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Lobby, start-up e innovazione. Approcci e prospettive tra UE e USA
Scritto il 2017-01-28 da Redazione su Europa

(Paolo PuglieseIl 2016 è stato un anno di grande crescita per moltissime startup e società innovative che si affacciano sempre di più ad un mercato sempre più globale. L'espansione delle proprie quote di mercato a livello internazionale, però, spesso viene accompagnata da una crescente difficoltà delle imprese a interfacciarsi con i legislatori, causando inefficienze e danni d'immagine di enorme portata.

Possiamo quindi aspettarci un aumento dell'attività di relazioni istituzionali da parte delle startup nel 2017, fino al punto di considerare il lobbying una competenza fondamentale per imprenditori e società di venture capital. La professoressa Elizabeth Pollman, esperta di business law e startup della Loyola Law School1, ritiene che questo mutamento sia dovuto a due distinti fattori: in primis le startup non sono più limitate e “libere” nel cyberspazio, come poteva esserlo Google durante gli anni '90, ma svolgono attività sempre più connesse alle nostre vite quotidiane, come nel caso di Uber o Airbnb, che fin dalla loro nascita si sono dovute confrontare con realtà produttive già esistenti e fortemente regolamentate. Le nuove imprese sperano di modificare lo status quo legale penetrando a fondo nella nostra quotidianità, rendendo quindi impossibile per i legislatori di tutto il mondo ignorarne il potenziale di sviluppo: cambiare la legislazione vigente è una parte fondamentale del business plan di queste società.

D'altro canto le recenti battaglie intentate da Google con la FCC (Federal Communications Commission, l'autorità indipendente americana in tema di telecomunicazioni) ad esempio nell'ambito della net neutrality dimostrano come i giganti tech siano sempre più consapevoli dell'influenza che possono esercitare sui regolatori, con l'appoggio di community che contano milioni di partecipanti e dei massimi esperti di policymaking, che apportano competenze e network professionali di enorme valore. L'approccio ai legislatori dell'UE, però, risulta differente: le startup americane che escono dalla Silicon Valley per affacciarsi al Vecchio Continente affrontano un quadro normativo più complesso e a volte l'ostilità dei partner, come si nota dalle violente proteste contro Uber in Francia e Airbnb in Germania e Olanda. 

Le giovani imprese europee, invece, non stanno ancora investendo molto nelle relazioni istituzionali: le dimensioni ancora ridotte, almeno rispetto alle controparti USA, incanalano le attività aziendali verso il raggiungimento di una soglia quantitativa di profitto prima di effettuare investimenti in public policies; non è da escludere, inoltre, che le stesse startup ritengano di non essere in grado di influenzare il dibattito pubblico o di poterne fare a meno per il prossimo futuro. Preme sottolineare però come la creazione di un ecosistema giuridico-regolatorio favorevole diventi una priorità assoluta in una fase successiva dello sviluppo imprenditoriale, al momento dell'inevitabile confronto con i legislatori comunitari.

Alcuni autori hanno collegato la mancanza di attenzione verso l'attività di rappresentanza di interessi con le difficoltà legate alla creazione del Digital Single Market, vero e proprio mercato unico tramite il quale si possa procedere all'armonizzazione delle regole dei vari stati membri dell'Unione in ambito digitale. Nonostante il DSM fosse stato inserito dalla Commissione Juncker tra le proprie 10 priorità più stringenti, i risultati sono ancora parziali e tale circostanza sicuramente sta ponendo dei limiti alla crescita del settore da questo lato dell'Oceano.

In questo caso emergono due approcci completamente differenti rispetto all'attività di compliance legislativa: quello americano, alimentato dalla cultura “disruptive” di rendite e posizioni di mercato stabili della Silicon Valley, che punta all'aggiramento della regolamentazione o alla sua modifica strutturale sulla base del presupposto che la legge sarà sempre inevitabilmente in ritardo rispetto alla realtà fattuale, e quello europeo, che invece mira ad un'espansione lenta dell'impresa, magari Stato per Stato, affrontando singolarmente le singole sfide regolatorie quando dovessero emergere.

