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L’inchiesta di Repubblica - Affari & Finanza sul lobbying. In Italia qualcosa si muove
Scritto il 2016-10-17 da Redazione su Italia

GRANDI STUDI LEGALI, SOCIETÀ DI COMUNICAZIONE LIBERI PROFESSIONISTI. MA SOLO IL 23 PER CENTO DELL'ATTIVITÀ SI SVOLGE ALLA LUCE DEL SOLE

Sono passati quasi tre anni da quando l'ex consigliere parlamentare, Luigi Tivelli, molto ascoltato nelle stanze del Palazzo, si vide ritirare il badge che gli consentiva di entrare liberamente a Montecitorio e a Palazzo Madama e circolare tra le commissioni. Si era vantato al telefono con uno sconosciuto interlocutore di essere riuscito a far cambiare un emendamento salvando le pensioni d'oro da uno dei numerosi e vani tentativi di contribuzione. «Ho dovuto scatenare mari e monti, è stata una battaglia durissima, quel che è successo lo potrei scrivere in un manuale come caso eccellente di azione lobbistica". Purtroppo per lui, la telefonata fu registrata dai deputati di M5S che chiesero e ottennero la sua espulsione. Al di là dell'episodio, che trasformò l'ex consigliere in un capro espiatorio messo fino troppo brutalmente alla gogna, è proprio quel tipo di pressing lobbistico che preoccupa di più oggi. Un pressing sotterraneo, esercitato per conto di soggetti che a loro volta restano nell'ombra. Il sospetto è che questa voglia di tenere nascosto ogni contatto con chi deve prendere le decisioni (parlamentari, ministri, dirigenti) sia più diffuso di quanto si pensi. Altrimenti non si spiega perché dal dopoguerra ad oggi sono state inutilmente presentate cinquanta proposte di legge per regolamentare il fenomeno-lobby. Poche discusse, nessuna approvata. E il problema si ripropone ogni volta che in Parlamento arriva un progetto che cerca di scardinare interessi consolidati. Come quelli che la nuova lenzuolata di liberalizzazioni proposta dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda sta sfidando da un anno e mezzo. Anche in questo caso i lobbisti sono entrati in gioco e qualcosa per ora hanno strappato: la legge avrebbe dovuto disciplinare la concorrenza di Uber e di Ncc ai tassisti, tutto è slittato di 12 mesi, ci penserà un decreto del governo. I notai, dal canto loro, continueranno ad essere necessari anche per la costituzione di srl semplificate. Il tentativo di esclusione è naufragato. Difficile individuare chi esercita questo tipo di pressing parlamentari. Nulla è regolamentato nell'universo lobbistico.

Eppure qualcosa adesso si muove. Dal 6 settembre scorso, i lobbisti che vogliono varcare la soglia del ministero dello Sviluppo economico per parlare con il ministro, devono iscriversi a un registro e firmare un codice di condotta. Ma in Italia non è solo il Mise a muoversi. Anche la Camera ha creato il suo registro (ancora non attivo, n.d.r.) che impone ai rappresentanti di interessi di rendere conto dei loro contatti. E il viceministro delle Infrastrutture, Riccardo Nencini, pubblica dal 2015 sul sito del ministero tutti gli incontri avuti con imprese e associazioni. Certo, se ognuno si fa il proprio registro, sarà il caos. Ecco perché serve una legge nazionale con un unico grande elenco. Tutti la vogliono a parole, ma a impedirla è una sorta di resistenza passiva da parte non solo dei lobbisti nascosti ma anche e soprattutto degli stessi parlamentari.

