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A Washington diminuiscono i lobbisti, ma le spese in lobbying aumentano
Scritto il 2017-05-11 da Redazione su World

Non è mai stato così basso il numero di lobbisti registrati a Washington, secondo i dati riportati dal Centre for Responsive Politics. Al termine del primo trimestre dell’anno corrente erano 9175 (al 24 aprile sono 9190) a fronte dei 10225 dello scorso anno.

(Francesco Angelone) Seppure in calo progressivo da ormai diversi anni, è nel paragone con il 2016 che si registra il calo più drastico (- 10,3%). Ci sono almeno due buone ragioni per credere che questo dato sia collegabile all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, che in campagna elettorale le aveva minacciosamente promesse ai lobbisti. Per prima cosa alcuni lobbisti hanno letteralmente cancellato il proprio nome dal registro per avere una chance di essere assunti nello staff di Trump, sia nel transition team che nell’amministrazione vera e propria. In secondo luogo, la retorica della campagna elettorale può aver convinto molti a de-registrarsi per mettere in salvo le proprie possibilità di incontrare membri dello staff cui era stato imposto il divieto di non incontrare lobbisti registrati.

Tuttavia, a una diminuzione del numero di rappresentanti di interessi iscritti presso il Senate Office of Public Records, non è corrisposta una diminuzione delle spese in attività di lobbying. La cifra di 838.4 milioni di dollari spesa al 31 marzo 2017, infatti, è la più alta dal 2013. A detta di Caleb Burns, partner dell’ufficio legale Willy Rein, il mondo dell’impresa non è mai stato così in subbuglio come nei primi 100 giorni della presidenza Trump e la gran parte degli sforzi sono stati profusi in una attività di lobbying ‘difensiva’, tesa a che la legislazione rimanesse così com’è.

Nello specifico, i settori che hanno speso di più sono il sanitario (150 mln $), il manifatturiero/chimico/ristorazione (129 mln $) e il finanziario/immobiliare (126 mln $). Le industrie che hanno fatto registrare un incremento maggiore di spese in attività di pressione rispetto al primo trimestre del 2016 sono quelle farmaceutiche (+ 10 mln $ e una spesa complessiva di 78 mln $) e l’oil & gas (+ 4,7 mln $ per un totale di 36,1 mln $). Per quanto riguarda le industrie del tech si registra il trimestre con la maggiore spesa dal 2009, da quando cioè è iscritta al registro, per Facebook che si è concentrata molto sulla legislazione in materia di cybersecurity, accordi di libero scambio e visti per i lavoratori altamente qualificati. Anche Apple ha fatto registrare un record di spesa per autovetture autonome e questioni legate a salute nell’utilizzo di dispositivi mobili. Top spender del settore resta Google (che pure ha speso poco meno dello scorso anno), particolarmente attiva su pubblicità online e diffusione di materiale controverso (probabilmente anche fake news). Hanno fatto registrare il maggior incremento percentuale rispetto allo scorso anno Chevron (+77%), Teva Pharmaceutical Industries (+115%) e la National Rifle Association, la lobby delle armi, che ha praticamente triplicato la cifra spesa nel primo trimestre 2016.

Per quanto concerne le società di consulenza e lobbying, gli introiti maggiori nel primo trimestre del 2017 sono quelli di Akin, Gump et al. (9.2 mln $). A seguire Brownstein, Hyatt et al. (6.5 mln $), Squire Patton Boggs (5.8 mln $) e Podesta Group (5.5 mln $).

