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Guida al lobbismo tedesco
Scritto il 2015-05-04 da Redazione su Europa

Concentrato nella capitale, attorno ai palazzi della politica, il mondo delle lobby cerca di influenzare le decisioni di governo e Bundestag.

Cominciarono a sbarcare all’aeroporto di Tegel a metà degli anni ’90: uomini tutti vestiti di scuro, giacca, cravatta e ventiquattr’ore d’ordinanza, come extraterrestri arrivati da mondi sconosciuti. Non passavano inosservati nella folla scapigliata che a quei tempi frequentava l’aeroporto berlinese, anche se il loro dogma è quello di muoversi nella maniera più discreta possibile. Anticipavano i tempi nuovi di una città che, di lì a poco, sarebbe tornata ad essere la capitale della Germania.

Lobbisti da ogni angolo del Paese e soprattutto da Bonn, la piccola cittadina di provincia che aveva certificato per 40 anni il ritorno della Germania Ovest alla democrazia. Ma anche dai capoluoghi occidentali dell’industria tedesca, Monaco, Stoccarda, Mannheim, Francoforte, Düsseldorf, Wolfsburg, Amburgo, dove hanno sede le imprese che contano e che hanno bisogno della politica per contare sempre di più. Lentamente si sono sparsi per Berlino, conquistando gli avamposti attorno ai nuovi palazzi del potere, in quel quartiere politico che negli anni ha visto sorgere la sede della cancelleria a forma di lavatrice, gli edifici che ospitano i parlamentari, nuovi e vecchi palazzi ministeriali e la cupola trasparente che l’archistar Norman Foster ha piazzato in cima al Reichstag: vetro e acciaio, simbolo di una politica senza macchia. Nei giorni di seduta parlamentare, i cittadini possono sbirciare nell’aula dal tetto. Ma forse non riescono a vedere tutto quel che vi accade.

I 690 mila euro donati dalla famiglia Quandt, maggiore azionista della Bmw, alla Cdu di Angela Merkel mentre il suo governo battagliava con metodi insolitamente spregiudicati in Lussemburgo per preservare la produzione delle auto di grossa cilindrata ha tempo fa riaperto le polemiche sul rapporto fra industria e politica. E su quanto quelle lobby insediatesi a Berlino influenzino le scelte del governo tedesco.

La geografia del lobbismo cittadino è stampata su una guida edita da Lobbycontrol, l’associazione tedesca più agguerrita nel contrastare il potere dei gruppi di interesse sui parlamentari. Si chiama Lobby Planet, è piena di puntini nel triangolo adiacente al Regierungsviertel (il quartiere governativo) che va dalla Unter den Linden alla Potsdamer Platz fino al Gendarmenmarkt, ed è più accurata e precisa della lista volontaria predisposta dal Bundestag, dove si sono registrate ufficialmente poco più di 2000 associazioni. Ad esse vanno aggiunte le agenzie di pubbliche relazioni, gli studi di avvocati, i think tank ma anche i sindacati, le associazioni ambientaliste, le organizzazioni non governative. I settori più battuti: automobili, energia, finanza, sanità, armamenti, chimica, tabacco, tutte branche in cui le aziende devono difendersi dalle leggi a tutela dei consumatori.

Nessuno conosce il numero preciso di quanti si muovono attorno ai palazzi della politica: «Un calcolo approssimativo ma abbastanza realistico stima 5000 persone», ha detto Timo Lang, uno dei responsabili di Lobbycontrol. Un mondo di portatori sani di interessi particolari che, attraverso i contatti con ministri e parlamentari, devono essere spacciati per interessi generali.

«Il problema è appunto la maglia di controllo», ha aggiunto Lang, «perché il lobbismo è parte integrante delle procedure decisionali di una democrazia: il conflitto fra interessi contrapposti può portare a soluzioni equilibrate». Ma la zona grigia in cui i lobbisti possono muoversi, specie se corroborati da ingenti somme di denaro o da favori e privilegi personali da elargire, può produrre un veleno esiziale. «Le aziende non donano, investono», ha sostenuto un esperto del settore come il professore di diritto Martin Morlok. E infatti, appena arrivati al governo del Baden-Württemberg, anche i Grünen si sono visti moltiplicare il finanziamento dalla Südwestmetall, l’associazione che riunisce le industrie metallurgiche ed elettriche della regione: dai 12 mila euro degli anni passati ai 120 mila euro tra il 2011 e il 2012.

Dal punto di vista della trasparenza, la legge tedesca fa acqua da molte parti. Nel 2004 il governo rosso-verde di Gerhard Schröder inaugurò un programma di scambio fra politica e industria: per un tempo limitato, rappresentanti dei ministeri e delle aziende private si sarebbero scambiati le scrivanie per conoscere meglio le rispettive strutture e procedure di lavoro. Tempo qualche mese e venne fuori il primo scandalo: si scoprì che una giurista di una banca di investimenti privata prestata al ministero delle Finanze (a quei tempi guidato dal socialdemocratico Hans Eichel) aveva collaborato alla redazione della legge che legalizzò in Germania i fondi speculativi, fino a quel momento vietati sul mercato tedesco. Nello stesso anno un collaboratore della Daimler, ancora a busta paga dell’azienda, copiò documenti e rapporti interni al ministero dei Trasporti nel momento in cui veniva introdotto il bollo autostradale per i camion.

