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Fare lobby
Scritto il 2007-01-01 da lobbyingitalia su Libri

Sin dalle prime pagine si intuisce che Fare Lobby è un libro rilevante e coraggioso perché capace di focalizzare bene un limite delle aziende del nostro paese. In Italia sono molte le imprese che faticano a "guardare" quanto accade nell'ambiente in cui si trovano ad agire come una possibile minaccia/opportunità per il successo del loro business e soprattutto a pensare che un atteggiamento passivo è profondamente deficitario verso avversari, magari stranieri, molto più aggressivi.
Questo deficit competitivo delle aziende italiane nei confronti di concorrenti più abituati a relazionarsi in modo organico e strategico con gli attori dell'ambiente esterno è forse dovuto anche al contesto culturale del nostro paese. Ora però è arrivato il momento di cambiare e Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto nel loro volume si servono di numerosi esempi concreti – dal caso Microsoft davanti all'antitrust europeo alla moratoria sugli organismi OGM fino ai problemi del settore tessile di fronte alla concorrenza dell'estremo oriente – per proporre una serie di modelli e di regole di comportamento utili per vincere in un ambiente sempre più competitivo.
Il manuale, pertanto, è dedicato ad una nuova "razza" di manager e imprenditori che pensano in grande, che hanno l'ambizione di diventare i "nuovi padroni dell'universo" sulla base delle loro idee. La chiave del successo è, secondo gli autori, soltanto una: "è meglio scrivere le regole del gioco piuttosto che subirle". Nell'era della globalizzazione l'azienda deve più che in passato riuscire a interagire non solo con il proprio mercato e con i suoi concorrenti, ma anche con gli attori che definiscono le regole e influenzano i contesti sociali. Con gli attori che agiscono in quello che Cattaneo e Zanetto chiamano "pre-mercato". In varie parti del libro ritorna il concetto di "pre-mercato" che gli autori considerano composto da tutti quei fattori sociali, politici e legali che interagiscono e influenzano dall'esterno i mercati e gli accordi privati. Esso comprende quindi tutte quelle interazioni economiche che hanno come intermediario un soggetto pubblico e in cui, a causa di questa presenza, la natura degli accordi non risponde a logiche prettamente economiche ma più politiche.

Si arriva così all'altro concetto centrale nel volume: i public affairs, ovvero gli affari verso i pubblici esterni (stakeholders) all'azienda che in qualche modo, direttamente o indirettamente, interferiscono con la vita economica e competitiva dell'impresa stessa. I due autori sono consapevoli che le attività di public affairs sono incluse, nella gran parte dei casi, nelle funzioni aziendali tipiche dell'impresa moderna. Ma ciò che è nuovo e, in qualche modo, dirompente per gli assetti organizzativi di un'azienda è quanto i public affairs siano oggi centrali nella vita dell'impresa. A parere di Cattaneo e Zanetto le aziende devono pensare ai public affairs strategicamente e in termini "olistici". Il lobbying senza la capacità di gestire in modo corretto le relazioni con i media o le relazioni sindacali senza un'efficace comunicazione istituzionale – tanto per fare degli esempi – sono degli strumenti spuntati che difficilmente sono in grado di ottenere i risultati sperati. Così come esiste un marketing mix che amalgama e rende coerenti (ed efficaci) le leve del marketing, allo stesso modo l'azienda deve entrare nell'ottica di ragionare in termini di public affairs mix. In altre parole, la letteratura scientifica in materia si arricchisce di un volume che per la prima volta – qui sta l'originalità del libro – ben evidenzia l'esigenza di una svolta: se per anni le aziende italiane sono state abituate a vedere le attività di public affairs (lobbying, media relations, relazioni sindacali, marketing relazionale, comunicazione istituzionale, business diplomacy) come indipendenti e facenti capo a funzioni diverse, oggi le imprese devono essere capaci ad organizzare tutte le attività in un'unica visione strategica.

Il libro è organizzato in quattordici capitoli, suddivisi in tre parti. Nella prima di esse, si delinea l'importanza dell'analisi e della comprensione dello scenario del pre-mercato identificando quali sono gli elementi fondamentali dell'ambiente esterno, del settore e della catena del valore propri di una impresa al fine di: a) comprendere quali sono le minacce (e le opportunità) presenti nell'ambiente esterno. È infatti cruciale per l'impresa anticipare i propri concorrenti nella conoscenza delle tendenze politico-istituzionali, dei cambiamenti macro-economici, dei nuovi standard tecnologici, del cambiamento delle sensibilità e del sistema valoriale in merito a issues delicate come la demografia, l'ambiente, l'etica degli affari. b) Anticipare le mosse degli attori presenti nel pre-mercato al fine di difendere l'attrattività del proprio settore industriale o comprendere come influenzarle per trarre benefici. c) Capire, prima dei concorrenti, quali sono le tematiche del pre-mercato che possono costituire una minaccia per i propri differenziali competitivi. Infine, viene presentato un modello di "mappa delle influenze" capace di sintetizzare, per ogni minaccia/opportunità, quali sono i soggetti coinvolti, quali gli interessi che difendono e soprattutto con quali armi si presentano alla battaglia.

