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Bruxelles corrotta, Europa infetta L'Espresso
Scritto il 2015-10-02 da Giovanni Gatto su Europa

Nuova inchiesta de L'Espresso, molto negativa sul mondo del lobbying comunitario.

Tangenti. Sprechi. Inefficienza. Istituzioni al servizio di lobby potenti e occulte. Ecco tutti i pubblici vizi della capitale. Che affossano la fiducia nell'Unione.

È UN TOUR TRA GLI EDIFICI più importanti della città: dalla residenza reale al museo di belle arti, dagli uffci ministeriali alle carceri, dall'osservatorio astronomico al palazzo di giustizia. Sono maestosi, coperti di marmi e statue a testimoniare la solidità della virtù pubblica. Eppure per dieci anni a gestirli è stata una cricca: ogni appalto una mazzetta, altrimenti non si lavorava. Tutti sapevano, nessuno ha mai denunciato la rete criminale che ha trasformato il cuore del Paese in una vera Tangentopoli. Non stiamo parlando della gang romana di Mafia Capitale, questa è Bruxelles: due volte capitale, del Belgio e dell'Europa. E due volte corrotta, nell'intreccio d'affari tra poteri locali e autorità continentali. Qui non si decide soltanto la vita di una nazione lacerata dalle tensioni tra valloni e fiamminghi, ma il destino di mezzo miliardo di persone, cittadini di un'Unione che mai come in questo momento si mostra debole e inconcludente. Dall'inizio del millennio la fiducia degli italiani, come evidenzia il sondaggio Demopolis, è crollata e solo uno su quattro crede ancora nell'Europa. Bruxelles però è anche il laboratorio in cui la corruzione si sta evolvendo. La mutazione genetica delle vecchie bustarelle in un virus capace di intaccare in profondità la reputazione delle istituzioni europee, diffuso silenziosamente da quei soggetti chiamati lobby. Realtà estranee alla tradizione democratica dei nostri Stati nazionali e molto diverse dai modelli statunitensi, perché qui non ci sono leggi che le regolino, né sanzioni che le spaventino: le lobby sono invisibili e allo stesso tempo appaiono onnipotenti.

LA GIUSTIZIA IMPRIGIONATA Il simbolo è Place Poelaert, la grande piazza panoramica affacciata sul centro storico di Bruxelles. Da un lato c'è il palazzo di giustizia, con la cupola dorata che svetta sull'intera città: una muraglia di impalcature lo imprigiona da cima a fondo, soffocando le colonne dietro un gigantesco castello di assi che marcisco no tristemente. Il cantiere dei restauri è abbandonato da otto anni, da quando i titolari sono stati arrestati, assieme ad altri 33 tra imprenditori e funzionari accusati di avere depredato l'intero patrimonio immobiliare statale. Proprio di fronte al palazzo della giustizia impacchettato c'è uno splendido complesso rinascimentale, con un giardino impeccabile. È la sede del Cercle de Lorraine, "the business club", come recita la targa: l'associazione che raccoglie gli industriali più prestigiosi del Paese, baroni e visconti da sempre padroni del vapore assieme ai manager rampanti della new economy. Lì, tra sale affrescate e camerieri in livrea, promuovono i loro interessi. Insomma, sono una lobby. Una delle oltre seimila che presidiano la capitale europea, con più di 15 mila dipendenti censiti mentre altrettanti si muovono nell'oscurità. A Bruxelles il colore degli affari rispecchia il cielo perennemente coperto: si va dal grigio al nero. Non a caso, la frase magica della cricca degli appalti era «bisogna che il sole splenda per tutti».