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Quanto sia forte questa resistenza, ci aiuta a capirlo una nuova ricerca dell'Università romana Unitelma Sapienza, curata da Pier Luigi Petrillo. Il risultato è che solo il 23% dell'attività di lobbying si svolge alla luce del sole. Il 77% è esercitato da soggetti "di cui è impossibile - dice la ricerca - ricostruire l'indentità dei lobbisti che l'anno generata se non per macrocategorie". Anzi questi signori - società di comunicazione nel 60% dei casi), grandi studi legali (30) e liberi professionisti (10) - "non gradiscono affatto parlare di rappresentanza di interessi". Fabio Bistoncini, fondatore della FB & Associati, una delle più grandi società di consulenza italiane, inorridisce davanti a una stima così negativa: "E' una colossale fesseria, la mia struttura incontra sempre gli interlocutori nelle sedi istituzionali. Questo non vuol dire che non si debba avere finalmente un registro unico al quale dovrebbero iscriversi tutti coloro che rappresentano qualche interesse, nessuno escluso, quindi anche Confindustria e sindacati. Sa perché non se ne fa nulla? Perché chi deve decidere non vuole la trasparenza del processo decisionale". Ma se è così, evidentemente quella zona d'ombra esiste ed è piuttosto ampia.

Come è ampio è il numero delle norme sulla trasparenza che vengono puntualmente disapplicate: 230 su 238. Insomma, un quadro di completa anarchia, che conferma le conclusioni dell'ultimo rapporto di Transparency International (una Ong che si propone di combattere la corruzione): in Italia prevale un sistema di "lobbying ad personam", dove i contatti più frequenti non si hanno in Parlamento ma tra i tavoli dei ristoranti romani o nella sala lounge del Fidelity Club Alitalia di Linate. "Lo so - spiega Riccardo Nencini - il fenomeno lobbista in Italia non solo è in aumento ma si è anche parcellizzato nelle richieste che ci arrivano. E le ragioni sono due: i partiti non fanno più da filtro e le associazioni di categoria sono entrate in crisi. Ora si presentano interlocutori che spesso rappresentano solo se stessi". Ma cosa dicono le associazioni di categoria? "Non sapremmo rispondere sull'attendibilità del sondaggio Unitelma - è la risposta di Confindustria - certo, possono esserci zone d'ombra, ma questo non ci riguarda, noi siamo sempre stati trasparenti al 100%. Ben venga una legge nazionale ma sia chiaro: le nuove regole vanno tarate sulla specificità dei soggetti che rappresentano interessi: un conto sono le associazioni come la nostra, un conto sono le società che fanno lobbying come lavoro".

"Una lobby che sia solo espressione di interessi corporativi - spiega l'Ania (l'associazione delle imprese assicuratrici) - alla lunga non porterà a nessun risultato. Deve invece saper coniugare gli interessi di categoria con quelli generali. Ecco perché è fondamentale la regolamentazione, anche per restituire alla corretta attività di lobby quella dignità che le è stata ingiustamente sottratta".

"La regolamentazione - dicono all'Abi, l'associazione bancaria - deve allinearsi alle esperienze consolidate di altri Paesi europei. Noi abbiamo aderito a tutte le richieste di trasparenza delle autorità europee e italiane". Allinearsi con l'Europa, tuttavia, non sarà facile.

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La ricerca universitaria ci mette in compagnia con Perù, Argentina, Messico, Cile e Polonia nella graduatoria delle nazioni che disapplicano di più le norme sulla trasparenza. Trasparenza che manca soprattutto quando sono in discussione leggi-omnibus come Finanziarie e Milleproroghe. In quei frenetici frangenti, quasi sempre notturni, spuntano improvvisamente decine di commi all'interno di un emendamento. Come nel caso, citato da Transparency International, del blitz che alla vigilia del capodanno 2008 favorì i tassisti limitando il servizio concorrente di noleggio con conducente. La cui lobby insorse e riuscì a sua volta a fare annullare la nuova norma appena due mesi dopo. O come nel caso del decreto "Salva Roma" in cui venne introdotto nel 2013 un emendamento che riduceva i fondi agli enti locali che avessero limitato il gioco d'azzardo, norma poi ritirata tra l'indignazione generale, con buona pace della relativa lobby.

"Il problema - ci dice Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato - non è tanto quello dei lobbisti quanto dei ministri e dei parlamentari che non hanno l'autonomia culturale, politica ed economica necessaria per ragionare con la propria testa. E' esattamente quello che succede anche nel rapporto tra i giornalisti e le loro fonti: chi strumentalizza chi?". "Quando ci sono passaggi delicati - aggiunge Ermete Realacci, presidente della commissione Ambiente della Camera - non voglio la presenza di soggetti dietro la porta della commissione. Quando il contatto c'è, avviene in chiaro. Vede, non dobbiamo demonizzare i lobbisti, anche perché in molti casi i loro contributi sono utili soprattutto sul piano tecnico. L'importante è poi decidere con la nostra testa e rendere esplicita la motivazione della scelta".