La seconda parte è dedicata a spiegare come un'impresa può e deve organizzarsi per partecipare al gioco delle influenze: quali funzioni aziendali devono essere coinvolte e come devono essere coordinate, il ruolo dei consulenti e di società esterne e la loro gestione. Nel dettaglio vengono indicate quali professionalità sono più efficaci tra una di tipo "politico" e un'altra di più aziendale, maggiormente legata ai ruoli classici della comunicazione o del marketing, e quali competenze devono essere sviluppate all'interno e quali possono essere comprate all'esterno. Viene introdotto quindi il concetto di "logistica" dei public affairs perché utile a spiegare come le relazioni richiedano una serie di attività che hanno lo spazio e il tempo come variabili determinanti e come il "capitale relazionale" debba essere sviluppato attraverso specifiche metodologie.

La terza parte, infine, è dedicata nello specifico al public affairs mix che a parere di Cattaneo e Zanetto è incentrato su tre semplici mosse: 1) comprendere in modo profondo chi sono gli interlocutori, i loro influenzatori, i loro interessi; 2) definire la propria posizione, gli obiettivi e il grado di impegno necessario per raggiungerli; 3) costruire una serie di argomentazioni che supporti il proprio posizionamento e risponda in modo adeguato agli interessi degli interlocutori. Vengono riportati alcuni casi che illustrano, a partire da esperienze reali, il modo in cui lobbisti, comunicatori, consulenti e top management si sono comportati in situazioni in cui la vittoria nel pre-mercato risultava fondamentale per le sorti di un'azienda. L'intento, infatti, è sottolineare il contributo sinergico delle otto discipline dei public affairs perché importante per il raggiungimento degli obiettivi desiderati.

Come detto, questo libro è rilevante, coraggioso e originale. Prima di concludere però va detto che il volume è anche utile. Per due principali motivi. Il primo. Fare lobby è utile ai professionisti della comunicazione (lobbisti, relatori pubblici, ecc.), a tutti quei giovani curiosi di approfondire il magmatico mondo delle lobby, ai sempre più numerosi studiosi di attività di lobbying perché ha un'esplicita finalizzazione didattica: vuole non solo mettere in luce che cosa sono i public affairs, ma anche insegnare a cambiare direzione e suggerire le strade da intraprendere guardando soprattutto a quanto avviene nel panorama internazionali. Il secondo. Parlare di lobbying in Italia è molto difficile per le valenze prevalentemente negative che il termine si porta appresso. In realtà, Cattaneo e Zanetto intendono mostrare con il loro libro che la forza di un sistema democratico risiede invece nella sua capacità di far difendere a tutti i propri interessi, rendendo tale difesa il più possibile pubblica e trasparente. È utile che qualcuno l'abbia scritto.

