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Un Registro dei lobbisti anche in Spagna, la proposta al Congresso
Scritto il 2017-03-15 da Redazione su Europa

(Paolo Pugliese) L’assemblea plenaria del Congresso dei Deputati, camera bassa del parlamento spagnolo, ha concluso in questi giorni il primo dibattito riguardante la proposta del Partito Popolare di modificare il regolamento interno in modo da garantire maggiore trasparenza al procedimento legislativo, istituendo un registro dei lobbisti.

Uno dei maggiori ostacoli alla regolamentazione dell’attività di public affairs è la cattiva fama delle lobby quali gruppi di individui senza scrupoli. Secondo Joan Navarro, vicepresidente di Llorente & Cuenca, società di comunicazione e relazioni istituzionali, tale stigma nasce negli Stati Uniti, che però applicano un modello diverso per la loro regolamentazione da quello che troviamo in Europa.

D’altro canto, i lobbisti sono famosi per la loro efficienza, ed evitiamo di citare la solita frase del Presidente Kennedy. Ma la cultura del sospetto non cambia, ed è una condizione del tutto simile a quella italiana. David Cordova, dottore di ricerca in diritto costituzionale e managing partner di Vinces consultancy, società specializzata in public affairs, definisce la proposta “un passo in una nuova direzione, per avvicinare il Congresso e il Senato ai cittadini e uno strumento per porre fine ai favoritismi.”

Secondo i dati recentemente pubblicati dall’APRI, l’associazione dei professionisti di public affairs spagnoli, la maggior parte delle società lavora con consulenti specializzati e l’88% ripeterebbe le strategie definite con l'assistenza di risorse esterneEmerge inoltre che i lobbisti che lavorano per le imprese progettino le relazioni istituzionali per essere più incisive al crescere dell’ambito geografico, con Bruxelles al suo apice; al contrario, gli intervistati provenienti dal mondo associativo concentrano la loro azione nell’area nazionale.

Il portavoce del Partito Popolare al Congresso, Rafael Hernando, ha dichiarato che lo scopo della proposta è “fornire una definizione chiara dei gruppi di interesse e un registro in cui i gruppi di interesse possano iscriversi”. La modifica legislativa stabilisce che “le interazioni degli organi pubblici con le imprese, le associazioni, le ONG, i think tank, etc. sono legittime e necessarie per la qualità della democrazia, perché forniscono prospettive, punti di vista, opinioni e criteri che sarebbero altrimenti difficili da recepire per il legislatore.” Il prof. Cordova sottolinea come questa clausola chiarisca in modo definitivo che non solo il lavoro delle lobby è del tutto lecito, ma anche estremamente importante per la qualità delle regole.

La creazione di un registro dei lobbisti sta diventando prassi comune in molti stati europei; la proposta spagnola si distingue perché prevede la pubblicazione di tutti i documenti analizzati dalle parti durante gli incontri, nell’ottica di un’amministrazione veramente aperta al cittadino e di responsabilizzazione della politica. Il testo prevede inoltre di sanzionare i gruppi che non dovessero rispettare le disposizioni del registro proibendo l’accesso alle sedi istituzionali per un periodo di tempo proporzionale all’entità dell’infrazione commessa. Il garante per l’implementazione della normativa sarà l’ufficio di presidenza della Camera con la collaborazione della segreteria generale, prospettando dunque un modello molto simile a quello già adottato dal Parlamento Europeo: dal 2008 circa 9.200 entità si sono iscritte al registro dei gruppi di interesse, nonostante la legge non lo preveda come obbligatorio.

Una proposta del tutto simile alla nuova regolamentazione di Montecitorio, che sarà necessariamente in fase di rodaggio per i prossimi mesi e che già suscita dibattiti e dubbi. Ma è, in ogni caso, un primo passo molto incoraggiante verso l'accettazione culturale del ruolo dei lobbisti.

