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Affari esteri e public affairs: sempre più lobbisti diventano ambasciatori
Scritto il 2016-10-06 da Redazione su World

(Paolo Pugliese) Il veto posto dal presidente Obama circa il Justice Against Sponsors of Terrorism Act, avviene in un momento molto delicato per la politica statunitense. E sempre più i lobbisti diventano ambasciatori di Paesi stranieri.

Gli ultimi mesi del mandato presidenziale rappresentano il momento di maggiore debolezza del comandante in capo: con una campagna elettorale in pieno svolgimento le tensioni politiche non esistano a palesarsi. In questo contesto si è sviluppata una nuova tendenza che ha riguardato la rappresentanza degli interessi non solo delle imprese straniere, ma direttamente dei governi coinvolti nella normativa.

Il JASTA espande la giurisdizione delle corti federali relativamente ad atti di terrorismo compiuti contro cittadini USA senza tener conto, come precedentemente stabilito, della designazione dello Stato in esame di “sponsor del terrorismo internazionale”. In un momento drammatico per la regione del Medio Oriente, un provvedimento di questo tipo ha subito attirato l'attenzione di Paesi come l'Arabia Saudita, sospettati di aver fornito supporto logistico agli attacchi dell'11 settembre 2001. I maggiori sponsor della proposta di legge, infatti, sono le associazioni delle famiglie delle vittime e dei danneggiati, che hanno intentato finora con scarso successo un'azione civile contro Riyadh per il risarcimento dei danni subiti, indicando lo stato saudita come facilitatore dell'azione terroristica. Queste accuse d'altro canto sono sempre state respinte come del tutto infondate, ma la congiuntura geopolitica nell'area mediorientale è al momento estremamente complessa e le tensioni nella regione producono effetti in tutto il mondo.

In questo quadro di debolezza dell'azione internazionale USA e di sfiducia degli interessati in una risoluzione diplomatica della vicenda, l'azione di lobby può trovare nuovi spazi, andando ad incidere anche sulla scena internazionale. Il caso del JASTA esemplifica in maniera cristallina questo momento di passaggio: se infatti fino a qualche anno fa sarebbero state le ambasciate dei rispettivi Paesi ad organizzare incontri e discussioni informali con i principali decisori pubblici e policymaker nella fase di confronto precedente alla proposta di legge, adesso questo ruolo di ottimizzazione e fluidificazione del processo legislativo viene affidato a esperti del settore. Ex deputati e leader parlamentari che nel loro periodo trascorso in Campidoglio hanno creato una rete di rapporti personali e notevoli competenze, potendo così svolgere un fondamentale ruolo di mediazione.

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LOBBISTI O AMBASCIATORI?

Come riporta Politico[1] sulla base dei pubblici registri del Dipartimento di Giustizia, l'11% degli ex membri del Congresso dal 1990 ad oggi ha svolto attività di lobby o di rappresentanza di interessi per Stati esteri o imprese non residenti negli Stati Uniti. La profonda frammentazione degli interessi in atto ormai da anni impedisce alle forze politiche tradizionali una loro efficace sintesi normativa, portando da un lato alla profonda crisi di consenso e di credibilità dei partiti che hanno governato entrambe le sponde dell'Atlantico negli ultimi settant'anni e dall'altro all'emergere di gruppi di interesse finora scarsamente rappresentati ma con istanze forti, sentite e la cui analisi non può più essere prorogata.

In questo contesto socio-economico, l'ascesa dei gruppi di pressione come interlocutore principe delle politiche economiche e industriali dei singoli stati è un dato già ampiamente analizzato, mentre il vero principio rivoluzionario è l'influenza che suddetti gruppi possono esercitare sulle complesse decisioni geopolitiche. La possibilità per i decisori pubblici di interfacciarsi con gli stakeholder di riferimento anche nell'esame delle sfide internazionali rappresenta sicuramente un passo avanti per la trasparenza dell'intero settore, seppur non mancano esempi di segno contrario, a dire il vero più legati a motivazioni politiche che di merito.

Emblematico è il caso del TTIP: gli incontri, arrivati al quindicesimo round di negoziazione, vedono il lavoro congiunto di lobbisti americani ed europei con l'intento di armonizzare quanto più possibile standard e regolamenti in fatto di commercio e attività industriale. D'altro canto lo spettro del faccendiere che lavora nell'ombra senza curarsi delle tematiche sociali ed ambientali è stato più volte sventolato come motivo di sdegno nei confronti del trattato da parte dei suoi oppositori, quando invece la trasparenza è e deve essere il cardine dell'attività di rappresentanza degli interessi. L'accordo sembra collassare più sotto il peso dello stigma sociale purtroppo ancora presente nei confronti dell'attività di lobbying che per i propri meriti e demeriti.

La lezione tedesca ed europea può davvero risultare istruttiva in quest'ambito: più lobby come sinonimo di più democrazia, nel solco della tesi per cui una massima chiarezza relativa a compensi, incontri e relazioni facilita l'azione di rappresentanza dei gruppi con risorse inferiori ed invita i cittadini ad informarsi circa le attività svolte dai propri rappresentanti, sebbene sia evidente come la tempestività e la competenza siano caratteristiche imprescindibili per chi si affaccia al mondo della rappresentanza di interessi. Nel nostro Paese il MISE ha lanciato all'inizio dello scorso mese di settembre un registro sullo schema di quello europeo, primo passo per una completa regolamentazione, se è vero che la fattispecie di traffico di influenze illecite introdotta nel codice penale nel 2012 disciplina esclusivamente il momento patologico e corruttivo dell'attività.

Secondo l’opinione di molti, questa previsione normativa evidenzia un problema “culturale” prima ancora che giuridico o sociale: la stessa parola “lobby” non viene mai citata nelle proposte di legge discusse dal Parlamento in questi anni, segno di un mindset tendente ad esacerbare i lati oscuri di una professione che invece, al di là di considerazioni pur meritorie sulla qualità delle norme, vuole fare della trasparenza la propria bandiera.

[1] http://www.politico.com/story/2016/10/congress-foreign-lobbying-228982

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