Marco Mazzoni

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Già a Palazzo Chigi, a lui il ruolo di head of Public Affairs. Al suo fianco ci sarà il giornalista Marco De Amicis. Sono settimane di grandi movimenti nel mondo dei public affairs romani, sia a livello corporate che di società di consulenza, visto anche il continuo scambio tra i due mondi. La novità arriva da Open Gate Italia, società oggi guidata dall’ex capo delle strategie di Wind Laura Rovizzi e da Tullio Camiglieri (a lungo direttore della comunicazione di Sky). A seguito dell’uscita dal CdA (ma rimasto in ottimi rapporti) del socio fondatore Franco Spicciariello, pochi giorni fa nominato a capo delle relazioni istituzionali di Amazon Italia, la società romana, sul podio delle consultancy italiane, ha immediatamente provveduto ad una riorganizzazione mirata ad un ulteriore rafforzamento.Open Gate Italia – che vede tra i suoi clienti società quali Enel Open Fiber, HP, ThyssenKrupp e il mondo delle e-cig - vede infatti la nomina a Head of Public Affairs di Andrea Morbelli, già senior consultant della stessa business unit. Ingegnere di formazione, Morbelli ha alle spalle un esperienza di oltre quindici anni tra relazioni istituzionali e comunicazione, alternando esperienze professionali presso istituzioni pubbliche e private. Per molti anni ha lavorato a Palazzo Chigi seguendo i rapporti con il cittadino e il mondo associativo presso l’Ufficio del Presidente del Consiglio e supportando l’Ufficio Comunicazione del Presidente di Forza Italia, ed è stato dal 2001 al 2004 membro eletto del CNSU presso il MIUR. Figlio del giornalista Enrico Morbelli, ha gestito i rapporti con la stampa, la comunicazione e le attività istituzionali e internazionali del Ministero dello Sviluppo Economico fino al 2008, andando poi a coordinare le attività istituzionali dell’Assessorato alla Cultura della Regione Lazio. Ha infine iniziato a collaborare con Open Gate Italia nel 2013, curando i rapporti parlamentari e governativi per numerose società, con particolare focus sul mondo dell’industria e dell’ICT. A fianco dell’attività professionale anche quella di impegno civile, avendo collaborato per anni alla segreteria della Scuola di Liberalismo, per poi fondare ed animare l’associazione “Laboratorio Liberale”. Su Twitter: @AMorbelliNella squadra di public affairs e comunicazione strategica entra anche un nuovo senior consultant Marco De Amicis. Giornalista professionista, esperto di comunicazione finanziaria, De Amicis inizia una carriera di capo ufficio stampa per il Forum Nazionale Giovani, poi a Nessuno Tv e a Red Tv. Prosegue una significativa esperienza in ambito sociale, prima nell’ufficio stampa di Unicef Italia, poi come portavoce del Garante dell’infanzia e l’Adolescenza, infine come advocacy officer per Save The Children Italia.Su Twitter: @marcodeamicis 

Imprese - Lobbyingitalia

Milano Finanza pubblica un'analisi di base sui bilanci delle principali società di lobbying in Italia, presentando fatturati, risultati e una classifica ipotetica (in quanto ognuna delle società in lista porta avanti anche attività diverse). L'autore, Andrea Montanari, mette anche in corretto risalto come il settore soffra in termini di dimensioni a causa dell'assenza di una normativa che regoli in maniera accurata l'attività di lobbying, a differenza ad esempio di paesi come gli USA o il Regno Unito, Nel resto del mondo è un'attività fiorente e regolamentata. In Italia, invece, è ancora considerata come un lavoro da guardare con sospetto. Perché, nonostante tutto, la parola lobby difficilmente viene accettata. Si pensa che dietro si celino chissà quali retroscena. Ma forse è la mancanza di una legge, invocata da anni e al momento ferma sul tavolo del presidente della com-missione Affari Istituzionali del Senato, Anna Finocchiaro, a non favorire lo sviluppo a pieno regime del business. Che, infatti, bilanci delle principali società del settore alla mano, vale complessivamente solo 13,5 milioni (tabella qui sopra). Nulla, rispetto al reale valore del lavoro svolto e dei risultati spesso raggiunti. Anche perché il più delle volte i grandi budget sono gestiti direttamente dalle associazioni di categoria o dal-le strutture interne alle grandi aziende. E quindi, alle società di consulenza, di public affairs e di lobbying resta ben poco. Il podio: Cattaneo&Zanetto rimane leader di mercato, seguita da FB&Associati e da Telos, che supera Open Gate Italia Lo dimostra il fatto che il leader di mercato, la società Cattaneo&Zanetto, di Alberto Cattaneo e Paolo Zanetto, lo scorso anno fatturava 3,93 milioni (con un utile di 626 mila euro), ossia un terzo dell'intero giro d'affari complessivo. Alle loro spalle si piazza, confermando il ruolo di secondo operatore del mercato, la società di Fabio Bistoncini, specializzata in