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Lobby & Poltrone - Amazon, Spicciariello a capo delle relazioni istituzionali
Scritto il 2016-04-13 da lobbyingitalia su Lobby & Poltrone

Amazon Italia ha nominato nel ruolo di Senior Public Policy Manager Franco Spicciariello, che va quindi a guidare le relazioni istituzionali centrali e locali del gigante dell’e-commerce e non solo.

Amazon, dalla scorsa estate il maggior retailer al mondo, è una presenza importante nel mercato italiano, anche a seguito dei notevoli investimenti che hanno portato allo sviluppo dei propri Centri di Distribuzione a Castel San Giovanni nel novembre 2011, il proprio Customer Service a Cagliari nel 2013, oltre ad essere presente con i propri uffici anche a Milano dall’ottobre 2012, con un totale di oltre 700 persone in tutta Italia. Una presenza sempre più diffusa quindi, che ha portato l’azienda americana, fondata da Jeff Bezos nel 1995, ad ingaggiare il suo primo responsabile per i rapporti istituzionali in Italia.

Spicciariello, manager classe 1972, si è laureato in Giurisprudenza e in Scienze della Comunicazione presso l’università LUMSA di Roma – dove oggi è docente di “Teorie e tecniche del lobbying istituzionale” alla facoltà di Giurisprudenza - specializzandosi poi presso Harvard e University of Massachusetts di Boston, e iniziando lì la propria carriera quale assistente parlamentare presso la State House del Massachusetts.

Tornato in Italia, ha seguito le relazioni istituzionali di Confcooperative, a riporto del Segretario Generale, per poi andare ad occupare il ruolo di Head of Lobbying della società di consulenza di public affairs Reti Spa. Successivamente è stato ingaggiato da Microsoft Italia nel ruolo di Government Affairs Manager, posizione nella quale ha seguito le relazioni istituzionali locali e supportato il business verso il Public Sector.

Nel 2008 fonda Open Gate Italia - di cui ora lascia il CdA - con altri due soci: l’ex capo delle strategie di Wind, Laura Rovizzi, e all’ex direttore della comunicazione di Sky, Tullio Camiglieri. Prima società italiana focalizzata sull’integrazione fra public & regulatory affairs e comunicazione strategica, la portano in pochi anni sul podio delle società di lobbying italiane, anche grazie ad alleanze internazionali con gruppi quali Grayling e Instinctif. In OGI Spicciariello ha seguito principalmente le practices ICT, sistema delle accise, food e sports business, con focus sulle attività di public affairs, PR e digital lobbying.  

 

Tratto dal n. 4 di Innovazione&Riforme, la rivista scientifica del think tank Cultura Democratica. A cura di Giacomo Pistelli In base a recenti studi, sono oggi 23 i Paesi al mondo dotati di leggi che regolamentano in modo organico il fenomeno lobbistico[1]. Tra questi, 11 appartengono all’Unione Europea. L’Italia non rientra in tale lista. Obiettivo di questo lavoro è quello di proporre un’analisi degli strumenti normativi introdotti negli Stati Uniti d’America per disciplinare l’attività di lobbying, instaurando peraltro un paragone con il panorama italiano in modo da evidenziare le lacune che tuttora affliggono in questo ambito il nostro sistema legislativo. La scelta del modello statunitense è da attribuirsi al fatto che non solo tale democrazia può a buon diritto fregiarsi a livello mondiale del titolo di patria del fenomeno lobbistico, ma rappresenta al contempo uno degli esempi più efficaci di normazione della materia. VV., Lobby. La rappresentanza di interessi, in Paper No. 2014-13, Università Commerciale Luigi Bocconi, 2014 La legislazione statunitense sulla rappresentanza di interessi particolari E’ interessante evidenziare subito come l’attività di lobbying sia a tal punto connaturata alla forma di governo statunitense e parte integrante del suo sistema socio-politico da essere espressamente tutelata dalla Costituzione stessa di questo paese[2]. Il Primo Emendamento al testo costituzionale del 1787 parla, non a caso, di un “right to petition to the Government”, concetto non traducibile letteralmente, che potremmo comunque riassumere nella perifrasi “diritto di poter influenzare il decisore pubblico”[3]. Prima di proseguire nella trattazione, occorre a questo punto compiere un necessario passo indietro, al fine di chiarire cosa si intenda esattamente con il termine “lobbying”. Il vocabolo inglese “lobby” ha origini molto antiche. Deriva dalla parola latino-medievale “laubia”[4], utilizzata per la prima volta intorno alla metà del 1500, prevalentemente in ambienti monastici. La traduzione letterale in lingua italiana è “loggia” o “vestibolo” e fa riferimento ad un luogo coperto al di sotto del quale è possibile camminare e dialogare.  Nel linguaggio politico-istituzionale, invece, il termine “lobby” fa la sua prima apparizione alla House of Commons di Londra, dove viene utilizzato per intendere la grande sala d’ingresso dell’edificio, luogo aperto al pubblico e sede di confronto e discussione tra parlamentari e soggetti portatori di interessi di vario genere. E’ tuttavia negli Stati Uniti d’America, a partire dai primi anni del 1800, che il termine assume il significato attuale. In particolare, nel 1832, l’appellativo di “lobby-agents” venne attribuito a tutti coloro che cercavano di esercitare attività di pressione nei confronti dei membri del Congresso di Albany, in quell’epoca capitale dello Stato di New York. Una versione alternativa[5], probabilmente più romanzata che reale, vuole che il vocabolo divenne noto all’interno del linguaggio dei media e di uso comune durante il mandato dell’amministrazione Grant, Presidente