Risulta evidente come i vantaggi del primo approccio, fatto di proattività e confronto continuo, vadano valutati anche alla luce dei danni reputazionali che tale metodologia potrebbe comportare di fronte ad un pubblico straniero, arrivando a causare a volte l'esplicita avversione dei settori produttivi maggiormente colpiti dall'innovazione americana e che invece le imprese europee sembrano tutelare maggiormente.

Nota: 1 Di grande ispirazione per la stesura del presente lavoro è stato l'articolo The Rise of Regulatory Affairs in Innovative Startups, consultabile al seguente link https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2880818, di prossima pubblicazione sul “Handbook of law and enterpreunership in the United States”.

Le conclusioni dello studio della Banca Centrale Europea: troppa regolamentazione fa male al mercato, ma il lobbying è il miglior strumento del mercato per parlare ai decision makers. La Banca Centrale Europea ha condotto il primo studio empirico sul settore del lobbying in Europa. Ne è risultato un quadro contrastante, riassunto in due concetti di base: il lobbying fornisce ai decisori pubblici importanti informazioni sul settore di riferimento, contribuendo alla consapevole presa di decisione legislativa o regolamentare; le aziende che spendono maggiori cifre per condurre attività di lobbying provengono spesso da settori altamente regolamentati e spesso puntano a mantenere alto il livello di complessità delle regole, rischiando di ridurre il generale benessere della società. La ricerca: rendite di posizione, innovatività, produttività delle imprese Lo studio “Lobbying in Europe: new firm-level evidence”, condotto da Kostantinos Dellis dell'Università del Pireo (Grecia) e da David Sondermann, analista della BCE, ha l'ambizioso obiettivo di ricostruire (empiricamente) le motivazioni che spingono una società a fare lobbying sul Governo del proprio Paese, e determinare il “ritorno sull'investimento” per ogni singola impresa o settore economico. È stato scelto, inoltre, di restringere la ricerca ad attori che operano in singoli mercati di riferimento, per tentare di dipingere un quadro ancora più specifico a livello settoriale. Secondo gli autori, che hanno rilevato una scarsa letteratura in materia, il lobbying è condotto in gran parte da attori che operano in mercati regolamentati. Una delle conclusioni più rilevanti è che le aziende “incumbent”, ossia quelle che detengono posizioni dominanti nel settore, tendono a voler mantenere la propria rendita di posizione favorendo i propri interessi specifici. È stato rilevato che questo meccanismo (plausibile in contesti ristretti come i mercati regolamentati), accanto alle difficoltà nell'accesso al decisore per i nuovi entranti del mercato rischia di ridurre il benessere complessivo dell'economia intera in quanto riduce la competitività, il livello di innovatività delle aziende dominanti e il conseguente potenziale di sviluppo delle imprese entranti. Un risultato pressoché ovvio ma che potrebbe suonare come una denuncia per i governi che sono restii ad avviare liberalizzazioni dei mercati più strettamente regolati. Interessante il riferimento al livello di innovatività delle imprese. È stato rilevato che le imprese che innovano fanno lobbying per proteggere il loro livello di innovazione, e allo stesso tempo sono tra i maggiori recettori dei fondi europei di sviluppo e innovazione. Un risultato positivo può essere l'aumento del generale livello di innovazione; di contro, aziende innovative già dominanti nel mercato possono fare lobbying per mantenere lo status quo e non hanno il bisogno di aumentare il loro livello di innovatività come invece eventuali aziende potenziali entranti. Incrociando i dati è stato poi possibile stabilire che, per gli attori analizzati, a maggior fatturato corrisponde maggior spesa per il lobbying. Spesso invece a maggiore intensità dell'attività di lobbying non sono risultati maggiori livelli di redditività e produttività. Per