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Anche in Francia il lobbying è poco trasparente: lo dice Transparency International
Scritto il 2014-10-23 da Giovanni Gatto su Europa


(Giovanni Gatto) Dopo la
Spagna, anche la Francia è passata al setaccio di Transparency International, ONG che si occupa della lotta alla corruzione e della domanda di trasparenza dei processi decisionali pubblici in giro per il mondo. Anche in questo caso, i risultati sono disastrosi: il Paese transalpino ottiene un punteggio di 2,7 su 10, risultando ancora molto arretrato per quanto riguarda il livello di regolamentazione del fenomeno lobbistico.

Il rapporto ha testimoniato come la Francia sia molto indietro per quanto riguarda la definizione delle relazioni tra portatori di interesse e politici, salvo che nel caso dell’Assemblea Nazionale. Qui infatti è già presente un Registro dei rappresentanti di interesse che raggruppa aziende, associazioni di categoria, ONG e società di consulenza. Il registro (Tableau des représentants d'intérêts) è nato da un progetto portato avanti dal deputato del Partito Socialista Christophe Sirugue, che nel luglio del 2012 istituì un gruppo di lavoro interno all’Assemblea francese (composto dai deputati Marie-Françoise Clergeau, Pascale Got, Arlette Grosskost, Marc Le Fur e Bernard Perrut) appoggiato anche dall’associazione francese dei lobbisti (Association française des conseils en lobbying). Pascal Tallon, presidente dell’Associazione, auspicava che in questo modo “tutti potessero scoprire che non c’è nulla da scoprire”.

Il formulario d’iscrizione al registro dei lobbisti è, lodevolmente, molto dettagliato: sulla scorta del modello anglosassone, richiede dettagliate informazioni per l’iscrizione come il volume d’affari dell’ente, l’obiettivo nei confronti dei decisori e le persone registrate per nome dell’azienda o organizzazione. Unica pecca (non da poco) la non obbligatorietà della registrazione per avere l’accesso esclusivo al decisore pubblico, caratteristica che rende il sistema simile a quello europeo, in cui non vi sono enti preposti al controllo stringente delle iscrizioni al registro (come, ad esempio, avviene in Canada o negli USA). Il Registro è entrato in vigore il 1° Ottobre 2013.

In realtà l’Assemblea Nazionale è stata la sola ad essersi interessata della trasparenza del processo decisionale francese, tanto da aver già applicato delle regole sul lobbying sin dal 2009: in particolare un registro pubblico e dei codici di condotta, poi rinforzati col provvedimento del 2013. In entrambi i casi Transparency International France ha portato avanti (insieme all’altra associazione francese Regards Citoyens) una vera e propria azione di lobbying anche attraverso audizioni parlamentari. Il lavoro del bureau presieduto dal deputato Sirigue non è stato però recepito anche dall’altra camera parlamentare francese, il Senato, né dalle istituzioni governative. Questa è la maggior motivazione per la quale la Francia sia stata “bocciata” da TI, insieme all’interpretazione “europea” del registro per la trasparenza in senso non obbligatorio. L’ONG, come per gli altri rapporti pubblicati, si è basata sulla valutazione di tre variabili: integrità, tracciabilità e partecipazione al processo decisionale. Riguardo l’integrità, il rapporto ha denunciato il mancato rispetto dei codici condotta e, in alcuni casi, la loro mancata applicazione; l’assenza di un organo di controllo indipendente sul registro per la trasparenza; il punteggio totale degli adempimenti ha raggiunto solo il 30%.

“Insufficiente e disequilibrata” è stata invece considerata la tracciabilità del processo legislativo: difficile conoscere dall’esterno quali e quanti siano i locali frequentati da portatori di interesse particolare, ad esclusione del Palais Bourbon (sede dell’Assemblée), e ancor più difficile comprendere il fenomeno delle revolving doors (in francese “pantouflage”), ossia del passaggio da pubblico a privato o viceversa. Ad esempio, ha destato scandalo la nomina di Xavier Musca, segretario generale all’Eliseo ai tempi di Sarkozy, alla carica di direttore generale di Crédit Agricole, o il consigliere dell’ex Primo Ministro Jean-Marc Ayrault, Nicolas Namias, nei quadri dirigenziali di Natixis. La valutazione degli strumenti di controllo, verifica e sanzione delle patologie non democratiche nel processo decisionale ha raggiunto solo il 10%. Per quanto concerne l’equità nell’accesso al processo decisionale, l’accusa rivolta da TI France all’establishment francese è quella di non avere chiare regole riguardo la formazione di comitati consultivi, che spesso restano chiusi all’esterno e non pubblicano i lavori o quanto meno la loro composizione interna.

Secondo Anne-Marie Ducroux di TI France, il problema è essenzialmente culturale: ancora in Francia la parola “lobbying” è considerata tabù (meglio parlare di “rappresentanza di interesse”), la legge è vista ancora come “calata dall’alto” in nome della volontà generale di rousseauviana memoria, senza la possibilità per attori economico-sociali di influire sul processo decisionale dell’Esecutivo il quale, a sua volta, non avrebbe la necessità di rendere conto dei propri atti in virtù del principio di separazione dei poteri. La legge Le Chapelier, poi, già nel 1791 (curiosamente l’anno in cui negli Stati Uniti veniva inserita l’attività di lobbying tra i diritti costituzionali…) aveva sancito l’abolizione delle corporazioni e di tutti i tipi di corpi intermedi[1], facilitando l’accentramento decisionale pubblico transalpino. L’interesse generale trascende “per tradizione”, quindi, gli interessi particolari, che non sono autorizzati ad intervenire nella decisione pubblica.

La Francia, quindi, è stata dipinta come una “cattiva alunna”, non avendo compreso la “lezione” delle principali democrazie rappresentative anglosassoni in meno alla necessità di una regolamentazione delle lobby per garantire concorrenza e maggior produttività all’intero processo economico. Ciò che incoraggia, nel caso francese, sono i passi decisi portati avanti da una minoranza parlamentare e dalle associazioni, che hanno portato alla concreta regolamentazione del fenomeno in seno all’Assemblea. Un passo avanti che ancora molti Paesi non hanno fatto. Tra questi, l’Italia, che rimane in attesa del rapporto di Transparency International previsto per il prossimo Novembre.

[1] Cfr. P.L. Petrillo, “Democrazie sotto pressione”, Giuffrè editore, Siena, 2011.

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