advocacy e lobbying. La Fb & Associati lo scorso anno aveva chiuso il bilancio con ricavi per 2,53 milioni e profitti per 141 mila. E se le prime due posizioni sono consolidate, la vera novità è rappresentata dal terzo piazzato, che ora non è più Tullio Camiglieri (ex giornalista Mediaset, poi a capo della comunicazione di Stream prima e Sky Italia poi), che dal 2008 è attivo con Open Gate Italia, bensì la prima donna del mercato, Mariella Palazzolo. La sua Telos Analisi & Strategie, con un fatturato 2014 di 1,34 milioni e un utile di 274 mila euro, ha conquistato la medaglia di bronzo dei bilanci. Quando invece nel 2013 Telos era sesta per giro d'affari. Open Gate Italia "pulisce" i bilanci e cambia l'azionariato a seguito della nomina di Tommaso Pompei ad Amministratore Delegato della newco di Enel per la posa della fibra ottica. Questo cambio di guarda è coinciso con una flessione dell'attività di Open Gate Italia, che tra l'altro è stata l'unica delle 11 società di riferimento a registrare una chiusura d'anno in perdita (-245 mila euro), costringendo i soci, in sede di approvazione del bilancio, ad abbattere e poi ricostituire il capitale con la contestuale uscita di scena dall'azionariato del manager Tommaso Pompei (ex Wind, oggi in Boscolo Group). In rilievo l'arrivo sul mercato di nuovi soggetti, a partire da Comin & Partners, che a quanto risulta a LobbyingItalia ha preso il via con clienti quali Ilva, Hitachi e Novartis. Ma la vera novità del mercato del lobbying & public affairs, a detta di tutti gli operatori, è stata l'ingresso in scena di Gianluca Comin (ex Telecom, Montedison ed Enel) con la sua Comin&Partners che ha debuttato lo scorso anno (388 mila di euro di ricavi) e che quest'anno si è consolidata con la firma di parecchi incarichi di peso sul panorama industriale italiano. Cambia l'ambito territoriale: dalle Regioni a Bruxelles Tutti questi attori ora devono confrontarsi con alcuni trend che paiono emergere sul mercato, almeno in Italia. Il primo è quello dell'ambito territoriale d'azione. Perché se fino a qualche anno fa tutto si concentrava su Roma, con la devoluzione di alcuni poteri alle Regioni italiane, lobbisti e consulenti di public affairs devono essere più a contatto con governatori e manager pubblici locali. Senza trascurare la presenza in quel di Bruxelles, vera capitale della political intelligence. Non solo politici: think tank, professori, opinion makers, ecc. L'altro fattore da tenere in forte considerazione per il futuro è quel cambio dei referenti: non più solo i politici di turno in Parlamento, ma ora i riferimenti sono gli opinion maker, professori universitari ed esponenti dei vari think tank (65 quelli censiti dall'associazione Openpolis). Soggetti che con le loro valutazioni o esternazioni possono far cambiare direzione a un decreto o a una proposta di legge. Ma nell'era digitale i lobbisti non possono più trascurare i social network. E se non è affatto vero che Twitter in Italia fa davvero opinione in ambito politico-istituzionale, come invece accade negli Stati Uniti, è altrettanto vero che gli opinion maker ormai li usano per tastare il polso del mercato. Fonte: Andrea Montanari - Milano Finanza Scarica l'articolo in .pdf  

Imprese - Lobbyingitalia

La presentazione del rapporto della sezione italiana di Transparency International "Lobbying all'italiana", presso la Sala della Mercede della Camera dei Deputati, è stata l'ultima occasione di confronto e analisi del sistema lobbistico italiano per professionisti del settore e mondo politico. I risultati del rapporto: bassi livelli di trasparenza, partecipazione, integrità Il rapporto (qui il link), annunciato negli scorsi giorni, è stato elaborato da un team tutto italiano composto da professionisti del settore (lobbisti, comunicatori, professionisti del public affairs e delle relazioni istituzionali, tra cui Gianluca Sgueo e Francesco Macchia), esponenti del mondo accademico e membri italiani di Transparency International, ONG sempre attiva sul tema della lotta alla corruzione e della trasparenza che sta portando avanti un progetto di analisi dei sistemi lobbistici di tutti (o quasi) i sistemi europei (atteso per inizio 2015 il report comparativo finale dei 18 ordinamenti analizzati, chiamato "Lifting the Lid on lobbying", cofinanziato dalla Commissione Europea). Come per gli altri Paesi precedentemente analizzati, la conclusione dell'organizzazione è stata netta e impietosa: l'Italia necessita urgentemente di una regolamentazione del lobbying e si trova tra i Paesi con il più basso livello di trasparenza in base ai parametri utilizzati. Chiara Putaturo, membro del team di studio assieme a Susanna Ferro e Davide Del Monte per Transparency, ha illustrato i risultati della ricerca, in particolare riferendosi alla valutazione di tre principali indicatori. Livello