degli Stati Uniti tra il 1869 ed il 1877. Egli soggiornava spesso nel celebre Willard Hotel di Washington, strategicamente situato in prossimità della Casa Bianca e del Congresso. Proprio nella “hall” o “lobby” di questo albergo era solito concedere udienze a portatori di interessi particolari, che in virtù di tale motivo presero ad essere chiamati “lobbisti”. “Fare lobbying”, pertanto, sta ad indicare l’insieme delle attività e delle strategie messe in atto da parte di un gruppo d’interesse o gruppo di pressione al fine di influenzare il decisore pubblico per trarne un vantaggio, di carattere non necessariamente economico[6]. Come opportunamente sottolineato da Giuseppe Mazzei, presidente de Il Chiostro[7], “la dinamica degli interessi particolari che cercano di influire sulle decisioni pubbliche” - al fine di vedere le proprie istanze tutelate - “è una realtà esistita in tutte le epoche e in tutti i regimi” e “trova la sua espressione più coerente nelle democrazie pluralistiche”. E’ dunque soltanto l’assenza di un’opportuna regolamentazione del fenomeno in Italia - prosegue Mazzei - unita alla carente trasparenza che ne deriva, ad aver trasformato il termine “lobby” da “pilastro della democrazia” a “parolaccia” sinonimo di opacità e, talvolta, di corruzione[8]. Proprio per garantire opportuni livelli di trasparenza all’interno dei processi decisionali e fornire all’attività lobbistica la legittimità che le compete, il Congresso degli Stati Uniti approvò già nel 1946 una prima legge organica della materia, il “Federal Regulation of Lobbying Act”. Il testo in questione prevedeva che chiunque “individualmente, o attraverso un loro agente o impiegato o altre persone di qualunque tipo, direttamente o indirettamente sollecita, raccoglie o riceve denaro o altre cose di valore da usare principalmente per aiutare, o il cui fine principale è di aiutare l’approvazione o la bocciatura di qualsiasi legge da parte del Congresso degli Stati Uniti”[9] dovesse registrarsi in uno specifico Albo e fornire, sotto giuramento, determinate informazioni al Segretario del Senato e a quello della Camera dei Rappresentanti. I lobbisti dovevano, in particolare, esplicitare chi fosse il loro datore di lavoro, quali fossero gli interessi che andavano a tutelare, quale la loro remunerazione per i servizi forniti e quale, infine, l’ammontare di denaro speso nello svolgimento del proprio lavoro. Erano inoltre tenuti a redigere un rapporto quadrimestrale con informazioni dettagliate in merito alle loro attività. Tutte queste dichiarazioni venivano poi raccolte nel “Congressional Record”, il Registro del Congresso[10], al fine di individuare eventuali omissioni o trasgressioni del regolamento, per le quali erano previste sanzioni che potevano giungere, nei casi più gravi, perfino alla carcerazione. Sebbene tale legge rappresenti un passo in avanti di assoluta rilevanza nella regolamentazione del fenomeno lobbistico, l’assenza di una chiara definizione di chi fosse effettivamente chiamato ad iscriversi all’Albo, così come la mancanza di un organismo volto a controllare la veridicità delle informazioni contenute nel Registro del Congresso, inficiarono considerevolmente la concreta efficacia della suddetta norma. Prima di vedere emanata una normativa che tentasse di colmare le lacune appena evidenziate, si dovette attendere sino al 1995, anno in cui il Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton introdusse il “Lobbying Disclosure Act”, norma ancora in vigore sebbene sia stata oggetto di successive modifiche, apportate in particolare dal Presidente Barack Obama a partire dal 2009. Il testo in questione ha il merito di tratteggiare con maggior precisione la figura del lobbista, da considerarsi ora come ogni individuo “impiegato o stipendiato tramite compensi finanziari o non per servizi che includano più di un contatto lobbistico”[11], laddove per “contatto lobbistico” si intende “ogni comunicazione orale o scritta, comprese le comunicazioni elettroniche, comunque indirizzate a un pubblico ufficiale appartenente a un ufficio esecutivo o legislativo, svolta per conto di un cliente, e riguardante la formulazione, la modifica, l’adozione di leggi federali; la formulazione, la modifica, l’adozione di una norma federale, di un regolamento, di un Executive Order ministeriale, o di un qualsiasi altro programma, o qualsiasi presa di posizione del Governo degli Stati Uniti; l’amministrazione e/o l’esecuzione di un programma federale (compresa la negoziazione, la sovvenzione, la stipula e l’amministrazione di un contratto federale, di un prestito, di un permesso, di una licenza); la nomina o la conferma di una persona a un incarico soggetto al parere o alla ratifica del Senato Federale”[12]. Ad essere esclusi dalle disposizioni contenute nel testo normativo erano invece tutti quei soggetti per i quali l’attività di lobbying costituiva meno del 20% del totale di ore lavorative dedicate a un singolo cliente per un periodo complessivo di 6 mesi[13]. Nel 2007, a seguito del celebre “scandalo Abramoff”[14], l’amministrazione dell’allora Presidente George W. Bush decise di introdurre norme più stringenti in materia tramite l’“Honest Leadership and Open Government Act”. La peculiarità del testo risiede nel fatto che non solo dispose controlli più severi nei riguardi dei lobbisti, i quali da allora furono obbligati a presentare rapporto in merito alle proprie attività con cadenza trimestrale, ma inserì anche precise disposizioni riguardo gli stessi decisori pubblici. Fu infatti previsto che tutti i membri del Congresso dovessero dichiarare il totale dei