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Il lobbying visto dalla BCE
Scritto il 2017-06-11 da Giovanni Gatto su Europa

Le conclusioni dello studio della Banca Centrale Europea: troppa regolamentazione fa male al mercato, ma il lobbying è il miglior strumento del mercato per parlare ai decision makers.

La Banca Centrale Europea ha condotto il primo studio empirico sul settore del lobbying in Europa. Ne è risultato un quadro contrastante, riassunto in due concetti di base:

  • il lobbying fornisce ai decisori pubblici importanti informazioni sul settore di riferimento, contribuendo alla consapevole presa di decisione legislativa o regolamentare;

  • le aziende che spendono maggiori cifre per condurre attività di lobbying provengono spesso da settori altamente regolamentati e spesso puntano a mantenere alto il livello di complessità delle regole, rischiando di ridurre il generale benessere della società.

La ricerca: rendite di posizione, innovatività, produttività delle imprese

Lo studio “Lobbying in Europe: new firm-level evidence”, condotto da Kostantinos Dellis dell'Università del Pireo (Grecia) e da David Sondermann, analista della BCE, ha l'ambizioso obiettivo di ricostruire (empiricamente) le motivazioni che spingono una società a fare lobbying sul Governo del proprio Paese, e determinare il “ritorno sull'investimento” per ogni singola impresa o settore economico. È stato scelto, inoltre, di restringere la ricerca ad attori che operano in singoli mercati di riferimento, per tentare di dipingere un quadro ancora più specifico a livello settoriale.

Secondo gli autori, che hanno rilevato una scarsa letteratura in materia, il lobbying è condotto in gran parte da attori che operano in mercati regolamentati. Una delle conclusioni più rilevanti è che le aziende “incumbent”, ossia quelle che detengono posizioni dominanti nel settore, tendono a voler mantenere la propria rendita di posizione favorendo i propri interessi specifici. È stato rilevato che questo meccanismo (plausibile in contesti ristretti come i mercati regolamentati), accanto alle difficoltà nell'accesso al decisore per i nuovi entranti del mercato rischia di ridurre il benessere complessivo dell'economia intera in quanto riduce la competitività, il livello di innovatività delle aziende dominanti e il conseguente potenziale di sviluppo delle imprese entranti.

Un risultato pressoché ovvio ma che potrebbe suonare come una denuncia per i governi che sono restii ad avviare liberalizzazioni dei mercati più strettamente regolati.

Interessante il riferimento al livello di innovatività delle imprese. È stato rilevato che le imprese che innovano fanno lobbying per proteggere il loro livello di innovazione, e allo stesso tempo sono tra i maggiori recettori dei fondi europei di sviluppo e innovazione. Un risultato positivo può essere l'aumento del generale livello di innovazione; di contro, aziende innovative già dominanti nel mercato possono fare lobbying per mantenere lo status quo e non hanno il bisogno di aumentare il loro livello di innovatività come invece eventuali aziende potenziali entranti.

Incrociando i dati è stato poi possibile stabilire che, per gli attori analizzati, a maggior fatturato corrisponde maggior spesa per il lobbying. Spesso invece a maggiore intensità dell'attività di lobbying non sono risultati maggiori livelli di redditività e produttività.

Per quanto riguarda i risultati per settore, secondo lo studio i settori del real estate e dei servizi professionali (avvocati, architetti, e qualsiasi professione che richiede alta professionalità) tendono ad operare maggiormente con attività di lobbying in quanto maggiormente regolamentati rispetto agli altri.

Problemi metodologici: pochi dati a causa della scarsa trasparenza del lobbying in Europa

La ricerca è stata la prima condotta con lo specifico scopo di creare un framework comune di interpretazione delle dinamiche tra imprese e decisori al momento di attuare politiche economiche di settore, sulla base di analisi simili condotte negli Stati Uniti.

