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Spagna, il 93% dei lobbisti richiede la regolamentazione della propria attività. E in Italia?
Scritto il 2014-10-03 da Giovanni Gatto su Europa

(Giovanni Gatto) Il 93% dei lobbisti spagnoli richiede la regolamentazione della propria attività, secondo il sondaggio interno condotto lo scorso giugno tra i membri dell’Associazione dei Professionisti delle Relazioni Istituzionali, che aveva l’obiettivo di fare una “radiografia” del settore in ambito spagnolo. Grazie ai risultati dell’indagine è stato possibile delineare chiaramente quale fosse il profilo medio del lobbista spagnolo, a quali settori questi fosse interessato per la maggiore e quale forma di regolamentazione fosse maggiormente adatta al modello di attività di lobbying del Paese.

Secondo l'indagine, nella maggior parte dei casi il lobbista spagnolo lavora in una impresa, sia essa una società di lobbying (31%), o un’azienda che abbia al proprio interno una divisione lobby o relazioni istituzionale (25%), e si occupa principalmente di uno di questi settori: sanità (25%), ICT e Media (24%) o energia (13%). Quasi tutti i membri di APRI (93%) vogliono la regolamentazione del lobbying, che doti i lobbisti di maggiore trasparenza e autorevolezza attraverso la creazione di un Codice di Condotta e di un Registro Universale per l’accesso ai poteri legislativo ed esecutivo, simile o, se possibile, ancora più restrittivo e cogente di quello che si applica al Parlamento e alla Commissione dell'Unione europea.

Anche in campo politico è possibile trarre dalle cifre e dalle dichiarazioni l’interesse reale per una regolamentazione del lobbying, sebbene i numeri dei favorevoli siano più contenuti rispetto a quelli riscontrati tra i professionisti del settore. "La lobby difende i suoi interessi, non l'interesse pubblico. Chi deve difendere l'interesse generale è il legislatore: è lui a ponderare tutti gli interessi in gioco e scegliere quale decisione sia la migliore per tutti. È positivo che si possa fare attività di lobbying? Può il legislatore tenere in conto tutti gli interessi? Ascoltare tutti sì, scegliere tutti no", sostiene Jordi Jané, membro del partito CiU al Congresso dei Deputati, intervenuto in occasione della presentazione del rapporto "La lobby nel nuovo quadro normativo", alla presenza di più di 600 politici di 20 paesi dell'Unione europea. La maggior parte di questi concorda sul fatto che il lobbying sia una pratica necessaria per le democrazie: l'86% si è dichiarato d'accordo che una lobby etica e trasparente contribuisse allo sviluppo della politica. Il Partito Popolare ha preferito non regolamentare l’attività di lobbying, pur impegnandosi a farlo in una prossima revisione del regolamento del Congresso dei Deputati. "Considero questa opzione – ha dichiarato Jané - chiaramente insufficiente: il luogo in cui si prendono le decisioni della massima importanza è l’esecutivo. Limitarsi al Congresso è una soluzione parziale".

Ma le differenze tra le opinioni dei politici si svelano a seconda di dove questi svolgono le loro attività. In Spagna, solo il 5% degli intervistati ritiene che i lobbisti diano un peso eccessivo alle élite e ai più ricchi. La media europea è del 24%. Se la domanda riguarda invece la mancanza di trasparenza, quasi la metà dei politici spagnoli pensa che dovrebbe essere migliorata, mentre in Europa lo pensa solo il 26%. Il 34% dei legislatori spagnoli vede utile la creazione di un registro obbligatorio: 20 punti sotto la media europea e quasi 40 rispetto ai decisori nelle istituzioni dell'Unione europea, dove c'è una maggiore regolamentazione (ma anche scandali dalla portata maggiore, come quello che ha coinvolto il Commissario alla Salute Dalli).

A tal proposito, recentemente la Spagna era stata richiamata dalla ONG Transparency International per la mancanza di una regolamentazione del lobbying con la conseguente assenza di trasparenza dei processi decisionali: con questa presa di posizione, l’associazione dei lobbisti mette ulteriore pressione sul governo Rajoy per accelerare un processo partito ormai diversi mesi fa e arenatosi in occasione delle elezioni comunitarie.