contributi elettorali ricevuti singolarmente sia da privati che da aziende, “anche se spalmati tra finanziamenti diretti al politico, a fondazioni sue amiche, alla sezione locale del suo partito e simili”[15]. Venne inoltre disposto per i medesimi il divieto assoluto di accettare regali di qualsivoglia genere da parte di lobbisti o società che avessero tra i propri dipendenti personale iscritto al succitato Registro[16]. Inoltre, particolarmente significative furono le disposizioni inserite per arginare il complesso fenomeno del “revolving door”, ossia il passaggio dalla carriera politica a quella lobbistica e viceversa, con la creazione di evidenti conflitti d’interesse. Si stabilì pertanto il divieto per i membri del Congresso d’intraprendere la professione lobbistica prima del decorrere di 2 anni dal termine del proprio mandato. Il divieto venne esteso anche ai collaboratori e componenti dello staff dei rappresentanti politici, con vincolo ridotto in quest’ultimo caso ad 1 anno[17]. Come in parte già ricordato, con l’avvento di Barack Obama alla Casa Bianca nel 2008, nuovi provvedimenti sono stati approvati per una più efficace regolamentazione dell’attività di lobbying, primo fra tutti l’“Ethics Committments by Executive Branch Personnel”. Quest’ultimo incentra la propria azione riformatrice non tanto sulle lobbies, quanto piuttosto sui decisori pubblici, i quali, più di altri, risultano destinatari di attività di pressione. L’Ordine Esecutivo oggetto della presente riflessione[18], prevede al suo interno la predisposizione di un “Ethics Pledge”, un vero e proprio documento di natura contrattuale che ogni dipendente assunto o politico nominato in qualsiasi ente governativo è chiamato a firmare. In base ad esso, i sopracitati soggetti hanno l’obbligo di compilare - a seguito di ogni contatto avvenuto con un lobbista registrato all’Albo - il “Disclosure of Lobbying Activities”, testo in cui devono essere esplicitate l’identità della persona incontrata e la finalità della conversazione avuta. L’insieme di questi dati viene in seguito raccolto dall’“Office of Government Ethics” (OGE), che li utilizza allo scopo di redigere annualmente un resoconto consultabile su internet, rendendo in tal modo possibile un monitoraggio costante dell’attività di lobbying nei confronti del Governo e garantire una maggiore trasparenza nei confronti dei cittadini. Norme verso i portatori d’interessi particolari e norme verso i decisori pubblici rappresentano tuttavia soltanto 2 dei 3 pilastri su cui si basa un’efficace regolamentazione dell’attività di lobbying[19].  Le disposizioni finora elencate risulterebbero infatti vane senza il contraltare di una normativa che disciplini accuratamente il finanziamento alla politica e a tutti i candidati a cariche pubbliche. E’ proprio in quest’ottica che nel 1971 negli Stati Uniti venne redatto il “Federal Election Campaign Act” (FECA), legge ancora in vigore, la quale attibuisce ad ogni cittadino o associazione la facoltà di costituire “Political Action Committees” (PACs), comitati volti alla raccolta fondi per il finanziamento di candidati disposti a tutelare uno specifico interesse. Si tratta delle “cassaforti elettorali dei gruppi di pressione”[20], grazie alle quali questi ultimi sono in grado di arrivare ad influenzare gli stessi programmi politici dei partiti. Tutto ciò avviene nella massima trasparenza grazie al ruolo esercitato dalla “Federal Election Commission” (FEC), agenzia dotata di carattere indipendente, il cui compito è di vigilare sull’effettivo rispetto delle norme in materia e di pubblicare online tutti i dati relativi ad ogni singolo PAC. Tramite uno specifico sito internet[21], il cittadino è messo così nelle condizioni di sapere da quali gruppi di pressione ciascun candidato abbia ricevuto finanziamento (e per quale ammontare), acquisendo di conseguenza coscienza degli interessi che questi andrà a tutelare nel corso del suo eventuale mandato. L’assoluta trasparenza del procedimento favorisce, pertanto, una maggiore consapevolezza nell’espressione del voto alle urne. Il contesto italiano Una volta esplicata la disciplina normativa vigente negli Stati Uniti d’America, é opportuno rivolgere l’attenzione sull’analisi della legislazione italiana in materia di rappresentanza degli interessi particolari, al fine di fornire maggiori elementi di ricerca alla comparazione che si vuole illustrare. In Italia la situazione è notevolmente diversa, in considerazione di una legge sul finanziamento dei privati ai partiti non altrettanto incisiva e della totale assenza di una legge organica che a livello nazionale regolamenti l’attività di lobbying. Per quel che riguarda la legislazione italiana in materia di finanziamento della politica, nell’impossibilità in questa sede di darne un’esaustiva trattazione, vengono proposte soltanto alcune specifiche riflessioni. La recente legge n. 13/2014, avente ad oggetto “Abolizione del finanziamento pubblico diretto, disposizioni per la trasparenza e la democraticità dei partiti e disciplina della contribuzione volontaria e della contribuzione indiretta in loro favore”, introduce 3 disposizioni di particolare rilievo attinenti il finanziamento da parte di soggetti privati ai partiti politici. Innanzitutto, non viene previsto obbligo di pubblicità per donazioni inferiori ai 5.000 euro annui, cifra piuttosto elevata se considerato che in altri paesi “è necessario documentare qualsiasi contributo elettorale che superi i 50 dollari in USA, o le 50 sterline in Gran Bretagna o i 50 euro in Francia, Austria e Germania”[22]. In secondo luogo, si dispone