(Francesco Angelone) Poche ore dopo la strage di Las Vegas dell’1 ottobre scorso, nella quale Stephen Paddock ha lasciato a terra 58 vittime e 546 feriti in quella che è la più grave sparatoria di massa nella storia degli Stati Uniti, il dibattito sul Secondo Emendamento della Costituzione era già in atto. Come dopo Littleton (Columbine High School), dopo Blacksburg (Virginia Tech), dopo Aurora, dopo Newtown (Sandy Hook), dopo San Bernardino e dopo Orlando, il Paese a stelle e strisce si è diviso: da una parte gun rights e dall’altra gun control. Sarebbe troppo lungo, in questa sede, analizzare la natura del Secondo Emendamento o la storia della legislazione in materia di armi, ed è forse più interessante capire come stanno oggi le cose e partire dai dati. È complicato stabilire con esattezza quante armi ci siano nelle case degli americani, ma alcune stime riferiscono una cifra superiore ai 350 milioni (40 milioni in più dei 318 milioni di cittadini americani), altre parlano di cifre significativamente più basse (inferiori ai 300 milioni). Ovviamente, non tutti ne possiedono una e il 20% circa della popolazione detiene il 65% delle armi. Negli ultimi anni gli introiti dei produttori di armi sono incrementati e sono più alti che mai. Si parla di ‘effetto Obama’, perché pare che i tentativi dell’ex Presidente di forzare la mano sul tema abbiano prodotto una sorta di ‘corsa all’armeria’, spronando i gun lovers ad acquistare armi prima di un eventuale ban alla vendita facile. Questo significa che ci sono più sparatorie? Sembrerebbe di no (anzi, pare esserci un drastico calo), elemento che rafforza le ragioni dei possessori di armi che non ritengono opportuna una correlazione tra numero di armi in circolazione e numero di omicidi. Ma quanti sono i morti da arma da fuoco? Preso in valore assoluto, senza paragoni col passato, il dato è sconvolgente e pare quello di una epidemia: parliamo di oltre 30 mila morti l’anno (più di 2/3 per suicidio), quasi 90 al giorno, cui vanno aggiunti circa 80 mila feriti (i dati sono certificati da un completissimo rapporto OCSE). Dal 1968 (anno in cui furono uccisi, per citare due figure importanti della storia Usa, Martin Luther King e Robert Kennedy) i morti per arma da fuoco sono 1.5 milioni, circa 100 mila in più degli americani morti in guerra dalla Dichiarazione di Indipendenza del 1776. Potrebbero bastare poche righe per fermare questa epidemia, ma la politica sceglie di non prendere contromisure. Il Congresso ha più volte fallito nel rendere più stringente i background checks (i controlli preliminari) per l’acquisto di armi e ha respinto gli ordini esecutivi presidenziali. Questo accade nonostante, secondo dati del Pew Research Center, l’84% degli americani (compresa quindi la maggioranza degli elettori repubblicani) veda favorevolmente un intervento restrittivo in materia. Il punto, quindi, è che schierarsi in favore di un gun control, costa elettoralmente. Tuttavia, non sono mancate negli anni, e non mancano tutt’ora posizioni marcate in tal senso. Nella campagna per le presidenziali del 2016 Hillary Clinton è stata sicuramente la più convinta sostenitrice di una legislazione ‘di buon senso’ che tenesse conto della ‘cultura della sicurezza fai da te’ ma che puntasse principalmente a tutelare la sicurezza degli americani. Questo l’ha posta in contrasto perfino con Sanders, le cui posizioni erano più tiepide (votò 5 volte contro il Brady Bill del 1994), sia, soprattutto, con Donald Trump. A fine 2015 la potente, organizzata e famosissima NRA, la lobby delle armi, per nome del suo Presidente La Pierre promise di voler fare di tutto per impedire alla Clinton di mettere piede nello Studio Ovale. Una promessa che si è trasformata in milioni, precisamente 30.3 secondo Opensecrets.org destinati a tutte le piattaforme di sostegno a Trump e circa 1 milione per la sua campagna. Sempre Opensecrets.org stima che dal 1989 i fondi totali elargiti dai gun rights interests per le campagne elettorali siano 10 volte superiori ai gun control interests. Hillary Clinton nel suo libro di memorie, What Happened, sintetizza così la questione: l’NRA è diventata, in sostanza, una sussidiaria delle potenti industrie che producono e vendono armi. La loro ideologia perversa è che tutto ciò che conta, anche se questo costa migliaia di vite. Quando si passa ad esaminare le spese per attività di lobbying a Washington la musica non cambia e la proporzione tra sostenitori del Secondo Emendamento e sostenitori di una riforma rimane pressoché la stessa. Viste le ragioni delle due parti in causa si assume che le posizioni siano inconciliabili. Lo sono a maggior ragione oggi, a fine 2017, in uno scenario di polarizzazione politica quasi mai così evidente nella storia degli Stati Uniti. Secondo i democratici come la Clinton, l’NRA è dalla parte sbagliata della storia, della giustizia e della human decency. Secondo gran parte degli elettori di Trump ogni tentativo di riforma è un attentato alla libertà e nasconde un piano di requisizione nazionale delle armi. I Repubblicani, fortemente pro gun rights, controllano il Congresso, i Democratici sono culturalmente divisi e inibiti a prendere posizioni palesemente pro gun control per non pregiudicare la propria carriera. Nel frattempo i soldi continuano ad affluire nelle tasche dei candidati e il sangue a scorrere nelle strade.