di trasparenza, 11%: livello bassissimo, che si spiega per l’assenza di un registro (presente in Italia solo nell'esperienza - ormai conclusa - del MIPAAF o - assai confusamente - a livello regionale). Il "decreto trasparenza” del 2013 ha avvicinato i cittadini alle istituzioni grazie alle previsioni sugli Open Data, ma sia il suo uso, che la sua applicazione, che la sua diretta fruibilità appaiono limitati. Livello di integrità, 27%: emerge la necessità di codici etici adeguati per lobbisti e decisori. Attualmente, esiste un Codice etico per funzionari statali, mentre per i lobbisti si possono registrare solo le iniziative di Ferpi e de Il Chiostro, le principali associazioni di categoria del settore. Ultimo indicatore, il livello delle pari condizioni d’accesso, 22%: in Italia sono previste dai regolamenti parlamentari delle consultazioni, che però risultano spesso informali, e per di più la consultazione dei gruppi non è bilanciata da regole che permettano la fruibilità dei risultati di audizioni o studi presentati ai decisori. Risultato finale: 20%. In effetti, basterebbe citare una ricerca del Global Corruption Barometer del 2013 per comprendere la necessità di una regolamentazione: il 70% cittadini in Italia ritiene che poteri siano corrotti: ciò testimonia che i cittadini conoscono il fenomeno ma lo ritengono opaco. TI Italia definisce il lobbying come "qualsiasi forma di comunicazione da parte di un gruppo di pressione verso decisori per influenzare il processo decisionale". Il problema essenziale è di natura culturale: più di 50 proposte legislative presentate nell'ultimo mezzo secolo non sono andate a buon fine, e hanno portato, secondo il rapporto, a un tipo di lobbying “ad personam” legato più a rapporti personali che alla discussione di contenuti, e alla convinzione che la figura del lobbista fosse affine a quella del faccendiere o massone. Il Registro Europeo per la Trasparenza è uno dei pochi strumenti in cui è possibile tener conto dei lobbisti che hanno sede in Italia (612 nell'ottobre 2014), ma il carattere volontario e non onnicomprensivo del Registro rende questo dato inconsistente. Il report contiene, infine, delle concrete proposte da parte di TI: un registro pubblico obbligatorio per lobbisti gestito dall'Autorità anticorruzione o dalla Presidenza del Consiglio; la trasparenza dell'iter legislativo; la pubblicità degli incontri e il controllo degli accessi ai decisori politici; un Freedom Of Information Act (con diritto di accesso agli atti pubblici); una regolazione del fenomeno delle revolving doors; un codice etico per i lobbisti (o l'attuazione di linee guida nazionali per la categoria); la tutela e l'indipendenza dei giornalisti, destinando in particolare maggiori risorse e tutele giudiziarie per giornalismo d’inchiesta e indipendente, per ostacolare il fenomeno dei giornalisti "parziali" nei confronti di eventuali finanziatori. Ben più interessante il riscontro che l'analisi ha poi trovato nel confronto con esponenti, da un lato, del mondo politico e, dall'altro, dell'"industria" del lobbying italiano. Il mondo politico: ottimi auspici, qualche imprecisione, poca determinazione Il Sottosegretario di Stato al Ministero delle Riforme costituzionali e Rapporti con il Parlamento, Ivan Scalfarotto, ha considerato tre punti di forza del gruppo che fa lobbying: autorevolezza sociale del gruppo che preme (che deriva dalle maggiori risorse a disposizione, dal maggiore consenso di base o dalla maggiore professionalità sul campo); competenza specifica in un settore (in quanto spesso il lobbista ne sa più del decisore generalista); accesso privilegiato alle sedi delle decisioni (in due modi: conoscenza personale dei decisori maturata con esperienze precedenti; dimestichezza con le procedure decisionali e facilità nell’accesso ai luoghi di decisione). Scalfarotto ha individuato due problemi del fenomeno lobbying: la tenuta dei decisori, ossia la capacità di esporsi e documentarsi sull'argomento; la trasparenza dei lobbisti. Il Governo auspica, da parte propria, una rapida discussione sui ddl in esame alle camere. Punti focali dell’analisi di TI sono la "legge Severino", che ha previsto piani anticorruzione da mandare a Cantone da parte degli attori pubblici; la statistica sui lobbisti in Italia, la cui attività è concentrata più sulla legislazione di settore che su affari generali e bilancio; la connotazione negativa dei lobbisti in Italia a causa essenzialmente dell’assenza di legislazione. Anna Masera, responsabile della comunicazione per la Camera dei Deputati, ha espresso un monito sulla richiesta di trasparenza generica portata avanti negli ultimi tempi: secondo la sua opinione, spesso un resoconto scritto dei lavori di una Commissione è uno strumento migliore, più autorevole e professionalmente meglio fruibile di una