un “tetto massimo” per le elargizioni da parte di singoli privati, che non potranno essere superiori ai 100.000 euro annui. Tale vincolo può essere tuttavia “superato, poiché nessun tetto è posto alle elargizioni verso singoli membri di Governo o Parlamento; nonché moltiplicato indefinitamente, costituendo una serie di società donanti o avvalendosi di fondazioni, alle quali non è imposta alcuna rendicontazione pubblica dei finanziamenti”[23]. Per ciò che concerne, infine, le donazioni comprese tra i 5.000 ed i 100.000 euro annui, è stato previsto che, per ragioni di privacy, queste vengano rese pubbliche soltanto in caso di consenso da parte del finanziatore stesso. Questo non significa, come opportunamente chiarito dal Garante per la Privacy Antonello Soro, che “in assenza di consenso il dato sull’erogazione del contributo sia ‘segreto’ e che quindi non vi possano essere controlli sulle fonti di finanziamento”[24]. Ne consegue, tuttavia, una carente consapevolezza da parte dei cittadini, impossibilitati a sapere in che misura aziende e soggetti privati finanzino partiti e candidati politici. In considerazione del fatto che, proprio in base a quanto stabilito dalla legge n. 13/2014, a partire dal 2017 si verrà a decretare una considerevole riduzione del finanziamento pubblico ai partiti, con conseguente incremento della rilevanza della componente privata, i limiti della normativa in questione appaiono ancor più evidenti. Spostando invece la nostra attenzione sulla regolamentazione dell’attività di lobbying in Italia, occorre innanzitutto constatare che, a fronte di 59 disegni di legge presentati in materia[25], a cui vanno aggiunti 11 proposte di legge attinenti le pubbliche relazioni, l’ordinamento italiano non dispone di alcuna legge organica disciplinante il fenomeno. I tentativi di superare tale impasse hanno seguito nel nostro paese 3 prevalenti direttrici: introduzione di norme a livello regionale, approvazione di modifiche al Regolamento delle Camere, applicazione di “Registri per la trasparenza” da parte dei singoli Ministeri. In assenza di una legge di carattere nazionale, sono stati innanzitutto gli enti regionali a tentare di fornire opportuna regolamentazione alla materia. Toscana, Sicilia, Molise, Abruzzo, Calabria e, in ultimo, Lombardia hanno infatti introdotto norme simili per la disciplina dell’attività di rappresentanza di interessi particolari nei confronti delle istituzioni locali. Nonostante si tratti di leggi approvate in via definitiva, nessuna di queste trova sostanziale e concreta applicazione. Non differente esito ha avuto, per il momento, la modifica al Regolamento della Camera dei Deputati approvata dalla Giunta per il Regolamento il 26 aprile 2016[26]. Il testo del provvedimento inerente la “Regolamentazione dell’attività di rappresentanza di interessi nelle sedi della Camera dei Deputati”, prevede in particolare l’istituzione di un Registro presso l’Ufficio di Presidenza della Camera ove sono chiamati ad iscriversi quanti svolgano attività di rappresentanza di interessi nei confronti dei Deputati presso le sedi della Camera stessa. Gli iscritti al Registro dovranno inoltre redigere un resoconto annuale comprensivo degli incontri avuti, degli obiettivi conseguiti e dei soggetti interessati. Sebbene tale iniziativa possa rappresentare senza dubbio un significativo progresso nella disciplina del settore, occorre tuttavia sottolineare come, trattandosi esclusivamente di un regolamento interno della Camera dei Deputati, questo non sia in grado di garantire la trasparenza di tutti quegli incontri tra Deputati e portatori d’interessi svolti al di fuori delle stanze di Montecitorio[27]. A tale criticità si aggiunge la circostanza per cui, sebbene approvato all’incirca 6 mesi fa, il Registro non è ancora operativo in quanto l’Ufficio di Presidenza della Camera non si è ancora riunito per definire “le ulteriori disposizioni relative all’iscrizione e alla tenuta del registro nonché alle modalità di accesso alla Camera dei Deputati dei soggetti iscritti nel registro e all’eventuale individuazione di locali e attrezzature per favorire l’esplicazione della loro attività”[28]. Il provvedimento dunque, similmente alle succitate norme regionali, risulta ad oggi inattuato. A essere invece attivo, e online dal 6 settembre di quest’anno, è il “Registro Trasparenza”, strumento voluto dal Ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, per garantire “maggiori informazioni sui processi decisionali e sui soggetti portatori di interessi interlocutori del Ministero”[29]. Tale Registro, ispirato a quello già in uso presso le istituzioni europee e all’“Elenco dei lobbisti” sperimentato dal Ministero per le Politiche Agricole e Forestali nel 2012[30], si prefigge lo scopo di rendere pubbliche e accessibili online informazioni dettagliate in merito agli interessi perorati presso il MISE, da chi vengono sostenuti e tramite quali dotazioni finanziarie. L’obbligo d’iscrizione per quanti intendano incontrare Ministro, Viceministri e Sottosegretari all’interno del dicastero di Via Veneto scatterà a partire dal 6 ottobre, data in cui scadranno i 30 giorni previsti per provvedere alla registrazione. Tra società di consulenza, imprese ed associazioni di categoria, organizzazioni non governative, centri di studio, istituti accademici ed altri, ad oggi risultano iscritti 106 soggetti portatori di specifici interessi[31]. Di nuovo ci troviamo senza dubbio di fronte ad un’iniziativa più che lodevole, sintomo di una sempre maggiore sensibilità verso la necessaria regolamentazione del fenomeno ma che, se confrontata con il modello statunitense, rivela ancora evidenti lacune. In primo luogo sotto il profilo “geografico”, dato che non viene previsto alcun obbligo di rendicontazione per tutti quegli incontri tenuti al di fuori della sede del Ministero, e in secondo luogo per quanto riguarda il ristretto numero di decisori pubblici coinvolti, in considerazione del più che rilevante ruolo svolto invece da figure che spaziano dal Capo di Gabinetto ai responsabili delle varie Direzioni Generali, fino allo staff che coadiuva il Ministro nelle sue attività quotidiane.   