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Revolving door: Il paradosso italiano. Parte 2/2
Scritto il 2014-01-13 da Lucia Mosca su Italia

Nel nostro Paese, per quanto si avverta che le relazioni istituzionali si basino su rapporti troppo confidenziali tra vertici del settore privato e decisori pubblici, paradossalmente, abbiamo meno diritto degli altri paesi di lamentarci della situazione, dal momento che una regolamentazione in materia non esiste. Anche se il nostro ordinamento precisa l'incompatibilità tra alcune cariche pubbliche e alcune posizioni di vertice nel settore privato, non si preoccupa di delineare chiaramente la disciplina.

Pochi sono i casi in cui si può rintracciare un tentativo di regolamentazione del fenomeno del revolving door in Italia.

Un caso quasi isolato è rappresentato dalla normativa attuale che regolamenta AEEG e AGCOM, prevede quattro anni di cooling off per chi voglia passare dall'autorità indipendente a cariche in aziende private.

La legge istitutiva dell'Agcom, la n.249/1997, rifacendosi all'art.2 comma 8 della legge 481/1995, afferma che “I componenti di ciascuna Autorità sono scelti fra persone dotate di alta e riconosciuta professionalità e competenza nel settore; durano in carica sette anni e non possono essere confermati. A pena di decadenza essi non possono esercitare, direttamente o indirettamente, alcuna attività professionale o di consulenza, essere amministratori o dipendenti di soggetti pubblici o privati né ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura, ivi compresi gli incarichi elettivi o di rappresentanza nei partiti politici né avere interessi diretti o indiretti nelle imprese operanti nel settore di competenza della medesima Autorità. I dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono collocati fuori ruolo per l'intera durata dell'incarico.”

Le autorità indipendenti sono regolate, appunto, da una delicata disciplina atta ad evitare conflitti di interessi derivanti da influenze del settore privato sul pubblico e viceversa. In particolare, per quanto affermato da un documento del Piano nazionale Anticorruzione, “le pubbliche amministrazioni, gli enti pubblici economici e gli enti di diritto privato in controllo pubblico nel tentativo di evitare conflitti di interessi, sono tenute, ai sensi dell'art. 53, comma 16 ter, del d.legs. n. 165/2001, a impartire direttive interne affinché nei contratti di assunzione del personale sia inserita la clausola che prevede il divieto di prestare attività lavorativa (a titolo subordinato o di lavoro autonomo) per i tre anni successivi alla cessazione del rapporto nei confronti dei destinatari di provvedimenti adottati o di contratti conclusi con l'apporto decisionale del dipendente”. Inutile specificare che la norma è il più delle volte aggirata.

A differenza di queste Authority, la legge istitutiva della CONSOB, n. 216/1974, non prevede assolutamente un periodo di riposo, anzi, sancisce l'incompatibilità tra cariche private e pubbliche, ma permette ai vertici di riprendere il posto lasciato nel settore privato appena finito il loro mandato: “Il presidente ed i membri della Commissione non possono esercitare, a pena di decadenza dall'ufficio, alcuna attività professionale, neppure di consulenza, nè essere amministratori, ovvero soci a responsabilità illimitata, di società commerciali, sindaci, revisori o dipendenti di imprese commerciali o di enti pubblici o privati, nè ricoprire altri uffici pubblici di qualsiasi natura, nè essere imprenditori commerciali. Per tutta la durata del mandato i dipendenti statali sono collocati fuori ruolo e i dipendenti di enti pubblici sono collocati d'ufficio in aspettativa. Il rapporto di lavoro dei dipendenti privati è sospeso ed i dipendenti stessi hanno diritto alla conservazione del posto.

Cosa dire di quanto stabilito dall'art. 4 della legge della regione Abruzzo sull'attività di rappresentanza dei gruppi di interessi presso gli organi di Giunta e Consiglio regionali, che prevede un periodo di inattività di due anni, tra l'abbandono della carica di Consigliere o Assessore e l'iscrizione al registro dei lobbisti. Un buco nell’acqua, perché c’è un problema: non sono previste sanzioni in caso di violazione della norma.