diretta streaming dei lavori parlamentari, che forse presterebbe il fianco a strumentalizzazioni politiche inficiando la correttezza del processo decisionale. Il viceministro per le Infrastrutture e i Trasporti e segretario nazionale del Partito Socialista Riccardo Nencini (autore, in particolare, della legge toscana sulle lobby all’epoca del proprio incarico come Presidente del Consiglio regionale),  ha annunciato piccoli passi avanti in materia di regolamentazione delle lobby in seno alle istituzioni nazionali: oltre alla presentazione di un coraggioso emendamento allo Sblocca Italia non ammesso (portato avanti dai deputati del Gruppo Misto - Partito Socialista Italiano (PSI) Pastorelli, Di Lello e Di Gioia), attualmente la Commissione competente del Senato (Commissione 1°, Affari Costituzionali) sta lavorando ai vari ddl sull’attività di rappresentanza di interessi (A.S. 281); inoltre, il 3 novembre scorso il Quirinale ha varato la legge delega sul Codice degli appalti che prevede la parola “gruppi di pressione/lobby” su una legge nazionale per la prima volta. Nencini si è concentrato su diverse questioni riguardanti il lobbying. Il tema decisivo, tralasciato da TI Italia, è la relazione tra gruppi di pressione e alti dirigenti dello Stato, non considerati (erroneamente) influenti quanto i decisori politici. Spesso, infatti, all’interno della struttura amministrativa dei dicasteri sono presenti decision makers più incisivi di chi occupa posizioni politiche pubbliche. Altro tema “caldo”: l’ipocrisia italiana, figlia di una cultura decennale (di stampo “cattocomunista”) che fa sì che ciò che appartiene al mondo del profitto sia nascosto. È la ragione madre per la quale, secondo Nencini non c’è ancora legge sulle lobby. C’è grande difficoltà, nella cultura italiana, di distruggere il campo dell’opacità, attraverso meccanismi presenti in altri ordinamenti. Fondamentale poi è anche l‘individuazione del campo semantico in cui inscrivere l’attività di lobbying: non si tratta solo di combattere meglio la corruzione. Il codice degli appalti è scritto soprattutto per dare efficienza, certezza, semplicità per la realizzazione di opere pubbliche e evitare costi eccessivi. Ulteriore questione urgente riguarda i partiti politici: in Italia non ci sarà più, nei prossimi anni, finanziamento pubblico ai partiti: l’urgenza è di avere maggiore trasparenza per comprendere i fenomeni di fundraising, in particolare il crowdfunding, che nei prossimi mesi si succederanno sul modello anglosassone. Infine: sarà importante offrire opportunità uguali in trasparenza e partecipazione: in particolare, va ridiscusso il rapporto di fiducia, ultimamente degenerato negli ultimi atti del Governo Renzi, molto spesso arrivati alla discussione alle Camere senza poi l’effettiva possibilità di modifiche al testo discusso. Sono intervenuti alla discussione anche esponenti dell’opposizione all’attuale Governo, l’uno “esterno al partito” (il vicepresidente della Camera per il MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio) e l’altro “interno” (Giuseppe “Pippo” Civati) al partito che detiene l’attuale maggioranza parlamentare, il PD. Di Maio ha ribadito la necessità, espressa già durante le discussioni sulla Legge di Stabilità 2014 e ribadita in occasione della conferenza con la promessa di documentare con foto “l’assalto alla diligenza” per la discussione della Stabilità 2015, di una maggiore regolamentazione degli accessi ai locali della Camera; si è però detto d’accordo sul che le lobby non siano il male, ma uno strumento fondamentale nel processo decisionale. Di Maio ha però dimostrato scarsa dimestichezza con il termine “lobbista”, forse a causa della ritrosia culturale che spesso porta a definire le “lobby” come esponenti del potere occulto e cattivo, e a confonderle con le attività portate avanti da altri soggetti, spesso definiti da stampa e politica come faccendieri (tirando in ballo anche, erroneamente, la vicenda-Scarpellini). Tra le proposte, quella di sfruttare il principio dell’autodichia (spesso utilizzata dalla Camera e dal Senato per dichiarare illegittimo qualsiasi provvedimento che regolasse le due istituzioni, che detengono la competenza assoluta sull’argomento) per regolamentare l’accesso alle Camere direttamente nei regolamenti parlamentari, e in particolare vietare o registrare l’accesso di chi, in qualità di giornalista parlamentare o ex parlamentare o, ancora, invitato su discrezione di personale delle Camere o parlamentari, ha maggiori opportunità di influenzare il decisore rispetto a chi non possiede gli stessi strumenti di relazione. In realtà, a detta del vicepresidente della Camera, non è stato ancora messo all’ordine del giorno un provvedimento in materia (“per cui basterebbe il parere positivo di sole 20 persone nell’ambito della Presidenza della