quanto riguarda i risultati per settore, secondo lo studio i settori del real estate e dei servizi professionali (avvocati, architetti, e qualsiasi professione che richiede alta professionalità) tendono ad operare maggiormente con attività di lobbying in quanto maggiormente regolamentati rispetto agli altri. Problemi metodologici: pochi dati a causa della scarsa trasparenza del lobbying in Europa La ricerca è stata la prima condotta con lo specifico scopo di creare un framework comune di interpretazione delle dinamiche tra imprese e decisori al momento di attuare politiche economiche di settore, sulla base di analisi simili condotte negli Stati Uniti. Il vero vulnus dello studio è stato, come hanno riconosciuto gli stessi autori, l'assenza di dati completi sull'attività di lobby delle imprese, un fenomeno fatto risalire all'assenza di un obbligo di rendicontare le spese nello specifico per le imprese e, allo stesso tempo, i finanziamenti privati ai partiti o alle campagne elettorali. Sono state prese come basi di dati le cifre del Registro per la Trasparenza dell'UE e il database AMADEUS di Bureau van Dijk , che riporta i dati su fatturato e spese di ogni società: troppo poco per tracciare precisi confini tra le spese in lobbying e i relativi outcome politici. Il Registro per la Trasparenza, infatti, non ha uno storico dei dati registrati periodo per periodo e, inoltre, è uno strumento facoltativo che riporta dati non categorizzati (ad esempio, lobby diretta o indiretta, a livello di governi nazionali o di istituzioni comunitarie, etc..) e suscettibili di fallibilità a causa della mancanza di una adeguata controprova delle spese realmente effettuate. È interessante che per risalire al match tra attività di lobby delle imprese e singola decisione pubblica delle istituzioni siano state prese come riferimento le Raccomandazioni specifiche per Paese (Country-Specific Recommendations: ad esempio, quella che ha portato il Governo Gentiloni all'approvazione della Manovra Correttiva in Aprile). In base a quello è stato possibile definire l'agenda delle riforme, i settori specifici coinvolti e gli attori che si sono mossi nel corso dell'inter decisionale. Conclusioni: con maggiore trasparenza dei dati sul lobbying, possibile definirne il ROI Gli attori di dimensione maggiore e in mercati altamente regolamentati tendono a spendere maggiori cifre in lobbying in assoluto, spesso per mantenere la propria posizione dominante: questo non è di per sé negativo, specie perché spesso la regolamentazione aiuta a contravvenire ai fallimenti di mercato. Ma allo stesso tempo, una maggiore regolamentazione in settori non a fallimento di mercato può ridurre la creazione di lavoro, la produttività e in generale il benessere dell'economia nel suo insieme. Lo studio si è rivelato quindi un primo passo per definire una metodologia di rendicontazione del reale impatto del lobbying per un'impresa: un fatto spesso decisivo per i manager che decidono di affidarsi a questa attività piuttosto che alla semplice competizione sul mercato. Uno studio che ha sicuramente delle basi scientifiche molto forti: seppur debole in alcuni elementi (pochi dati e confusi), la ricerca è riuscita a risalire alla correlazione tra le diverse variabili, rilevando che il lobbying non è casualità ma è una leva strategica specifica con obiettivi e risultati quantificabili. È quanto meno curioso che anche gli autori della ricerca richiedano una migliore regolamentazione del lobbying nei singoli Paesi, stavolta per ottenere maggiori dati al fine di condurre ricerche più affidabili e ripetibili. Si affiancano quindi agli operatori del settore (che chiedono autorevolezza della professione) e alle associazioni anti-corruzione della società civile (che vogliono far luce su eventuali fenomeni distorsivi del processo decisionale democratico). Un'ulteriore motivo di pressione per aumentare la trasparenza del lobbying. LINK allo studio completo (ENG)