Numerosi sono stati i tentativi di regolamentazione del fenomeno del revolving doors. Vista l'agenda del Governo, la speranza può essere che la legge anticorruzione 190/2012 trovi attuazione, con le sue precise specifiche per evitare i fenomeni di pantouflage-revolving doors: due anni di riposo per i decisori pubblici che vogliono diventare lobbisti.

Come riportato dal Corriere della Sera, l'ufficio di presidenza della Camera dei Deputati sta per varare il regolamento interno per l'accesso dei lobbisti ai locali di Montecitorio e la trasparenza degli incontri tra portatore di interessi e decisore istituzionale. Il lobbista in una stanza. La Camera dei deputati avrà presto uno strumento per rendere trasparente quell’attività che spesso trasparente non è: la cosiddetta «rappresentanza degli interessi», insomma il lavoro delle lobby. I «sottobraccisti» Oggi l’ufficio di presidenza di Montecitorio dovrebbe approvare la proposta di regolamentazione presentata dalla vice presidente Marina Sereni, Pd. Cosa cambierà? Per fare il lobbista sarà necessario iscriversi ad un apposito registro on line, che comporta una serie di onori e oneri. Ma soprattutto ai «sottobraccisti» - come venivano chiamati un tempo, vista la tecnica usata per agganciare i parlamentari in Transatlantico - sarà riservata una stanza dentro Montecitorio. Da lì, con la tv a circuito chiuso, potranno seguire in diretta i lavori parlamentari. E sempre lì potranno essere raggiunti dai deputati che li vogliono incontrare. Viene poi confermato il divieto di incrociare davanti alla porta delle commissioni, in attesa del momento giusto. Il tutto per limitare appostamenti e inseguimenti, eredità del passato arrivata fino ai nostri giorni, nonostante il sottobraccista non abbia più bisogno del «contatto fisico» per sostenere le sue ragioni. Il lungo dibattito Il registro della Camera arriva dopo un dibattito che nel nostro Paese dura da anni, con una lunga lista di proposte di legge più volte annunciate e mai arrivate in porto. «È una prova di maturità - dice Marina Sereni, relatrice del provvedimento - che riguarda tutto il nostro sistema politico. Se si pensa che la trasparenza è importate allora si deve valorizzare chi la sceglie». Per iscriversi al registro sarà necessario non aver subìto, negli ultimi dieci anni, condanne definitive per reati contro la pubblica amministrazione, come la concussione o l’abuso d’ufficio. La strada sarà sbarrata anche a chi, nell’ultimo anno, è stato parlamentare oppure al governo. Perché? È la cosiddetta norma contro le revolving doors, le porte girevoli. Serve a evitare che chi ha appena interrotto la sua carriere politica venga arruolato dalle società di lobbying per sfruttare il suo patrimonio di conoscenze tecniche e, soprattutto, personali. Chi deve iscriversi Saranno tenute a iscriversi, se vogliono fare attività di lobby, le imprese, i sindacati, le organizzazioni non governative, le associazioni di categoria come quelle dei consumatori e quelle professionali, come gli ordini degli avvocati o dei commercialisti. Ogni anno, entro il 31 gennaio, chi è nel registro dovrà presentare una relazione al collegio dei questori, i tre deputati che vigilano sul rispetto delle norme interne della Camera. «In caso di violazione delle regole - spiega ancora Sereni - potrà scattare la sospensione fino a un anno. O il divieto di chiedere l’iscrizione per un periodo massimo di cinque anni». Quello della Camera sarà il primo vero albo italiano dei lobbisti, dopo le mosse fatte in passato dal ministero dell’Agricoltura e di recente dal ministero dello Sviluppo economico. Possibile che a questo punto si muova anche il Senato, dove la discussione era stata congelata vista la «quasi cancellazione» prevista dalla riforma costituzionale poi saltata con il referendum. Resta la domanda, però: bastano un elenco e una stanza per evitare quelle interferenze che oramai posso seguire canali molto più sottili e discreti di un caffé alla buvette? «I lobbisti - dice ancora Sereni - sono portatori di interessi legittimi ma parziali. Si esprimono comunque. Se lo fanno in modo più trasparente credo sia meglio per loro, per i politici. E soprattutto per i cittadini». Chissà cosa ne penserebbe il mitico Wilmo Ferrari detto «la Clava»? Da mago del settore si vantava di aver piazzato nella sua carriera quasi 7 mila emendamenti.