Anche in Italia, negli ultimi mesi, la discussione sulla regolamentazione delle lobby ha coinvolto rappresentanti del mondo politico, professionale e accademico. Il segretario del PSI Nencini, già autore della regolamentazione regionale toscana sui gruppi di interesse ai tempi del proprio mandato come Presidente del Consiglio Regionale, ha espresso il desiderio di inserire una regolamentazione delle lobby nel codice degli appalti in discussione attualmente al Senato, promuovendo una tavola rotonda il 4 ottobre a Firenze alla presenza di rappresentanti del mondo lobbistico e politico; il MoVimento 5 Stelle ha promosso un incontro sul tema (qui il link), che si è tenuto il 25 settembre a Roma; una serie di articoli del prof. Pier Luigi Petrillo, a capo del team che si è occupato della gestione del registro per la trasparenza del MIPAAF (uno dei pochi esempi attuali di regolamentazione organica del fenomeno, riferita a un Ministero) ha incoraggiato la ripresa delle discussioni sul tema (qui il primo articolo). Ma proprio nei giorni scorsi è arrivata la notizia che una regolamentazione del lobbying non rientrasse tra le priorità del governo, e che non ci sarebbero stati altri d.d.l. governativi a breve termine. E dire che le proposte ci sono e provengono, numerose, da diversi soggetti: urgono passi decisi e consapevoli della necessità di una regolamentazione del settore.

di Thomas T. Holyoke e Timothy M. LaPira, London School of Economics. La gente non ama i lobbisti. Gli appartenenti alla categoria vengono rappresentati come trafficanti di influenze corrotti che manipolano i legislatori con donazioni alle loro campagne elettorali. Spesso persino i candidati che vorrebbero sfruttare la rabbia populista contro i lobbisti stessi sembrano non essere in grado di separarsene. Un esempio? L’annuncio del Presidente Trump sul prosciugare la palude di Washington, anche se uno dei suoi collaboratori più vicini nonché ex consigliere per la sicurezza nazionale, Micheal Flynn, ha svolto attività di lobby per diversi governi stranieri senza nemmeno essere registrato. Oppure Corey Lewandowski, ex manager della campagna di Trump, che ha messo a disposizione il proprio network di relazioni per una società di lobby quasi immediatamente dopo l’elezione. Piuttosto che prosciugare la palude, sembra che essa si stia ampliando. Sebbene l’attività di lobby sia molto diversa rispetto a come viene generalmente rappresentata, si ritiene ancora inopportuno influenzare la politica in nome e per conto di gruppi di interesse. Il problema delle connessioni illecite dei lobbisti non si presenta solo negli Stati Uniti, ovviamente: la retorica del “prosciugare la palude” impedisce di riconoscere appieno il contributo positivo che l’attività di rappresentanza di interessi apporta al processo democratico. Invece, dobbiamo “nutrire l’acquitrino”, così da distinguere gli aspetti positivi e negativi del lobbying e per far ciò abbiamo riunito un piccolo gruppo di scienziati politici a Porto Rico per un incontro sui problemi della rappresentanza di interessi nei regimi democratici, le cui conclusioni vengono presentate sul numero di Ottobre 2017 di Interest Groups & Advocacy da Thomas Holyoke e Timothy LaPira. Qualche dato: Il numero dei lobbisti è in crescita; I sistemi democratici variano enormemente tra di loro nel regolamentare l’attività di lobby, in particolare con riguardo alle informazioni che devono essere rese pubbliche; Le leggi sulla rappresentanza di interessi vengono approvate spesso immediatamente dopo degli scandali, ma quasi mai vengono aggiornate; I legislatori che beneficiano del lavoro dei lobbisti sono riluttanti ad emanare riforme; Persino le imprese che si avvalgono della consulenza dei lobbisti non sempre conoscono precisamente quali attività vengano svolte; La definizione stessa di “attività di lobbying” andrebbe espansa; Con maggiori dati a disposizione del pubblico sarebbe più facile chiarire su quale interlocutore viene effettuata pressione. Entrambi gli studiosi convengono che l’alta domanda di servizi forniti dai lobbisti incoraggia sempre più rappresentanti a sfruttare le “revolving door”, mettendo a frutto le loro reti di relazioni e competenze in ambito di policy per costituire grandi società. Inoltre riconoscono che molti lobbisti si avvantaggiano della definizione di “lobbista” che viene data dalle leggi federali in materia di trasparenza per evitare di registrarsi o di esplicitare le loro spese, creando così un vasto esercito di “lobbisti-ombra”. Problemi simili esistono nelle democrazie europee: Michele Crepaz ha indagato sulle origini delle leggi sul lobbying, scoprendo che la maggioranza dei Paesi OCSE le ha approvate approssimativamente nello stesso periodo del ventunesimo secolo. Gli scandali legati all’attività di lobby spesso costringono i governi a regolamentare la rappresentanza di interessi, anche sulla base di quanto raccomandato dall’Unione Europea e da altre organizzazioni internazionali, ma molti stati ancora non si sono mossi in questa direzione. Jana Vargovčíková ha analizzato approfonditamente le proposte vagliate da Polonia e Repubblica Ceca, concludendo che la scarsa regolamentazione, unita spesso alla mancanza di reale interesse ad agire da parte dei rappresentanti eletti, porta a serie difficoltà nel condurre un processo di riforma. Quindi come si combatte la minaccia del lobbying senza freni? Mettendo sempre più informazioni a disposizione di sempre più persone. Lee Drutman e Christine Mahoney concordano che i lobbisti devono essere obbligati a render noto per conto di chi, come e perché stanno svolgendo la loro attività in dichiarazioni pubbliche. Queste dichiarazioni potrebbero essere utilizzate anche dai legislatori per assicurarsi che vengano ascoltati e protetti quanti più interessi concorrenti possibile: in un’ottica di database aperti online, queste comunicazioni informative potrebbero essere consultate da chiunque, dal grande pubblico come dai giornalisti e persino dagli altri lobbisti. Inoltre Tom Holyoke sottolinea come spesso anche chi si serve della consulenza dei lobbisti non conosce precisamente le attività che vengono svolte: il lobbying può essere tutelato dalla legge solo se i rappresentati conoscono e approvano ciò che i loro rappresentanti svolgono. Questi rimedi generali basati sui fatti non risolveranno tutti i problemi della rappresentanza di interessi particolari nei governi democratici: la verità è che il lobbying è parte naturale di ogni democrazia. Riteniamo però che la miglior forma di regolamentazione sia aumentare il numero di informazioni pubblicate. I lobbisti stessi potrebbero trarne vantaggio, coinvolgendo le persone che rappresentano in un processo trasparente di lobby giorno per giorno. Questa è la ricetta per una democrazia in salute. Traduzione a cura di Paolo Pugliese

