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Brasile, il colmo della proposta sulle lobby il giorno prima dello scandalo-Temer
Scritto il 2017-05-19 da Giovanni Gatto su World

(in collaborazione con Gabriele GiulianiIl ministro per la Trasparenza brasiliano Torquato Jardim ha consegnato questo martedì al presidente Michel Temer un disegno di legge per la regolamentazione del lobbying. Proprio pochi giorni prima dello scoppio di uno dei più grandi scandali della storia politica del Paese carioca.

"La luce del sole è la migliore medicina contro la corruzione", ha detto Jardim annunciando il progetto di legge sul lobbying, che prevede che Ministri e funzionari pubblici ricevano i lobbisti in una fase di "pre-accreditamento", e che l'agenda dei loro incontri fosse pubblica. Il termine per indicare l'attività di lobbying sarà un unicum nel panorama internazionale: "rappresentanza sociale non istituzionale", un'attività che promuove, in un ambiente di tolleranza e democrazia, il dialogo multilaterale tra le parti, cercando di rappresentare interessi collettivi e al di fuori degli interessi dello Stato".

Per il direttore della regione sud dell’Associazione brasiliana di relazioni istituzionali Edgard Usuy,  questo pdl rappresenta sicuramente un miglioramento, che però non risolve i problemi. Ha inoltre evidenziato che l’ABRIG (Associazione brasiliana di relazioni istituzionali e di governo) che ha partecipato al gruppo di lavoro, non ha avuto accesso al testo finale. L’associazione chiaramente difende la regolamentazione, ma ha molti dubbi sul fatto di creare regole troppo severe e che comportano un eccesso di burocrazia. L’eccesso di rigore può portare all’effetto contrario, e alimentare fenomeni di lobbying non professionale.

In merito ai doni, sono pressoché vietati. Viene posto un limite molto basso di di 100 reals (30 euro). Viene anche ampliato l’obbligo a tutti i funzionari pubblici, mentre al momento ne sono soggetti solo gli alti dirigenti. Sembra un paradosso che proprio poche ore dopo la presentazione del pdl lobby è scoppiato uno  scandalo-corruzione che ha colpito proprio il presidente Temer. Il quotidiano O Globo ha svelato la presenza di una possibile tangente da parte di imprenditori del settore della carne, molto influenti in Brasile, per il presidente di ben 480 milioni di reais (160 milioni di euro) in rate ventennali. La cifra sarebbe servita per "comprare il silenzio" di Eduardo Cunha, compagno di partito di Temer, accusato anch'egli di corruzione. Anche il senatore Aecio Neves, presidente del partito di minoranza della coalizione che regge il governo Temer, è stato accusato di aver intascato 2 milioni di reais e rimosso dall'incarico, rimanendo indagato a piede libero. Dopo la notizia le opposizioni in massa hanno richiesto le dimissioni del governo brasiliano, e la borsa carioca ha perso 10 punti percentuali.

Michel Temer però non ha intenzione di dimettersi. E vista la situazione, purtroppo, l'ennesimo disegno di legge sulle lobby rischia di naufragare sul nascere a causa di eventi politici esterni. Il colmo, per un provvedimento che sarebbe stato utile proprio ad evitare scandali come quello che rischia di segnare la fine del governo Temer.

(foto: REUTERS)

