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Lobby, start-up e innovazione. Approcci e prospettive tra UE e USA
Scritto il 2017-01-28 da Redazione su Europa

(Paolo PuglieseIl 2016 è stato un anno di grande crescita per moltissime startup e società innovative che si affacciano sempre di più ad un mercato sempre più globale. L'espansione delle proprie quote di mercato a livello internazionale, però, spesso viene accompagnata da una crescente difficoltà delle imprese a interfacciarsi con i legislatori, causando inefficienze e danni d'immagine di enorme portata.

Possiamo quindi aspettarci un aumento dell'attività di relazioni istituzionali da parte delle startup nel 2017, fino al punto di considerare il lobbying una competenza fondamentale per imprenditori e società di venture capital. La professoressa Elizabeth Pollman, esperta di business law e startup della Loyola Law School1, ritiene che questo mutamento sia dovuto a due distinti fattori: in primis le startup non sono più limitate e “libere” nel cyberspazio, come poteva esserlo Google durante gli anni '90, ma svolgono attività sempre più connesse alle nostre vite quotidiane, come nel caso di Uber o Airbnb, che fin dalla loro nascita si sono dovute confrontare con realtà produttive già esistenti e fortemente regolamentate. Le nuove imprese sperano di modificare lo status quo legale penetrando a fondo nella nostra quotidianità, rendendo quindi impossibile per i legislatori di tutto il mondo ignorarne il potenziale di sviluppo: cambiare la legislazione vigente è una parte fondamentale del business plan di queste società.

D'altro canto le recenti battaglie intentate da Google con la FCC (Federal Communications Commission, l'autorità indipendente americana in tema di telecomunicazioni) ad esempio nell'ambito della net neutrality dimostrano come i giganti tech siano sempre più consapevoli dell'influenza che possono esercitare sui regolatori, con l'appoggio di community che contano milioni di partecipanti e dei massimi esperti di policymaking, che apportano competenze e network professionali di enorme valore. L'approccio ai legislatori dell'UE, però, risulta differente: le startup americane che escono dalla Silicon Valley per affacciarsi al Vecchio Continente affrontano un quadro normativo più complesso e a volte l'ostilità dei partner, come si nota dalle violente proteste contro Uber in Francia e Airbnb in Germania e Olanda. 

Le giovani imprese europee, invece, non stanno ancora investendo molto nelle relazioni istituzionali: le dimensioni ancora ridotte, almeno rispetto alle controparti USA, incanalano le attività aziendali verso il raggiungimento di una soglia quantitativa di profitto prima di effettuare investimenti in public policies; non è da escludere, inoltre, che le stesse startup ritengano di non essere in grado di influenzare il dibattito pubblico o di poterne fare a meno per il prossimo futuro. Preme sottolineare però come la creazione di un ecosistema giuridico-regolatorio favorevole diventi una priorità assoluta in una fase successiva dello sviluppo imprenditoriale, al momento dell'inevitabile confronto con i legislatori comunitari.

Alcuni autori hanno collegato la mancanza di attenzione verso l'attività di rappresentanza di interessi con le difficoltà legate alla creazione del Digital Single Market, vero e proprio mercato unico tramite il quale si possa procedere all'armonizzazione delle regole dei vari stati membri dell'Unione in ambito digitale. Nonostante il DSM fosse stato inserito dalla Commissione Juncker tra le proprie 10 priorità più stringenti, i risultati sono ancora parziali e tale circostanza sicuramente sta ponendo dei limiti alla crescita del settore da questo lato dell'Oceano.

In questo caso emergono due approcci completamente differenti rispetto all'attività di compliance legislativa: quello americano, alimentato dalla cultura “disruptive” di rendite e posizioni di mercato stabili della Silicon Valley, che punta all'aggiramento della regolamentazione o alla sua modifica strutturale sulla base del presupposto che la legge sarà sempre inevitabilmente in ritardo rispetto alla realtà fattuale, e quello europeo, che invece mira ad un'espansione lenta dell'impresa, magari Stato per Stato, affrontando singolarmente le singole sfide regolatorie quando dovessero emergere.