Ecco un obiettivo che il solo registro dei lobbisti non è in grado di garantire: dare trasparenza al processo decisionale. "La Camera - dice Riccardo Nencini - obbliga il lobbista a presentare un resoconto degli incontri avuti, io faccio il contrario, sono io a segnalare l'esito del contatto con i lobbisti". E poi c'è il problema delle "revolving doors", le porte girevoli che vedono funzionari pubblici alla fine loro incarico arruolati subito in società private, che possono così accedere a informazioni riservate. E' un problema riconosciuto dalle stesse società di lobbying: "Ci vorrebbe una pausa di almeno due anni tra un incarico e l'altro" - commenta Fabio Bistoncini - questi sono i veri problemi, non le leggende sui bivacchi di noi lobbisti nei corridoi di Montecitorio. Non è così che operiamo, ci organizziamo molto meglio".

Già, come si organizzano i lobbisti?

Prima individuano i soggetti coinvolti in un processo decisionale, poi studiano la pratica, dopo di che scatta l'aggancio e insieme al loro interlocutore decidono la forma in cui presentare le proposte. Difficile capire quanti sono. L'unico dato è quello del registro Ue: su 6 mila iscritti, quelli italiani sono circa 600. L'ultima domanda, forse quella più importante, riguarda l'esito delle attività di lobbying. Una cosa la ricerca di Unitelma ce la dice: la possibilità di influenzare un provvedimento aumenta se il pressing lobbistico viene esercitato fin dalla fase preliminare. Viene addirittura tracciata la "curva di influenza legislativa" sulla base di una sessantina di casi 2014-2016 nei settori dei trasporti, dei farmaci e delle banche. Forse i settori più ambiti dal lobbismo, sia italiano che europeo. Ma certamente non i soli se pensiamo che tra gli iscritti nel registro di Bruxelles campeggia anche il nome della federazione internazionale dell'industria pornografica.

Una normativa per regolamentare l'attività delle lobby non bisogna inventarla, esiste già in molti paesi del mondo. Gli Stati Uniti, veterani, ce l'hanno addirittura del 1946, Canada e Messico si sono aggiunti più di recente. In Europa il precursore è stata la Germania nel 1951, mentre l'Unione Europea ha affrontato la questione nel 1996. Ma non tutti i paesi l'hanno seguita, mancano all'appello, oltre l'Italia, anche Francia, Spagna, Paesi Bassi, Grecia e altri paesi balcanici, ma anche Svezia e Finlandia. In Asia l'unico paese che ha regolamentato il settore è Taiwan, in Africa nessuno, in America Latina Perù, Cile e Argentina.

«Gli incontri che vengono puntualmente registrati non riguardano solo me ma coinvolgono tutto il ministero dello Sviluppo economico, a cominciare dal viceministro e dai sottosegretari». Carlo Calenda è il responsabile di uno dei dicasteri più bersagliati dalle richieste di contatti da parte dei lobbisti. Sono passati esattamente dieci anni da quando il suo predecessore Pierluigi Bersani lanciò la prima lenzuolata di liberalizzazioni. Soprattutto farmaci, banche, assicurazioni: le categorie reagirono con un asfissiante pressing in Parlamento, fatto di emendamenti e commi che cercarono di stracciare almeno una parte di quelle lenzuola. Alcuni passarono, altri no. Adesso la storia si ripete: come allora c'è un "disegno di legge concorrenza" che fatica ad attraversare i corridoi delle Camere. Nove mesi per passare alla commissione Industria del Senato, poi da agosto tutto si è bloccato di nuovo e c'è il rischio che l'aula non riesca a vararlo prima del referendum costituzionale. Si riparla di scatole nere per l'Rcauto, di concorrenza ai tassisti da parte di Uber e Ncc, di energia elettrica, di logistica. E altro ancora.