Quanto finora illustrato ci consente quindi di affermare che, se gli Stati Uniti possono essere presi quale virtuoso modello di regolamentazione del fenomeno lobbistico, l’Italia presenta tuttora un preoccupante vulnus legislativo in materia. E’ bene tuttavia sottolineare come l’efficacia delle norme introdotte nel Paese americano risieda non tanto nella severità delle disposizioni applicate, quanto piuttosto nel corretto bilanciamento tra gli obblighi ed i diritti riconosciuti ai membri di tale categoria professionale. Non a caso il Professor Petrillo, Docente di Teoria e Tecniche del Lobbying presso la LUISS Guido Carli di Roma, inserisce gli Stati Uniti all’interno di quei Paesi che hanno adottato il c.d. modello partecipazione[32] per la disciplina dell’attività di lobbying. Infatti, le lobbies statunitensi, oltre ad un vincolo all’assoluta trasparenza rispetto alle proprie attività, godono di un vero e proprio diritto di partecipazione al processo decisionale[33]. Ciò deriva dal fatto che viene loro unanimemente riconosciuto il merito di arricchire il procedimento legislativo, fornendo autorevoli pareri e differenti punti di vista. Non c’è da sorprendersi allora se lo stesso John F. Kennedy riferendosi ai lobbisti fosse solito dire: “Sono dei gran tecnici, capaci di spiegarti problemi complessi e difficili in modo chiaro, comprensibile e rapido”[34]. Una definizione, questa, certamente contrastante con la vulgata tradizionale e che meglio ci aiuta a comprendere il reale ruolo da essi svolto all’interno del contesto socio-politico. E’ attraverso norme poste a garanzia di una maggiore trasparenza ed una maggiore equità nell’accesso al decisore pubblico che si potrà infatti fornire il giusto riconoscimento ad una professione non soltanto legittima, ma sale di ogni democrazia.   Fonti: [1] Spicciariello F., Norme sul lobbying: l’Europa avanza, l’Italia è immobile, in Formiche.net, 29/01/2014 [2] De Caria R., Lobbying e finanziamento elettorale negli Stati Uniti al tempo di Obama, in Palici di Suni E. (a cura di), La presidenza Obama nel sistema costituzionale statunitense: novità e riconferme, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2010 [3] Petrillo P., Democrazie sotto pressione, Giuffrè Editore, 2011 [4] Petrillo P., Democrazie sotto pressione, op. cit. [5] Bistoncini F., Vent’anni da sporco lobbista, Guerini e Associati, 2011 [6] Petrillo P., Democrazie sotto pressione, op. cit. [7] Associazione impegnata nel promuovere la cultura, la pratica e la regolamentazione della trasparenza nella rappresentanza degli interessi. [8] G. Mazzei, Premessa in AA. VV., Lobby. La rappresentanza di interessi, in Paper No. 2014-13, Università Commerciale Luigi Bocconi, 2014 [9] Federal Regulation of Lobbying Act of 1946, in Lobby: il Parlamento invisibile di Franco M., Edizioni del Sole 24 Ore, 1988 [10] Franco M., Lobby: il Parlamento invisibile, op. cit. [11] Art. 3, n. 10, Lobbying Disclosure Act 1995 [12] Zagarella A., Come si regola la pressione nel mondo, in AA. VV. Lobby. La rappresentanza degli interessi, op. cit. [13] Art. 3, n. 10, Lobbying Disclosure Act 1995 [14] Caso di corruzione in cui vennero coinvolti Tom Delay, ex Capogruppo repubblicano, ed una ventina di membri del Congresso tra cui il Deputato repubblicano Robert Ney, Presidente della Commissione Finanziaria. [15] Zanetto P., Washington fa la nuova legge sul lobbying, Bruxelles cerca di fare un registro, ne Il Foglio, 30/08/2007 [16] Sec. 541-546, Subtitle D, Honest Leadership and Open Government Act 2007 [17] Sec. 531-535, Subtitle C, Honest Leadership and Open Government Act 2007 [18] Executive Order 13490, Ethics Committments By Executive Branch Personnel, 21/01/2009 [19] Cfr. P. Petrillo, Democrazie sotto pressione, op. cit. [20] Franco M., Lobby: il Parlamento invisibile, op. cit. p. 171 [21] www.fec.gov [22] Petrillo P., “Soldi privati ai partiti. La legge è un colabrodo”, in Avvenire, 12/09/2014 [23] Azzolini V., Finanziamento ai partiti: trasparenza è credibilità, ne Il Fatto Quotidiano, 15/10/2015 [24] Soro A., in risposta a Tecce C., Soldi ai partiti, dichiarare il nome dei finanziatori non è più obbligatorio. In nome della privacy, ne Il Fatto Quotidiano, 14/02/2016 [25] Petrillo P., Sulle lobby più trasparenza per i decisori: parla il Prof. Petrillo, in Lobbyingitalia.com, 21/07/2016 [26] Servizio Studi Camera dei Deputati, La disciplina dell’attività di lobbying, Dossier n. 235, 18/05/2016 [27] Cfr. http://www.fbassociati.it/fblab/scheda-lobby.pdf [28] Napoli F., Camera, ancora niente registro delle lobby. Al massimo entro fine anno, in Public Policy, 24/08/2016 [29] http://www.mise.gov.it/index.php/it/per-i-media/comunicati-stampa/2035133-il-ministro-calenda-lancia-il-registro-trasparenza-l-attivita-del-mise-sempre-piu-vicina-ai-cittadini [30] https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/5791 [31] http://registrotrasparenza.mise.gov.it [32] Petrillo P., Democrazie sotto pressione, op. cit. [33] Ibidem [34] Franco M., Lobby: il Parlamento invisibile, op. cit.  