Risulta evidente come i vantaggi del primo approccio, fatto di proattività e confronto continuo, vadano valutati anche alla luce dei danni reputazionali che tale metodologia potrebbe comportare di fronte ad un pubblico straniero, arrivando a causare a volte l'esplicita avversione dei settori produttivi maggiormente colpiti dall'innovazione americana e che invece le imprese europee sembrano tutelare maggiormente.

Nota: 1 Di grande ispirazione per la stesura del presente lavoro è stato l'articolo The Rise of Regulatory Affairs in Innovative Startups, consultabile al seguente link https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=2880818, di prossima pubblicazione sul “Handbook of law and enterpreunership in the United States”.

Riprendiamo l'articolo di Gaia Giorgio Fedi su Pagina 99 Google e Facebook alla guerra delle lobby. Lobbying. Budget in crescita, incontri riservati, assunzioni eccellenti. Alle prese con l'offensiva di Vestager, i big del web intensificano il pressing su Bruxelles. Lo scontro coinvolge l'alleanza tra telecom e editori tedeschi e tech Usa, dice un lobbista BRUXELLES. Il prossimo fronte della battaglia tra la Commissione europea e i colossi dell'economia digitale si giocherà sugli algoritmi. Bruxelles si appresta ad avviare un'indagine sui procedimenti che presiedono al modo in cui vengono mostrati post, notizie e risultati delle ricerche che potrebbe impensierire parecchio Google, Amazon  e Facebook. Ma non si tratta del solo grattacapo peri gruppi del settore, alle prese con un approccio più muscolare da parte della Ue in tema di regolamentazione, antitrust e tassazione. Con il termometro della tensione a Bruxelles in salita, le big del digitale hanno reagito rafforzando le attività di lobby, come mostrano i dati sui budget e staff in crescita perle attività di press io ne, indicati volontariamente sul Registro di trasparenza Ue. Un metodo lecito ma controverso è reclutare ex funzionari degli organi da influenzare. «Il rafforzamento delle attività di lobby delle società digital a Bruxelles è in atto da qualche anno e si spiega con l'esistenza di alcuni fattori, in primis l'ambizioso programma della Commissione sull'economia digitale, che per i gruppi del settore ha un impatto enorme», spiega Alessia Mosca, europarlamentare del Pd e membro della commissione sul commercio internazionale. La Ue punta a regolamentare diversi aspetti, dalla privacy al copyright, di un comparto che finora ha vissuto e prosperato in - e grazie a - un contesto di relativa anarchia. Tra il 2012 e il 2013, quando a Bruxelles si preparava la riforma sulla protezione dei dati personali, i gruppi tecnologici hanno intensificato le attività di lobby in un affondo senza precedenti, affiancate e sostenute da associazioni di categoria, organizzazioni come l'American Chamber of Commerce e dalla stessa amministrazione Obama. Più di recente, altri dossier caldi hanno suggerito una maggiore presenza nella capitale Ue, «come la trattativa sul Ttip e le possibili ricadute sul business di queste società, che le ha spinte a monitorare il rafforzamento della relazione transatlantica, e il maggiore impegno della Commissione sul fronte della tassazione, che è il grosso nervo scoperto per molti dei grandi gruppi del digital», aggiunge Mosca. La decisione dell'Antitrust Ue di imporre a Apple il pagamento di 13 miliardi di imposte pregresse in Irlanda è un monito pesante per le multinazionali del settore. Soprattutto per Amazon, sotto esame per il trattamento fiscale in Lussemburgo. Washington vs Berlino Alcuni lobbisti di lungo corso che hanno parlato a pagina99 sotto anonimato ritengono che l'irrigidimento comunitario abbia un preciso risvolto politico. «Quella che si gioca a Bruxelles è in realtà una partita tra Washington e Berlino», afferma un esperto di public affairs. «Le multinazionali tech americane, e in particolare quelle californiane, si trovano a fronteggiare un'alleanza di fatto tra le vecchie telecom e gli editori, soprattutto tedeschi, per la distribuzione dei contenuti», aggiunge un altro lobbista, aggiungendo che due anni fa la nomina a commissario per l'Economia e la società digitali del tedesco Günther Oettinger - in passato molto critico verso Google - era stata interpretata