(Francesco Angelone) Uno studio del 2013 condotto da Sunlight Foundation stimava in circa 10mila il numero dei lobbisti registrati a Washington e in almeno altrettanti quelli non registrati, definendoli shadow lobbyists. Non è, quindi, una novità che il Registro di Washington comprenda solo una parte delle persone che effettivamente lavorano per influenzare i decisori pubblici a stelle e strisce. Stando ai dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, ormai specializzato in ricerche di questa natura, quasi 2.100 lobbisti attivi nel 2016 a livello federale non hanno segnalato di aver svolto attività di lobbying nel primo trimestre del 2017. Di questi, circa 1.200 hanno continuato addirittura a lavorare per lo stesso datore. In passato abbiamo già sottolineato, ancora una volta ricorrendo a OpenSecrets.org, come a questa diminuzione di lobbisti registrati non corrisponda una diminuzione delle spese in lobbying. I dati confermano, quindi, come i lobbisti più semplicemente continuino a lavorare off the record con buona pace del controllo pubblico generalmente reso possibile dal sistema di divulgazione delle informazioni. L ’inasprimento delle norme sul lobbying sotto l’amministrazione Obama e i mantra elettorali di Trump hanno avuto, fino ad ora, l’apparente conseguenza di rendere più opaco il lobbying a Washington. Il fenomeno del ritiro nell’ombra, inoltre, riguarda sia i lobbisti in-house che i dipendenti di società di lobbying. Ad esempio, Squire Patton Boggs e Covington & Burling, due tra le più grandi società di lobbying, hanno visto finire fuori dalle liste più del 15% dei loro dipendenti. Similmente hanno agito trade groups e aziende. Se è vero, poi, che per alcuni la scomparsa dal Registro o la mancata segnalazione di aver svolto attività di pressione è diretta conseguenza di un cambio di dipartimento all’interno della stessa azienda, per altri casi si apre la questione delle revolving doors. Più di 100 iscritti al registro sono passati a lavorare per il settore pubblico (quasi tutti per il Governo federale), dove probabilmente i loro ex colleghi troveranno punti di riferimento affidabili. Un esempio è quello di Justin Mikolay, ex lobbista di Palantir, società che fornisce analisi di dati per agenzie di intelligence, e che ora riveste il ruolo di assistente del Segretario alla Difesa James Mattis. Secondo quanto riportato da Buzzfeed il fondatore di Palantir, Peter Thiel, avrebbe elargito donazioni nei confronti di Donald Trump per un valore complessivo superiore al milione di dollari. Quello delle donazioni è altro tema interessante messo in evidenza dalla ricerca del Centre for Responsive Politics. Risulta che quasi la metà dei lobbisti non registrati nel primo trimestre del 2017 non ha compiuto una donazione di oltre 200 dollari nel ciclo elettorale del 2016. La maggior parte, poi, di coloro che ha compiuto donazioni di oltre 200 dollari non lo ha fatto direttamente a dei candidati ma ai Political Action Committees non palesemente schierati costituiti dalle società per cui lavorano. Lo studio ha anche reso possibile stabilire l’affiliazione politica dei lobbisti donatori definendo democratico o repubblicano quello che ha donato più del 70% della cifra totale donata per candidati dell’uno o dell’altro partito. E così, molti più lobbisti ‘repubblicani’ hanno disattivato il loro nome dal Registro per trasferirsi presso il Governo federale mentre più lobbisti ‘democratici’ non compaiono più nel Registro pur lavorando per lo stesso datore o avendo preferito abbandonare il mondo del lobbying. Va generalmente tenuto conto del fatto che i lobbisti tendono a donare a membri di entrambi i partiti maggiori, presumibilmente cercando di assicurarsi porte aperte su entrambi i lati del corridoio. (Foto via Twitter)