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IL CANTIERE INFINITO Oggi la città è tutta un cantiere. Sono centinaia. Dall'aeroporto al quartiere generale della Nato, dalla periferia al centro storico si vedono ovunque gru e ruspe all'opera. Per non essere da meno, anche il Parlamento europeo vuole abbattere l'edificio dedicato a Paul-Henri Spaak, completato nel 1993 con un miliardo di spesa: il progetto prevede altri 750 uffici per i deputati del presente e del futuro, rappresentanti delle nazioni che aderiranno all'Unione negli anni a venire. Se però dal Palazzo di Giustizia si va verso il Parlamento percorrendo la chaussée d'Ixelles, la frenesia cementizia si mostra in una luce diversa. La lunga arteria è stata completamente rifatta nel 2013, solo che al momento dell'inaugurazione c'è stata una sorpresa: i marciapiedi erano troppo larghi e gli autobus finivano per incastrarsi l'un contro l'altro. Hanno ricominciato da capo, di corsa. Appena riaperta al traffico, però, la pavimentazione allargata non ha retto al peso dei pulmann e si è riempita di buche, manco fosse Roma. E giù con la terza ondata di lavori: ora la strada sembra una chilometrica sciarpa rattoppata. Ixelles è un comune autonomo, perché Bruxelles in realtà è un insieme di diciannove piccoli municipi indipendenti, ciascuno con il suo borgomastro. In questo periodo il meno sereno è il sindaco di Uccle, che per undici anni è stato pure presidente del Senato belga. Come avvocato ha difeso una masnada di magnati kazaki, ottenendone l'assoluzione. In cambio ha ricevuto 800 mila euro. «Compensi professionali», ha spiegato Armand De Decker. Il sospetto invece è che la scarcerazione degli oligarchi sia il tassello di un intrigo internazionale: una clausola del patto segreto tra il presidente kazako Nazarbayev e l'allora collega francese Sarkozy per la vendita di elicotteri, in cui era previsto anche «di fare pressione sul senato di Bruxelles». Un'accusa formulata dagli inquirenti parigini, perché le procure locali si guardano bene dall'indagare. Gli investigatori belgi non hanno fama di efficienza né di indipendenza. La storia recente del Paese è costellata di scandali che si perdono nel nulla, tra trame occulte e massoneria: i parallelismi con l'Italia sono forti e anche qui prospera una cultura del sospetto, che porta i cittadini a diffidare della giustizia. L'inchiesta sulla tangentopoli capitale è partita nel 2005, le sentenze di primo grado ci sono state solo quattro mesi fa. I dieci dirigenti della Régie des Batiments, che per un decennio hanno intascato almeno un milione e 700 mila euro, se la sono cavata con condanne irrisorie. «I fatti sono gravi, ma ormai antichi», ha riconosciuto la corte.

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IL BAROMETRO DELL'ONESTA’ Questa giustizia lenta e spesso inefficace è anche arbitro di parecchi dei misfatti che avvengono nei palazzi della Ue. Sono le magistrature nazionali a procedere penalmente contro i corrotti, perché le agenzie europee possono minacciare soltanto sanzioni amministrative: la punizione massima è il licenziamento, una rarità, mentre più frequenti sono le retrocessioni di grado e soprattutto le lettere di richiamo. Di certo, non un grande deterrente per rinsaldare la moralità dei commissari, dei 751 deputati e dei 43 mila funzionari che gestiscono ogni anno oltre 140 miliardi di euro e scrivono leggi vincolanti per 28 Paesi. Mentre anche dalla loro onestà dipende la credibilità di un organismo sempre meno rispettato. L'istituto statistico più autorevole, Eurobarometro, due anni fa ha lanciato l'allarme: il 70 per cento dei cittadini ritiene che la corruzione sia entrata nelle istituzioni europee. Lo credono 27.786 persone, selezionate scientificamente per rappresentare l'intera popolazione dell'Unione. È un dato choc. La Commissione ha reagito annunciato una crociata contro le tangenti in tutto il Continente. Ovunque, tranne che nei suoi uffici: nel 2014 il primo rapporto anti-corruzione nella storia della Ue ha sezionato i vizi di ogni Paese, senza però fare cenno ai peccati dentro casa: quella che la Corte dei Conti europea ha definito nero su bianco «un'infelice e inspiegabile omissione». D'altronde la presidenza di Jean-Claude Juncker è cominciata nel peggiore dei modi. Le rivelazioni di LuxLeaks - pubblicate in Italia da "l'Espresso" - hanno messo a nudo il suo ruolo nel trasformare il Lussemburgo nel Bengodi delle aziende in cerca di tasse irrisorie. Per riscattarsi, Juncker ha promesso una sterzata contro l'iniquità fiscale legalizzata. «Ma finora la Commissione è stata passiva su questa materia», sottolinea Eva Joly, per anni il giudice istruttore più famoso di Francia, che ha portato alla sbarra i crimini delle grandi aziende, ed ora è eurodeputato verde: «La follia è che abbiamo al vertice dell'Europa l'uomo che ha arricchito il Lussemburgo grazie alle tasse rubate agli altri, con guadagni che continuano a crescere. Nel Parlamento i verdi hanno imposto la creazione di un comitato speciale: il primo rapporto sarà pronto tra un mese e sarà molto duro. Anche i conservatori ora hanno capito e c'è la volontà di piegare i paradisi fiscali: sono convinta che il Lussemburgo dovrà adeguarsi o uscire dall'Unione».