nell'ambiente come il segnale decisivo dell'offensiva Ue contro i colossi tecnologici. Non a caso, nel mirino delle istituzioni c'è soprattutto Mountain View, sotto scrutinio dell'antitrust della Commissione su tre diversi fronti - per il sospetto di aver sistematicamente favorito i propri servizi di acquisto comparativo nei risultati delle ricerche, un possibile abuso di posizione dominante nella pubblicità online e possibili danni alla concorrenza sulla gestione della compatibilità del sistema Android. Sale la spesa per il lobbying Google ha triplicato il budget per lobbying dal 2013 al 2014, e nel 2015 lo ha incrementato ancora di circa il 20% a 4,25-4,4.5 milioni di euro; nell'ultimo anno ha anche ampliato il team di lobbisti (da 9 a 14 persone). «I politici europei hanno molte domande per Google e i nostri team si impegnano a rispondere, per favorire la comprensione del nostro business», commenta un portavoce in relazione all'impegno del gruppo. Anche Microsoft - da anni molto attiva a Bruxelles, dove in passato è stata duramente colpita dall'antitrust Ue - ha speso la stessa cifra di Google (in lieve calo dal 2014). «A Bruxelles vengono definite importanti politiche per l'Unione, per questo è stata e resta importante perla nostra società», commenta un portavoce della società di Redmond. «Abbiamo iniziato a investire in Europa fin dal 1982, quando avevamo 128 impiegati a livello globale. Oggi solo qui ne abbiamo 25 mila». Hanno aumentato le spese per attività d'influenza anche Facebook e Amazon, mentre il budget di Uber, reduce da una serie di sentenze sfavorevoli nei tribunali di tutta Europa, è più che quadruplicato. Apple è invece un caso particolare: ha aumentato le risorse a 800-899 mila euro ma si è distinta per un profilo straordinariamente basso - ha un team di cinque persone impegnate solo part time ed è poco presente nelle attività di lobby - che secondo alcuni ha contribuito alla disfatta sul dossier fiscale. Quando si è trattato di discutere il caso, è stato il ceo Tim Cook a incontrare Margarethe Vestager, ma con un atteggiamento non particolarmente costruttivo, secondo Politico Europe. Il lavoro dei lobbisti «Anche gli incontri con alti funzionari in Commissione sono un buon indicatore per capire quali siano i gruppi più influenti e i temi caldi del momento», spiega Daniel Freund, capo della divisione Eu Integrity dell'organizzazione Transparency International. «Digital single market e digital economy sono le aree che annoverano il maggior numero di meeting con lobbisti, circa un quinto del totale. E la società prima in classifica per numero di incontri, ben 117 (di cui molti con il commissario Oettinger, ndr), è Google». Anche Microsoft è molto attiva, con 59 riunioni, seguita da Facebook (46). «Ma il maggiore salto lo ha fatto Uber (42 incontri), sul mercato da appena un paio d'anni e oggi al 13esimo posto in classifica», osserva Freund. Va considerato che i numeri citati riguardano solo i funzionari di rango più alto. «Molte riunioni avvengono con esponenti di livello inferiore, che non sono tenuti a tenere un registro degli incontri e possono incontrare lobbisti non registrati», puntualizza Freund. Dalle istituzioni all'azienda Un metodo lecito ma controverso per fare lobby è affidarsi alle revolving door, cioè reclutare ex funzionari delle istituzioni da influenzare. Un sistema molto apprezzato da Google, che dal 2005 avrebbe assunto in vari uffici almeno 65 funzionari di governo in tutto il territorio Ue, secondo Google Transparency Project. Tra i lobbisti di stanza a Bruxelles spicca il caso di Tobias McKenney, Senior European Intellectual Property Policy Manager, che prima di approdare a Google si occupava di copyright per la Commissione; a un livello più basso, provengono dal Parlamento Ue Clara Sommier, Mark Van der Ham e Georgios Mavros. Anche Apple ha utilizzato le porte girevoli, strappando l'attuale responsabile delle relazioni con la Ue, Per Hellstrom, alla Commissione europea, dove aveva lavorato per 16 anni con cariche importanti (capo del team Competition prima e Fusioni poi) e aveva giocato un ruolo di peso nell'epocale indagine antitrust contro Microsoft, conclusa nel 2004 con l'imposizione di misure correttive e un'ammenda di 497 