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Riprendiamo l'articolo di Gaia Giorgio Fedi su Pagina 99 Google e Facebook alla guerra delle lobby. Lobbying. Budget in crescita, incontri riservati, assunzioni eccellenti. Alle prese con l'offensiva di Vestager, i big del web intensificano il pressing su Bruxelles. Lo scontro coinvolge l'alleanza tra telecom e editori tedeschi e tech Usa, dice un lobbista BRUXELLES. Il prossimo fronte della battaglia tra la Commissione europea e i colossi dell'economia digitale si giocherà sugli algoritmi. Bruxelles si appresta ad avviare un'indagine sui procedimenti che presiedono al modo in cui vengono mostrati post, notizie e risultati delle ricerche che potrebbe impensierire parecchio Google, Amazon  e Facebook. Ma non si tratta del solo grattacapo peri gruppi del settore, alle prese con un approccio più muscolare da parte della Ue in tema di regolamentazione, antitrust e tassazione. Con il termometro della tensione a Bruxelles in salita, le big del digitale hanno reagito rafforzando le attività di lobby, come mostrano i dati sui budget e staff in crescita perle attività di press io ne, indicati volontariamente sul Registro di trasparenza Ue. Un metodo lecito ma controverso è reclutare ex funzionari degli organi da influenzare. «Il rafforzamento delle attività di lobby delle società digital a Bruxelles è in atto da qualche anno e si spiega con l'esistenza di alcuni fattori, in primis l'ambizioso programma della Commissione sull'economia digitale, che per i gruppi del settore ha un impatto enorme», spiega Alessia Mosca, europarlamentare del Pd e membro della commissione sul commercio internazionale. La Ue punta a regolamentare diversi aspetti, dalla privacy al copyright, di un comparto che finora ha vissuto e prosperato in - e grazie a - un contesto di relativa anarchia. Tra il 2012 e il 2013, quando a Bruxelles si preparava la riforma sulla protezione dei dati personali, i gruppi tecnologici hanno intensificato le attività di lobby in un affondo senza precedenti, affiancate e sostenute da associazioni di categoria, organizzazioni come l'American Chamber of Commerce e dalla stessa amministrazione Obama. Più di recente, altri dossier caldi hanno suggerito una maggiore presenza nella capitale Ue, «come la trattativa sul Ttip e le possibili ricadute sul business di queste società, che le ha spinte a monitorare il rafforzamento della relazione transatlantica, e il maggiore impegno della Commissione sul fronte della tassazione, che è il grosso nervo scoperto per molti dei grandi gruppi del digital», aggiunge Mosca. La decisione dell'Antitrust Ue di imporre a Apple il pagamento di 13 miliardi di imposte pregresse in Irlanda è un monito pesante per le multinazionali del settore. Soprattutto per Amazon, sotto esame per il trattamento fiscale in Lussemburgo. Washington vs Berlino Alcuni lobbisti di lungo corso che hanno parlato a pagina99 sotto anonimato ritengono che l'irrigidimento comunitario abbia un preciso risvolto politico. «Quella che si gioca a Bruxelles è in realtà una partita tra Washington e Berlino», afferma un esperto di public affairs. «Le multinazionali tech americane, e in particolare quelle californiane, si trovano a fronteggiare un'alleanza di fatto tra le vecchie telecom e gli editori, soprattutto tedeschi, per la distribuzione dei contenuti», aggiunge un altro lobbista, aggiungendo che due anni fa la nomina a commissario per l'Economia e la società digitali del tedesco Günther Oettinger - in passato molto critico verso Google - era stata interpretata nell'ambiente come il segnale decisivo dell'offensiva Ue contro i colossi tecnologici. Non a caso, nel mirino delle istituzioni c'è soprattutto Mountain View, sotto scrutinio dell'antitrust della Commissione su tre diversi fronti - per il sospetto di aver sistematicamente favorito i propri servizi di acquisto comparativo nei risultati delle ricerche, un possibile abuso di posizione dominante nella pubblicità online e possibili danni alla concorrenza sulla