Imprese - Lobbyingitalia

Analisi Lobbying Italia: il mercato italiano del lobbying è in decisa crescita rispetto al 2014. Oltre 20 milioni di euro di fatturato per le principali società di consulenza. Con sempre maggiore specializzazione e professionalizzazione del settore La lobby sta diventando uno strumento fondamentale per le aziende, del resto basta guardare il recente studio di James Bessen, economista alla Boston University School of Law, che mostra come proprio il lobbying sia il principale fattore di crescita quasi alla pari del capitale, a un livello almeno quattro volte superiore a quello della Ricerca e Sviluppo. Anche in Italia, con un trend sempre crescente, il mercato delle società di consulenza o società di lobby continua a crescere, e lo fa a ritmi maggiori di quelli visti nel 2014. Secondo un'analisi condotta da Lobbying Italia, sono circa 20 i milioni investiti da aziende, associazioni, amministrazioni e altre organizzazioni per avvalersi delle conoscenze tecniche, della consulenza strategica e dell’attività di monitoraggio da parte delle società dei professionisti del settore. Che dal canto loro migliorano dal punto di vista del fatturato, puntando anche ad investire sempre più su risorse umane e strumenti tecnologici (si pensi al recente impegno sui Big Data di Cattaneo&Zanetto con Policy Brain). La classifica comprende 15 società che si occupano prevalentemente (secondo le informazioni disponibili a LobbyingItalia) dell’attività di lobbying e public affairs. Sono state ricomprese nell’analisi, ma inserite in una classifica a parte, anche alcune società che si occupano prevalentemente di comunicazione istituzionale e PR, ma che investono risorse e professionalità nell’attività di lobbying. Un dato su tutti: il settore registra una crescita generale, e solo 5 società tra le 15 analizzate registrano un calo (minimo) rispetto al fatturato dell’anno precedente. Ecco la classifica aggiornata con i bilanci del 2015:   Cattaneo Zanetto, FB & Associati e Open Gate sul podio In testa per distacco c'è anche quest'anno Cattaneo&Zanetto di Alberto Cattaneo, Paolo Zanetto e Claudia Pomposo, focus totale sul lobbying in Italia e anche a Bruxelles, eventi a porte chiuse ai massimi livelli e un fatturato di circa 4,5 milioni di euro (+600k rispetto al 2014). Tra i principali clienti le grandi piattaforme della sharing economy e della new economy (AirBnb, Uber) e aziende tech (Vodafone, IBM, Cisco), ma anche Pirelli, Unilever, Federmanager. Come lo scorso anno, al secondo posto la FB & Associati di Fabio Bistoncini (e dei suoi giovani ed esperti partner), con un fatturato con un più arrivato a 2,6 milioni di euro ed expertise nel campo del food & beverage (Barilla, Coca Cola, Heineken), della sanità, dell’informatica (Microsoft). Da segnalare la presenza su Bruxelles e il recente lancio di FB Lab, che segna l’ingresso dei centri studi nelle società di lobbying. Al terzo posto, scalando una posizione rispetto allo scorso anno, Open Gate Italia - guidata da Laura Rovizzi, Tullio Camiglieri e Franco Spicciariello (che ha lasciato ad aprile 2016 per Amazon, sostituito da Andrea Morbelli) – che ha fatturato circa 1,6 milioni (+330k). OGI è specializzata su lobbying regolamentare (banda larga, ad es. Enel Open Fiber) e istituzionale (ad es. HP nell’ICT, AST-ThyssenKrupp nell'acciaio), e coalition building (si veda il mondo e-cig e del Fixed Wireless Access), il tutto integrato con un forte uso dei social media. Giù dal podio, rispetto all’analisi MF dello scorso novembre realizzata da Andrea Montanari, la Telos di Mariella Palazzolo (rappresentante del network globale indipendente Fipra), che fattura 1,1 milioni, superata anche da InRete di Simone Dattoli, quarta con 1,5 milioni di fatturato (quasi il doppio rispetto allo scorso anno), forte anche di un notevole expertise nell’organizzazione di eventi istituzionali e nella comunicazione "below the line". In leggera flessione anche Reti, la società di Massimo Micucci, Claudio Velardi e Giusi Gallotto, che si assesta sugli 1,1 milioni, e NOMOS, guidata da Licia Soncini, centro studi parlamentari (così si definisce) molto forte sul monitoraggio normativo e che opera soprattutto nel campo farmaceutico e sanitario. Piccole società di lobbying crescono Sotto il milione, in notevole crescita Utopia di Giampiero Zurlo (946k, con annesso studio legale - che ha fatturato a parte - e clienti quali Facebook, AT&T, American Express, Birra Peroni e Global Blue, società leader di mercato per i servizi Tax Free Shopping); Strategic Advice di Gabriele Cirieco (745k), da sempre sull’alluminio e più recentemente in campo sul tema della tracciabilità del tabacco; VerA dell’ex Autostrade Francesco Schlitzer (561k, con expertise su CSR e sostenibilità, unica ad aver aderito ai principi di Responsible lobbying del Global Compact delle Nazioni Unite), e Policy Sonar, nuova realtà