milioni di euro. Anche l'ex capo dell'ufficio di public affairs di Facebook, Erika Mann, ha servito per un mandato come europarlamentare. Mentre Fabian Ladda, lobbista di Uber, era stato a capo dell'ufficio dell'europarlamentare tedesco Elmar Brok, uomo della cancelliera tedesca Angela Merkel molto vicino a Martin Selmayr, il potente capo di gabinetto del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker. L'attività di policy making A Bruxelles il potere decisionale è soprattutto nelle mani del Consiglio dell'Unione europea - l'organo che adotta gli atti normativi della Ue e ne coordina le politiche, sul quale l'esercizio di influenzava fatto a monte, sui singoli Paesi-e della Commissione. La lobby lavora a vari livelli, su vari ambiti e con vari strumenti. L'attività di Google è la più organizzata ed ecumenica: finanzia think tank (sui quali è attiva anche Microsoft) e ricerche universitarie, svolge attività con team dedicati su Parlamento, Commissione e Consiglio ma punta anche al mondo delle imprese. Per esercitare influenza su alcuni dossier caldi a Bruxelles, nel 2014 aveva sollecitato alcuni membri del Congresso Usa a inviare lettere a figure chiave del Parlamento Ue. Per il resto, nel settore si usa la classica cassetta degli attrezzi del lobbista: monitoraggio dei lavori regolatori, meeting con i decision maker, presentazione di emendamenti e paper sulle policy, che a volte riescono a confluire nei testi legislativi (nel 2013 alcuni emendamenti parlamentari alla riforma sui dati personali ricalcavano pedissequamente i passaggi di paper del settore). Per le attività di lobby diretta, soprattutto sui dossier più spinosi, si mandano avanti le agenzie di consulenza esterne, le associazioni di categoria o gli studi legali. E si fa molta lobby indiretta, attraverso campagne di comunicazione - che puntano sulla forza dei prodotti, sull'innovazione e sulla capacità di creare posti di lavoro - ed eventi: seminari, conferenze, incontri con imprese e associazioni, feste. «Una delle più attive è Google, ma ultimamente si è notato un nuovo impegno su questo fronte da parte di Amazon, in precedenza poco attiva, che oggi con Amazon Academy organizza conferenze, micro-conferenze, seminari, incontri con le aziende», segnala Alessia Mosca. «Gli eventi sono uno strumento usato in tutti i settori, ma le compagnie tech fanno anche qualcosa in più: organizzano workshop e training all'interno delle istituzioni, per far sentire i decisori a loro agio nella relazione con la società. L'intento è di conquistare non solo le loro menti, ma anche i loro cuori».

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(Paolo Pugliese) L'attuale contesto economico e sociale si caratterizza per un'inclusività e una rapidità di diffusione delle informazioni mai sperimentate prima nella storia dell'uomo: chiunque, in qualunque parte del mondo, ha la possibilità tramite una connessione internet di sperimentare in diretta avvenimenti che hanno avuto luogo a migliaia di chilometri di distanza, come l'atterraggio di una sonda su un altro pianeta o le elezioni del prossimo leader del mondo occidentale. Con l'aumento della disponibilità di Internet sta parallelamente crescendo anche il tasso di consapevolezza che il grande pubblico ha degli eventi quotidiani: argomenti che vent'anni fa sarebbero stati trattati nel chiuso dei nuclei familiari o lavorativi ora vengono condivisi con centinaia o migliaia di contatti, generando discussioni di respiro infinitamente più ampio. D'altro canto questi sviluppi tecnologici, fattisi anche sociali, hanno portato anche alla nascita di siti e pagine che pur di raggranellare una manciata di click non esitano a riportare qualunque notizia, non importa se vera o verificata, alimentando un fenomeno di incorretta informazione. Da queste premesse risulta agevole comprendere come un'impresa che voglia rappresentare al meglio i propri interessi non possa più privarsi di una campagna comunicativa adeguata al proprio pubblico di riferimento. Per ottenere i migliori risultati nel campo della persuasione dei decisori pubblici sono necessari importanti investimenti anche nella percezione che un pubblico sempre maggiore e sempre più informato ha di quella società. Le direttrici strategiche