuova presidenza americana è coinciso con un boom nelle spese in attività di lobbying da parte di imprese, associazioni e società civile. Nel 2009, primo anno di presidenza Obama, sono stati spesi 556 milioni di $ per lobbying nel settore sanitario (+ 66 mln rispetto al 2008) e 473 milioni di $ per il settore finanziario e edilizio (+ 17 mln). E secondo voci interne a Washington, “le lobby stanno passando dalla difesa all’attacco”. La conseguenza del cambiamento di passo della presidenza Trump rispetto alle leggi di Obama favorirà quindi l’opera di lobbisti esperti, che dovranno tradurre in senso politico e legislativo gli interessi di business delle aziende. E molti lobbisti si stanno riposizionando. Società di lobbying, ma anche grandi corporations, che fino ad oggi si erano affidate a ex collaboratori di senatori o rappresentanti Dem, stanno virando verso lobbisti provenienti dall’area GOP. Nasceranno nuove alleanze, e altri rapporti finiranno con la fine del governo democratico. Ci saranno rimpasti all’interno delle commissioni del Congresso, con nomine meno bipartisan e più spiccatamente “trumpiane”. Ma è proprio il nuovo Presidente la vera incognita per i lobbisti americani. Si sarà di fronte ad una figura nuova, un imprenditore che ha fatto del populismo il carattere vincente della propria campagna elettorale – e della propria intera vita, se vogliamo – e ha promesso riforme e azioni molto radicali e coraggiose, molte delle quali già mitigate o disattese. In questo contesto, il lobbista rischia di trovarsi in difficoltà in quanto poco esperto nel prevedere le nuove mosse di Trump. Allo stesso tempo, però, le imprese dovranno necessariamente affidare alla flessibilità e multilateralità del lobbista la rappresentanza dei loro interessi. Sempre il WSJ riporta un dato interessante: anche Obama nel 2008 mise al centro del mirino la “palude lobbistica”,  e le registrazioni di lobbisti, aumentate tra il 2008 e il 2009, subirono un costante calo fino al 2016. Anche oggi Trump ha previsto regole etiche molto stringenti per il proprio team di transizione. Ciononostante – e qui la reliability di Trump è stata messa in discussione – il nuovo Presidente si è avvalso di professionisti del settore, giustificandone l’assunzione grazie alla loro competenza negli affari istituzionali e legislativi. Salvo doverli rimuovere qualche giorno dopo, su decisione di Mike Pence. Lo stesso Pence che, secondo Politico Influence, ha ricevuto più volte consigli dal lobbista Bill Smith, assunto dalla Fidelis Government Relations. Smith, ex capo dello staff di Pence al Senato e stretto collaboratore anche al governo dell’Indiana dell’attuale vicepresidente eletto, sarà il lobbista di punta per una società che rappresenta gli interesse di una delle maggiori associazioni ebraiche d’America, di Microsoft, della Natural Products Association e della Professional Bail Agents of the United States. E ha dichiarato: “Non vedo un conflitto in ciò che faccio. Non vedo mancanza di integrità in una persona che usa la propria esperienza per aiutare i clienti”. Un tipico ragionamento americano, che difficilmente ritroveremmo in Italia. Dove la “caccia al lobbista” è ancora uno sport in voga.

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