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(di @FraAngelone) Chiedete a chiunque a Washington e vi risponderà la stessa cosa: il numero dei lobbisti non sta diminuendo. Eppure, secondo i dati raccolti dal Centre for Responsive Politics, il numero di lobbisti iscritti nel Registro e che hanno effettivamente svolto attività di pressione è drasticamente diminuito dal 2007 al 2016. Il Registro, infatti, conta ad oggi 10.498 iscritti a fronte dei 14.824 del 2007. Come è possibile spiegare questo gap tra la diminuzione di professionisti registrati e la presenza all’incirca costante (stando anche alla spesa totale per attività di pressione censita dallo stesso istituto) dell’industria del lobbying a Washington? La risposta è che non ci sono meno lobbisti, semplicemente ci sono sempre meno persone che si etichettano come tali. L’inchiesta è partita dalle colonne del Washington Post, che individua nella legislazione restrittiva in materia di lobbying varata dall’amministrazione Obama la causa scatenante di questo fenomeno che ha visto alcuni lobbisti cancellare la propria iscrizione dal Registro e altri rinunciarvi proprio, preferendo continuare a lavorare a Washington sotto la dicitura di policy adviser, strategic counsel or government relations adviser. Bisogna quindi ricordare ciò che prescrive la legislazione statunitense in materia di lobbying attraverso il Lobbying Disclosure Act, rivisto nel 2007. Secondo la legge può definirsi lobbista, e quindi obbligato ad iscriversi nel Registro, chi dedichi all’attività di pressione per conto di un cliente almeno il 20% del proprio tempo in un arco di tempo di tre mesi. Una legislazione porosa, quindi, che non evita la creazione di coni d’ombra nei quali si annidano spesso anche ex membri del Congresso che, passati all’altro capo del filo che lega lobbisti e decisori pubblici secondo il fenomeno delle revolving doors preferiscono evitare di attaccarsi addosso l’etichetta di lobbisti per non pregiudicare un futuro ritorno all’attività politica. Gli ex Senatori devono aspettare due anni prima di poter svolgere attività di pressione sui legislatori, per gli ex membri della Camera dei Rappresentanti basta un anno, all’ex speaker della Camera dei Rappresentanti del Congresso – e gran fumatore - John Boehner sono bastati 11 mesi per sedere nel board della Reynolds LA SITUAZIONE IN ITALIA Ci sono spunti utili per una riflessione anche su quanto avviene in Italia. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha varato questa settimana un proprio Registro Trasparenza, strumento attraverso il quale il Ministro Calenda si propone di “aprire” ai cittadini la sede di Via Veneto per renderli consapevoli e partecipi dello svolgimento del processo decisionale. A chi si rivolge, come funzionerà e quali informazioni conterrà il Registro? Possono iscriversi dal 6 settembre le persone fisiche o giuridiche che rappresentano professionalmente presso il MISE interessi leciti, anche di natura non economica e quindi, tra gli altri, i consulenti, gli studi legali, le imprese, le associazioni di categoria e le organizzazioni non governative. L’iscrizione al Registro sarà condizione necessaria per poter incontrare il Ministro, i Viceministri e i Sottosegretari. Il portale del Ministero permette, attraverso alcuni step, l’iscrizione al Registro e consente, attraverso un motore di ricerca, di consultare l’elenco dei soggetti iscritti (che al momento sono 69). Il Registro comprende anche un Codice di comportamento dei dipendenti del MISE e un Codice di condotta per gli iscritti al Registro stesso. Il Registro del MISE, che ricalca, tra l’altro, l’esperienza, poi naufragata, avviata anni fa dal MIPAAF con l’Elenco dei portatori d’interesse e potenzia e sistematizza l’iniziativa individuale del Viceministro delle Infrastrutture Nencini, potrà dare alcune indicazioni preziose circa la dimensione dell’industria del lobbying in Italia, quantomeno nei settori di competenza del Ministro Calenda. Sarà possibile comprendere quali interessi vengono perseguiti, da parte di chi e con quali dotazioni di bilancio. Tuttavia, risulta evidente la differenza con il modello americano che pure, si è visto, non è privo di falle. Differentemente da quanto avviene negli Stati Uniti il Registro Trasparenza del MISE, infatti, coprirà solo alcuni settori e non agirà nel contesto di una legislazione organica a livello nazionale. Pertanto, rimane evasa la questione di fondo circa l’ampiezza di quella zona grigia di cui resta ignota la capacità finanziaria e di influenza sui decisori pubblici. Tutto ciò, mentre il mondo del lobbying è sempre più professionalizzato, professionalizzante e integrato nella società, risultando essenziale, grazie a una strategia di public affairs trasparente, professionale e sostenibile economicamente ed eticamente, alla crescita del mondo dell’impresa.