del posizionamento istituzionale, quali il monitoraggio, l'inquadramento dei decisori e dei legami con le loro constituencies, il contatto con i responsabili dell'impresa e la tempestività dell'azione, pur rappresentando alcuni dei pilastri fondanti di ogni efficace azione di lobby, non esauriscono più l'insieme delle attività da svolgere per una corretta comprensione dei propri valori e della propria mission. Non stupisce quindi che Google, pur essendo società leader per investimenti in attività di lobby sul Congresso americano[1], abbia lanciato una campagna di supporto all'educazione, all'arte e alla cultura europea, offrendo incentivi all'editoria al fine di un completo scatto verso il modello digitale e finanziando corsi di apprendimento in materie collegate al modello di business di Google, quali marketing online ed e-commerce: recentemente l'azienda di Mountain View ha anche realizzato una mostra d'arte utilizzando le ultime tecnologie in ambito di realtà virtuale. Il New York Times, descrivendo questi impegni, li ha definiti attività di soft lobbying[2]: azioni in grado di modificare l'immagine pubblica del brand Google soprattutto in Europa, terreno di confronto spesso ostile per le grandi corporation americane, si veda il caso Apple[3]. L'elemento distintivo che rende questi investimenti diversi da quelli usualmente effettuati in società di lobby sta nell'espandere il più possibile la consapevolezza circa le attività di Google nel Vecchio Continente pur non confluendo nelle spese di rappresentanza già sostenute a Bruxelles, in quanto non volte ad influenzare direttamente i decisori europei sulle numerose tematiche che impattano sul colosso, ma dirette alla community tech europea, generalmente molto più positiva nei propri giudizi verso le imprese americane rispetto ai commissari europei. È indubbio che Google (ora parte di Alphabet) negli anni abbia creato un ecosistema vicino alle richieste degli utenti e si sia dimostrata molto disponibile ad ascoltare le proposte provenienti dalla sua user base sfruttando le imponenti sinergie tra i propri prodotti, ad esempio sponsorizzando concerti via Youtube e creando di spazi di co-working per i giovani lavoratori. La costituzione di un fondo di 150 milioni di euro per supportare gli editori europei nel processo di digitalizzazione potrebbe stupire, se si considera che proprio i publisher sono da sempre i più fermi avversari dell'azienda americana anche a Bruxelles[4], avendo subito forti conseguenze economiche dovute alla modifica dirompente del business model tradizionale successiva alla diffusione di massa dell'accesso ad Internet, come dimostra chiaramente il caso di Google News Spain. I britannici The Guardian e Financial Times, Die Zeit in Germania e La Stampa sono solo alcuni tra i partecipanti a questo progetto, che indiscutibilmente ha attirato l'attenzione di tutta Europa su una tematica molto vicina a tutti noi che quotidianamente ci informiamo ma di cui si discute raramente tra i non addetti ai lavori. Nel posizionarsi non come un gigante che schiaccia la secolare tradizione dell'editoria ma come un alleato nella battaglia per un nuovo modello di giornalismo digitale sta la vera sfida reputazionale che Google e le altre imprese del settore (Amazon e Apple su tutte) devono sostenere, anche e soprattutto fuori dagli uffici dei funzionari europei. Come spesso accaduto, Mountain View sembra un passo avanti ai competitors e pronta a svolgere un ruolo di leader globale nel mercato dell'informazione. [1]Fonte https://www.opensecrets.org/lobby/clientsum.php?id=D000022008&year=2014 [2]http://www.nytimes.com/2016/07/20/technology/google-europe-lobbying-eu.html?_r=0 [3]http://www.lobbyingitalia.com/2016/09/apple-poca-lobby-ue/ [4]Per approfondimento si veda http://www.nytimes.com/2015/08/29/technology/european-publishers-play-lobbying-role-against-google.html