Camera”), ed è ravvisata una volontà politica rimasta inespressa all’interno del Parlamento. Civati si è detto d’accordo ad attribuire il controllo dell’eventuale registro dei lobbisti all’antitrust, piuttosto che all’autorità anticorruzione, per dare sin dall’inizio un’immagine positiva all’attività di lobbying; si è detto altresì favorevole a regole di trasparenza per i politici. Non si è però mostrato fiducioso sul Governo (che non ha in programma un’iniziativa diretta, il che fa presupporre l’indisponibilità a produrre sul tema un decreto legge, attualmente principale fonte di produzione di norme in Italia), ponendo l’accento sulla questione della “disintermediazione” e del mancato bilanciamento tra Governo e Parlamento. I lobbisti: bisogno di regole per crescere in autorevolezza La parola è poi andata ai lobbisti, e in particolare ai rappresentanti delle due maggiori associazioni di settore: Giuseppe Mazzei, presidente de Il Chiostro – per la trasparenza delle lobby, e Patrizia Rutigliano, di FERPI. Mazzei, nel ricordare che la propria associazione è stata tra le prime a proporre un codice etico volontario per chi esercita attività di pressione, ha specificato che la normativa sul lobbying non significa necessariamente anticorruzione, ma piuttosto partecipazione e miglioramento della qualità della normazione. “Se non c’è regolamentazione è colpa di lobby “occulte”, come quelle burocratiche. Va bene che vigili l’autorità anticorruzione, ma quando il legislatore si è occupato di questo ha realizzato un reato, il “traffico di influenze illecite”, rivelatosi una norma che è interpretabile troppo largamente e quindi inutile. Infatti, non si spiega cosa sia “indebitamente” e cosa sia illecito”, le sue parole. Mazzei si aspettava la diretta applicazione da parte del Governo di nuove regole sul lobbying, come contenuto del DEF 2014. Altro punto importante da affrontare è la lotta ai conflitti di interesse, in particolare all’accesso indebito di soggetti che rappresentano interessi privati in modo opaco (ex parlamentari, giornalisti). Ulteriore questione su cui focalizzarsi, infine, è il finanziamento della politica: “Deve essere chiaro che il finanziamento non è un corrispettivo per poi avere una decisione favorevole. Otto anni fa Il Chiostro ha applicato un codice etico per evitare di utilizzare il finanziamento come strumento di lobbying. Tutti gli iscritti lo devono rispettare. I lobbisti non sono quelli che fanno relazione, ma trasmettono contenuti, e una regolamentazione eviterebbe il lobbismo di relazione. Inoltre, le sanzioni devono essere non penali, ma pecuniarie e disciplinari. Il codice etico deve far parte della regolamentazione, con norme severissime per l’immagine dei lobbisti e del Paese. E qui richiamo anche i giornalisti: presentare le lobby come negative è lesivo per la cultura dell’Italia”. Patrizia Rutigliano, presidente di FERPI, associazione che riunisce comunicatori e lobbisti, afferma che “anche la comunicazione finanziaria deve essere regolamentata per evitare generalizzazioni negative. Sono attività che servono per promuovere valori delle aziende. Aziende e PA spesso vanno insieme, per quanto riguarda i rapporti di consulenza. La regolamentazione deve tenere conto di tutti gli attori: ONG, sindacati, politici, aziende, associazioni. L’autorità super-partes non deve essere l’anticorruzione, perché ha la tendenza a bloccare ciò che si sviluppa, e porterebbe a distorsioni come il reato di traffico di influenze. Necessarie accountability e trasparenza, ma attenzione a quest’ultimo concetto: mettere tutto sul sito web in maniera disequilibrata può essere nocivo. A volte non si possono rendere pubblici elementi strategici dell’azienda, soprattutto per società quotate. Lo studio sulla regolamentazione deve contenere tutte le norme presentate dai parlamentari, ma bisogna ascoltare tutti i portatori di interessi per avere un’idea onnicomprensiva del fenomeno”. Gianluca Comin, comunicatore, giornalista, lobbista, durante la propria carriera ha avuto modo di approfondire tutti gli aspetti del lobbismo italiano. Secondo Comin la regolamentazione della materia è necessaria per tre motivi: il nuovo modo di lavorare del lobbista, la richiesta portata avanti dai lobbisti stessi e le nuove regole sul finanziamento della politica. L’ex capo delle relazioni istituzionali di Enel ha affrontato due aspetti sempre più importanti nell’attività di relazione: il nuovo ruolo dei social e la necessità sempre maggiore di conoscere gli aspetti giuridici della materia. Punti fermi di una legge sulle lobby, affermati più da lobbisti che da decisori, secondo lui devono essere “la trasparenza reciproca (ad esempio, predisponendo un elenco con gli obiettivi di chi fa lobbying e una lista degli incontri dei decisori pubblici), necessaria al momento in cui i