Espresso Bruxelles 4IL GRANDE CIRCO Quello che Juncker costruito in Lussemburgo, a Malta lo ha realizzato John Dalli, il ministro che ha fatto dell'isoletta una piazzaforte finanziaria, graditissima agli investitori italiani più spregiudicati e ai miliardi rapidi delle scommesse. Poi nel 2010 Dalli è entrato nel governo dell'Unione: come commissario per la salute ha avuto in mano dossier fondamentali, incluso il via libera alle coltivazioni ogm. Finché la sua carriera non si è trasformata in circo. Letteralmente. Il suo vecchio amico Silvio Zammit, pizzaiolo e impresario circense part-time, è andato in giro chiedendo soldi per conto del «boss». Ha prospettato a una holding svedese la possibilità di spalancare il mercato eu ropeo a un prodotto che piace molto agli scandinavi: lo snus, il tabacco da masticare. Una passione da pirati e cowboy, fnora proibita nel resto della Ue, con potenzialità miliardarie: rimpiazza le sigarette anche dove il fumo è vietato. In cambio Zammit ha chiesto una somma niente male: 60 milioni di euro, poco meno della storica tangentona Enimont. La questione è arrivata sul tavolo dei detective dell'Olaf, l'unità antifrode eu ropea guidata dall'italiano Giovanni Kessler. Con investigatori provenienti dalla Guardia di Finanza, perquisendo di notte l'uffcio del commissario, sono stati trovati «indizi plurimi» del coin volgimento personale di Dalli. Nell'ottobre 2012 l'allora presidente Barroso ha obbligato il maltese alle dimissioni, frmate molto controvoglia. Tant'è che quando, dopo la sostituzione del capo della polizia, l'indagine penale nell'isola è stata archiviata, Dalli ha cominciato a sparare denunce dichiarandosi vittima di un'ingiustizia. E il parlamento ha criticato l'azione dell'Olaf: «Dal rapporto dei supervisori emergono molti dubbi sui metodi del nostro istituto antifrode più importante, che nei resoconti manipola le statistiche per presentare risultati migliori del reale», sancisce l'eurodeputato verde Bart Staes, membro di spicco del comitato che vigila sul budget, altro ca posaldo del sistema di controllo. L'Olaf si è trovata ai ferri corti pure con la Corte dei conti, a cui ha contestato appalti oscuri. Che a sua volta ha rimandato le accuse al mittente. Insomma, un tutti contro tutti, con esiti abbastanza deprimenti per l'affidabilità dei custodi di Bruxelles. Oggi l'Europa sembra avere tanti cani da guardia litigiosi. E tutti con la museruola: abbaiano, ma non mordono. Il loro compito infatti si limita a suggerire provvedimenti. Fuori dai palazzi della Commissione, non hanno poteri e devono invocare l'aiuto delle polizie nazionali. Che - tra interessi patrona li e differenze normative - non sempre collaborano. I detective europei hanno bisogno di un'autorizzazione pure per ascoltare i testimoni. All'Olaf ogni indagine è affidata a una coppia di ispettori, senza assistenti: si fanno da soli pure le fotocopie e passano più tempo a difendersi da tiro incrociato delle altre autorità che non a investi gare. Il feeling che si respira è negativo, come se la lotta alla corruzione interna non fosse una priorità, anzi, dei primi eletti del movimento anti-europeo inglese: nei comizi urlava contro il malaffare di Bruxelles, poi falsificava le note spese. Janice Atkinson, sempre dell'Ukip, a marzo si è fatta triplicare la ricevuta dopo il cocktail con la moglie del leader Nigel Farage - 4350 euro invece di 1350 - mentre la sua assistente si vantava: «È un modo di riportare a casa i nostri soldi». E quando nel 2011 un reporter del "Sunday Times" si è finto lobbista, offrendo denaro in cambio di emendamenti a sostegno della sua società, tre deputati hanno abbocca to subito. Due - un austriaco e uno sloveno - si sono dimessi e sono stati condannati in patria. Il terzo, l'ex ministro degli Esteri romeno Severin, è ancora al suo posto mentre l'istruttoria a Bucarest langue. Distinguere tra lobbisti veri e falsi non è facile. A Bruxelles è stato istituito un registro per queste figure, senza vincoli né sanzioni: chi vuole si accredita. L'attivissima sezione europea di Transparency International un mese fa ha dimostrato che metà delle 7821 dichiarazioni ufficiali delle lobby era no «incomplete o addirittura insensate». E in tanti si sottraggono al censimento, a partire dagli studi legali: un'armata che esercita un'influenza nascosta. La soluzione? «Rendere obbligatoria l'iscrizione al registro», spiega Carl Dolan di Transparency. «E bisogna vietare ogni contatto con chi non è iscritto», aggiunge Staes: «Devo ammettere però che in Parlamento non esiste una maggioranza favorevole al registro obbligatorio. Noi verdi, come i 5 stelle italiani e alcuni esponenti socialdemocratici, ci stiamo battendo, molti invece sono contrari».