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La normativa austriaca si concentra sui consulenti di lobbying e le imprese, fornendo meno obblighi di comunicazione a gruppi professionali e pubblici, e quasi nessun requisito per le parti socialiNel luglio 2012 l'Austria ha approvato il suo primo atto legislativo volto a disciplinare il rapporto tra gruppi di interesse e titolari di cariche pubbliche. Criticità della normativa sono proprio le definizioni di lobbista e di attività di lobbying. Per quanto riguarda la prima, abbiamo un elenco approssimativo di soggetti non facilmente determinabili (questo spalancherebbe le porte ai faccendieri della politica); invece la seconda viene indicata come “contatto organizzato e strutturato con titolari di cariche pubbliche finalizzati ad influenzare il processo decisionale nell’interesse di un committente”, senza specificare cosa si intende per “influenzare” il processo decisionale, un termine che l’opinione pubblica potrebbe facilmente ricondurre ad atti di malaffare. Positiva la presenza di un registro elettronico con i dati facilmente accessibili a tutti; elemento che però contraddistingue la normativa è la presenza di una co-responsabilità tra chi svolge attività di lobbying e il committente, dopo che siano stati accertati inadempimenti inerenti gli obblighi di registrazione e successivi aggiornamenti.La normativa è stata inoltre analizzata secondo un sistema empirico, che ha permesso di valutare ogni elemento della regolamentazione sulla base di una scala di valori. Applicando la metodologia sviluppata dal Centre of Public Integrity (CPI), i ricercatori suggeriscono che la regolamentazione possa essere caratterizzata da diversi livelli di rigorosità, che essi definiscono come robustezza. Secondo il livello di robustezza, le leggi di lobbying possono essere classificate in bassa, media e alta regolamentazione (Chari et al 2010:.Ch. 4). Su questa base è stata analizzata la normativa sul lobbying austriaca[1].La normativa austriacaSecondo le disposizioni della normativa austriaca, i lobbisti hanno esigenze diverse a seconda della natura degli interessi che essi rappresentano. In realtà, i lobbisti professionisti, i lobbisti  interni che lavorano per le imprese, le associazioni professionali, i gruppi pubblici e le parti sociali sono soggetti a disposizioni diverse. Gli obblighi di informativa, le regole e le sanzioni sono più severe per i primi (in ordine decrescente) e più leggere per gli ultimi. Di conseguenza, il livello di solidità è, per esempio, più elevato per i lobbisti professionisti e i lobbisti interni, e inferiore per le associazioni professionali, i gruppi pubblici e le parti sociali. La normativa austriaca del 2012 ha istituito un registro obbligatorio e un insieme formale di regole tra cui i requisiti di registrazione, alcuni requisiti informativi di spesa e le sanzioni in caso di inadempienza.La definizione di lobbistal'articolo 4 della legge introduce una serie di definizioni volta a chiarire il concetto di attività di lobbying, stabilendo i confini di applicazione della normativa. La normativa riguarda società di consulenza di lobbying (Lobbying Agenturen), gruppi aziendali (Unternehmenslobbyisten), gruppi professionali (Kammern) e gruppi pubblici (Verbände). Tutti i rappresentanti di interesse assunti da questi attori sono sottoposti alle regole stabilite quando si cerca di influenzare titolari di cariche pubbliche.L’attività di lobbyingAlla luce di queste categorie di attori, l’attività di lobbying è definita come: "qualsiasi contatto organizzato e strutturato con titolari di cariche pubbliche finalizzati ad influenzare il processo decisionale nell'interesse di un committente" (articolo 4, paragrafo 1; 2012). La normativa riguarda sia l’organo legislativo che quello esecutivo, compreso anche  il personale burocratico e titolari di cariche pubbliche di enti territoriali. Nonostante la vasta copertura delle regole, la legge presenta una vasta gamma di eccezioni. In realtà, i gruppi di interesse religioso e territoriali  e gli studi legali sono esentati. Le parti sociali sono sottoposti a una serie limitata di requisiti di registrazione, prevista inoltre l'esenzione dalle disposizioni in materia di sanzioni e di accumulo di ruolo (articolo 2, paragrafo 2-4).Procedure di iscrizione individualeIl regolamento stabilisce differenti requisiti di registrazione in base alla natura del gruppo di interesse. La sezione A (suddivisa in A1 e A2) è dedicata alla consulenza di lobbying. La sezione B ai lobbisti interni delle imprese, mentre, rispettivamente, la sezione C e D alle associazioni