Ministro Calenda, ci risiamo, un'altra controffensiva lobbistica anti-lenzuolate?

«No, questa volta i tempi lunghi del ddl concorrenza non sono motivati dal pressing delle lobby interessate, ma dai tempi lunghi delle procedure parlamentari. Il fatto è che ogni misura che comporta una spesa aggiuntiva deve passare in commissione Bilancio».

Non mi dirà che non ci sono interessi fortissimi in gioco.

«Non voglio dire questo, non c'è dubbio che il disegno di legge tocchi molti interessi, ma, ripeto, non è questo il motivo dello slittamento. Spero vivamente che la legge possa essere approvata prima del referendum. Con la riforma costituzionale, il ddl concorrenza sarebbe legge dal settembre scorso».

Dal 6 settembre il suo ministero pone una chiara condizione alle richieste di incontri, è così?

«L'iscrizione al Registro della Trasparenza, di per sé volontaria, diventa obbligatoria nel momento in cui società e associazioni varie chiedono di incontrare i vertici politici del ministero (io, il viceministro e i sottosegretari) e quindi di partecipare attivamente al processo decisionale che parte da qui. Al riguardo abbiamo lasciato un mese di tempo prima di far scattare tale obbligo per permettere alle imprese di informarsi e testare il sistema. Il 6 settembre siamo partiti».

Non pensa che sarebbe necessario un registro unico nazionale sia per le amministrazioni pubbliche sia per gli organi parlamentari?

Non c'è il rischio che ciascuno si faccia il proprio elenco creando ancora più caos? «Sicuramente un registro unico sarebbe più efficiente e semplificherebbe la vita sia a chi si iscrive sia a chi lo consulta. Per noi è stata una priorità da subito, perché il Mise per sua natura è la casa delle imprese. Ma vogliamo che lo sia effettivamente per le imprese, senza distinzioni o privilegi nell'accesso al processo decisionale, e soprattutto alla luce del sole. Il nostro è un progetto pilota che, d'accordo con il ministro Madia, potrà essere esteso a tutto il governo».

Chi resiste contro l'approvazione di una legge nazionale?

«Onestamente non credo che ci siano delle resistenze specifiche in tal senso, la verità è che si tratta di un cambiamento culturale che richiede un processo per step successivi, per permettere sia alle amministrazioni pubbliche sia ai privati di a un sistema sempre più aperto e trasparente».

Non servirebbe anche un resoconto degli incontri avuti con i lobbisti?

«Non credo ai processi decisionali in streaming, Gli argomenti che si trattano possono essere riservati e sensibili per l'azienda, per i lavoratori e per l'amministrazione. L'importante è sapere chi accede al ministero e che vi sia evidenza pubblica di chi si incontra con i vertici politici e amministrativi: il registro sarà infatti in prospettiva esteso anche ai direttori generali».

Anche i sindacati dovranno iscriversi al registro?

«A parte i tavoli di crisi, che esulano ovviamente da queste regole, chiunque venga da noi per rappresentare gli interessi di una certa categoria ha l'obbligo di iscrizione e di firma del codice di condotta».

Marco Ruffolo - Repubblica (Affari & Finanza)