Il vero vulnus dello studio è stato, come hanno riconosciuto gli stessi autori, l'assenza di dati completi sull'attività di lobby delle imprese, un fenomeno fatto risalire all'assenza di un obbligo di rendicontare le spese nello specifico per le imprese e, allo stesso tempo, i finanziamenti privati ai partiti o alle campagne elettorali. Sono state prese come basi di dati le cifre del Registro per la Trasparenza dell'UE e il database AMADEUS di Bureau van Dijk , che riporta i dati su fatturato e spese di ogni società: troppo poco per tracciare precisi confini tra le spese in lobbying e i relativi outcome politici. Il Registro per la Trasparenza, infatti, non ha uno storico dei dati registrati periodo per periodo e, inoltre, è uno strumento facoltativo che riporta dati non categorizzati (ad esempio, lobby diretta o indiretta, a livello di governi nazionali o di istituzioni comunitarie, etc..) e suscettibili di fallibilità a causa della mancanza di una adeguata controprova delle spese realmente effettuate.

È interessante che per risalire al match tra attività di lobby delle imprese e singola decisione pubblica delle istituzioni siano state prese come riferimento le Raccomandazioni specifiche per Paese (Country-Specific Recommendations: ad esempio, quella che ha portato il Governo Gentiloni all'approvazione della Manovra Correttiva in Aprile). In base a quello è stato possibile definire l'agenda delle riforme, i settori specifici coinvolti e gli attori che si sono mossi nel corso dell'inter decisionale.

Conclusioni: con maggiore trasparenza dei dati sul lobbying, possibile definirne il ROI

Gli attori di dimensione maggiore e in mercati altamente regolamentati tendono a spendere maggiori cifre in lobbying in assoluto, spesso per mantenere la propria posizione dominante: questo non è di per sé negativo, specie perché spesso la regolamentazione aiuta a contravvenire ai fallimenti di mercato. Ma allo stesso tempo, una maggiore regolamentazione in settori non a fallimento di mercato può ridurre la creazione di lavoro, la produttività e in generale il benessere dell'economia nel suo insieme.

Lo studio si è rivelato quindi un primo passo per definire una metodologia di rendicontazione del reale impatto del lobbying per un'impresa: un fatto spesso decisivo per i manager che decidono di affidarsi a questa attività piuttosto che alla semplice competizione sul mercato. Uno studio che ha sicuramente delle basi scientifiche molto forti: seppur debole in alcuni elementi (pochi dati e confusi), la ricerca è riuscita a risalire alla correlazione tra le diverse variabili, rilevando che il lobbying non è casualità ma è una leva strategica specifica con obiettivi e risultati quantificabili.

È quanto meno curioso che anche gli autori della ricerca richiedano una migliore regolamentazione del lobbying nei singoli Paesi, stavolta per ottenere maggiori dati al fine di condurre ricerche più affidabili e ripetibili. Si affiancano quindi agli operatori del settore (che chiedono autorevolezza della professione) e alle associazioni anti-corruzione della società civile (che vogliono far luce su eventuali fenomeni distorsivi del processo decisionale democratico).

Un'ulteriore motivo di pressione per aumentare la trasparenza del lobbying.

LINK allo studio completo (ENG)