professionali e gruppi di interesse pubblico. Le parti sociali sono soggetti a disposizioni particolari. Nella sezione A le consulenze di lobbying e i consulenti devono registrarsi prima di stabilire i contatti con titolari di cariche pubbliche, fornendo le seguenti informazioni sulla società di lobbying: nome, numero di impresa, indirizzo, sito web e inizio dell'esercizio sociale. Si richiedono anche una breve descrizione delle attività e la missione della società. Inoltre, la società di lobbying deve adottare un codice di condotta interno, dichiarare il volume delle operazioni del precedente esercizio finanziario, rivelare il numero di contratti di lobbying accettati e fornire il nome e la data di nascita dei lobbisti.Nella sezione A2 i consulenti di lobbying devono rivelare i loro contratti di lobbying dichiarando il nome, il numero di impresa, l'indirizzo, il sito e l’inizio dell’anno di attività  sia del committente che del cliente. L'oggetto del contratto di lobbying deve essere dichiarato. La sezione A2 non è pubblica, il Ministro della Giustizia ha accesso esclusivo alle informazioni. Le terze parti sono autorizzate ad avere accesso a questi dati con il consenso precedente dal committente e del consulente. La sezione B richiede ai lobbisti interni delle imprese di registrarsi prima di stabilire contatti con titolari di cariche pubbliche, fornendo i seguenti dati: il nome della società, il numero di impresa, indirizzo, sito web e inizio dell’anno finanziario, una breve descrizione delle attività e la missione della società, il nome e la data di nascita dei lobbisti. Le imprese devono anche rivelare i costi connessi all'attività di lobbying nel corso dell'esercizio precedente, se questi superano l'importo di 100.000 €. Le imprese devono adottare un codice di condotta interno per i lobbisti interni.Nelle sezioni C e D si richiede  alle associazioni professionali e alle associazioni di interesse pubblico la registrazione prima di stabilire i contatti con titolari di cariche pubbliche, fornendo i seguenti dati: il nome, l'indirizzo e il sito web dell'organizzazione, il numero di  rappresentanti di interessi che sono attivi e una stima delle spese relative alla attività di rappresentanza di interessi. Contrariamente alle consulenze di lobby e ai lobbisti interni delle imprese, le associazioni professionali e le associazioni di interesse pubblico non sono tenuti a fornire ogni tipo di informazione personale. I requisiti di registrazione si limitano alla fornitura di informazioni di carattere generale e di contatto dell'associazione. Ciò rappresenta una grande differenza in termini di trasparenza, in quanto i consulenti di  lobbying e le imprese devono rivelare una quantità superiore di dati.Rendicontazione delle spese e dei clientiIl regolamento non comporta la regolare presentazione di rapporti di spesa.  I consulenti di lobbying devono indicare il volume annuo di vendite relative alle attività di lobbying sotto sezione A1 e le imprese devono dichiarare se i costi relativi alla lobbying superano i 100.000 € di cui alla sezione B.Archiviazione elettronica e accesso pubblico al registroIl Ministero della Giustizia Austriaco, che rappresenta l'autorità competente, fornisce ai gruppi di interesse e consulenti la registrazione on line. L’accesso al registro è pubblico per le sezioni A1, B, C e D. La sezione A2 contenente informazioni sul contratto di lobbying tra committenti e consulenti è consultabile solo dal Ministero della Giustizia. L'accesso a questa sezione è esteso ad altre parti previa autorizzazione dei dichiaranti. Tale esenzione è legittimata dal legislatore attraverso la necessità di proteggere la privacy e gli interessi economici dei clienti, che possono soffrire potenziali perdite economiche dalla diffusione di informazioni.SanzioniL'Autorità competente è rappresentata dal Ministero della Giustizia, che ha il potere di imporre sanzioni. Chi svolge attività di lobbying senza essere registrato incorre in sanzioni pecuniarie di € 20.000 o € 60.000 per reiterazione. Le sanzioni per il mancato rispetto delle regole sono di € 10.000 o € 20.000 per reiterazione. Queste si applicano anche ai committenti, che sono co-responsabili per garantire la corretta manutenzione delle