(Giacomo Alessandrini) Lo scorso 10 ottobre è stato presentato il report annuale Agenda Anticorruzione 2017 dall’associazione Trasparency International Italia. Risultato? Italia al sessantaseiesimo posto su 176 Paesi presi in analisi e terzultima in Europa. Nel vecchio continente hanno fatto peggio di noi (o meglio, se si considera la classica al contrario, cioè partendo dal più corrotto) solamente Grecia e Bulgaria.  Ma il dato vero è che l’Italia, sotto il profilo normativo, ottiene 62/100, affondando miseramente sul lato sanzionatorio (45/100). Tuttavia, per contrastare i fenomeni di corruzione che hanno radici “storiche” in Italia, oltre ad applicare le leggi già in vigore (alzando così quel misero punteggio di 45/100), servirebbe anche colmare alcuni orror vacui normativi, per dirla con un linguaggio caro ai giuristi. Infatti, ci sono lacune che più di altre incidono pesantemente sul nostro sistema. Da un lato, la mancanza  di tutela per chi denuncia casi di corruzione (il c.d. whistleblowers), dall’altro l’assenza di una regolamentazione unitaria e organica delle attività di lobbying. Lo stesso presidente di Trasparency International Italia, Virginio Carnevali, di certo non un lobbista di professione, ha affermato che c’è la necessità di “riempire il vuoto legislativo sul whistleblowing e sul lobbying” per poi concentrare “sforzi e risorse per applicare più efficacemente le tante e buone leggi che abbiamo”. L’Italia su questi due macro tematiche è ancora lontana sia dai vicini europei che dai Paesi anglofoni, e i dati del rapporto lo confermano: 25/100 sul whistleblowing e 28/100 sul lobbying. Dello stesso avviso di Carnevali è anche il Presidente dell’ANAC Raffaele Cantone “oltre alla tutela del whistleblowing, è indispensabile una legge sulle lobby”. Sempre Trasparency International Italia ha indicato quali sono le priorità che sia il Governo che il Parlamento dovrebbero far proprie per arginare i fenomeni di corruzione nel nostro Paese, e al primo posto dell’agenda c’è la regolamentazione del lobbying. Ciò che risulterebbe importante, infine, non è solamente uno sforzo normativo da parte del potere legislativo sul tema, ma anche il formarsi di un’opinione pubblica favorevole, opinione pubblica che ancora oggi è troppo disinformata e carica di pregiudizi sull’attività di lobbying.