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di Thomas T. Holyoke e Timothy M. LaPira, London School of Economics. La gente non ama i lobbisti. Gli appartenenti alla categoria vengono rappresentati come trafficanti di influenze corrotti che manipolano i legislatori con donazioni alle loro campagne elettorali. Spesso persino i candidati che vorrebbero sfruttare la rabbia populista contro i lobbisti stessi sembrano non essere in grado di separarsene. Un esempio? L’annuncio del Presidente Trump sul prosciugare la palude di Washington, anche se uno dei suoi collaboratori più vicini nonché ex consigliere per la sicurezza nazionale, Micheal Flynn, ha svolto attività di lobby per diversi governi stranieri senza nemmeno essere registrato. Oppure Corey Lewandowski, ex manager della campagna di Trump, che ha messo a disposizione il proprio network di relazioni per una società di lobby quasi immediatamente dopo l’elezione. Piuttosto che prosciugare la palude, sembra che essa si stia ampliando. Sebbene l’attività di lobby sia molto diversa rispetto a come viene generalmente rappresentata, si ritiene ancora inopportuno influenzare la politica in nome e per conto di gruppi di interesse. Il problema delle connessioni illecite dei lobbisti non si presenta solo negli Stati Uniti, ovviamente: la retorica del “prosciugare la palude” impedisce di riconoscere appieno il contributo positivo che l’attività di rappresentanza di interessi apporta al processo democratico. Invece, dobbiamo “nutrire l’acquitrino”, così da distinguere gli aspetti positivi e negativi del lobbying e per far ciò abbiamo riunito un piccolo gruppo di scienziati politici a Porto Rico per un incontro sui problemi della rappresentanza di interessi nei regimi democratici, le cui conclusioni vengono presentate sul numero di Ottobre 2017 di Interest Groups & Advocacy da Thomas Holyoke e Timothy LaPira. Qualche dato: Il numero dei lobbisti è in crescita; I sistemi democratici variano enormemente tra di loro nel regolamentare l’attività di lobby, in particolare con riguardo alle informazioni che devono essere rese pubbliche; Le leggi sulla rappresentanza di interessi vengono approvate spesso immediatamente dopo degli scandali, ma quasi mai vengono aggiornate; I legislatori che beneficiano del lavoro dei lobbisti sono riluttanti ad emanare riforme; Persino le imprese che si avvalgono della consulenza dei lobbisti non sempre conoscono precisamente quali attività vengano svolte; La definizione stessa di “attività di lobbying” andrebbe espansa; Con maggiori dati a disposizione del pubblico sarebbe più facile chiarire su quale interlocutore viene effettuata pressione. Entrambi gli studiosi convengono che l’alta domanda di servizi forniti dai lobbisti incoraggia sempre più rappresentanti a sfruttare le “revolving door”, mettendo a frutto le loro reti di relazioni e competenze in ambito di policy per costituire grandi società. Inoltre riconoscono che molti lobbisti si avvantaggiano della definizione di “lobbista” che viene data dalle leggi federali in materia di trasparenza per evitare di registrarsi o di esplicitare le loro spese, creando così un vasto esercito di “lobbisti-ombra”. Problemi simili esistono nelle democrazie europee: Michele Crepaz ha indagato sulle origini delle leggi sul lobbying, scoprendo che la maggioranza dei Paesi OCSE le ha approvate approssimativamente nello stesso periodo del ventunesimo secolo. Gli scandali legati all’attività di lobby spesso costringono i governi a regolamentare la rappresentanza di interessi, anche sulla base di quanto raccomandato dall’Unione Europea e da altre organizzazioni internazionali, ma molti stati ancora non si sono mossi in questa direzione. Jana Vargovčíková ha analizzato approfonditamente le proposte vagliate da Polonia e Repubblica Ceca, concludendo che la scarsa regolamentazione, unita spesso alla mancanza di reale interesse ad agire da parte dei rappresentanti eletti, porta a serie difficoltà nel condurre un processo di riforma. Quindi come si combatte la minaccia del lobbying senza freni? Mettendo sempre più informazioni a disposizione di sempre più persone. Lee Drutman e Christine Mahoney concordano che i lobbisti devono essere obbligati a render noto per conto di chi, come e perché stanno svolgendo la loro attività in dichiarazioni pubbliche. Queste dichiarazioni potrebbero essere utilizzate anche dai legislatori per assicurarsi che vengano ascoltati e protetti quanti più interessi concorrenti possibile: in un’ottica di database aperti online, queste comunicazioni informative potrebbero essere consultate da chiunque, dal grande pubblico come dai giornalisti e persino dagli altri lobbisti. Inoltre Tom Holyoke sottolinea come spesso anche chi si serve della consulenza dei lobbisti non conosce precisamente le attività che vengono svolte: il lobbying può essere tutelato dalla legge solo se i rappresentati conoscono e approvano ciò che i loro rappresentanti svolgono. Questi rimedi generali basati sui fatti non risolveranno tutti i problemi della rappresentanza di interessi particolari nei governi democratici: la verità è che il lobbying è parte naturale di ogni democrazia. Riteniamo però che la miglior forma di regolamentazione sia aumentare il numero di informazioni pubblicate. I lobbisti stessi potrebbero trarne vantaggio, coinvolgendo le persone che rappresentano in un processo trasparente di lobby giorno per giorno. Questa è la ricetta per una democrazia in salute. Traduzione a cura di Paolo Pugliese

