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Trump mette alla porta i lobbisti e i lobbisti entrano dalla finestra
Scritto il 2017-01-20 da Redazione su World

(Francesco Angelone) Tutto pronto ormai a Washington per il giuramento del Presidente Trump e per il suo insediamento alla Casa Bianca. Dal giorno della sua elezione Trump ha smussato alcuni spigoli della campagna elettorale ma non ha mai mollato la presa sui “grandi interessi” che hanno, a suo dire, impaludato il Paese. Il transition team di cui si è circondato ha compiuto numerosi sforzi per mettere da parte i lobbisti ma pare che questi abbiano comunque trovato un modo per inserirsi nelle posizioni che contano. Addirittura, secondo un’indagine condotta da Politico, avrebbero offerto consulenza politica e contributi economici allo staff del neo Presidente.

Charlie Black, presidente di Prime Policy Group - una nota società di lobbying che ha tra i propri clienti Google, At&T e la casa farmaceutica GlaxoSmithKline - ha giudicato “serie” le intenzioni di Trump circa l’emarginazione degli interessi particolari dal processo legislativo, ma ha anche sottolineato come il tycoon sia consapevole di “come vadano le cose”. Infatti, secondo Politico, lo stesso Black avrebbe “girato” allo staff di Trump alcuni curriculum per delle posizioni di rilievo. Pare, infatti, che le regole dettate da Trump contengano dei vuoti importanti e permettano ai lobbisti di incontrare i membri del transition team fuori dalle stanze del potere. Qualcosa che è ormai universalmente considerato sinonimo di scarsa trasparenza se è vero che anche in Italia si pensa di istituire la “stanza dei lobbisti” presso le assemblee legislative.

Non solo, dunque, numerosi lobbisti sono entrati nel tranistion team e top manager sono stati scelti a guidare dipartimento di rilievo ma Trump ha anche permesso, in qualche modo, che ormai ex lobbisti potessero continuare a lavorare su dossier e questioni per cui avevano precedentemente svolto attività di lobbying. Il bando dei lobbisti dalla Casa Bianca sarebbe piuttosto una mossa pubblicitaria secondo Paul Miller, presidente del National Institute for Lobbying & Ethics. Secondo la testimonianza di altri top lobbyists come Mike Korens, non sarebbe stato vietato inviare position paper e commenti su questioni per le quali le compagnie che rappresentano svolgono normalmente attività di pressione, cosa che si è puntualmente verificata.

Tutta la fase precedente all’insediamento di Trump ha sollevato una serie di questioni sull’osservanza di norme circa la trasparenza, come quelle raccolte da Public Citizen in una lettera aperta, domande che restano irrisolte e che potranno avere una risposta solo durante l’amministrazione. Certamente, dalla promessa di prosciugare la palude alla possibilità di annegarci dentro, come ha preconizzato il vice Presidente uscente Joe Biden riferendosi ai conflitti d’interesse dello stesso Trump, il passo potrebbe non essere così troppo lungo.

(Francesco Angelone) E' l’incertezza a regnare sovrana tra i lobbisti americani in questi ormai primi due mesi di amministrazione Trump alla Casa Bianca. Ad oggi, secondo quanto riporta The Hill, l’amministrazione pare in netto ritardo rispetto alle precedenti per quanto riguarda la tabella di marcia delle nomine di funzionari, con circa un terzo di quelle già effettuate che attendono di essere confermate dal Senato. Per i lobbisti tutto questo si traduce nella impossibilità materiale di individuare l’interlocutore per i dossier sui quali sono al lavoro. Alcuni di loro hanno confidato a The Hill di essere stati letteralmente rimbalzati da un ufficio all’altro prima di poter avere accesso al decision-maker appropriato. Superato questo scoglio, però, altri hanno sottolineato come l’approccio originale di alcuni officials permetta contatti più informali e maggiore apertura agli input offerti loro. Insomma, il fatto che le caselle del Governo non siano ancora tutte occupate non scoraggia i professionisti del settore. D’altronde, sfruttando il cospicuo reclutamento di uomini d’affari nelle fila dell’amministrazione, numerose aziende (un esempio è la Holland & Knight) stanno assumendo persone che hanno lavorato per la campagna di Trump o nel transition team. Sembra evidente, quindi, come a dispetto delle promesse e delle proposte (come un irrigidimento della regolamentazione anti revolving doors), il confine tra interessi particolari e amministrazione non sia così netto.

