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USA, i governi stranieri fanno lobbying con i think tank (NY Times)
Scritto il 2014-09-08 da Franco Spicciariello su World

Quando i governi e le entità straniere finanziano i think thank c’è da preoccuparsi? Ne è convinto il New York Times, che negli ultimi giorni ha pubblicato i risultati di un’inchiesta sui soldi stranieri ai più autorevoli lobbisti americani, dal Brookings Institution all’Atlantic Council. Soldi arrivati da Paesi stranieri interessanti a influenzare la politica degli Stati Uniti in vari campi, dall’energia al commercio internazionale, alla difesa. Centri di ricerca noti per la loro autorevolezza e indipendenza che operano, a volte, anche come «lobbisti occulti»?

LO STRANIERO E IL LOBBISTA

Cinque milioni di dollari dalla Norvegia per ottenere il raddoppio degli aiuti al paese, ad esempio. I think tank non rivelano il rapporto che sussiste con i loro finanziatori, né gli accordi che stringono con chi tira fuori i soldi. E questo, secondo il NYT, non basta: in realtà molti tendono a non essere registrati come finanziatori, sfuggendo così ad ogni controllo di massima. L’inchiesta parla dei maggiori think tank in azione a Washington, dal Brookings Institute all’Atlantic Council. Ognuno di essi prende denari per organizzare convegni, forum, incontri privati o lavorare a dati, presentazioni, tesi che interessano al committente. La maggior parte del denaro proviene da paesi orientali od asiatici, oppure da produttori di petrolio. Gli Emirati Arabi, uno dei maggiori finanziatori del Centro per gli studi strategici e internazionale, ha tirato fuori dalle saccocce la bella cifra di un milione di euro per costruire la nuova sede del think tank. Evidentemente devono essere soddisfatti del servizio. Il Qatar è arrivato a quattro milioni con Brookings, di cui ha finanziato la sede appena aperta nel paese. E c’è chi fa notare che tutto questo si riverbera sull’attendibilità dei lavori promossi dai vari think tank, nonostante in base a loro studi e dati si prendano decisioni che valgono poi per i cittadini americani. In questa infografica pubblicata dal NYT si possono ammirare i vari contributi dei governi stranieri a nove think tank “indipendenti”:

La tabella del NYT sulle lobby

La versione originale si trova qui.

COSA C’È SCRITTO NEI CONTRATTI

Scrive il New York Times che spesso i governi sono piuttosto espliciti su quello che vogliono. «Per i rappresentanti diplomatici di piccoli paesi spesso è difficile anche soltanto riuscire ad arrivare a discutere con i rappresentanti delle istituzioni americane. I think tank organizzano anche questo», afferma un rapporto interno del governo norvegese. E in effetti, un’occasione di socializzazione con il nemico è imperdibile. Si lavora in due modi: o si pagano i think tank per spingere l’agenda del paese di riferimento, oppure li si sfrutta per ottenere dati, informazioni, studi e lavori che possano influenzare il dibattito politico. Dal 2011 almeno 64 tra governi stranieri o istituzioni estere ha pagato una tra le 28 entità che si occupano di lobbying a Washington, per un esborso complessivo di 92 miliardi di dollari in quattro anni: ma il conto, avverte il quotidiano, è necessariamente al ribasso visto che la maggior parte di questi finanziamenti non è registrabile o è registrata attraverso prestanome. Uno dei documenti sui finanziamenti ai think thank pubblicati dal Nyt:

La tabella completa dei finanziamenti è qui. Secondo il quotidiano gli accordi stretti tra i lobbisti e i governi stranieri potrebbero violare il Foreign Agent Registration Act del 1938, la legge federale che combatteva la propaganda nazista negli Stati Uniti. La legge obbliga chi paga per influenzare la politica Usa a registrarsi come “agente straniero”. E in effetti c’è chi lo ammette candidamente.

LA QUESTIONE COMPLETA

Massimo Gaggi sul Corriere della Sera ha commentato ieri i risultati delle analisi del NYT:

Con tanti miliardi di dollari e tanti personaggi di prestigio in circolazione, non c’è da stupirsi che a volte i confini tra le società di questi professionisti e centri di ricerca spesso guidati da economisti, ex diplomatici o personaggi di elevato rango politico, possano in qualche punto confondersi. Lo spettroagitato dal giornale americano è quello del«denaro straniero» ma Washington è pursempre la capitale di un impero, anche se indeclino, ed è abbastanza normale che Paesiche vogliono far sentire laloro voce al di là di quelloche possono fare le loro ambasciate,puntino anche suithink tank.

Serve agli arabi per premere sulla politicaenergetica Usa?

La Norvegia,come scrive il Times cerca difar cambiare idea al governosulle politiche per l’Articoattraverso la Brookings? Forse è così. Ma difficilmente il paper di qualche esperto farà cambiare rotta alla Casa bianca o al Congresso su questioni cruciali. Spesso quei soldi servono arisolvere problemi molto più terra-terra: trovareuna sede di prestigio nella quale il ministrostraniero in visita nella capitale dell’imperopossa lasciare un segno, parlandoin istituto davanti a un pubblico sussiegoso.

Fonte: Next Quotidiano

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