(Francesco Angelone) Sono numerosi i tentativi di regolamentare il fenomeno dell’attività di pressione negli ultimi anni. Anche in Nigeria sembra essere giunto il momento opportuno, dopo alcuni tentativi non andati a buon fine. Infatti, il Senato il 12 ottobre ha avviato un’iniziativa denominata “Una regolamentazione e la registrazione dei lobbisti in Nigeria” volta alla legalizzazione dell’attività di lobbying nel Paese. La proposta di legge, promossa dal senatore Dino Melaye dell’APC (All Progressive Congress, il partito del Presidente Buhari) dello Stato di Kogy occidentale, ha superato il vaglio della seconda lettura e passa ora nelle mani della commissione affari legali, giustizia e diritti umani per eventuali modifiche. Riferendo in aula, Melaye ha affermato che la legge cerca di introdurre misure per la registrazione e la regolamentazione dei lobbisti professionisti all’interno degli organi legislativi federali. Nello specifico, il provvedimento “fa sì che i lobbisti debitamente registrati secondo quanto previsto dal Company and Allied Matters Act (del 1990) possano portare avanti la propria attività presso il Senato, la Camera dei rappresentanti o entrambi, una volta registratisi presso il Ministero della Giustizia”. Nella proposta del senatore Malaye, l’attività di lobbying è definita come “un'attività in cui gli interessi particolari assumono dei professionisti, spesso avvocati, al fine di sostenere una legislazione specifica in Parlamento”. “Il fenomeno” – dice Malaye con parole che ricordano quanto avviene anche nel nostro Paese – “è molto controverso e spesso visto sotto una luce negativa dai giornalisti e dall’opinione pubblica. L’attività di lobbying ha luogo a qualsiasi livello di governo che sia locale, statale o federale”. L’opposizione, da parte sua, contribuisce al dibattito ammonendo la maggioranza perché si eviti di favorire, con la nuova legislazione, il dilagare di fenomeni corruttivi. Secondo il leader dell’opposizione al Senato, Goodwill Akpabio, “finché non sarà chiaro chi paga i lobbisti, sarà come se stessimo legiferando in favore della corruzione”. Il Presidente del Senato Saraki ha invece sottolineato senza remore che la legge migliorerà lo stato di salute della democrazia in Nigeria. Articolo originale qui.

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Ieri per i lobbisti americani è stato il Lobbying Disclosure Act day. È stato infatti pubblicato il report dell’autorità di Vigilanza USA con i dati sul lobbying americano per il secondo trimestre del 2016 (aprile-giugno). Politico ha raccolto i dati più interessanti, per le diverse categorie di impresa, che riportiamo di seguito: SPESA (aprile-giugno 2016) PER ATTIVITÀ DI LOBBYING – SOCIETÀ DI CONSULENZA Akin Gump Strauss Hauer & Feld: $9.53 milioni (vs. $9.54M in 1Q16 and $10.23M in 