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L’inizio del nuovo anno è anche il momento nel quale si fanno i bilanci di quello appena terminato. Così, il Centre for Responsive Politics, primo centro di ricerca statunitense in tema di lobbying e finanziamento della politica, ha stilato la classifica delle 50 società e gruppi industriali che hanno speso di più in attività di pressione a Washington nell’anno solare 2016. Lo scorso anno la spesa complessiva di questi gruppi ha toccato quota 716 milioni di dollari (1 milione in più rispetto al 2015) pari a circa un quarto di quanto tutti i gruppi industriali e le aziende hanno speso negli Stati Uniti per influenzare le politiche federali. Ai primi 5 posti troviamo la Camera di Commercio degli Stati Uniti, l’Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari, Blue Cross Blue Shield (federazione di 36 compagnie di assicurazioni sanitarie), la American Hospital Association (associazione di professionisti del settore sanitario) e la Pharmaceutical Research and Manufacturers of America che rappresenta le principali compagnie americane della ricerca farmaceutica. Nella top 10 troviamo Boeing, la compagnia telefonica AT&T e l’Associazione Nazionale delle emittenti radiotelevisive. Come già segnalato, l’attività di influenza del decisore pubblico a Washington è tenuta in grande considerazione presso i gruppi industriali statunitensi che si spingono ad assumere lobbisti per delineare l’agenda politica. Ma è anche vero che allo stesso tempo l’opinione pubblica non ha la medesima considerazione dei cosiddetti special interests che rendono torbido il policymaking. Il successo della campagna elettorale del Presidente Trump con l’efficace slogan ‘Prosciughiamo la palude’ (Drain the swamp) ne è la plastica dimostrazione. Le prime misure della nuova amministrazione, compreso il giro di vite sul fenomeno delle revolving doors, sembrano confermare la linea dura di Trump ma, probabilmente, solo all’apparenza. Alla base di una così massiccia spesa in attività di pressione vi sono le battaglie legate ai temi caldi dell’agenda politica americana (Amazon ha speso il 20% in più rispetto al 2015) ma anche, ovviamente, le elezioni presidenziali. La Camera di Commercio degli Stati Uniti e l’Associazione Nazionale degli Agenti immobiliari, per citare le prime due della classifica, hanno incluso nei loro lobbying reports anche le spese legate alla campagna elettorale, quelle per le campagne pubblicitarie ad esempio, e hanno sborsato per tali attività rispettivamente 104 e 65 milioni di dollari. Non sono pochi, ovviamente, i casi di gruppi che nel 2016 hanno speso meno per influenzare Washington. Tra questi l’Associazione Nazionale degli industriali della manifattura che nel 2015 è stata particolarmente attiva nel favorire l’approvazione del TPP e che nel 2016 non ha avuto la medesima necessità. Hanno speso meno del 2015 anche Qualcomm, American Petroleum Institute, America’s Health Insurance Plans. Spicca la diminuzione dell’esborso per attività di lobbying fatta registrare dall’azienda farmaceutica CVS Health (-60%) e da General Electric (dal 6° posto al 53°). Notevoli balzi in avanti, invece, per T-Mobile (dal 66° posto del 2015 al 42°) e AbbVie (dall’88° posto al 50°). Qui la top 50 delle spese per attività di lobbying

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(Francesco Angelone) Prosegue decisa l’attività legislativa del Parlamento Europeo in direzione di una maggiore trasparenza. Questa volta, si tratta di modifiche di natura generale al regolamento del Parlamento stesso, approvate nella seduta plenaria di Strasburgo di martedì 13 dicembre e che hanno proprio l’obiettivo di rendere più trasparente ed efficiente l’assemblea legislativa europea. Per quanto riguarda l’efficienza, la relazione presentata dal britannico Richard Corbett (S&D) prevede alcune misure di razionalizzazione dei lavori parlamentari. Tra queste, limiti più stringenti al diritto dei singoli deputati di presentare interrogazioni scritte (20 per un periodo continuativo di 3 mesi), proposte di risoluzione (1 al mese) e a quello dei gruppi di richiedere votazioni per appello nominale in plenaria (100 ogni tornata). Importante, poi, la riduzione a 3 delle soglie vigenti per le diverse procedure in Parlamento. Saranno in vigore dal 16 gennaio anche nuove norme circa la disciplina della composizione delle commissioni parlamentari. In conformità con l’accordo inter-istituzionale Legiferare meglio, inoltre, viene ridefinito il ruolo del Presidente del Parlamento nel dialogo con Consiglio e Commissione. Le novità più interessanti del pacchetto di revisione del Regolamento, tuttavia, riguardando la trasparenza nelle attività del Parlamento ed in particolare il codice di condotta per i deputati.  Le dichiarazioni di interessi economici e finanziari degli eurodeputati dovranno essere ancora più dettagliate, regolarmente aggiornate e verificate. Il nuovo articolo 6 sugli ex deputati aggiunge alla prescrizione vigente, per cui gli stessi non possono beneficiare delle agevolazioni spettanti loro qualora impegnati in attività di lobbying a titolo professionale o di rappresentanza direttamente connesse al processo decisionale dell'Unione, quella per cui di tali attività vada obbligatoriamente informato il Parlamento Europeo. Ai deputati in carica, invece, è fatto divieto espresso di essere coinvolti in attività di lobbying in nome della loro indipendenza. Menzione speciale, per così dire, è quella approntata dal nuovo articolo 11 circa il ritiro del pass ai lobbisti registrati in caso di infrazione delle regole di condotta e circa la raccomandazione ai deputati di incontrare solo lobbisti registrati. La proposta è approdata in plenaria dopo la presentazione di 461 emendamenti, il passaggio presso la commissione per i bilanci (BUDG), la commissione per il controllo dei bilanci (CONT), la commissione per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentari (ENVI), la commissione giuridica (JURI) e il voto definitivo della commissione affari costituzionali (AFCO) competente per merito. Nella sostanza, la revisione del Regolamento del Parlamento non contiene novità di particolare rilevanza per quanto concerne le relazioni tra legislatore europeo e rappresentanti di interessi. Benché, tuttavia, tale disciplina sia di spettanza del Registro per la trasparenza, l’iniziativa del Parlamento di inserire nel proprio Regolamento alcuni principi e alcuni dispositivi per un rapporto più trasparente tra istituzioni e istanze esterne è senz’altro degna di nota specialmente se si prende in considerazione la realtà italiana. Il topolino partorito martedì dalla montagna a Strasburgo è pur sempre meglio della sterilità di Roma in materia.

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