gestione della compatibilità del sistema Android. Sale la spesa per il lobbying Google ha triplicato il budget per lobbying dal 2013 al 2014, e nel 2015 lo ha incrementato ancora di circa il 20% a 4,25-4,4.5 milioni di euro; nell'ultimo anno ha anche ampliato il team di lobbisti (da 9 a 14 persone). «I politici europei hanno molte domande per Google e i nostri team si impegnano a rispondere, per favorire la comprensione del nostro business», commenta un portavoce in relazione all'impegno del gruppo. Anche Microsoft - da anni molto attiva a Bruxelles, dove in passato è stata duramente colpita dall'antitrust Ue - ha speso la stessa cifra di Google (in lieve calo dal 2014). «A Bruxelles vengono definite importanti politiche per l'Unione, per questo è stata e resta importante perla nostra società», commenta un portavoce della società di Redmond. «Abbiamo iniziato a investire in Europa fin dal 1982, quando avevamo 128 impiegati a livello globale. Oggi solo qui ne abbiamo 25 mila». Hanno aumentato le spese per attività d'influenza anche Facebook e Amazon, mentre il budget di Uber, reduce da una serie di sentenze sfavorevoli nei tribunali di tutta Europa, è più che quadruplicato. Apple è invece un caso particolare: ha aumentato le risorse a 800-899 mila euro ma si è distinta per un profilo straordinariamente basso - ha un team di cinque persone impegnate solo part time ed è poco presente nelle attività di lobby - che secondo alcuni ha contribuito alla disfatta sul dossier fiscale. Quando si è trattato di discutere il caso, è stato il ceo Tim Cook a incontrare Margarethe Vestager, ma con un atteggiamento non particolarmente costruttivo, secondo Politico Europe. Il lavoro dei lobbisti «Anche gli incontri con alti funzionari in Commissione sono un buon indicatore per capire quali siano i gruppi più influenti e i temi caldi del momento», spiega Daniel Freund, capo della divisione Eu Integrity dell'organizzazione Transparency International. «Digital single market e digital economy sono le aree che annoverano il maggior numero di meeting con lobbisti, circa un quinto del totale. E la società prima in classifica per numero di incontri, ben 117 (di cui molti con il commissario Oettinger, ndr), è Google». Anche Microsoft è molto attiva, con 59 riunioni, seguita da Facebook (46). «Ma il maggiore salto lo ha fatto Uber (42 incontri), sul mercato da appena un paio d'anni e oggi al 13esimo posto in classifica», osserva Freund. Va considerato che i numeri citati riguardano solo i funzionari di rango più alto. «Molte riunioni avvengono con esponenti di livello inferiore, che non sono tenuti a tenere un registro degli incontri e possono incontrare lobbisti non registrati», puntualizza Freund. Dalle istituzioni all'azienda Un metodo lecito ma controverso per fare lobby è affidarsi alle revolving door, cioè reclutare ex funzionari delle istituzioni da influenzare. Un sistema molto apprezzato da Google, che dal 2005 avrebbe assunto in vari uffici almeno 65 funzionari di governo in tutto il territorio Ue, secondo Google Transparency Project. Tra i lobbisti di stanza a Bruxelles spicca il caso di Tobias McKenney, Senior European Intellectual Property Policy Manager, che prima di approdare a Google si occupava di copyright per la Commissione; a un livello più basso, provengono dal Parlamento Ue Clara Sommier, Mark Van der Ham e Georgios Mavros. Anche Apple ha utilizzato le porte girevoli, strappando l'attuale responsabile delle relazioni con la Ue, Per Hellstrom, alla Commissione europea, dove aveva lavorato per 16 anni con cariche importanti (capo del team Competition prima e Fusioni poi) e aveva giocato un ruolo di peso nell'epocale indagine antitrust contro Microsoft, conclusa nel 2004 con l'imposizione di misure correttive e un'ammenda di 497 milioni di euro. Anche l'ex capo dell'ufficio di public affairs di Facebook, Erika Mann, ha servito per un mandato come europarlamentare. Mentre Fabian Ladda, lobbista di Uber, era stato a capo dell'ufficio