informazioni registrate. Il Ministro della Giustizia ha, inoltre, il potere di cancellare i dichiaranti dal registro in caso di non conformità o comportamenti scorretti. La cancellazione preclude ai lobbisti la registrazione per tre anni. Da sottolineare che disposizioni speciali  esentano le parti sociali dall'applicazione delle sanzioni. Questa particolare disposizione riduce drasticamente il campo di applicazione della normativa in termini di responsabilità quando si tratta di attività svolte dalle parti sociali.Le revolving-doorsIl legislatore ha deciso di tenere la questione revolving-door non regolamentata. Tuttavia, la legislazione tratta l’ipotesi di cumulo di ruoli. L'articolo 8 stabilisce l'incompatibilità tra lo status di titolare di carica pubblica e lobbista professionale. La scelta del legislatore è stata guidata dalla disposizione “cash-for-law” e dalla vicenda Telekom[2], che sottolineano il conflitto di interessi tra i due ruoli. Il campo di applicazione della disposizione revolving-door è comunque limitata. Date le esenzioni previste dalla legge, questo articolo riguarda solo una categoria limitata di lobbisti. Essa non si applica ai gruppi di lobbying interni, e rappresentanti di interessi di associazioni professionali, gruppi pubblici e le parti sociali. Il cumulo di ruoli di parlamentare e rappresentante di interessi di associazioni di imprese o sindacati è molto comune in Austria. Estendere tale disposizione alle parti sociali avrebbe potuto colpire molti membri del Parlamento.Conclusioni: trasparenza e partecipazione nella regolamentazione austriacaIn sintesi, Le diverse sezioni A, B, C e D hanno evidenziato la presenza di una variazione della rigidità della normativa tra i tipi di gruppi di interesse in termini di quantità di informazione che deve essere presentata. L'indice CPI è costruito applicando un punteggio su 48 domande sulle dimensioni di cui sopra[3]. L’indice è dato da una scala che va da 1 punto (robustezza minima) a 100 (robustezza massima). In altre parole, quanto più la legge di lobbying è vicina a 100, più robusta è la legislazione. Questa procedura è stata fatta per le sezioni A, B, C e D più per le disposizioni in materia di parti sociali. Come mostra la tabella 1, la legge di lobbying Austriaca è caratterizzata da una variazione di robustezza a seconda del tipo di gruppo di interesse.[4]Secondo la classificazione, la legislazione è medio-regolata nelle sezioni A e B sulla consulenza di lobbying e attori aziendali; e basso-regolata nella sezione C (associazioni di categoria) e D (gruppi pubblici), incluse le disposizioni in materia di parti sociali. In particolare, il divario di robustezza in termini di punteggio CPI tra le sezioni C e D e le disposizioni in materia di parti sociali è particolarmente grande (17 punti), il che significa che le disposizioni in materia di parti sociali garantiscono livelli sistematicamente più bassi di trasparenza e responsabilità rispetto alle altre sezioni. Esempi simili si possono trovare negli Stati Uniti e nella regolamentazione Canadese. Punteggio CPIClassificazione perChari et al.Sezione A  -Consulenti di lobbying32Medio-regolataSezione B – Lobbisti interni di azienda30Medio-regolataSezione C – Associazioni Professionali29Basso-regolataSezione D – Gruppi Pubblici29Basso-regolataParti Sociali17Basso-regolata  A cura di Francesco Rossi, studente del Laboratorio di Teorie e Tecniche del Lobbying Istituzionale, dipartimento di Giurisprudenza, LUMSA - Roma[1] Lobbyists, Governments and Public Trust, Volume 3 Implementing the OECD Principles for Transparency and Integrity in Lobbying[2] Gli scandali hanno colpito la politica austriaca nel 2011. Questi hanno coinvolto il MEP Ernst Strasser, scoperto ad accettare tangenti in cambio di promuovere una legislazione al Parlamento europeo (cash for law).  Sono stati dichiarati colpevoli politici e lobbisti per aver intascato fondi di dubbia provenienza relativamente al business della società Telekom Austria.[3] Domande relative alla disciplina della registrazione individuale,metodi di registrazione, rivelazione spese individuali, grado di trasparenza verso il pubblico.[4] Investigating lobbying laws Austria

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