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(Francesco Angelone) Uno studio del 2013 condotto da Sunlight Foundation stimava in circa 10mila il numero dei lobbisti registrati a Washington e in almeno altrettanti quelli non registrati, definendoli shadow lobbyists. Non è, quindi, una novità che il Registro di Washington comprenda solo una parte delle persone che effettivamente lavorano per influenzare i decisori pubblici a stelle e strisce. Stando ai dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, ormai specializzato in ricerche di questa natura, quasi 2.100 lobbisti attivi nel 2016 a livello federale non hanno segnalato di aver svolto attività di lobbying nel primo trimestre del 2017. Di questi, circa 1.200 hanno continuato addirittura a lavorare per lo stesso datore. In passato abbiamo già sottolineato, ancora una volta ricorrendo a OpenSecrets.org, come a questa diminuzione di lobbisti registrati non corrisponda una diminuzione delle spese in lobbying. I dati confermano, quindi, come i lobbisti più semplicemente continuino a lavorare off the record con buona pace del controllo pubblico generalmente reso possibile dal sistema di divulgazione delle informazioni. L ’inasprimento delle norme sul lobbying sotto l’amministrazione Obama e i mantra elettorali di Trump hanno avuto, fino ad ora, l’apparente conseguenza di rendere più opaco il lobbying a Washington. Il fenomeno del ritiro nell’ombra, inoltre, riguarda sia i lobbisti in-house che i dipendenti di società di lobbying. Ad esempio, Squire Patton Boggs e Covington & Burling, due tra le più grandi società di lobbying, hanno visto finire fuori dalle liste più del 15% dei loro dipendenti. Similmente hanno agito trade groups e aziende. Se è vero, poi, che per alcuni la scomparsa dal Registro o la mancata segnalazione di aver svolto attività di pressione è diretta conseguenza di un cambio di dipartimento all’interno della stessa azienda, per altri casi si apre la questione delle revolving doors. Più di 100 iscritti al registro sono passati a lavorare per il settore pubblico (quasi tutti per il Governo federale), dove probabilmente i loro ex colleghi troveranno punti di riferimento affidabili. Un esempio è quello di Justin Mikolay, ex lobbista di Palantir, società che fornisce analisi di dati per agenzie di intelligence, e che ora riveste il ruolo di assistente del Segretario alla Difesa James Mattis. Secondo quanto riportato da Buzzfeed il fondatore di Palantir, Peter Thiel, avrebbe elargito donazioni nei confronti di Donald Trump per un valore complessivo superiore al milione di dollari. Quello delle donazioni è altro tema interessante messo in evidenza dalla ricerca del Centre for Responsive Politics. Risulta che quasi la metà dei lobbisti non registrati nel primo trimestre del 2017 non ha compiuto una donazione di oltre 200 dollari nel ciclo elettorale del 2016. La maggior parte, poi, di coloro che ha compiuto donazioni di oltre 200 dollari non lo ha fatto direttamente a dei candidati ma ai Political Action Committees non palesemente schierati costituiti dalle società per cui lavorano. Lo studio ha anche reso possibile stabilire l’affiliazione politica dei lobbisti donatori definendo democratico o repubblicano quello che ha donato più del 70% della cifra totale donata per candidati dell’uno o dell’altro partito. E così, molti più lobbisti ‘repubblicani’ hanno disattivato il loro nome dal Registro per trasferirsi presso il Governo federale mentre più lobbisti ‘democratici’ non compaiono più nel Registro pur lavorando per lo stesso datore o avendo preferito abbandonare il mondo del lobbying. Va generalmente tenuto conto del fatto che i lobbisti tendono a donare a membri di entrambi i partiti maggiori, presumibilmente cercando di assicurarsi porte aperte su entrambi i lati del corridoio. (Foto via Twitter)

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