partiti faranno fundraising (tutto trasparente in America); la previsione di incompatibilità (per una migliore chiarezza dei ruoli sarebbe, ad esempio, auspicabile il metodo utilizzato per gli avvocati, che devono sospendere l’iscrizione all’albo per esercitare altre professioni). Chi deve controllare tutto? Antitrust, camere, anticorruzione, ma anche una commissione terza ex-novo come in Gran Bretagna. Legarsi all’anticorruzione però sarebbe danno di immagine, serve un soggetto terzo, serio e autorevole, e lo richiedono i lobbisti stessi”. Anche in questo caso, la raccomandazione finale al governo riguarda “il futuro problema del finanziamento di partiti e movimenti. È ipocrita essere eletti senza finanziamenti, di cui devono occuparsi dei professionisti, come accade per il no profit. Serve regolamentare il crowdfunding, per il quale sono necessarie l’autorevolezza di chi chiede i soldi e la professionalità nelle tecniche di fundraising”. Lelio Alfonso, anch’egli con diverse esperienze professionali nel campo della politica (lobbista, politico, manager, docente universitario) ritiene “necessario riaprire il tema di riforma dei regolamenti parlamentari, abbandonato ultimamente, così come quello della semplificazione delle leggi e della burocrazia. Il Parlamento, poi, è troppo spesso svuotato della capacità di legiferare (i voti di fiducia hanno tagliato fuori il Legislativo). C’è la possibilità di cambiare i regolamenti, e tutto avverrebbe a costo zero; le due camere hanno regolamenti diversi e si sta cambiano quella col regolamento migliore. Ruolo ostativo da parte dei burocratici? No, sono professionisti che spesso aiutano i lobbisti per far capire meglio ai decisori la posizione. Riguardo le authority, meglio l’antitrust piuttosto che cercarne un’altra nuova, ce ne sono abbastanza. In ogni caso, il buon professionista aiuta a fare leggi migliori, e il Paese ne deve essere grato. Serve massima accountability per un’attività che non è assolutamente ostacolo alle scelte della collettività”. Ultimo tra i lobbisti a parlare è stato Paolo Zanetto, che ha partecipato al gruppo di lavoro di Transparency è ha espresso la necessità di una legge sul lobbying, “per due ragioni. La prima è storica: al momento la compensazione degli interessi è sempre più frequente, a causa del continuo ricorso al decreto legge governativo e alla poca abitudine del governo di utilizzare consultazioni pubbliche, il che crea necessariamente presupposto per azioni di lobbying a porte chiuse (nella fase di gestazione del provvedimento) o di molti emendamenti nella fase successiva dell’iter. Secondo, l’esigenza di trasparenza nel quadro del finanziamento della politica. Oggi la politica deve adattarsi in ottica della fine del finanziamento pubblico ai partiti (lo testimoniano le due cene di fundraising del PD). Se questa è la direzione intrapresa da quel partito, è necessaria la trasparenza. Non si parla di compliance, ma di atteggiamento culturale che sta cambiando. Anche Cattaneo & Zanetto presenterà a breve un’iniziativa sulla trasparenza”. Conclusioni: un quadro ancora incerto, in attesa di passi concreti del Governo In conclusione, il confronto è stato utile per ravvisare le principali problematiche del fenomeno lobbistico in Italia e le diverse istanze in merito. L’iniziativa di Transparency International Italia è risultata opportuna per la discussione però, in molti casi, non ha considerato alcuni aspetti dell’attività di lobbying (su tutti, il grande potere delle strutture ministeriali) che in Italia sono caratteristici e non possono essere affrontati come negli altri casi europei analizzati. Non sono state portate avanti proposte concrete sulla regolamentazione, in particolare sullo strumento da utilizzare per attuare una legge sulle lobby (decreto governativo? Disegno di legge di iniziativa parlamentare? Norme ministeriali? Regolamenti parlamentari?). Sono state ravvisate anche alcune imprecisioni, o forse imparzialità, nella definizione di lobbying (basta definire “comunicazione” ogni tipo di attività di lobby che va dall’articolo di giornale, alla commissione di uno studio a un think tank, alla vera e propria attività di presentazione degli emendamenti?), di lobbista (i sindacati sono lobby?) e di decisore pubblico (lo sono solo i ministri e parlamentari, o anche i membri del Gabinetto o delle Direzioni Generali dei ministeri?). La richiesta, a più voci, è diretta soprattutto al Governo e punta ad un’iniziativa forte e decisa al di là di vuoti proclami lasciati poi irrealizzati. Si rende necessario un sostegno dell’iniziativa parlamentare da parte dell’Esecutivo, ormai in Italia vero e proprio fulcro decisionale, senza la quale la regolamentazione omogenea e nazionale del lobbying diventa irrealizzabile. (GattoGiov)

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