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Le conclusioni dello studio della Banca Centrale Europea: troppa regolamentazione fa male al mercato, ma il lobbying è il miglior strumento del mercato per parlare ai decision makers. La Banca Centrale Europea ha condotto il primo studio empirico sul settore del lobbying in Europa. Ne è risultato un quadro contrastante, riassunto in due concetti di base: il lobbying fornisce ai decisori pubblici importanti informazioni sul settore di riferimento, contribuendo alla consapevole presa di decisione legislativa o regolamentare; le aziende che spendono maggiori cifre per condurre attività di lobbying provengono spesso da settori altamente regolamentati e spesso puntano a mantenere alto il livello di complessità delle regole, rischiando di ridurre il generale benessere della società. La ricerca: rendite di posizione, innovatività, produttività delle imprese Lo studio “Lobbying in Europe: new firm-level evidence”, condotto da Kostantinos Dellis dell'Università del Pireo (Grecia) e da David Sondermann, analista della BCE, ha l'ambizioso obiettivo di ricostruire (empiricamente) le motivazioni che spingono una società a fare lobbying sul Governo del proprio Paese, e determinare il “ritorno sull'investimento” per ogni singola impresa o settore economico. È stato scelto, inoltre, di restringere la ricerca ad attori che operano in singoli mercati di riferimento, per tentare di dipingere un quadro ancora più specifico a livello settoriale. Secondo gli autori, che hanno rilevato una scarsa letteratura in materia, il lobbying è condotto in gran parte da attori che operano in mercati regolamentati. Una delle conclusioni più rilevanti è che le aziende “incumbent”, ossia quelle che detengono posizioni dominanti nel settore, tendono a voler mantenere la propria rendita di posizione favorendo i propri interessi specifici. È stato rilevato che questo meccanismo (plausibile in contesti ristretti come i mercati regolamentati), accanto alle difficoltà nell'accesso al decisore per i nuovi entranti del mercato rischia di ridurre il benessere complessivo dell'economia intera in quanto riduce la competitività, il livello di innovatività delle aziende dominanti e il conseguente potenziale di sviluppo delle imprese entranti. Un risultato pressoché ovvio ma che potrebbe suonare come una denuncia per i governi che sono restii ad avviare liberalizzazioni dei mercati più strettamente regolati. Interessante il riferimento al livello di innovatività delle imprese. È stato rilevato che le imprese che innovano fanno lobbying per proteggere il loro livello di innovazione, e allo stesso tempo sono tra i maggiori recettori dei fondi europei di sviluppo e innovazione. Un risultato positivo può essere l'aumento del generale livello di innovazione; di contro, aziende innovative già dominanti nel mercato possono fare lobbying per mantenere lo status quo e non hanno il bisogno di aumentare il loro livello di innovatività come invece eventuali aziende potenziali entranti. Incrociando i dati è stato poi possibile stabilire che, per gli attori analizzati, a maggior fatturato corrisponde maggior spesa per il lobbying. Spesso invece a maggiore intensità dell'attività di lobbying non sono risultati maggiori livelli di redditività e produttività. Per quanto riguarda i risultati per settore, secondo lo studio i settori del real estate e dei servizi professionali (avvocati, architetti, e qualsiasi professione che richiede alta professionalità) tendono ad operare maggiormente con attività di lobbying in quanto maggiormente regolamentati rispetto agli altri. Problemi metodologici: pochi dati a causa della scarsa trasparenza del lobbying in Europa La ricerca è stata la prima condotta con lo specifico scopo di creare un framework comune di interpretazione delle dinamiche tra imprese e decisori al momento di attuare politiche economiche di settore, sulla base di analisi simili condotte negli Stati Uniti. Il vero vulnus dello studio è stato, come hanno riconosciuto gli stessi autori, l'assenza di dati completi sull'attività di lobby delle imprese, un fenomeno fatto risalire all'assenza di un obbligo di rendicontare le spese nello specifico per le imprese e, allo stesso tempo, i finanziamenti privati ai partiti o alle campagne elettorali. Sono state prese come basi di dati le cifre del Registro per la Trasparenza dell'UE e il database AMADEUS di Bureau van Dijk , che riporta i dati su fatturato e spese di ogni società: troppo poco per tracciare precisi confini tra le spese in lobbying e i relativi outcome politici. Il Registro per la Trasparenza, infatti, non ha uno storico dei dati registrati periodo per periodo e, inoltre, è uno strumento facoltativo che riporta dati non categorizzati (ad esempio, lobby diretta o indiretta, a livello di governi nazionali o di istituzioni comunitarie, etc..) e suscettibili di fallibilità a causa della mancanza di una adeguata controprova delle spese realmente effettuate. È interessante che per risalire al match tra attività di lobby delle imprese e singola decisione pubblica delle istituzioni siano state prese come riferimento le Raccomandazioni specifiche per Paese (Country-Specific Recommendations: ad esempio, quella che ha portato il Governo Gentiloni all'approvazione della Manovra Correttiva in Aprile). In base a quello è stato possibile definire l'agenda delle riforme, i settori specifici coinvolti e gli attori che si sono mossi nel corso dell'inter decisionale. Conclusioni: con maggiore trasparenza dei dati sul lobbying, possibile definirne il ROI Gli attori di dimensione maggiore e in mercati altamente regolamentati tendono a spendere maggiori cifre in lobbying in assoluto, spesso per mantenere la propria posizione dominante: questo non è di per sé negativo, specie perché spesso la regolamentazione aiuta a contravvenire ai fallimenti di mercato. Ma allo stesso tempo, una maggiore regolamentazione in settori non a fallimento di mercato può ridurre la creazione di lavoro, la produttività e in generale il benessere dell'economia nel suo insieme. Lo studio si è rivelato quindi un primo passo per definire una metodologia di rendicontazione del reale impatto del lobbying per un'impresa: un fatto spesso decisivo per i manager che decidono di affidarsi a questa attività piuttosto che alla semplice competizione sul mercato. Uno studio che ha sicuramente delle basi scientifiche molto forti: seppur debole in alcuni elementi (pochi dati e confusi), la ricerca è riuscita a risalire alla correlazione tra le diverse variabili, rilevando che il lobbying non è casualità ma è una leva strategica specifica con obiettivi e risultati quantificabili. È quanto meno curioso che anche gli autori della ricerca richiedano una migliore regolamentazione del lobbying nei singoli Paesi, stavolta per ottenere maggiori dati al fine di condurre ricerche più affidabili e ripetibili. Si affiancano quindi agli operatori del settore (che chiedono autorevolezza della professione) e alle associazioni anti-corruzione della società civile (che vogliono far luce su eventuali fenomeni distorsivi del processo decisionale democratico). Un'ulteriore motivo di pressione per aumentare la trasparenza del lobbying. LINK allo studio completo (ENG)