PORTE GIREVOLI Tra i palazzi delle istituzioni e quelli dei potentati economici ci sono tante porte girevoli. Si passa dagli uffici della Commissione a quelli delle corporation e viceversa. Figure come Lord Jonathan Hill, con trascorsi in società di lobby della City, imposto dal governo Cameron al vertice della strut tura Ue che si occupa di mercati finanziari. O il caso sensazionale di Michele Petite, il direttore europeo degli affari legali che si tramuta in consigliere della Philip Morris e poi rientra come presidente del comitato etico che dirime i confitti d'interesse nella Ue. Ma queste sono le pedine sullo scacchiere di una partita più complessa. Le manovre dei lobbisti intrecciano network che possono seguire la geopolitica dei governi, dei Partiti o semplici reti di conoscenze trasversali adeguatamente retribuite. Il terreno di caccia favorito è la zona grigia in cui i grandi propositi dei legislatori europei si trasformano in regolamenti, spesso modesti. Uno dei passaggi più opachi avviene nei "gruppi di esperti" che studiano i dossier caldi. Una ong ha appena svelato che il 70 per cento degli esperti incaricati di valutare la questione del fracking, la discussa tecnica di estrazione petrolifera, hanno relazioni con le compagnie del settore. Non si tratta di un'eccezione, ma di un andazzo molto diffuso. L'Ombudsman europeo, l'autorità etica più piccola e dinamica, apre un'istruttoria dietro l'altra. Senza spezzare la cortina di ferro che protegge gli intrallazzi. «Bisogna incrementare al massimo la trasparenza, deve esserci sempre una traccia scritta di chi interviene nelle discussioni interne», sintetizza Carl Dolan. I confitti di interessi pullulano: nel 2012 sono stati segnalati 1078 dipendenti europei con incarichi extra. Quelli sanzionati sono una ventina, quasi sempre con reprimende scritte o verbali. L'impunità è pressoché certa. Per anni il funzionario Karel Brus ha fatto sapere in anticipo agli emissari di due colossi dei cereali, l'olandese Glencore e la francese Univivo, i prezzi stabiliti dall'Europa per gli aiuti agricoli: notizie d'oro, che permettevano di investire a colpo sicuro. In cambio si ipotizza che abbia incassato almeno 700 mila euro. Prima della condanna penale però sono passati dieci anni e il travet è sparito in Sudamerica. E per le due società c'è stata solo una multa: mezzo milione, inezie rispetto ai profitti.