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(Francesco Angelone) Uno studio del 2013 condotto da Sunlight Foundation stimava in circa 10mila il numero dei lobbisti registrati a Washington e in almeno altrettanti quelli non registrati, definendoli shadow lobbyists. Non è, quindi, una novità che il Registro di Washington comprenda solo una parte delle persone che effettivamente lavorano per influenzare i decisori pubblici a stelle e strisce. Stando ai dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, ormai specializzato in ricerche di questa natura, quasi 2.100 lobbisti attivi nel 2016 a livello federale non hanno segnalato di aver svolto attività di lobbying nel primo trimestre del 2017. Di questi, circa 1.200 hanno continuato addirittura a lavorare per lo stesso datore. In passato abbiamo già sottolineato, ancora una volta ricorrendo a OpenSecrets.org, come a questa diminuzione di lobbisti registrati non corrisponda una diminuzione delle spese in lobbying. I dati confermano, quindi, come i lobbisti più semplicemente continuino a lavorare off the record con buona pace del controllo pubblico generalmente reso possibile dal sistema di divulgazione delle informazioni. L ’inasprimento delle norme sul lobbying sotto l’amministrazione Obama e i mantra elettorali di Trump hanno avuto, fino ad ora, l’apparente conseguenza di rendere più opaco il lobbying a Washington. Il fenomeno del ritiro nell’ombra, inoltre, riguarda sia i lobbisti in-house che i dipendenti di società di lobbying. Ad esempio, Squire Patton Boggs e Covington & Burling, due tra le più grandi società di lobbying, hanno visto finire fuori dalle liste più del 15% dei loro dipendenti. Similmente hanno agito trade groups e aziende. Se è vero, poi, che per alcuni la scomparsa dal Registro o la mancata segnalazione di aver svolto attività di pressione è diretta conseguenza di un cambio di dipartimento all’interno della stessa azienda, per altri casi si apre la questione delle revolving doors. Più di 100 iscritti al registro sono passati a lavorare per il settore pubblico (quasi tutti per il Governo federale), dove probabilmente i loro ex colleghi troveranno punti di riferimento affidabili. Un esempio è quello di Justin Mikolay, ex lobbista di Palantir, società che fornisce analisi di dati per agenzie di intelligence, e che ora riveste il ruolo di assistente del Segretario alla Difesa James Mattis. Secondo quanto riportato da Buzzfeed il fondatore di Palantir, Peter Thiel, avrebbe elargito donazioni nei confronti di Donald Trump per un valore complessivo superiore al milione di dollari. Quello delle donazioni è altro tema interessante messo in evidenza dalla ricerca del Centre for Responsive Politics. Risulta che quasi la metà dei lobbisti non registrati nel primo trimestre del 2017 non ha compiuto una donazione di oltre 200 dollari nel ciclo elettorale del 2016. La maggior parte, poi, di coloro che ha compiuto donazioni di oltre 200 dollari non lo ha fatto direttamente a dei candidati ma ai Political Action Committees non palesemente schierati costituiti dalle società per cui lavorano. Lo studio ha anche reso possibile stabilire l’affiliazione politica dei lobbisti donatori definendo democratico o repubblicano quello che ha donato più del 70% della cifra totale donata per candidati dell’uno o dell’altro partito. E così, molti più lobbisti ‘repubblicani’ hanno disattivato il loro nome dal Registro per trasferirsi presso il Governo federale mentre più lobbisti ‘democratici’ non compaiono più nel Registro pur lavorando per lo stesso datore o avendo preferito abbandonare il mondo del lobbying. Va generalmente tenuto conto del fatto che i lobbisti tendono a donare a membri di entrambi i partiti maggiori, presumibilmente cercando di assicurarsi porte aperte su entrambi i lati del corridoio. (Foto via Twitter)

