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Petrillo: «Soldi privati ai partiti. La legge è un colabrodo» (Avvenire)
Scritto il 2014-09-12 da Pier Luigi Petrillo su Interviste

(Giovanni Gatto) «Una cattiva legge sul finanziamento dei privati ai partiti e la totale mancanza di ogni regolamentazione delle lobby rischiano di creare un vero cortocircuito nella politica italiana». Il costituzionalista Pier Luigi Petrillo, che ha dedicato parte dei suoi studi proprio ai gruppi di pressione, è tranchant: «Da una parte abbiamo creato un sistema di finanziamento che, a partire dal 2017, si baserà in prevalenza sul contributo dei privati. Dall’altra non abbiamo approvato alcuna regola per garantire la piena trasparenza sui contributi elargiti e sui soggetti elargitori. Il sistema così non può funzionare, andremo incontro a una serie di gravi problemi che intaccano la qualità della nostra democrazia, a partire da una sfera troppo ampia di influenza concessa ai potentati economici sulla politica».

Il suo è un allarme piuttosto serio...
Si basa su un dato di fatto difficilmente contestabile, ossia la mancanza di trasparenza. In questo nuovo sistema di finanziamento alla politica sapremo i nomi di chi dona denaro ai partiti e perché lo fa? Conosceremo le cifre e i destinatari? La risposta allo stato è no.

Ci spieghi meglio: cos’è che non va nella legge di riforma del finanziamento ai partiti?
A dire il vero, un lobbista interessato a mantenere una situazione di totale opacità sui finanziamenti alla politica non avrebbe potuto concepire una legge migliore. Il problema è che la legge, così come è stata modificata (o meglio stravolta) in Parlamento, non prevede alcun vero obbligo di trasparenza. Un punto della legge riguarda l’obbligo di rendere pubblici tutti i finanziamenti superiori ai 5mila euro. Faccio un inciso: in altri Paesi - penso agli Stati Uniti ma anche ai principali Paesi dell’Ue – è necessario documentare qualsiasi contributo elettorale che superi i 50 dollari in Usa, o le 50 sterline in Gran Bretagna o i 50 euro in Francia, Austria e Germania. Ma la la cosa più grave è che in Italia anche la regola dai 5mila euro in su viene neutralizzata immediatamente, perché nella legge vi è anche scritto che la pubblicazione del contributo viene reso pubblico solo se c’è il consenso del donatore... Il quale, specie se si tratta di una grande azienda o di una società finanziaria, ha tutto l’interesse a tenere nascosta una consistente oblazione in favore di quello o di quel partito. L’obbligo, insomma, diventa facoltativo: un controsenso logico e una mostruosità giuridica.

Viene da dire: fatta la legge, trovato l’inganno...Tuttavia almeno la legge prevede un tetto alle donazioni private ai partiti, stabilito in 100mila euro per partito.
Il tetto, a mio parere, non ha alcun senso. Infatti è facilmente aggirabile. Oggi con una spesa minima si possono formare delle società e anche le grandi società dispongo di un numero di soggetti (fondazioni, consociate, partecipate, controllate, ecc.) che possono di fatto moltiplicare il contributo dei 100 mila euro con grande facilità. L’unica strada percorribile è quella di rendere tutto pubblico e trasparente, prevedendo un sistema efficace di sanzioni pecunarie e penali per chi sgarra. Naturalmente per far funzionare il sistema occorrono anche altre misure.

Ce le illustri, professore...
C’è il nodo del funzionamento interno dei partiti. Oggi se uno va a vedere i loro bilanci, si noterà che la parte più rilevante delle entrate riguarda la voce "mezzi propri". In questa voce ci può essere di tutto: dalle risorse dei propri fondatori, agli investimenti, e così via. Ma in questa voce possono finire tranquillamente i finanziamenti, anche consistenti, di soggetti privati. In mancanza di una regolamentazione pubblica dei partiti, questi non hanno alcun obbligo di tenere bilanci trasparenti. E la Corte dei Conti non può indagare. È questo il male oscuro dei partiti su cui bisognerebbe intervenire con decisione. E poi bisogna analogamente regolamentare le fondazioni politiche che allo stato non hanno alcun obbligo di rendicontazione pubblica dei propri finanziamenti. Si capisce da soli che diventa ridicolo regolamentare strettamente i finanziamenti ai partiti e poi lasciare completa mano libera a chi vuole elargire denari alle fondazioni riconducibili a partiti o a uomini politici.

Infine, ma non ultimo, c’è il discorso della regolamentazione delle lobby...
In Italia si è sempre impedito che l’attività di lobbying fosse regolamentata, impedendo tra l’altro di distinguere tra interessi leciti e opachi, tra professionisti e faccendieri. Negli Stati Uniti tutto si svolge alla luce del sole. Ma anche in molti Paesi europei esiste un elenco pubblico dei lobbisti, consultando il quale si può conoscere per chi uno lavora, di quali interessi è portatore, di quanti soldi ha speso per l’attività di lobbying e chi ha incontrato.

Chi è

Pier Luigi Petrillo è professore aggregato di Diritto pubblico comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Unitelma Sapienza di Roma, dove insegna anche Istituzioni di Diritto pubblico e Diritto costituzionale. E vanta numerose collaborazioni a livello istituzionale. È il titolare del corso di Teoria e Tecniche del Lobbying e di diritto comparato dei gruppi di pressione presso la Luiss, insegnamento unico nel suo genere in Italia. Tra le sue numerose pubblicazioni "Democrazie sotto pressione. Parlamenti e lobbies nel diritto pubblico comparato",(Giuffrè 2010).

Fonte: Avvenire

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