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In Parlamento giacciono dimenticate da diverso tempo varie proposte di legge sulle lobby. La nuova proposta di un think tank di giovani professionisti può però mettere d'accordo tutti La recente istituzione del registro dei rappresentanti di interesse della Camera dei Deputati ha riportato in auge il tema della regolamentazione dell'attività di lobby. La modifica del regolamento di Montecitorio (ricordiamolo, in questa fase solo sperimentale) che ha previsto il Registro è stata letta da più parti come una piccola ma sostanziale svolta culturale verso l'accettazione del fenomeno lobbistico. Una norma limitata, nello spazio e nei metodi, tuttavia pur sempre qualcosa di nuovo. L’obiettivo resta, comunque, una legislazione nazionale chiara ed efficace per superare interventi non coordinati da parte di singole Regioni, Ministeri o rami del Parlamento. Sono numerose le proposte di legge al riguardo, incardinate presso le Commissioni Affari Costituzionali della Camera e del Senato. Ciononostante, ancora nessuna di queste è riuscita a vedere la luce, ed è sempre più lontana la definizione di una normativa ormai necessaria per regolamentare appieno la trasparenza e la partecipazione dei gruppi di interesse. A quelle già presenti, bisogna aggiungere anche l’ultima presentata lo scorso venerdì 14 luglio presso l’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, dove si è svolto l’evento conclusivo del progetto Generazione Italia, organizzato dalla Fondazione Cultura Democratica. Si tratta di un progetto nazionale di innovazione legislativa e formazione politico-istituzionale interamente dedicato a 2000 giovani under 35, provenienti da ogni provincia italiana e selezionati in base al merito tra le oltre 4000 candidature pervenute. L’obiettivo principale del progetto è stato elaborare 25 proposte di legge nella più ampia gamma di materie possibili, dalla sicurezza all’immigrazione, dalla smart mobility al turismo e alla parità di genere. Tra le tante proposte sviluppate dai giovani partecipanti anche quella dedicata alla regolamentazione della rappresentanza di interessi particolari, presentata a ospiti istituzionali di spicco, tra i quali la Sottosegretaria Maria Elena Boschi, i capigruppo del Partito Democratico alla Camera e al Senato, Ettore Rosato e Luigi Zanda, il Vice-Presidente della Camera Roberto Giachetti e l’omologo al Parlamento europeo, David Sassoli. Presenti anche i deputati Matteo Richetti, nuovo responsabile della comunicazione del PD, Alessia Morani e Mauro Del Barba. Il testo è frutto dell’attività di co-working svolta dai partecipanti al progetto e coadiuvati da esperti del settore, tra i quali i lobbisti Antonio Iannamorelli, Direttore operativo di Reti/Quick Top, Giampiero Zurlo, fondatore e Presidente di Utopia, il Prof. Pier Luigi Petrillo, docente del corso di Teorie e Tecniche del Lobbying alla LUISS Guido Carli e l’On. Laura Puppato, del Partito Democratico. Il contenuto del ddl La proposta non si discosta di molto da quelle già presentate dalla Fondazione per Roma Capitale e Regione Lazio. Nello specifico, si punta alla regolamentazione sia della trasparenza e dell’attività di lobbying, sia della partecipazione dei gruppi di interesse alla formazione del processo decisionale: due aspetti che nelle altre proposte di legge presentate in Parlamento spesso non vengono trattati in egual misura. Vengono introdotti una serie di diritti e doveri per rappresentanti e portatori di interessi particolari e decisori pubblici, istituendo un Registro pubblico sotto l’egida dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, ponendo l’attenzione, in tal modo, sulla natura economica e istituzionale del fenomeno, liberandola dall’aura negativa legata a ipotetiche pratiche corruttive, tipiche dell’immaginario collettivo sulla materia. Quest’ultimo aspetto si rivela fondamentale, in quanto proprio i gruppi di interesse si presentano anche come importante strumento di carattere informativo per i decisori pubblici e politici, contribuendo al miglioramento della qualità del processo decisionale. É inoltre presente un regime sanzionatorio delle violazioni delle disposizioni, al fine di creare un deterrente a pratiche illegali o dannose. La Fondazione Cultura Democratica La proposta non è stata calendarizzata per la discussione in Parlamento, e si spera che ci sia un'occasione di discussione durante questa legislatura. È comunque da rilevare positivamente che le idee, il dibattito e la produzione legislativa in materia di lobbying sono in fermento positivo, a testimoniare il fatto che quasi tutti gli operatori del settore puntano alla regolamentazione del fenomeno, facendo advocacy per il perseguimento di tale obiettivo. L’aspetto più significativo di questa proposta di legge riguarda i proponenti, una fondazione composta da giovani (laureati e professionisti) che negli anni hanno costruito una reputazione positiva e creato occasioni di dialogo con esponenti istituzionali di ogni livello ed estrazione politica. Cultura Democratica è nata infatti con l’obiettivo di contribuire al percorso di riforme del Paese, un modello innovativo rispetto al panorama associazionistico attuale. Innovativo anche il format delle attività di formazione e realizzazione delle proposte: non più conferenze o classici seminari, bensì progetti di co-working (anche su piattaforme on-line) per la produzione normativa, una rivista specializzata, un network di esperti di settore per ogni materia trattata, coinvolti nella School of Government e in grado di fornire ai giovani partecipanti gli strumenti necessari a realizzare gli obiettivi prefissati.