focalizzata su lobbying e political intelligence (ottimi rapporti con fondi di investimento) fondata dal giovane ex consigliere del MEF Francesco Galietti, che si assesta sui 350k, quintuplicando il fatturato dell’anno precedente. In piccolo calo invece, ES relazioni istituzionali e comunicazione (527k), Public Affairs Advisors di Giovanni Galgano (521k, specialista sull’energia) e Think Link (457k). Ultima arrivata Noesi di Cristiano Sestili, che ha realizzato 150k nell’ultimo trimestre 2015. Non è stato invece possibile, purtroppo, rilevare i dati societari di Cui Prodest, priva di partita IVA sul proprio sito (cosa prevista invece dalla legge, come ribadito dall'Agenzia delle Entrate) e che per misteriose ragioni ha bloccato l’account twitter @lobbyingitalia. Tra lobbying e comunicazione: il boom di Comin & Partners Le società citate fanno dell’attività di lobbying, advocacy e public affairs il loro core business. Alcune di loro, come detto, svolgono lateralmente anche attività di studio legale; altre offrono piani di comunicazione integrata, con attività di ufficio stampa, comunicazione istituzionale, PR e organizzazione di eventi. Altre ancora hanno una unit che si occupa di strategia regolamentare o sui social media. C’è chi offre anche consulenza per la comunicazione di crisi. Altre società invece si occupano, in senso lato, di comunicazione, ma una parte del loro fatturato proviene da consulenze per attività di lobbying “puro”. I loro ricavi quindi sono nettamente maggiori rispetto a quelli delle società il cui core business è la consulenza per i public affairs. Sarebbe utile – ai fini della comparazione – avere il quadro scorporato con i ricavi per lobbying, comunicazione e altre attività, come sarebbe possibile verificare se in Italia ci fosse una legislazione sul lobbying sul modello di quella USA. Escludendo per ovvi motivi le grandi multinazionali della consulenza in comunicazione (Burson Marsteller, Hill-Knowlton, ecc.), e scusandoci delle possibili mancanze nella lista di società meno note sul panorama romano, tra le società italiane che forniscono consulenza di PR, crisis communication e CSR, è necessario citare SEC Relazioni Pubbliche, la società di Fiorenzo Tagliabue appena quotata in borsa, che ha fatturato nel 2015 ben 10,2 milioni. Da segnalare la recente uscita da SEC di Luigi Ferrata, passato al Community Group di Auro Palomba, colosso della comunicazione da 6 milioni di fatturato molto forte sul lobbying su Bruxelles. Altra società in crescita è il gruppo HDRA’, che ha fatturato 4,3 milioni (l’anno precedente erano 3,7), assai presente sull’organizzazione eventi (ad es. per Qualcomm). In pieno boom infine Comin & Partners: partita nell’ultimo trimestre 2014 con un fatturato di 387.000 euro, la società di Gianluca Comin (giornalista, ex direttore comunicazione e relazioni istituzionali di ENEL, oggi segue gli interessi di aziende quali BAT, TIM e persino lo Stadio della AS Roma) nel 2015 ha collezionato ricavi per circa 2,8 milioni di euro ed è sempre presente nel dibattito comunicazione-aziende-istituzioni col suo blog su Lettera43.it. Su tutti questi dati pesa però il convitato di pietra degli studi legali: da quelli grandi nostrani come ad esempio Gianni, Origoni, Grippo e Cappelli, fino alle multinazionali tipo DLA Piper, fino agli avvocati meno noti che fanno un'alacre attività di lobbying presso i palazzi romani e non solo. Un mondo assolutamente sconosciuto dal punto di vista lobbistico, e che forse solo una regolamentazione molto stretta come quella USA o canadese, e un forte ruolo dei media, potrà forse scalfire in ottica di trasparenza. Professionalità e trasparenza I dati emersi permettono di tirare le somme e giungere ad alcune conclusioni: il mondo del lobbying è sempre più professionalizzato, professionalizzante e integrato nella società. Lo strumento della lobby è sempre più importante per le imprese e sempre maggiore è il valore aggiunto per le imprese grazie a una strategia di public affairs trasparente, professionale e sostenibile economicamente e eticamente. Ancora da definire è invece, in mancanza di una regolamentazione che renda trasparenti le risorse investite in attività di lobbying e le azioni realmente condotte nei confronti del decisore pubblico, l’impatto sul business aziendale dei lobbisti “in-house” – che sempre più vengono dai ranghi delle società di consulenza - a imprese, associazioni di categoria, enti pubblici. Da un lato, il legislatore potrà certamente tener conto del ruolo di queste nuove società – che rappresentano la parte più trasparente del lobbying - come catalizzatore di istanze da parte di imprese, associazioni, parti sociali e enti locali; dall’altro, questi dati permettono alle imprese di comprendere che investire sui professionisti del lobbying può dar loro una marcia in più per raggiungere gli obiettivi aziendali con efficienza e programmazione.