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In molti hanno criticato la scelta di Lapo Pistelli, passato da un seggio parlamentare a una scrivania dei piani alti di Eni. Per ovviare alle critiche, basterebbe una norma sulle revolving doors in una legge sulle lobby: che però rischia di essere accantonata dopo le dichiarazioni della senatrice Finocchiaro. Lapo Pistelli, viceministro degli Affari Esteri del governo Renzi, lo scorso 15 giugno ha annunciato di voler lasciare il PD e la politica per diventare senior Vice President dell'Eni. A 51 anni, l’ex candidato sindaco di Firenze (sconfitto proprio da Renzi, suo ex collaboratore negli incarichi da assessore al Comune di Firenze, alle primarie per la candidatura comunale del 2009) passa dal pubblico al privato diventando un lobbista, a tutti gli effetti, della società del cane a sei zampe. "Mi occuperò - spiega - di promuovere il business internazionale e di tenere i rapporti con gli stakeholders, in Africa e in Medio Oriente, e dei progetti sulla sostenibilità”. Sin dai tempi di Enrico Mattei, Eni è uno dei maggiori strumenti di “diplomazia economica” dello Stato italiano (sebbene l’azienda sia una società per azioni dal 1992), in particolare nei principali poli petroliferi mondiali (Baltico, Nordafrica, Asia-Pacifico). Eni, a partire dagli anni Sessanta, ha contribuito a molte scelte di policy estera dei governi italiani, che molto spesso hanno creato imbarazzi con le diplomazie occidentali nell’ottica del conflitto bipolare (basti pensare all’avvicinamento ai “Paesi non allineati” nel secondo dopo guerra, o alla Libia negli anni Ottanta fino alla fine del regime di Gheddafi), con logiche tipiche del realismo politico e della diplomazia parallela a quella statale, che hanno portato anche a spiacevoli dubbi sulla trasparenza (si veda, ad esempio, l’inchiesta di Report del 2012). Ciononostante, la compagnia petrolifera rimane uno dei fiori all’occhiello dell’industria italiana, e le nomine dei vertici spesso sono fotografia della situazione politica nazionale. La scelta di Pistelli ha destato interesse all’interno del settore delle relazioni istituzionali, in particolare in merito al pericolo del cosiddetto fenomeno delle “revolving doors”, ovvero del passaggio (spesso immediato, se non a volte addirittura solo formale ad attestazione di una evidente commistione tra interessi pubblici e privati) dall’attività politica a quella privata, o viceversa. Il dibattito sulle revolving doors e sulla trasparenza dei rapporti tra gruppi di pressione e decisori politici è attuale in tutto il mondo (uno dei più recenti articoli di Politico ne parla in merito all’Unione Europea, ma se ne discute anche negli USA, nel Regno Unito, in Germania). Al momento dell’annuncio di Pistelli, che segue l’altro “non-renziano” Enrico Letta nella scelta di lasciare la politica per lavorare nel settore privato (l’ex premier ha detto sì alla prestigiosa università parigina della Sorbona), molte forze politiche hanno espresso la preoccupazione di una sovrapposizione tra gli interessi statali e quelli petroliferi. Il deputato di Sel Giulio Marcon ha presentato una interrogazione parlamentare con i deputati di Sel Scotto, Airaudo e Palazzotto, per chiarire quali rapporti intercorressero tra l’ad di Eni Descalzi e Pistelli quando deteneva la carica di viceministro. Il MoVimento 5 Stelle ha votato “no” alle dimissioni di Pistelli dalla carica di deputato, definendo il suo nuovo incarico “immorale” e proponendo un emendamento alla delega sulla Pubblica Amministrazione proprio per inserire l'incompatibilità di incarico negli enti pubblici o controllati a chi nei 5 anni precedenti ha ricoperto incarichi di governo o è stato parlamentare. A tutti gli effetti un periodo di “cooling-off”, a dire il vero molto