LA NUOVA CORRUZIONE La Commissione ha in mano un'arma micidiale: può bandire le aziende corruttrici da tutti i contratti europei. Misura applicata solo due volte negli ultimi anni. Perché la volontà di fare pulizia sembra labile. Prendiamo il dieselgate di Volskwagen: gli uffici tecnici dell'Unione avevano segnalato i trucchi della casa tedesca da parecchi mesi, ma la denuncia è rimasta lettera morta fino all'intervento delle autorità statunitensi. «Questa è la nuova corruzione. Ed è il nuovo mondo, in cui si agisce tramite logaritmi che falsifcano i dati dei computer: la realtà si riduce a schermate digitali, mentre Volskwagen otteneva fondi per produrre auto ecologiche e contribuiva ad aumentare l'inquinamento che uccide migliaia di persone», tuona Eva Joly: «Ma la portata dello scandalo è ancora più grave, perché dimostra che il rispetto delle regole non è più un valore. La Germania, il Paese della legge e dell'ordine, ha ingannato tutti; la loro azienda simbolo ha mentito per anni. Le nazioni che hanno costruito questa Unione stanno perdendo credibilità e non capiscono quanto ciò peserà sul futuro delle nostre istituzioni». In quello choccante 70 per cento di cittadini che percepisce un'Europa corrotta si proietta una sfiducia più vasta. «È un dato che nasce dallo sconcerto per la debolezza della reazione davanti ai problemi: la crisi economica, il tracollo greco e adesso l'esodo dei migranti», commenta Bart Staes: «La gente sente i racconti sulle pressioni delle lobby, si diffonde il sospetto che l'Unione serva più per tutelare gli interessi economici che i cittadini. C'è la necessità di riforme profonde, che non sono nell'agenda di Juncker. Ma soprattutto bisogna dare risposte concrete: fatti, non storytelling. Partiamo dalla Volskwagen: quasi tutti i produttori di auto sfruttano i buchi nella legislazione per alterare i test, noi verdi abbiamo proposto di cambiare le regole e punire chi mente. Se agisci e la gente vede che i guasti vengono risolti, allora avrà di nuovo fiducia».

CORSI E RICORSI STORICI Un professore dal cognome altisonante, David Engels, in un saggio ha paragonato il declino dell'Unione al crollo della repubblica nella Roma antica. Oggi come allora, l'allargamento troppo rapido dei confini, il confronto con un'economia globalizzata, la crisi dei modelli religiosi - all'epoca i nuovi culti importati nell'Urbe, adesso l'Europa cristiana alle prese con l'Islam - e il contrasto tra i privilegi dei patrizi e l'impoverimento dei ceti popolari, logorano le istituzioni democratiche. Un'analisi che riecheggia le parole scritte da Altiero Spinelli nel 1941, in quel manifesto di Ventotene che ha partorito l'idea di Europa unita. «La formazione di giganteschi complessi industriali e bancari... che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo Stato stesso. Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l'intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamen te lo stato totalitario, potesse in qualche modo risolvere i confitti di interessi». Era la situazione che ha fatto trionfare le dittature e spinto il continente nel baratro della guerra. L'Europa unita è nata da questa lezione, che ora sta dimenticando.

Espresso Bruxelles 5Eravamo i più convinti di tutti. Quindici anni fa, l'alba del nuovo millennio vedeva l'Italia piena di euro-entusiasti: oltre il 53 per cento di cittadini. Ci credevamo più dei tedeschi e molto più dei francesi. Da allora la fiducia nella Ue si è sgretolata. E i dati Demopolis dimostrano che non è colpa della moneta unica. La picchiata del consenso è cominciata con la recessione economica internazionale e si è intensificata con la crisi greca, toccando il minimo a giugno: soltanto il 27 per cento degli italiani dava ancora credito al sogno europeo. Adesso il sondaggio, condotto dall'istituto diretto da Pietro Vento su un campione di mille persone, mostra una minuscola ripresa del consenso, ma solo di un punto. Nota informativa L'indagine è stata condotta nel settembre 2015 dall'Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, su un campione stratifcato di 1.000 intervistati, rappresentativo dell'universo della popolazione italiana maggiorenne. Metodologia ed approfondimenti su: www.demopolis.it