2Q15)* Brownstein Hyatt Farber Schreck: $6.74 milioni (vs. $6.74M in 1Q16 and $6.25M in 2Q15)* Podesta Group: $5.96 milioni (vs. $5.94M in 1Q16 and $5.75M in 2Q15)* Van Scoyoc Associates: $5.74 milioni (vs. $4.8M in 1Q16 and $5.8M in 2Q15)* Holland & Knight: $4.96 milioni (vs. $4.86M in 1Q16 and $4.955M in 2Q15)* Squire Patton Boggs: $4.66 milioni (vs. $4.65M in 1Q16 and $6.76M in 2Q15)* BGR Government Affairs: $4.46 milioni (vs. $4.19M in 1Q16 and $4.64M in 2Q15)* K&L Gates: $4.35 milioni (vs. $4.33M in 1Q16 and $4.65M in 2Q15)* Williams & Jensen: $4.27 milioni (vs. $4.28M in 1Q16 and $4.52M in 2Q15)* Cornerstone Government Affairs: $4.22 milioni (vs. $4.03M in 1Q16 and $3.82M in 2Q15)* Capitol Counsel: $4.08 milioni (vs. $4.2M in 1Q16 and $4.3M in 2Q15)* Peck Madigan Jones: $3.37 milioni (vs. $3.26M in 1Q16) Fierce Government Relations: $3.33 milioni (vs. $3.21M in 1Q16 and $3.24M in 2Q15) Cassidy & Associates: $3.32 milioni (vs. $3.03M in 1Q16 and $3.31M in 2Q15)* Covington & Burling: $3.32 milioni (vs. $3.05M in 1Q16 and $3.08M in 2Q15)* Mehlman Castagnetti Rosen & Thomas: $3.31 milioni (vs. $2.99M in 1Q16 and $2.88M in 2Q15)* Washington Council Ernst & Young: $3.31 milioni (vs. $3.06M in 1Q16) Capitol Tax Partners: $3.14 milioni (vs. $3.1M in 1Q16) Venable: $2.77 milioni (vs. $2.63M in 1Q16 and $2.39M in 2Q15)* Hogan Lovells: $2.76 milioni (vs. $2.61M in 1Q16 and $3.23M in 2Q15)* SPESE IN LOBBYING DI IMPRESE E ASSOCIAZIONI (2015/16) U.S. Chamber of Commerce ($22.7 milioni) National Association of Realtors ($9.38 milioni) U.S. Chamber Institute for Legal Reform ($6.45 milioni) Pharmaceutical Research and Manufacturers of America ($5.82 milioni) Business Roundtable ($4.81 milioni) Boeing ($4.75 milioni) American Hospital Association ($4.69 milioni) American Medical Association ($4.31 milioni) Google ($4.24 milioni) AT&T ($4.07 milioni) National Association of Broadcasters ($3.61 milioni) Lockheed Martin ($3.49 milioni) Comcast ($3.38 milioni) Prudential Financial ($3.17 milioni) Southern Company ($3.12 milioni) FedEx ($3.06 milioni) National Cable and Telecommunications Association ($3.04 milioni) Amazon ($3 milioni) Amgen ($2.91 milioni) Pfizer ($2.89 milioni) C’è anche la classifica dei contratti di consulenza più onerosi: Brownstein Hyatt Farber Schreck: Caesars Enterprise Services ($850,000) McGuiness & Yager: HR Policy Association ($560,000) Akin Gump Strauss Hauer & Feld: Gila River Indian Community ($520,000) Sidley Austin: Intrexon Corporation ($490,000) Covington & Burling: Qualcomm ($450,000) Dentons: Tohono O'odham Nation ($430,000) Covington & Burling: Western Conference of Teamsters Pension Trust ($390,000) Venn Strategies: Employee-Owned S Corporations of America ($380,000) Akin Gump: Empresas Fonalledas ($340,000) Allegiance Strategies: American Unity Fund ($320,000)