dell'europarlamentare tedesco Elmar Brok, uomo della cancelliera tedesca Angela Merkel molto vicino a Martin Selmayr, il potente capo di gabinetto del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. L'attività di policy making A Bruxelles il potere decisionale è soprattutto nelle mani del Consiglio dell'Unione europea - l'organo che adotta gli atti normativi della Ue e ne coordina le politiche, sul quale l'esercizio di influenzava fatto a monte, sui singoli Paesi-e della Commissione. La lobby lavora a vari livelli, su vari ambiti e con vari strumenti. L'attività di Google è la più organizzata ed ecumenica: finanzia think tank (sui quali è attiva anche Microsoft) e ricerche universitarie, svolge attività con team dedicati su Parlamento, Commissione e Consiglio ma punta anche al mondo delle imprese. Per esercitare influenza su alcuni dossier caldi a Bruxelles, nel 2014 aveva sollecitato alcuni membri del Congresso Usa a inviare lettere a figure chiave del Parlamento Ue. Per il resto, nel settore si usa la classica cassetta degli attrezzi del lobbista: monitoraggio dei lavori regolatori, meeting con i decision maker, presentazione di emendamenti e paper sulle policy, che a volte riescono a confluire nei testi legislativi (nel 2013 alcuni emendamenti parlamentari alla riforma sui dati personali ricalcavano pedissequamente i passaggi di paper del settore). Per le attività di lobby diretta, soprattutto sui dossier più spinosi, si mandano avanti le agenzie di consulenza esterne, le associazioni di categoria o gli studi legali. E si fa molta lobby indiretta, attraverso campagne di comunicazione - che puntano sulla forza dei prodotti, sull'innovazione e sulla capacità di creare posti di lavoro - ed eventi: seminari, conferenze, incontri con imprese e associazioni, feste. «Una delle più attive è Google, ma ultimamente si è notato un nuovo impegno su questo fronte da parte di Amazon, in precedenza poco attiva, che oggi con Amazon Academy organizza conferenze, micro-conferenze, seminari, incontri con le aziende», segnala Alessia Mosca. «Gli eventi sono uno strumento usato in tutti i settori, ma le compagnie tech fanno anche qualcosa in più: organizzano workshop e training all'interno delle istituzioni, per far sentire i decisori a loro agio nella relazione con la società. L'intento è di conquistare non solo le loro menti, ma anche i loro cuori».

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(Paolo Pugliese) L'attuale contesto economico e sociale si caratterizza per un'inclusività e una rapidità di diffusione delle informazioni mai sperimentate prima nella storia dell'uomo: chiunque, in qualunque parte del mondo, ha la possibilità tramite una connessione internet di sperimentare in diretta avvenimenti che hanno avuto luogo a migliaia di chilometri di distanza, come l'atterraggio di una sonda su un altro pianeta o le elezioni del prossimo leader del mondo occidentale. Con l'aumento della disponibilità di Internet sta parallelamente crescendo anche il tasso di consapevolezza che il grande pubblico ha degli eventi quotidiani: argomenti che vent'anni fa sarebbero stati trattati nel chiuso dei nuclei familiari o lavorativi ora vengono condivisi con centinaia o migliaia di contatti, generando discussioni di respiro infinitamente più ampio. D'altro canto questi sviluppi tecnologici, fattisi anche sociali, hanno portato anche alla nascita di siti e pagine che pur di raggranellare una manciata di click non esitano a riportare qualunque notizia, non importa se vera o verificata, alimentando un fenomeno di incorretta informazione. Da queste premesse risulta agevole comprendere come un'impresa che voglia rappresentare al meglio i propri interessi non possa più privarsi di una campagna comunicativa adeguata al proprio pubblico di riferimento. Per ottenere i migliori risultati nel campo della persuasione dei decisori pubblici sono necessari importanti investimenti anche nella percezione che un pubblico sempre maggiore e sempre più