soru lobby ue

Gianluca Di Feo, L'Espresso

(in collaborazione con Gabriele Giuliani) Il ministro per la Trasparenza brasiliano Torquato Jardim ha consegnato questo martedì al presidente Michel Temer un disegno di legge per la regolamentazione del lobbying. Proprio pochi giorni prima dello scoppio di uno dei più grandi scandali della storia politica del Paese carioca. "La luce del sole è la migliore medicina contro la corruzione", ha detto Jardim annunciando il progetto di legge sul lobbying, che prevede che Ministri e funzionari pubblici ricevano i lobbisti in una fase di "pre-accreditamento", e che l'agenda dei loro incontri fosse pubblica. Il termine per indicare l'attività di lobbying sarà un unicum nel panorama internazionale: "rappresentanza sociale non istituzionale", un'attività che promuove, in un ambiente di tolleranza e democrazia, il dialogo multilaterale tra le parti, cercando di rappresentare interessi collettivi e al di fuori degli interessi dello Stato". Per il direttore della regione sud dell’Associazione brasiliana di relazioni istituzionali Edgard Usuy,  questo pdl rappresenta sicuramente un miglioramento, che però non risolve i problemi. Ha inoltre evidenziato che l’ABRIG (Associazione brasiliana di relazioni istituzionali e di governo) che ha partecipato al gruppo di lavoro, non ha avuto accesso al testo finale. L’associazione chiaramente difende la regolamentazione, ma ha molti dubbi sul fatto di creare regole troppo severe e che comportano un eccesso di burocrazia. L’eccesso di rigore può portare all’effetto contrario, e alimentare fenomeni di lobbying non professionale. In merito ai doni, sono pressoché vietati. Viene posto un limite molto basso di di 100 reals (30 euro). Viene anche ampliato l’obbligo a tutti i funzionari pubblici, mentre al momento ne sono soggetti solo gli alti dirigenti. Sembra un paradosso che proprio poche ore dopo la presentazione del pdl lobby è scoppiato uno  scandalo-corruzione che ha colpito proprio il presidente Temer. Il quotidiano O Globo ha svelato la presenza di una possibile tangente da parte di imprenditori del settore della carne, molto influenti in Brasile, per il presidente di ben 480 milioni di reais (160 milioni di euro) in rate ventennali. La cifra sarebbe servita per "comprare il silenzio" di Eduardo Cunha, compagno di partito di Temer, accusato anch'egli di corruzione. Anche il senatore Aecio Neves, presidente del partito di minoranza della coalizione che regge il governo Temer, è stato accusato di aver intascato 2 milioni di reais e rimosso dall'incarico, rimanendo indagato a piede libero. Dopo la notizia le opposizioni in massa hanno richiesto le dimissioni del governo brasiliano, e la borsa carioca ha perso 10 punti percentuali. Michel Temer però non ha intenzione di dimettersi. E vista la situazione, purtroppo, l'ennesimo disegno di legge sulle lobby rischia di naufragare sul nascere a causa di eventi politici esterni. Il colmo, per un provvedimento che sarebbe stato utile proprio ad evitare scandali come quello che rischia di segnare la fine del governo Temer. (foto: REUTERS)

