Professione lobbista: chi sono e cosa fanno
Scritto il 2013-12-27 da lobbyingitalia su Italia

Chi lo fa di mestiere assicura che nel settore di lavoro ce n’è. Basta prepararsi e non avere imbarazzi nel dire: «Faccio il lobbista». «Per anni quella dell’esperto di lobbying è stata l’unica professione in crescita nel mondo della comunicazione», spiega Fabio Bistoncini, fondatore dell’agenzia di consulenza Fb & Associati e autore del libro Vent’anni da sporco lobbista. «Chi ha le competenze e la capacità, anche in tempi di crisi, non fa troppa fatica a trovare un impiego in questo comparto».

Anche se si tratta di un ambito di nicchia, il richiamo dell’occupabilità potrebbe far guadagnare una fama migliore al ruolo di lobbista, che per lungo tempo in Italia è stato identificato nell’immaginario collettivo con il personaggio oscuro pronto a tutto, anche alla corruzione, pur di tutelare gli interessi di una determinata categoria.

Tuttavia, possibilità di assunzioni a parte, già negli ultimi anni la figura del “responsabile delle relazioni istituzionali” (o “public affairs specialist”, per dirla all’inglese) ha cominciato a conoscere una buona reputazione. Anche al di fuori delle aziende, sono tanti quelli che la considerano un’attività dignitosissima, che richiede studio, competenza e passione.

Ma chi è il lobbista? E cosa fa di preciso? «È un tecnico – dice Bistoncini – che rappresenta un gruppo di interesse e che ha l’obiettivo di comunicare con chi gestisce il processo decisionale per influenzarlo, cercando per esempio di modificare una normativa specifica oppure, ed è ciò che si definisce advocacy, tentando di inserire un tema all’ordine del giorno nell’agenda politica».

Concretamente il lobbying consiste nell’intrattenere rapporti quotidiani con i decision maker, termine ormai passato nel linguaggio comune per intendere le persone che prendono decisioni ai vari livelli di governo, presentare richieste motivate («spesso ci presentiamo già con gli emendamenti pronti», aggiunge il fondatore di Fb & Associati) e rispondere alle controdeduzioni dei politici cercando di rendere comprensibile ogni contenuto in poco tempo.

Non a caso, la frase più citata quando si parla di public affairs è quella di J. F. Kennedy: «I lobbisti sono quelle persone che per farmi comprendere un problema impiegano 10 minuti e mi lasciano sulla scrivania cinque fogli di carta. Per lo stesso problema i miei collaboratori impiegano tre giorni e decine di pagine».

Stabilire quanti siano gli specialisti di lobbying in Italia è impresa ardua perché non c’è ancora una normativa che imponga l’iscrizione in appositi albi professionali. Al momento, l’unica grande istituzione che ha voluto un elenco ufficiale è il ministero dell’Agricoltura. Mentre il ddl preparato lo scorso luglio dal governo Letta, che prevedeva appunto la creazione di un registro per i lobbisti che hanno rapporti con le pubbliche amministrazioni e la registrazione obbligatoria, è stato rinviato a data da destinarsi.

È noto però che molte di queste figure sono interne alle aziende e altre fanno consulenza nell’ambito di agenzie specializzate (in Italia ce ne sono una decina) o di studi legali. Poi ci sono singoli consulenti che lavorano in proprio. Le associazioni che rappresentano gli interessi di chi fa lobbying in Italia sono due: Il Chiostro e Ferpi (Federazione relazioni pubbliche italiana), che ha al suo interno una sezione dedicata a questi professionisti. Ma solo una parte dei lobbisti italiani è iscritta a queste organizzazioni.

In questo settore, si diceva, le opportunità di lavoro non mancano. Lo conferma anche Francesco Delzio, fondatore e condirettore del master post lauream in Relazioni istituzionali, lobby e comunicazione di impresa dell’Università Luiss di Roma: «È una sorpresa positiva vedere come anche in questi ultimi anni di crisi le aziende siano sempre più in cerca di queste figure e vadano a caccia di profili nuovi e più ispirati al modello anglosassone, dove le capacità del lobbista contano più del suo network di conoscenze. Ed è questo il tipo di professionista che intendiamo formare».

Per diventare specialista in relazioni istituzionali quindi è necessario un percorso formativo diverso rispetto al passato: «Se prima a fare questo mestiere erano soprattutto ex politici ed ex assistenti e collaboratori di politici – continua Delzio, che è anche direttore Relazioni esterne, affari istituzionali e marketing di Autostrade per l’Italia –, ora le imprese richiedono manager che abbiano competenze ampie in diritto, economia e comunicazione».

Nello specifico, secondo il condirettore del master Luiss, bisogna possedere una conoscenza approfondita del diritto pubblico a tutti i livelli (regionale, nazionale, comunitario e internazionale), essere in grado di misurare l’impatto di un provvedimento sul conto economico di un’azienda, muoversi agevolmente nella lettura di un bilancio, capire di micro e macroeconomia e padroneggiare le tecniche e gli strumenti della comunicazione, sia offline che online.

«Si è bravi quando si è capaci di costruire consenso intorno alla posizione che si sostiene», conclude il manager. «E lo si deve fare anche attraverso i media: l’obiettivo è far capire che con un certo provvedimento non si avvantaggia solo un gruppo di interesse ma tutta la comunità. La nostra funzione è nobile e determinante per la democrazia. Le strutture tecniche all’interno delle istituzioni si stanno indebolendo e siamo noi, in molti casi, a informare i decisori e a spiegare loro come funzionano certi settori».

Si potrebbe obiettare che i dati forniti dai gruppi di interesse possono essere opachi e parziali. Finora però quelli che hanno invocato più regole per il settore sono stati i lobbisti stessi. E sono stati i decision maker a non introdurre una regolamentazione stringente. Non sarà forse perché la trasparenza può creare qualche imbarazzo di troppo alla politica?

Fonte: Maurizio Di Lucchio - Linkiesta.it

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