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Pochi giorni fa la II Commissione "Affari Istituzionali" del Consiglio Regionale della Lombardia aveva approvato la PdL n. 0280 (afferente l’attività di relazioni istituzionali per la rappresentanza di interessi) abbinato al PdL n. 0289 (inerente alla trasparenza dell’attività di rappresentanza di interessi nei processi decisionali pubblici), e ieri è arrivato il via libera del Pirellone.  A favore Pd, Lega Nord, Lista Maroni, Lombardia Popolare, Patto civico, Fratelli d'Italia e Gruppo Misto Fuxia. Il gruppo di Forza Italia non ha partecipato al voto. Contrario, infine, il Movimento 5 Stelle, che sia a livello nazionale sembra non riuscire a trovare una posizione chiara su quale regolamentazione le lobbies debbano avere, considerando però che il Movimento regolarmente vi si confronta sia a livello nazionale che locale. La norma lombarda segue quella recente della Calabria, anch'essa come le altre precedenti rimasta disapplicata sino ad oggi. Come riporta oggi il Corriere della Sera, cronaca di Milano (leggi l'articolo): La Lombardia avrà il suo albo dei «cartelli» Riconosciuta la figura del portatore d'interessi La Lombardia avrà il suo «Elenco dei lobbisti». La nuova legge sulla «Disciplina per la trasparenza dell'attività di rappresentanza di interessi nei processi decisionali pubblici presso il Consiglio regionale», approvata ieri al Pirellone, da una parte riconosce la figura dei «portatori di interesse», ma dall'altra vieta loro di proporre regali o benefici, condanna le pressioni indebite, impone il dovere della trasparenza nei rapporti con i rappresentanti dell'istituzione e dell'amministrazione regionale. Le prescrizioni del Registro Per iscriversi all'albo, i lobbisti dovranno registrare — oltre alle generalità e ai dati dell'ente che si rappresenta —anche i potenziali destinatari delle «attenzioni». Inoltre, servirà la fedina penale pulita: nessuna condanna passate in giudicato e nessuna dichiarazione di fallimento alle spalle. Ogni anno poi (entro il 28 febbraio) avranno l'obbligo di presentare una relazione sui consiglieri incontrati e per quale processo decisionale. In caso di «dichiarazioni scorrette o non veritiere», è prevista la cancellazione dall'elenco, con relativo stop all'azione di rappresentanza, fino all'accusa di falso in atto pubblico. Le  reazioni «Con questa legge — spiega il relatore Carlo Malvezzi, di Lombardia Popolare —Regione Lombardia opera una scelta chiara e decisa verso la trasparenza e la tracciabilità. Con questa legge intendiamo infatti dire a chiare lettere che non bisogna aver paura di parlare di lobby, di gruppi di interessi, di sistemi di relazioni con mondi dell'economia e del sociale. Al contrario, il problema non sono i portatori di interesse, ma l'assenza di regole che permettano loro di interagire con la politica in modo trasparente, partecipato ed uguale per tutti». La proposta di legge è passata con un voto trasversale.«È inefficace - sentenzia il grillino Eugenio Casalino — e il problema del lobbying rimane assolutamente aperto». Per i dem Fabio Pizzul e Gian Antonio Girelli, presidente della commissione antimafia, quella votata «non è la migliore delle leggi possibili, ma è un punto di partenza importante nella direzione della trasparenza per una Regione così duramente colpita da scandali legati al rapporto malato tra decisori e interessi economici di parte». Il leghista Pietro Foroni: «E una sintesi giusta a tutela di tutti e che dà regole chiare». Valutazioni Negli scorzi mesi la II Commissione aveva lanciato un vasto giro di consultazioni, cui hanno partecipato le varie CNA, Confesercenti, Federdistribuzione,  consumatori, Confagricoltura, Confindustria (gli emendamenti proposti), ANCE, ASSOREL, Confcommercio, Confartigianato, Lega Cooperative, Alleanza delle Cooperative, e l'Associazione Il Chiostro. Il commento  "Se da una parte è apprezzabile il concetto di arrivare ad una regolamentazione del lobbying, specie in una Regione dell'importanza e delle dimensioni della Lombardia, dall'altra le perplessità sono numerose", scrive su Facebook Franco Spicciariello, docente di "Teorie e tecniche del lobbying istituzionale" presso l'università LUMSA di Roma. "Innanzitutto, si tratta dell'ennesima norma regionale: una proliferazione di registri, ognuno diverso dall'altro e di fatto nemmeno applicati. Nulla poi la norma prevede in termini di cooling-off, che significa che un'assessore che ad esempio dovesse dimettersi a metà consiliatura potrebbe tranquillamente svolgere, come già oggi e legittimamente, attività di lobbying sulla Giunta e senza alcun obbligo di trasparenza. Ma il punto principale, ancora una volta, è uno: questa legge regionale non prevede alcun obbligo di iscrizione per chi voglia rappresentare interessi, e tanto meno alcuna sanzione è prevista.  A ciò si aggiunge l'errore di non prevedere nemmeno questa volta, come per il Registro della Camera dei Deputati, alcun incentivo all'iscrizione tipo ad esempio l'accesso ai locali o consultazioni riservate". Per capire se e come la nuova legge sulle lobby in Lombardia verrà applicata, si dovrà comunque attendere realisticamente i 12 mesi di tempo che la Giunta Regionale avrà per emanare un regolamento ad hoc. Ma per una regolamentazione vera dell'attività di lobbying ci vorrà probabilmente molto più tempo.

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