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(Francesco Angelone) Ci sono numerose questioni rilevanti per la nostra vita quotidiana che non dipendono esclusivamente dalle decisioni politiche prese nel nostro Paese ma che, invece, riguardano il pianeta intero. Si tratta di problemi globali di un mondo globalizzato che richiedono soluzioni e norme transnazionali. In un articolo, la Sunlight Foundation, organizzazione no profit statunitense impegnata nel rendere più trasparente l’attività di Washington, ha posto sotto la lente di ingrandimento la dimensione internazionale, troppo spesso trascurata, dell’attività di lobbying. Attualmente, 22 Paesi e l’Unione Europea disciplinano l’attività di lobbying, tuttavia non sempre sono disponibili online un registro dei lobbisti e in alcuni casi poche informazioni sono accessibili. Il sistema americano, pur criticato perché permette il pieno esercizio dell’attività di influenza senza necessariamente essere registrati, è sicuramente all’avanguardia se paragonato a quello vigente altrove. Il Lobbying Disclosure Act impone l’indicazione di quali sono le questioni su cui i lobbisti hanno fatto pressioni, quanto sono stati pagati per farlo e i nomi dei funzionari governativi che hanno contattato per conto del loro cliente. Con una tale asimmetria di informazioni, come può un cittadino americano informarsi circa le attività di lobbying condotte all’estero da una multinazionale americana? Come si può capire quali governi ha approcciato, quanto successo ha avuto o quanto ha speso? Ebbene, secondo quanto scrive la Sunlight Foundation, accedere a queste informazioni è veramente difficile. Secondo Daniel Freund di Transparency International, sarebbe interessante capire, per monitorare l’influenza, anche quali attività di coalition building o di grassroots e top-roots lobbying sono state messe in piedi. Sunlight Foundation e Transparency Int’l hanno dunque stilato, dopo aver osservato i registri delle 23 realtà in cui questi sono in vigore, una lista di informazioni che dovrebbero servire a tracciare le attività di pressione delle aziende americane all’estero. Ovviamente, in primis troviamo i nomi dei lobbisti attivi e come contattarli, un’informazione presente in tutti i registi analizzati. Seconda informazione riguarda l’identità dei clienti dei lobbisti che, invece, troppo spesso è rivelata solo in parte e senza particolari vincoli normativi. Un buon registro dovrebbe anche contenere dettagli su quali ufficiali sono stati incontrati, elettivi, non elettivi e funzionari, e per quali argomenti li si è contattati. Questo tipo di informazioni sono più dettagliate nel registro esistente in Cile che in quello degli Stati Uniti. Infine, ma importantissimo, è ciò che concerne le spese in attività di lobbying tenendo conto che, spesso, una maggiore spesa comporta un maggior numero di lobbisti impiegati, di ricerche, di tempo impiegato. Qui molti registri presentano lacune significative. Pochi Stati che adottano un registro nazionale, diversi di questi con informazioni incomplete, sono elementi che rendono difficile per i cittadini avere un quadro chiaro.