(Francesco Angelone) Uno studio del 2013 condotto da Sunlight Foundation stimava in circa 10mila il numero dei lobbisti registrati a Washington e in almeno altrettanti quelli non registrati, definendoli shadow lobbyists. Non è, quindi, una novità che il Registro di Washington comprenda solo una parte delle persone che effettivamente lavorano per influenzare i decisori pubblici a stelle e strisce. Stando ai dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, ormai specializzato in ricerche di questa natura, quasi 2.100 lobbisti attivi nel 2016 a livello federale non hanno segnalato di aver svolto attività di lobbying nel primo trimestre del 2017. Di questi, circa 1.200 hanno continuato addirittura a lavorare per lo stesso datore. In passato abbiamo già sottolineato, ancora una volta ricorrendo a OpenSecrets.org, come a questa diminuzione di lobbisti registrati non corrisponda una diminuzione delle spese in lobbying. I dati confermano, quindi, come i lobbisti più semplicemente continuino a lavorare off the record con buona pace del controllo pubblico generalmente reso possibile dal sistema di divulgazione delle informazioni. L ’inasprimento delle norme sul lobbying sotto l’amministrazione Obama e i mantra elettorali di Trump hanno avuto, fino ad ora, l’apparente conseguenza di rendere più opaco il lobbying a Washington. Il fenomeno del ritiro nell’ombra, inoltre, riguarda sia i lobbisti in-house che i dipendenti di società di lobbying. Ad esempio, Squire Patton Boggs e Covington & Burling, due tra le più grandi società di lobbying, hanno visto finire fuori dalle liste più del 15% dei loro dipendenti. Similmente hanno agito trade groups e aziende. Se è vero, poi, che per alcuni la scomparsa dal Registro o la mancata segnalazione di aver svolto attività di pressione è diretta conseguenza di un cambio di dipartimento all’interno della stessa azienda, per altri casi si apre la questione delle revolving doors. Più di 100 iscritti al registro sono passati a lavorare per il settore pubblico (quasi tutti per il Governo federale), dove probabilmente i loro ex colleghi troveranno punti di riferimento affidabili. Un esempio è quello di Justin Mikolay, ex lobbista di Palantir, società che fornisce analisi di dati per agenzie di intelligence, e che ora riveste il ruolo di assistente del Segretario alla Difesa James Mattis. Secondo quanto riportato da Buzzfeed il fondatore di Palantir, Peter Thiel, avrebbe elargito donazioni nei confronti di Donald Trump per un valore complessivo superiore al milione di dollari. Quello delle donazioni è altro tema interessante messo in evidenza dalla ricerca del Centre for Responsive Politics. Risulta che quasi la metà dei lobbisti non registrati nel primo trimestre del 2017 non ha compiuto una donazione di oltre 200 dollari nel ciclo elettorale del 2016. La maggior parte, poi, di coloro che ha compiuto donazioni di oltre 200 dollari non lo ha fatto direttamente a dei candidati ma ai Political Action Committees non palesemente schierati costituiti dalle società per cui lavorano. Lo studio ha anche reso possibile stabilire l’affiliazione politica dei lobbisti donatori definendo democratico o repubblicano quello che ha donato più del 70% della cifra totale donata per candidati dell’uno o dell’altro partito. E così, molti più lobbisti ‘repubblicani’ hanno disattivato il loro nome dal Registro per trasferirsi presso il Governo federale mentre più lobbisti ‘democratici’ non compaiono più nel Registro pur lavorando per lo stesso datore o avendo preferito abbandonare il mondo del lobbying. Va generalmente tenuto conto del fatto che i lobbisti tendono a donare a membri di entrambi i partiti maggiori, presumibilmente cercando di assicurarsi porte aperte su entrambi i lati del corridoio. (Foto via Twitter)

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La proposta del senatore Jucà permetterà che le aziende possano presentare direttamente emendamenti ai progetti di legge che saranno presentati in Parlamento. (Gabriele Giuliani) Uno dei principali interlocutori del governo Michel Temer, il senatore Romero Jucà (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), ha presentato questa settimana un emendamento per regolamentare il lobbying al Congresso. In questo progetto è compreso anche il fatto che le aziende presentino emendamenti e proposte ai progetti di legge in essere nel Legislativo. Secondo un'analisi di Veja, nella proposta di Jucà l’attività di lobbying potrà essere esercitata da persone fisiche o giuridiche presso il Legislativo, l’Esecutivo, negli Stati federali e nei Comuni, oltre che presso le autorità indipendenti. I lobbisti, che sono chiamati “agenti di rappresentanza di interessi”, dovranno essere accreditati dalle aziende e potranno avere libero accesso ai palazzi istituzionali, oltre al diritto di avere conoscenza formale dei provvedimenti di loro interesse. Nel testo è specificato che al lobbista rimane proibito offrire o promettere prestazioni e vantaggi finanziari di qualsiasi specie. I rappresentanti di interesse potranno essere responsabili per atti di infedeltà amministrativa, come se fossero dei pubblici funzionari. Il progetto PEC 47 ha visto l’appoggio di 30 senatori ed è stato discusso lo scorso martedì 20 settembre, durante l’assemblea del Senato. Il testo dovrà passare al vaglio della Commissione di Costituzione e giustizia (CCJ), e dopo votato dal Senato. Per essere approvato saranno necessari 49 voti su 81 senatori. In seguito il testo sarà inviato alla Camera dei deputati. Prima della proposta di Jucà molti altri progetti  sono stati presentati al Congresso Nazionale (fra cui quello dell’ex vice Presidente della Repubblica ed ex senatore Marco Maciel nel 1989, approvato al Senato ma mai discusso alla Camera), praticamente tutti abbandonati – una situazione simile a quanto accade in Italia. La pratica professionale del lobbying in Brasile ha iniziato a svilupparsi verso la metà degli anni Settanta (all’epoca del regime militare) e anche in Brasile (come del resto in Italia) a questo termine viene erroneamente associato il sinonimo di corruzione (ultimi casi mediatici l’operazione Lava Jato - o scandalo Petrobas che ha destabilizzato il Paese,  coinvogendo perfino l’ex presidente e idolo del  popolo Lula, che è stato rinviato a giudizio). Alla base del largo consenso che questa proposta sta raccogliendo è proprio lo scandalo legato alla corruzione, che in Brasile ha portato dopo la crisi politica anche a quella economica (recessione del 3,8% unita ad un inflazione del 7%, oltre al fatto che i disoccupati sono ormai 13 milioni).