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Le conclusioni dello studio della Banca Centrale Europea: troppa regolamentazione fa male al mercato, ma il lobbying è il miglior strumento del mercato per parlare ai decision makers. La Banca Centrale Europea ha condotto il primo studio empirico sul settore del lobbying in Europa. Ne è risultato un quadro contrastante, riassunto in due concetti di base: il lobbying fornisce ai decisori pubblici importanti informazioni sul settore di riferimento, contribuendo alla consapevole presa di decisione legislativa o regolamentare; le aziende che spendono maggiori cifre per condurre attività di lobbying provengono spesso da settori altamente regolamentati e spesso puntano a mantenere alto il livello di complessità delle regole, rischiando di ridurre il generale benessere della società. La ricerca: rendite di posizione, innovatività, produttività delle imprese Lo studio “Lobbying in Europe: new firm-level evidence”, condotto da Kostantinos Dellis dell'Università del Pireo (Grecia) e da David Sondermann, analista della BCE, ha l'ambizioso obiettivo di ricostruire (empiricamente) le motivazioni che spingono una società a fare lobbying sul Governo del proprio Paese, e determinare il “ritorno sull'investimento” per ogni singola impresa o settore economico. È stato scelto, inoltre, di restringere la ricerca ad attori che operano in singoli mercati di riferimento, per tentare di dipingere un quadro ancora più specifico a livello settoriale. Secondo gli autori, che hanno rilevato una scarsa letteratura in materia, il lobbying è condotto in gran parte da attori che operano in mercati regolamentati. Una delle conclusioni più rilevanti è che le aziende “incumbent”, ossia quelle che detengono posizioni dominanti nel settore, tendono a voler mantenere la propria rendita di posizione favorendo i propri interessi specifici. È stato rilevato che questo meccanismo (plausibile in contesti ristretti come i mercati regolamentati), accanto alle difficoltà nell'accesso al decisore per i nuovi entranti del mercato rischia di ridurre il benessere complessivo dell'economia intera in quanto riduce la competitività, il livello di innovatività delle aziende dominanti e il conseguente potenziale di sviluppo delle imprese entranti. Un risultato pressoché ovvio ma che potrebbe suonare come una denuncia per i governi che sono restii ad avviare liberalizzazioni dei mercati più strettamente regolati. Interessante il riferimento al livello di innovatività delle imprese. È stato rilevato che le imprese che innovano fanno lobbying per proteggere il loro livello di innovazione, e allo stesso tempo sono tra i maggiori recettori dei fondi europei di sviluppo e innovazione. Un risultato positivo può essere l'aumento del generale livello di innovazione; di contro, aziende innovative già dominanti nel mercato possono fare lobbying per mantenere lo status quo e non hanno il bisogno di aumentare il loro livello di innovatività come invece eventuali aziende potenziali entranti. Incrociando i dati è stato poi possibile stabilire che, per gli attori analizzati, a maggior fatturato corrisponde maggior spesa per il lobbying. Spesso invece a maggiore intensità dell'attività di lobbying non sono risultati maggiori livelli di redditività e produttività. Per quanto riguarda i risultati per settore, secondo lo studio i settori del real estate e dei servizi professionali (avvocati, architetti, e qualsiasi professione che richiede alta professionalità) tendono ad operare maggiormente con attività di lobbying in quanto maggiormente regolamentati rispetto agli altri. Problemi metodologici: pochi dati a causa