Da allora le abitudini non sono molto cambiate, nonostante nel 2008 il governo di Grosse Koalition abbia introdotto per lo scambio un limite di 6 mesi e la legge vieti che i collaboratori esterni siano impiegati in ministeri che trattano argomenti in conflitto di interesse con l’azienda di provenienza. Ma i politici non sono degli esperti e i lobbisti rappresentano merce preziosa per la consulenza. Quanto più forti sono le strutture di consulenza dei ministeri o del parlamento, tanto meno c’è bisogno di ricorrere a forze da fuori. Ma nella prima metà del 2013 erano ancora 39 collaboratori esterni a frequentare le stanze dei dicasteri tedeschi. Una riduzione sensibile rispetto ai 70 del 2011 e ai 300 dei primi anni. Ma il numero di coloro che provenivano da aziende private è passato nello stesso lasso di tempo da 5 a 10. In questi conteggi mancano peraltro i collaboratori provenienti da aziende pubbliche, anch’esse a rischio di conflitto d’interessi. E non tutti rispettano il limite di 6 mesi imposto dal regolamento.

La Corte dei conti ha tirato le orecchie ai ministri, imponendo di ridurre il numero degli apporti esterni e di valutare criticamente l’impiego di quanti provengono da imprese pubbliche. Ma la diminuzione dei collaboratori esterni non implica automaticamente una perdita di influenza delle lobby. Alcuni ministri impiegano lobbisti di lunga esperienza in posti chiave dei loro dicasteri: è stato il caso del liberale Philipp Rösler che quando era alla Sanità ha piazzato al vertice il numero 2 dell’associazione delle assicurazioni sanitarie private.

Il salto dal mondo delle lobby alla politica è controbilanciato da un movimento migratorio contrario. Non si contano più gli ex politici passati in breve tempo al servizio delle imprese. Daniel Bahr, ex ministro liberale alla Sanità, è finito sotto contratto del gruppo Allianz, che offre anche assicurazioni sanitarie. Katherina Reiche, Cdu, attualmente sottosegretario ai Trasporti, passerà a guidare dal settembre 2015 l’Associazione degli imprenditori comunali. Kurt Beck, presidente della fondazione dell’Spd Friedrich Ebert e fino a dicembre 2012 ministro-presidente Spd della Renania-Palatinato, da giugno 2013 è stato ingaggiato dalla casa farmaceutica Boehringer Ingelheim che ha sede nella stessa regione. Eckart von Klaeden, nello scorso governo ministro di Stato della cancelliera (l’equivalente del nostro sottosegretario alla presidenza del Consiglio) è emigrato alla Daimler appena partita la Grosse Koalition. Ma la lista è lunga: Roland Koch (Cdu) è passato dalla guida dell’Assia al gruppo edile Bilfinger, Friedrich Merz, ex capogruppo Cdu poi emarginato dalla Merkel, ha costantemente saltellato fra politica e avvocatura, trovandosi al centro dell’acquisizione di parti della banca pubblica WestLB, Wolfgang Clement (Spd) transitò dal ministero che si occupava di energia al consiglio di amministrazione di una società del gruppo energetico Rwe. Per finire ai casi più clamorosi: Gerhard Schröder, passato in poche settimane alle dipendenze di Nord Stream, la società partecipata da Gazprom che ha costruito la pipeline sotto il Mar Baltico approvata proprio dal suo governo e Joschka Fischer, l’ex ribelle dei verdi che una volta lasciata la politica ha prestato la sua opera di lobbista a Siemens, Bmw e ai due consorzi energetici Rwe e Omv. Per loro conto ha sponsorizzato il fallimentare progetto della pipeline Nabucco e per un certo periodo si è trovato a duellare con il suo vecchio cancelliere Schröder, il cui gruppo appoggiava il progetto alternativo di South Stream.

«C’è bisogno di regole nuove per adeguare la legislazione sulle lobby ai cambiamenti intervenuti negli ultimi anni», ha detto Christina Deckwirth di Lobbycontrol. Una proposta, appoggiata anche da Trasparency International, riguarda l’introduzione di un intervallo di 3 anni fra l’attività politica e quella lobbistica. Un periodo sufficiente per evitare che il politico porti con sé informazioni riservate, contatti e conoscenze maturate negli anni della sua attività pubblica. Un’altra proposta riguarda l’introduzione di un registro obbligatorio per associazioni e lobbisti, che sostituisca l’inutile lista del Bundestag e fornisca a parlamentari e opinione pubblica la mappa di chi opera attorno ai centri di potere. Il governo invece lavora a un progetto tutto suo che vorrebbe portare nei prossimi mesi in parlamento: prevede obblighi di denuncia e valutazioni del governo stesso. I tempi però si stanno allungando.

Fonti: Rassegna Est e Limes

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