lungo rispetto a quanto previsto nelle normative più avanzate in materia di conflitto di interessi. Maurizio Gasparri, di Forza Italia, ha definito la nomina di Pistelli ad Eni un “contentino” da parte del premier per non aver assegnato al concittadino la poltrona di Ministro degli Esteri (non senza indiscrezioni polemiche). Il costituzionalista Andrea Pertici ha invece segnalato che la legge Frattini del 2004 sul conflitto di interessi prevede un periodo di “raffreddamento” di 12 mesi, che però spesso viene aggirato a causa di interpretazioni molto estensive della norma (legge che secondo  secondo l’Ocse è scritta male e viene applicata peggio). Ma l’autorità Antitrust “non ha ravvisato problemi nel passaggio diretto da viceministro degli Esteri a manager del gruppo petrolifero”, in quanto non esisterebbero legami sostanziali tra l’incarico precedente e quello successivo di Pistelli. La nuova nomina è invece stata ben accolta dalla maggioranza di governo: Pistelli, un’ottima carriera nei principali ministeri dello Stato, diventa quindi un asso della manica nella società delle cui azioni lo Stato detiene ancora la maggioranza, in un momento in cui è in atto un rimescolamento degli incarichi delle principali partecipate e, in particolare, anche interno ad Eni (è notizia recentissima l’uscita dal management della petrolifera dell’economista Zingales, scelto proprio da Renzi). Facendo una prima riflessione, l’ex viceministro Pistelli non è censurabile giuridicamente (come del resto riconosciuto dall'AGCM) per aver accettato un incarico prestigiosissimo in un settore economico strategico per l’Italia, nella società leader nazionale. Ha la giusta esperienza a livello politico, un background accademico di tutto rispetto, una reputazione ed un bagaglio tecnico su cui non possono essere mosse obiezioni. Ci si chiede, però, se un passaggio diretto di questo genere sia eticamente appropriato, senza un periodo di “raffreddamento” e con una carica politica ancora in corso. Un esempio virtuoso, uno dei pochi che si ricordi, è ad esempio quello del deputato di Forza Italia Alberto Giorgetti, sottosegretario all’Economia in tre governi (Berlusconi, Monti e Letta), con affidata la delega ai Monopoli (incluso quindi il gioco d’azzardo). Anche in quel caso, un gigante del settore (Lottomatica) pare avesse promesso una poltrona al sottosegretario nel giugno 2014, rifiutata da Giorgetti, anche per evitare polemiche che erano subito montate . Una mossa eticamente encomiabile. Un’altra possibile riflessione può essere fatta sulla possibilità di prevedere una norma efficace sulle revolving doors nell’ordinamento nazionale, magari all’interno del provvedimento sulle lobby. Che però ieri ha visto l’ennesima battuta d’arresto, stanti le dichiarazioni della presidente della 1° commissione Affari Costituzionali del Senato Anna Finocchiaro sull’attuale ddl in discussione, con il testo-base del senatore ex M5S Orellana. Dopo settimane di rinvio della discussione, infatti, è stato annunciato che “per l'esame nel merito del disegno di legge di regolazione delle lobby bisognerà aspettare settembre, nonostante il ddl lobby non sia un tema divisivo”. L’ennesimo passo indietro per una regolamentazione richiesta a gran voce dai professionisti del settore, che sembrava arrivata ad una svolta dopo l’indiscrezione della virata su un testo governativo (il ddl Verducci), che sarebbe stato discusso dopo l’approvazione della riforma del terzo settore. Anch’essa, però, rinviata a settembre. La normativa renderebbe il passaggio tra incarichi trasparente e motivato, e favorirebbe lo spostamento del focus della discussione politica dal pericolo dello spettro della corruzione al premio del principio di meritocrazia.

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