della scarsa trasparenza del lobbying in Europa La ricerca è stata la prima condotta con lo specifico scopo di creare un framework comune di interpretazione delle dinamiche tra imprese e decisori al momento di attuare politiche economiche di settore, sulla base di analisi simili condotte negli Stati Uniti. Il vero vulnus dello studio è stato, come hanno riconosciuto gli stessi autori, l'assenza di dati completi sull'attività di lobby delle imprese, un fenomeno fatto risalire all'assenza di un obbligo di rendicontare le spese nello specifico per le imprese e, allo stesso tempo, i finanziamenti privati ai partiti o alle campagne elettorali. Sono state prese come basi di dati le cifre del Registro per la Trasparenza dell'UE e il database AMADEUS di Bureau van Dijk , che riporta i dati su fatturato e spese di ogni società: troppo poco per tracciare precisi confini tra le spese in lobbying e i relativi outcome politici. Il Registro per la Trasparenza, infatti, non ha uno storico dei dati registrati periodo per periodo e, inoltre, è uno strumento facoltativo che riporta dati non categorizzati (ad esempio, lobby diretta o indiretta, a livello di governi nazionali o di istituzioni comunitarie, etc..) e suscettibili di fallibilità a causa della mancanza di una adeguata controprova delle spese realmente effettuate. È interessante che per risalire al match tra attività di lobby delle imprese e singola decisione pubblica delle istituzioni siano state prese come riferimento le Raccomandazioni specifiche per Paese (Country-Specific Recommendations: ad esempio, quella che ha portato il Governo Gentiloni all'approvazione della Manovra Correttiva in Aprile). In base a quello è stato possibile definire l'agenda delle riforme, i settori specifici coinvolti e gli attori che si sono mossi nel corso dell'inter decisionale. Conclusioni: con maggiore trasparenza dei dati sul lobbying, possibile definirne il ROI Gli attori di dimensione maggiore e in mercati altamente regolamentati tendono a spendere maggiori cifre in lobbying in assoluto, spesso per mantenere la propria posizione dominante: questo non è di per sé negativo, specie perché spesso la regolamentazione aiuta a contravvenire ai fallimenti di mercato. Ma allo stesso tempo, una maggiore regolamentazione in settori non a fallimento di mercato può ridurre la creazione di lavoro, la produttività e in generale il benessere dell'economia nel suo insieme. Lo studio si è rivelato quindi un primo passo per definire una metodologia di rendicontazione del reale impatto del lobbying per un'impresa: un fatto spesso decisivo per i manager che decidono di affidarsi a questa attività piuttosto che alla semplice competizione sul mercato. Uno studio che ha sicuramente delle basi scientifiche molto forti: seppur debole in alcuni elementi (pochi dati e confusi), la ricerca è riuscita a risalire alla correlazione tra le diverse variabili, rilevando che il lobbying non è casualità ma è una leva strategica specifica con obiettivi e risultati quantificabili. È quanto meno curioso che anche gli autori della ricerca richiedano una migliore regolamentazione del lobbying nei singoli Paesi, stavolta per ottenere maggiori dati al fine di condurre ricerche più affidabili e ripetibili. Si affiancano quindi agli operatori del settore (che chiedono autorevolezza della professione) e alle associazioni anti-corruzione della società civile (che vogliono far luce su eventuali fenomeni distorsivi del processo decisionale democratico). Un'ulteriore motivo di pressione per aumentare la trasparenza del lobbying. LINK allo studio completo (ENG)

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