informato ha di quella società. Le direttrici strategiche del posizionamento istituzionale, quali il monitoraggio, l'inquadramento dei decisori e dei legami con le loro constituencies, il contatto con i responsabili dell'impresa e la tempestività dell'azione, pur rappresentando alcuni dei pilastri fondanti di ogni efficace azione di lobby, non esauriscono più l'insieme delle attività da svolgere per una corretta comprensione dei propri valori e della propria mission. Non stupisce quindi che Google, pur essendo società leader per investimenti in attività di lobby sul Congresso americano[1], abbia lanciato una campagna di supporto all'educazione, all'arte e alla cultura europea, offrendo incentivi all'editoria al fine di un completo scatto verso il modello digitale e finanziando corsi di apprendimento in materie collegate al modello di business di Google, quali marketing online ed e-commerce: recentemente l'azienda di Mountain View ha anche realizzato una mostra d'arte utilizzando le ultime tecnologie in ambito di realtà virtuale. Il New York Times, descrivendo questi impegni, li ha definiti attività di soft lobbying[2]: azioni in grado di modificare l'immagine pubblica del brand Google soprattutto in Europa, terreno di confronto spesso ostile per le grandi corporation americane, si veda il caso Apple[3]. L'elemento distintivo che rende questi investimenti diversi da quelli usualmente effettuati in società di lobby sta nell'espandere il più possibile la consapevolezza circa le attività di Google nel Vecchio Continente pur non confluendo nelle spese di rappresentanza già sostenute a Bruxelles, in quanto non volte ad influenzare direttamente i decisori europei sulle numerose tematiche che impattano sul colosso, ma dirette alla community tech europea, generalmente molto più positiva nei propri giudizi verso le imprese americane rispetto ai commissari europei. È indubbio che Google (ora parte di Alphabet) negli anni abbia creato un ecosistema vicino alle richieste degli utenti e si sia dimostrata molto disponibile ad ascoltare le proposte provenienti dalla sua user base sfruttando le imponenti sinergie tra i propri prodotti, ad esempio sponsorizzando concerti via Youtube e creando di spazi di co-working per i giovani lavoratori. La costituzione di un fondo di 150 milioni di euro per supportare gli editori europei nel processo di digitalizzazione potrebbe stupire, se si considera che proprio i publisher sono da sempre i più fermi avversari dell'azienda americana anche a Bruxelles[4], avendo subito forti conseguenze economiche dovute alla modifica dirompente del business model tradizionale successiva alla diffusione di massa dell'accesso ad Internet, come dimostra chiaramente il caso di Google News Spain. I britannici The Guardian e Financial Times, Die Zeit in Germania e La Stampa sono solo alcuni tra i partecipanti a questo progetto, che indiscutibilmente ha attirato l'attenzione di tutta Europa su una tematica molto vicina a tutti noi che quotidianamente ci informiamo ma di cui si discute raramente tra i non addetti ai lavori. Nel posizionarsi non come un gigante che schiaccia la secolare tradizione dell'editoria ma come un alleato nella battaglia per un nuovo modello di giornalismo digitale sta la vera sfida reputazionale che Google e le altre imprese del settore (Amazon e Apple su tutte) devono sostenere, anche e soprattutto fuori dagli uffici dei funzionari europei. Come spesso accaduto, Mountain View sembra un passo avanti ai competitors e pronta a svolgere un ruolo di leader globale nel mercato dell'informazione. [1]Fonte https://www.opensecrets.org/lobby/clientsum.php?id=D000022008&year=2014 [2]http://www.nytimes.com/2016/07/20/technology/google-europe-lobbying-eu.html?_r=0 [3]http://www.lobbyingitalia.com/2016/09/apple-poca-lobby-ue/ [4]Per approfondimento si veda http://www.nytimes.com/2015/08/29/technology/european-publishers-play-lobbying-role-against-google.html

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