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BRUXELLES Le imprese temono la proposta del registro obbligatorio, misteriosi rinvii di provvedimenti già pronti. Una tregua per l'accordo Ppe-Pse sulla riconferma di Schulz. Il rapporto Giegold sulle nuove regole di trasparenza doveva essere votato a settembre ma è sparito senza spiegazioni L’ultimo caso di rapporti incestuosi tra affari e decisioni politiche è quello di Neelie Kroes: l'ex commissaria olandese alla Concorrenza ha accettato senza imbarazzi offerte di lavoro da aziende molto interessate al processo decisionale a Bruxelles, come Uber, Salesforce e Bank of America, Merryll Lynch. Ma si è dovuta scusare quando il consorzio di giornalismo investigativo Icij ha rivelato una sua società offshore - nei Bahamas Papers - mai comunicata alla Commissione di cui faceva parte, violando le regole sulla trasparenza. Poi c'è l'ex presidente della Commissione Ue, il portoghese José Manuel Barroso: appena scaduti i 18 mesi di attesa obbligata, è diventato presidente di Goldman Sachs International, con i cui vertici aveva contatti già dal 2013, incontri segreti emersi solo grazie alla richiesta di accesso agli atti di un giornale portoghese. Casi come questi, e l'indignazione che ne è derivata, hanno creato a Bruxelles il contesto politico giusto per una stretta sulle lobby e per mettere un argine all'influenza del mondo del business sulle decisioni tecniche e politiche. O almeno così sembrava. Dal 2011, quindi già dai tempi di Barroso, la Commissione e il Parlamento europeo hanno un cosiddetto "accordo interistituzionale" per un registro dei lobbisti: oggi conta 9800 iscritti che ne accettano il codice di condotta, ma è un vincolo blando perché la registrazione è volontaria. Anche se dal 25 novembre 2014 la Commissione ha annunciato di non voler più incontrare lobbisti non registrati. Il 28 settembre scorso, anche come reazione alle polemiche su Barroso, il primo vicepresidente della Commissione Frans Timmermans ha proposto un registro obbligatorio, da estendere a Parlamento e Consiglio europeo (l'istituzione che riunisce i governi dei Paesi membri). In parallelo si muove il Parlamento europeo: nel novembre del 2015, come riporta il Fatto Quotidiano, il deputato dei Verdi Sven Giegold ha presentato il rapporto "Trasparenza, responsabilità e integrità nelle istituzioni dell'Ue", cioè un atto di indirizzo che non ha valore legislativo. Il rapporto Giegold, frutto di un lungo lavoro e di decine di incontri con tutti i livelli del Parlamento coinvolti nelle procedure toccate, propone di introdurre cambiamenti molto drastici. Il principale: rendere evidente "l'impronta legislativa" dei provvedimenti, cioè le basi sulle quali i parlamentari arrivano a prendere una posizione, gli incontri con i lobbisti che hanno avuto durante i negoziati su un certo dossier e tutti i documenti ricevuti. "Ci sono parlamentari che non fanno altro che copiare e incollare nei propri emendamenti le proposte delle lobby, tanto che non di rado si trovano più emendamenti perfettamente uguali depositati autonomamente da parlamentari diversi", spiega al Fatto Fabio Massimo Castaldo, eurodeputato del Movimento 5 Stelle che segue il dossier in commissione Affari costituzionali. Il passo preliminare è passare dall'attuale registro volontario dei lobbisti a uno obbligatorio che definisca in modo molto stringente chi sono i "portatori di interessi" , come si dice in gergo. Chi vuole entrare in Parlamento e non è un lobbista dichiarato, firma una dichiarazione. Se, dopo controlli a campione, si rivela falsa, sono guai. La Proposta Giegold impone poi agli studi legali di dichiarare quali sono i clienti nell'interesse di cui si muovono, cancellando ogni opacità. E chiede per i parlamentari e i membri della Commissione l'estensione da 18 mesi a tre anni del periodo minimo di attesa tra la fine dell'incarico pubblico e l'inizio di un contratto nel settore privato. Misure che piacciono a molti, in Parlamento, ma non a tutti. Il 12 settembre il rapporto Giegold doveva essere votato in commissione Affari costituzionali, ma non è successo: rinviato, senza spiegazioni e senza una nuova data. È uno slittamento che può avere conseguenze: mentre il rapporto Giegold si arena, prosegue il suo percorso quello di cui è relatore Richard Corbett, dei socialisti, per la riforma dei regolamenti parlamentari. È chiaro che se il rapporto Giegold fosse già stato votato, poi la modifica dei regolamenti avrebbe potuto inglobare tutte le novità sulle lobby. Così, invece, la riforma delle lobby si sovrapporrà a quella dei regolamenti: nei migliori dei casi ci saranno polemiche e rallentamenti, nel peggiore verrà immolata per non bloccare tutto. Se il rapporto Giegold supera lo scoglio del voto in commissione Affari costituzionali poi può approdare alla plenaria, dove si può chiedere il voto palese. E a quel punto sarebbe difficile votare in modo esplicito a favore delle lobby. Ma il rapporto Giegold è sparito. "Il Ppe ha sempre spinto per misure soltanto volontarie e non giuridicamente vincolanti. Quando siamo arrivati a un compromesso e abbiamo individuato una possibile maggioranza, i socialisti di S&D hanno fatto capire che vista l'opposizione di Ppe e liberali era meglio non procedere subito", spiega Castaldo del M5S. Una consonanza tra forze in teoria avversarie che, dicono nei corridoi dell'Europarlamento, avrebbe una spiegazione: a gennaio scade il mandato biennale di Martin Schulz, riconfermato alla presidenza del Parlamento dopo le elezioni del 2014. Schulz, socialista tedesco, si era candidato alla Commissione: sconfitto da Jean Claude Juncker (Ppe), nella logica di grande coalizione perenne, ha avuto un altro mandato biennale. E ora spera di proseguire, a gennaio 2017. E fare asse con il Ppe contro le nuove restrizioni alle lobby deve essergli sembrato un buon modo per dimostrare di essere ancora degno di fiducia. I PROTAGONISTI JOSÉ MANUEL BARROSO Ex presidente della Commissione, ora lavora per Goldman Sachs NEELIE KROES Già commissaria alla Concorrenza, collabora con Uber MARTIN SCHULZ Da presidente del Parlamento Ue, nel 2014 si è candidato alla presidenza della Commissione europeo in rappresentanza dei socialisti (Pse). Dopo la vittoria di Jean Claude Juncker (Ppe), negli accordi della grande coalizione europea è riuscito a ottenere altri due anni alla testa del Parlamento. Scade a gennaio e vuole riconferma. Stefano Feltri - Il Fatto Quotidiano

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