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Come ha riportato Reuters, dopo la stangata della Commissione Europea nei confronti di Apple (condannata a pagare 13 miliardi di euro – IVA esclusa – al governo irlandese per contributi fiscali non pagati) le grandi multinazionali americane dell’informatica stanno schierando i loro lobbisti nella capitale comunitaria. Obiettivo: respingere ogni futuro “assalto” da parte delle Istituzioni brussellesi, che secondo diverse indiscrezioni potrebbero “colpire” altre corporation con multe simili a quelle che hanno colpito la casa di Cupertino. In particolare, Google e Facebook sono tra le società che spendono più risorse in lobbying, secondo i dati del Transparency Register. Il valore delle risorse da loro investite per fare lobbying su dirigenti e vertici politici delle amministrazioni comunitarie è aumentato del 15/20% nel 2015 rispetto al 2014, anno nel quale la spesa in lobbying era già triplicata rispetto al 2013. L’analisi di Reuters rivela come Google nel 2015 ha speso in lobbying circa 4,25/4,5 milioni di euro, impiegando ben 14 lobbisti soprattutto per tentare di influire sulle politiche antitrust della commissaria Margrethe Vestager. Uno di loro ha dichiarato che “i politici europei si pongono molte domande su Google e sul mondo di internet in generale. Stiamo lavorando per rispondere ad ogni domanda, aiutando i decisori a comprendere le politiche aziendali e, dall’altro lato, ogni possibile azienda interessata a cogliere le opportunità che internet offre”. Forse non casualmente, un’analisi di Transparency International ha riportato tutti i dati relativi a Google proprio lo stesso giorno della notizia della multa ad Apple. Dal canto suo Apple non ha effettuato dichiarazioni sulla proprio strategia di lobbying in sede comunitaria. Da luglio, Cupertino ha assunto un nuovo government affairs manager per rappresentare le posizioni di Apple nei confronti dei decisori politici. La spesa in lobbying, in base alle dichiarazioni ufficiali, è molto più bassa rispetto a quella di Google: 800.000 – 900.000 euro, con soli 5 impiegati di cui solo la metà risulta impiegata a tempo pieno in attività di lobbying. Questo può essere uno degli elementi che permette di comprendere il fragore della notizia della multa e l’assenza apparente di adeguate contromisure in termini di comunicazione e piani strategici alternativi. Altre società che potrebbero essere colpite da sanzioni europee nei prossimi mesi sono quelle che si occupano di messaggistica: Facebook, che dopo l’acquisizione di Whatsapp è interessata alla riforma delle telecomunicazioni con particolare riferimento alla protezione dei dati, spende tra i 700.000 e gli 800.000 euro ma sta assumendo nuovi lobbisti in sede comunitaria. Sono infatti solo due i lobbisti dichiarati nel 2014, arrivati a 4 nel 2015 e in numero sempre crescente, proporzionale alla crescita del business della società. Il public policy manager di Google ha dichiarato che “da quando Facebook è diventato parte della vita giornaliera di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, gli stessi governanti hanno naturale interesse a confrontarci con noi e noi con loro”. Microsoft, che negli ultimi anni ha subìto diverse sconfitte legali dalla DG Competition, che ne ha scalfito la ventennale leadership di mercato, ha preferito non commentare sull’argomento. Amazon, che secondo molti è la prossima nel mirino delle istituzioni per un caso simile a quello Apple, ma riferito alla sede di Lussemburgo, allo stesso modo di Microsoft non ha commentato i dati che la vedono investire tra 1,5 e 1,75 milioni di euro in lobbying, impiegando 6 lobbisti. Uber, impegnata nel tentativo di liberalizzare il mercato dei taxi e dei trasporti in generale aprendolo al servizio via app, è cresciuta molto negli ultimi due anni arrivando a spendere tra i 400.000 e i 500.000 euro con la presenza di 3 lobbisti. Tra le non americane, invece, è Samsung (principale competitor di Apple sul mercato degli smartphone) la company più presente con una spesa di 2,5-2,75 milioni e una squadra di 9 lobbisti nella capitale belga. Daniel Freund di Transparency International ha commentato che per le imprese è necessario e produttivo investire nelle relazioni istituzionali, dal momento in cui le decisioni della Commissione necessitano di maggiori e migliori informazioni e contenuti tecnici. Questo ha portato a una crescita esponenziale della presenza di lobbisti nei palazzi brussellesi. Aggiungiamo noi, ha anche portato a una maggiore interdipendenza tra imprese e istituzioni, sempre più aperte alle informazioni fornite dagli esperti tecnici e legislativi provenienti dalle imprese.

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