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Sereni: Portare maggiore consapevolezza dell’attività di lobbying presso l’opinione pubblica. Morbelli: Piccolo passo, ci aspettiamo scelte più coraggiose. Comin: Ora una legge organica nazionale. Colucci: Perfezionare norme su traffico influenze. Gallotto: Lobbying professionale migliora la democrazia. Galgano: Registro utile a creare consapevolezza dell'attività per media e opinione pubblica. Dopo alcuni mesi dall’annuncio, è da ieri pubblico sul sito della Camera dei Deputati il registro dei rappresentanti di interesse a Montecitorio. Al momento conta 125 soggetti iscritti tra associazioni di categoria, imprese, società di consulenza, studi di avvocato e rappresentanti del terzo settore. C’è anche Elena Skoko, definita da Repubblica “lobbista del parto cantato”. Marina Sereni, vicepresidente della Camera, ha dichiarato al Corriere che dopo il Registro per la Trasparenza del MISE “volevamo far emergere il tema del lobbismo, anche perché il ruolo delle lobby può essere positivo quando si tratta di soggetti che operano in modo trasparente quando interloquiscono con la politica. Vogliamo portare maggiore consapevolezza non solo tra i portatori di interessi, ma anche verso l’opinione pubblica”. La Sereni si è da subito fatta collettore delle istanze di chi ha ritenuto opportuno compiere questo primo passo verso una regolamentazione interna ad una delle Camere, uno dei principali luoghi di incontro e scambio di informazioni tra portatori di interesse e decisori, soprattutto in periodi dell’anno specifici (durante la sessione di bilancio) o nell’ambito della conversione di decreti-legge, quando decisioni su norme molto tecniche devono necessariamente essere prese con il supporto degli operatori del settore e delle parti interessate. Nel corso di diversi incontri svolti nei primi mesi dell’anno presso diverse società di lobby (il primo in Open Gate Italia a febbraio, e a seguire presso le sedi di altre società come FB & Associati) e culminati con una conferenza a Montecitorio lo scorso marzo, la vicepresidente ha incoraggiato anche il Senato di dotarsi di un simile registro, una proposta a cui si è spesso associato anche il senatore Orellana, proponente del disegno di legge sulla regolamentazione nazionale del lobbying che “giace” proprio presso la commissione Affari Costituzionali di Palazzo Madama. Ricordiamo, infatti, che ogni camera può dotarsi di un registro solo modificando il proprio regolamento interno. Per Stefano Dambruoso, questore della Camera, sul Messaggero: “Si completa il percorso verso la trasparenza e la legittima attività di rappresentanza di interessi negli spazi e nei corridoi di Montecitorio. Naturalmente, fuori dal Palazzo potrà evidentemente continuare l’attività senza alcuna connessione con quanto stabilito dalle nuove norme parlamentari”. È questa una delle principali critiche mosse alla regolamentazione anche da parte del centro di ricerca Open Polis, che in un commento alla recente pubblicazione del Registro ha evidenziato come manchino elementi necessari per raggiungere la piena autorevolezza del decisore pubblico e del portatore di interessi, quali un’agenda pubblica dei decisori e l’assenza di dati incontrovertibili e imparziali. Gianluca Comin, Founder della Comin & Partners ed ex presidente di Ferpi, una delle principali associazioni dei professionisti del settore, ha affermato sempre al Messaggero: “Si tratta di un primo importante risultato, anche se mi sono sempre battuto perché si arrivasse alla formulazione di leggi organiche. E in Senato continueremo a farci accreditare dai membri di Palazzo Madama, come abbiamo sempre fatto”. Lobbying Italia ha poi raccolto in esclusiva le opinioni di altri importanti professionisti del mondo dei public affairs, rappresentanti della realtà delle società conto terzi, caratterizzata da grande competenza e dinamicità che spesso diventa per le imprese una importante leva di business. Andrea Morbelli, Head of Public Affairs di Open Gate Italia: "Qualsiasi iniziativa che garantisca maggiore trasparenza al nostro settore è benvenuta. In questo caso abbiamo riscontrato una certa farraginosità nelle procedure di iscrizione (soprattutto per le società di consulenza con un certo numero di clienti). Sono piccoli e timidi primi passi, ci aspettiamo nel futuro scelte più coraggiose: una normativa unica che impegni tutte le amministrazioni pubbliche (nazionale e locali) al rispetto della trasparenza dei processi decisionali con azioni quali l'obbligo di consultazione pubblica e di valutazione di impatto, peraltro già presenti nel nostro codice". Giusi Gallotto, CEO di Reti/Quick Top: “Il registro è un grande passo avanti, è una rivoluzione: non dobbiamo più “nasconderci”. Reti da tempo sostiene soluzioni semplici e dirette