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Oggi la Commissione ha adottato nuove norme sulle modalità di selezione dei gruppi di esperti a carattere consultivo che forniscono competenze esterne per contribuire al processo di elaborazione delle politiche.Oggi la Commissione ha adottato nuove norme sulle modalità di selezione dei gruppi di esperti a carattere consultivo che forniscono competenze esterne per contribuire al processo di elaborazione delle politiche. La decisione stabilisce un insieme coeso di norme e principi volti ad accrescere la trasparenza, a evitare conflitti di interessi e a garantire una rappresentanza equilibrata degli interessi. Le nuove norme hanno carattere vincolante per tutti i servizi della Commissione.Frans Timmermans, primo Vicepresidente della Commissione, ha dichiarato: "Nell'elaborare norme e politiche abbiamo bisogno del contributo di competenze esterne che ci aiutino a trovare soluzioni adeguate. Com'è giusto, i cittadini si aspettano che ciò avvenga in modo trasparente ed equilibrato. Grazie alle misure che adottiamo oggi, la Commissione beneficerà di competenze di qualità elevata evitando nel contempo eventuali conflitti di interessi; inoltre, i cittadini potranno chiederci conto del nostro operato. La decisione di oggi fa seguito a una serie di proficue consultazioni con i membri del Parlamento europeo, con il Mediatore europeo e con i rappresentanti delle organizzazioni della società civile, partner fondamentali nell'impostare in modo trasparente il processo di elaborazione delle politiche dell'Unione europea. Si tratta di un ulteriore passo avanti per cambiare le modalità secondo le quali si opera a 'Bruxelles'."Le nuove norme impongono ai servizi della Commissione di selezionare tutti i membri dei gruppi di esperti tramite inviti pubblici a presentare candidature, eccezion fatta per i gruppi che rappresentano Stati membri, paesi terzi e organismi internazionali o dell'Unione. Tali inviti devono essere pubblicati nel registro dei gruppi di esperti e devono descrivere chiaramente i criteri di selezione, comprese le competenze richieste e i gruppi di interesse di cui trattasi. Verrà fatto il possibile per garantire una rappresentanza equilibrata, considerati i settori di competenza e di interesse, il genere, l'origine geografica e il mandato del gruppo di esperti in questione. La maggiore trasparenza del processo di selezione è un fattore importante per conseguire una composizione equilibrata.Le norme rivedute contribuiscono ad accrescere la trasparenzadell'operato dei gruppi imponendo espressamente ai servizi della Commissione di rendere disponibile la documentazione pertinente, tra cui gli ordini del giorno, verbali chiari e completi e i contributi degli esperti. In caso di adozione della posizione di un gruppo di esperti tramite votazione possono essere rese pubbliche anche le opinioni di minoranza formulate dagli esperti, se questi lo desiderano.Le norme rivedute migliorano significativamente la gestione dei conflitti di interessi degli individui nominati a titolo personale, il cui operato deve essere indipendente e dettato dall'interesse pubblico. I servizi della Commissione dovranno svolgere valutazioni specifiche in merito ai conflitti di interessi di tali esperti sulla base di una dichiarazione di interessi standardizzata da essi compilata. Tali dichiarazioni saranno pubblicate in seguito nel registro dei gruppi di esperti a fini di controllo pubblico.Un registro dei gruppi di esperti riveduto sarà pubblicato oggi su Internet nello spirito delle nuove norme di trasparenza, garantendo sinergie con il registro per la trasparenza. Coloro che fanno domanda per rappresentare organizzazioni o interessi specifici saranno selezionati per far parte di gruppi di esperti solo se iscritti nel registro per la trasparenza (entro la fine del 2016 questa condizione verrà applicata retroattivamente a tutti i gruppi di esperti esistenti). Sempre per garantire maggiore chiarezza e trasparenza, il registro dei gruppi di esperti sarà inoltre organizzato meglio, con una nuova classificazione dei membri dei gruppi: la nuova categorizzazione opererà una distinzione tra le organizzazioni (quali le imprese, le ONG e i sindacati) e gli organismi pubblici, che erano in precedenza registrati sotto la stessa voce. Saranno altresì create nuove sottocategorie per rafforzare il controllo pubblico dell'equilibrio degli interessi.ContestoAttualmente circa 800 gruppi di esperti consigliano la Commissione in tutti i settori di intervento. I membri di tali gruppi possono essere nominati a titolo personale o in rappresentanza di Stati membri, paesi terzi, organismi internazionali o dell'UE, imprese, sindacati, società civile, mondo accademico o di altri interessi.I gruppi di esperti sono utilizzati nell'elaborazione di nuove normative o di atti delegati o di esecuzione, nell'attuazione di norme esistenti o, più in generale, nello sviluppo di orientamenti strategici; avendo un ruolo squisitamente consultivo, essi non adottano decisioni, ma possono formulare pareri o raccomandazioni e presentare relazioni alla Commissione. Quest'ultima e i suoi funzionari mantengono piena indipendenza riguardo alle modalità con le quali tengono conto delle opinioni e dei pareri tecnici ottenuti da tali gruppi. Le decisioni della Commissione sono adottate sempre nell'interesse generale dell'Unione europea.La Commissione Juncker si è impegnata ad accrescere la trasparenza in tutti i propri settori di azione. Il ricorso ai gruppi di esperti è uno dei molti modi in cui la Commissione raccoglie pareri e competenze esterni a sostegno del proprio operato; tra gli altri strumenti preziosi che completano il dialogo istituzionale con il Parlamento europeo e il Consiglio vanno annoverati le consultazioni pubbliche, le consultazioni mirate dei portatori di interessi, le audizioni pubbliche, le conferenze e gli studi.Un quadro istituzionale orizzontale relativo ai gruppi di esperti fu introdotto nel 2005 ed è stato riveduto l'ultima volta nel 2010. La decisione di oggi rappresenta una risposta positiva a molte delle raccomandazioni formulate dal Mediatore europeo in esito a un'indagine di propria iniziativa, nonché ai suggerimenti dei membri del Parlamento europeo e dei rappresentanti delle organizzazioni della società civile.I link utili:Decisione della CommissioneRegistro dei gruppi di espertiRegistro per la trasparenzaConsultazione pubblica sulla revisione del registro per la trasparenza

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