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Political intelligence o insider trading?
Scritto il 2013-07-23 da lobbyingitalia su World

(Luigi Ferrata) In uno scenario politico sempre più complesso, caratterizzato da un impatto crescente della regolazione sul business, l'attività di political intelligence sta acquisendo un ruolo sempre più importante anche in Italia.

Per le aziende e tutti i soggetti che intendono sviluppare una qualsiasi attività economica diventa fondamentale comprendere gli scenari, non solo economici, ma soprattutto politici, legati all'ambiente in cui operano. Per comprenderne l'importanza è sufficiente pensare all'impatto che può avere sulle strategie di sviluppo di un qualunque portatore d'interesse un qualsiasi accadimento politico.

Alcuni esempi possono facilitare la comprensione: si pensi agli effetti della caduta del governo sullo spread o ancora agli effetti sui valori azionari del settore automobilistico provocati da un'ipotetica decisione governativa relativa alla concessione di incentivi per la rottamazione: per gli operatori del mercato dei capitali, capire ed essere in grado di anticipare, metabolizzandoli, gli avvenimenti futuri comporta un determinante vantaggio competitivo.

Dare una definizione di political intelligence è molto complesso e non esiste un'interpretazione univoca. In sostanza si tratta di un'attività, vecchia come la politica, volta a comprenderne e a interpretarne le dinamiche fornendo informazioni agli investitori per aiutarli a prendere le loro decisioni strategiche.

Chi svolge tale attività raccoglie informazioni attraverso ricerche, analisi e incontri sfruttando un solido network relazionale e una profonda conoscenza dell'ambiente politico, sia focalizzandosi su scenari di tipo macro, sia insistendo su dettagli relativi a una specifica politica in corso di approvazione.

Infine a differenza del lobbying non punta a intervenire sui processi decisionali ma si concentra esclusivamente sulla raccolta e l'interpretazione di informazioni, che vengono trasferite agli interessati.

Non esistono dati precisi sui fatturati, tuttavia negli Stati Uniti stanno nascendo molte società specializzate, a dimostrazione del fatto che si tratta di un business molto profittevole che impiega molti ex membri degli staff del governo e del Congresso.

Lo sviluppo del settore potrebbe essere legato soprattutto a una crescente domanda da parte degli operatori del mercato finanziario, come gli hedge fund, per cui il timing di accesso all'informazione costituisce il fattore di successo in un momento in cui l'impatto della regolazione sul business, probabilmente anche a causa della crisi finanziaria, diventa sempre più pervasivo. Secondo un istituto di ricerca indipendente, l'Integrity Reseach Associates il mercato globale potrebbe valere circa 400 milioni di dollari divisi tra circa 300 società specializzate.

Negli Usa, dove appunto la political intelligence si è sviluppata maggiormente, sono emerse con forza alcune problematiche, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con gli operatori di Wall Street. In particolare la Sec (Securities Exchange Commission) ha aperto pochi mesi fa una complessa indagine, a cui la stampa americana ha dato ampio spazio, in relazione all'andamento anomalo dei titoli di alcune assicurazioni private, poco prima che il governo annunciasse una revisione delle politiche sulle assicurazioni sanitarie.

La Sec sta investigando alcune società di Washington, che in un alert del 1° aprile 2013 avrebbero fornito informazioni dettagliate ai loro clienti di Wall Street circa le intenzioni del governo, provocando un aumento delle negoziazioni dei titoli delle aziende coinvolte dalla decisione del governo nei minuti prima della chiusura del mercato, per un ammontare pari a circa dieci volte rispetto alla media delle due settimane precedenti, realizzando profitti importanti.

Il sospetto della SEC è che i report delle società di political intelligence sarebbero il frutto di fughe di notizie, prima che queste fossero annunciate ufficialmente, da parte di esponenti dell'amministrazione.