per regolare l’attività dei portatori d’interesse, tant’è che ha immediatamente apprezzato ed utilizzato il registro presso il MISE e il Ministero Funzione Pubblica. Ora serve, in generale, rafforzare modalità di accesso alle informazioni e di consultazione degli interessi privati nei processi decisionali, iniziando ad applicare le norme esistenti. I lobbisti aiutano le istituzioni a decidere meglio. Fare lobbying in modo trasparente e professionale significa fare funzionare meglio la democrazia”. Valentina Colucci, Account Director Public Affairs, SEC SpA: "E' necessario un Registro sulla Trasparenza, ma penso che debba valere oltre che per tutto il Parlamento (Camera e Senato) anche per Ministeri, Autorità, organismi istituzionali nazionali e locali. Un unico registro nazionale integrato per tutto il settore. Il rischio, altrimenti, è quello di un proliferare di registri che avrebbero meno efficacia in termini di trasparenza, sovraccaricando di vincoli burocratici gli opera nel settore al livello internazionale, nazionale e locale. Ma il tema chiave da affrontare in maniera laica e condivisa è ripensare all'art. 346-bis del codice penale che configura il "traffico di influenze". Il confine tra il reato in questione ed il lobbying lecito è ancora troppo indeterminato, e questo rischia di rendere il nostro mestiere impossibile". Giovanni Galgano, Partner e Managing Director di Public Affairs Advisors: "Il registro è utile a livello “psicologico” perché quantomeno rende chiara la necessità di una regolamentazione, seppur basica, anche ai non addetti ai lavori e ai media. Inutile e parziale se non viene seguita da una norma che regolamenti la rappresentanza di interessi anche presso il Senato e presso i dicasteri del governo. Trovo la regolamentazione di Montecitorio poco efficace soprattutto perché i lobbisti non hanno bisogno di passare la vita a Montecitorio o di accedere a qualche salone in più per esercitare una buona rappresentanza di interessi. L’idea delle “stanza dei lobbisti” è finanche anacronistica, se consideriamo i flussi informativi costanti tra politico e lobbista che oggi consentono le tecnologie e l’informatica. Da migliorare: far accedere ai lavori delle Commissioni, aumentare il numero dei pass per soggetto che si iscrive. Temo che la regolamentazione non faccia emergere realmente il "sommerso", perché lascia comunque inalterati privilegi per pochi non estendendo i legittimi diritti di rappresentanza ai professionisti seri. La corruzione non si sconfigge con un registro, ma con una politica molto più ampia e severa. Piuttosto la regolamentazione a mio avviso serve – se fatta bene – a rendere trasparenti i processi decisionali e a ingaggiare chi detiene il potere legislativo in ambiti chiari e ben delimitati. E' deleterio il fiorire di numerose regolamentazioni diverse. Bisognerebbe realizzare una normativa unica o come minimo armonica e non consentendo alle Regioni di farsi la loro piccola regolamentazione sui generis (sta accadendo). Si arriverà a una regolamentazione nazionale solo e se i lobbisti saranno capaci di rappresentare il bisogno di ciò". Ma come funziona concretamente la registrazione? E cosa comporta? Come spiega la vicepresidente Sereni, “Non soltanto i rappresentanti di interessi, ma qualsiasi cittadino può entrare alla Camera, purché abbia un appuntamento con un deputato e ci sono aree in cui si può transitare e altre off limits. Attualmente chi ha il badge può stare nel corridoio dei presidenti al piano Aula. Ma in futuro è previsto si apra una stanza dedicata ai rappresentanti di interessi, prima della discussione della prossima legge di Bilancio”. Quindi non sono previsti per gli iscritti particolari premialità, ma l’esclusiva possibilità di un accesso permanente in – per la verità, pochi e periferici – locali della Camera. Sono state segnalate invece alcune difficoltà nell’iscrizione. Innanzitutto, lungaggini burocratiche per chi ha avviato la procedura nelle scorse settimane ma non l’ha portata a buon fine per l’esclusiva via telematica. Come ha spiegato Roberto Falcone, presidente dell’associazione nazionale tributaristi Lapet, al Corriere: “Ho ritirato ieri il mio tesserino. Prima ho dovuto fare domande per via telematica, attraverso la mia identità digitale. Poi sono dovuto andare agli uffici sicurezza della Camera. Dopo l’identificazione e la foto, mi hanno creato e consegnato il badge”. Sono però segnalate alcune inefficienze e inesattezze negli obblighi burocratici e nei documenti da depositare per l’iscrizione. Per Open Polis, in totale sono state presentate 145 richieste d’iscrizione, ma gli uffici ne devono ancora completare l’esame. Ma per la prima volta, viste le buone intenzioni, qualche imprecisione la si può perdonare.

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