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(di Francesco Angelone) Avevamo già parlato dell’idea di rafforzare l’attuale Registro per la Trasparenza in vigore per Parlamento Europeo e Commissione dal 2011 rendendo obbligatoria l’iscrizione per aver accesso a deputati e funzionari di alto livello e di estenderlo anche al Consiglio. Questo tentativo, però, pare avanzare con difficoltà secondo le indiscrezioni raccolte da POLITICO Europe. Alcuni ufficiali legali del Consiglio hanno espresso dei dubbi circa la legittimità di utilizzare gli accordi inter-istituzionali per regolare il rapporto tra le istituzioni UE e il mondo esterno. Tale strumento legislativo, infatti, nasce con l’intenzione di disciplinare il rapporto tra le istituzioni dell’Unione. Ma non è solo questo l’elemento problematico. Si teme, infatti, che scaturendo esclusivamente dei titoli preferenziali nell’accesso alle istituzioni UE in seguito all’iscrizione al Registro, la obbligatorietà di questo sia meramente nominale. Altro dilemma riguarda la legittimità o meno della possibilità di estendere l’iscrizione al Registro anche alle varie rappresentanze nazionali presso l’UE considerando che questo potrebbe cozzare con le varie discipline nazionali. Insomma, maggiore chiarezza è ritenuta necessaria in vista dell’avvio dei negoziati. A condurre i negoziati in nome del Parlamento sarà la Presidente della commissione affari costituzionali, l’onorevole polacca del PPE Danuta Hubner. La stessa Hubner, che è solita pubblicare online tutti gli incontri avuti con lobbisti, ha sottolineato la delicatezza della definizione di lobbying contenuta nella proposta di modifica del Registro attualmente in vigore (promuovere determinati interessi interagendo con una delle tre istituzioni firmatarie, i loro membri o funzionari, con l'obiettivo di influenzare…). Abbiamo evidenziato in passato come questa definizione escluda una serie di attività di back-office o che comunque non si sostanziano in interazioni dirette con i funzionari UE. La conseguenza di ciò è presto detta: il vulnus normativo incoraggerebbe a nascondere la reale entità delle attività di lobbying. Cosa ne pensano gli operatori del settore, cioè i lobbisti? Da anni molti sostengono la necessità di rinforzare il Registro e di non avere nulla da nascondere. A Politico, il direttore (Vincent Navez) dello European Chemical Industry Council ha confermato la necessità di alzare il più in alto possibile gli standard etici e il Presidente (Karl Isaksson) della European Public Affairs Consultancies’ Association ha invitato ad andare oltre, estendendo a tutti i componenti lo staff delle istituzioni UE l’obbligo di incontrare solo lobbisti registrati. Non mancano opinioni negative come quella del DG di BusinessEurope Markus Breyer che teme gli eccessivi aggravi di incombenze burocratiche. Problema ulteriore e non di poco conto è sollevato da Daniel Freund di Transparency International secondo cui sarebbe utile avere un Registro europeo che copra tutto, ovvero che non costringa i lobbisti a siglare un registro per l’UE e ogni registro nazionale in ciascun Paese membro dell’Unione. L’Irlanda, infatti, ha approvato nel 2015 un registro che disciplina sia gli incontri con i politici nazionali che quelli con gli eurodeputati, creando così una parziale ed inutile sovrapposizione con il Registro in vigore dal 2011. La strada per il Registro fortemente voluto dal Commissario Timmermans non è, quindi, così in discesa come sembrava.

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