Il governo americano, soprattutto a guida Obama, è molto sensibile al tema, tanto da aver approvato poco più di un anno fa lo Stock Act (Stop Trading on Congressional Knowledge Act). Tale normativa di fatto estende la legislazione sull'insider trading, già prevista anche per gli operatori finanziari, a tutti i membri del Congresso, ai loro assistenti ed tutti i funzionari pubblici, che diventerebbero pertanto responsabili davanti alla legge per avere violato "confidenzialità e fiducia" in riferimento alla diffusione di informazioni in grado di alterare i valori dei titoli sui mercati finanziari.

Tuttavia la difficoltà di definire la political intelligence impedisce anche l'individuazione di regole chiare per un settore il cui unico focus è la raccolta di informazioni. Come si vede il tema è molto complesso perché se da un lato va tutelata l'esigenza del mondo del business ad avere accesso ai decisori sui temi di interesse, dall'altro vanno evitate le distorsioni del mercato che possono provocare dei vantaggi indebiti, grazie all'utilizzo di informazioni privilegiate che può verosimilmente sfociare nel reato di insider trading.

L'inasprimento della legislazione sull'insider trading è assolutamente dovuta e meritoria, tuttavia non è sufficiente ad impedire fughe di notizie ed abusi. In un sistema in cui il processo decisionale coinvolge un numero rilevante di figure, tra legislatori, regolatori staff, collaboratori ed esperti vari, la sanzione non basta ad impedire possibili infrazioni. L'idea di poter chiudere i soggetti coinvolti nella decisione in una sorta di "torre d'avorio" impermeabile ad ogni comunicazione con l'esterno è velleitaria e realizzabile solo in astratto.

Sarebbe sbagliato oltre che dannoso ai fini dell'efficacia della nuova norma, evitare incontri e scambi di opinioni con i soggetti che da quella norma sono in qualche modo toccati, anche se d'altro canto è evidente che chi incontra i decisori potrebbe al tempo stesso trarre un beneficio dalle informazioni ricevute nel corso delle varie consultazioni.

Inoltre data la difficoltà di definire cosa sia la politica intelligence, risulta molto difficile applicare un reato di insider trading, tanto più se le società in causa non traggono un vantaggio diretto, movimentando il mercato sulla base delle informazioni che hanno ricevuto, ma si occupano solo di trasferire un'anticipazione a chi invece sul mercato opera come core business.

È opportuno anche considerare che a differenza dell'insider trading, che spesso è focalizzato sull'utilizzo di informazioni riservate, relative ad una singola azienda, la political intelligence di solito tratta notizie che hanno un impatto su un più grande numero di soggetti, come ad esempio informative sull'andamento dei tassi di interesse, in cui informazioni riservate sono combinate ed interpretate insieme ad altre di dominio pubblico.

Quindi, data la difficoltà di individuare la rilevanza penale di alcuni comportamenti, sarebbe molto più utile agire a monte, sulle modalità con cui viene svolto lo stesso processo decisionale, in modo da renderlo il più trasparente possibile, coinvolgendo tutti gli stakeholder in incontri ed audizioni. Ma soprattutto imponendo uno sforzo aggiuntivo al legislatore, che dovrebbe aggiornare ed informare il pubblico, quasi "in diretta" sulla sua decisione e sulle ragioni ed i motivi che lo stanno portando a fare una scelta piuttosto che un'altra, evidenziando anche le tempistiche di attuazione. Un grande aiuto in questa direzione potrebbe essere fornito dall'utilizzo di internet e dalle nuove tecnologie di comunicazione.

In questo modo, "liberalizzando" il mercato delle decisioni politiche, esisterebbero meno informazioni privilegiate e quindi diminuirebbero gli spazi per distorsioni della concorrenza a vantaggio di pochi, esaltando il valore dell'interpretazione e dell'analisi al posto dell'indiscrezione e togliendo dall'ambiguità un servizio che è di grande valore per chi opera con strumenti finanziari.

Fonte: Huffington Post

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