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Il nuovo «lobbista»: buoni contatti e trasparenza (Corriere della Sera)
Scritto il 2006-03-10 da lobbyingitalia su Italia

Una professione in crescita che cerca di seguire l' esempio americano

Quella del «lobbista» è un' attività inconfessabile o una professione in ascesa? In Italia sono non più di una decina le società di comunicazione che lo dichiarano ufficialmente nello statuto, sul sito Internet o stampato sui biglietti da visita: «attività di lobbying». Il termine nasce nell' atrio dell' hotel Willard di Washington, dove alla fine dell' 800 l' allora presidente degli Stati Uniti Ulysses Grant riceveva persone e portavoce di gruppi che ponevano richieste al governo. Spesso associato, in Italia, ad attività non proprio trasparenti e lecite, lobbying significa raccogliere e sostenere le istanze di singole imprese private, enti o associazioni presso coloro che decidono e approvano le leggi. Un' attività che spazia dalla difesa di cause etiche, come l' ambiente e i diritti dei minori, agli interessi economici di grandi aziende.

LOBBY E SIGARI - «In Italia la parola lobbista, purtroppo, è ancora tabù - sostiene Piero De Lorenzo, responsabile di Ldm Comunicazione - e si dimentica il ruolo fondamentale che abbiamo nel rappresentare gli interessi collettivi al cospetto del decisore pubblico». Un anno fa la società ha difeso con successo in ambito europeo l' Ente tabacchi italiano nel salvataggio del sigaro toscano: «I concorrenti di Bruxelles spingevano per fare approvare una serie di norme che avrebbero ridotto i limiti di nicotina consentiti, ponendo automaticamente il sigaro toscano fuori legge. Con l' aiuto di esami di laboratorio abbiamo dimostrato, tecnicamente e giuridicamente, l' ingiustizia di quel progetto». In Italia, come in molti altri Stati europei, non esiste una legge sull' attività di lobbying. Dopo il fallimento in sede parlamentare, Antonio Marzano, presidente del Cnel, ha recentemente proposto di istituire un albo presso lo stesso Consiglio Nazionale dell' Economia e del Lavoro. «Un intervento legislativo è necessario - sostiene a sua volta Ruben Razzante, docente di diritto dell' informazione all'Università Cattolica di Milano - perché l' assenza di regole nel nostro paese rischia di penalizzare soprattutto le piccole e medie imprese i cui interessi sono scarsamente rappresentati».

NORME REGIONALI - Intanto, in attesa del varo di una legge nazionale, si muovono le regioni. La Toscana ha approvato nel 2002 norme per regolamentare l' attività dei «gruppi di pressione» e proposte sono in discussione in Calabria e in Emilia Romagna. «Il mercato cresce molto e soprattutto a livello locale - spiega Marco Marturano, responsabile di Game Manager & Partner, società di lobbying nata a Verona nel 2000, fondata da giovani imprenditori veneti legati a Confindustria - E' un effetto del decentramento dei poteri su comuni, province e regioni, soprattutto in ambiti quali la gestione dei rifiuti, l' ambiente e la sanità. E' dunque fondamentale creare un clima d' opinione favorevole con campagne stampa, comunicazione, pubblicità». Pur con enormi potenzialità di sviluppo, in Italia siamo solo agli inizi. Lo dimostra il vero e proprio boom che il settore sta conoscendo soprattutto in Europa. Bruxelles, sede della Commissione europea, ospita gli uffici di 2.600 grandi gruppi di interesse. E si stima che nei palazzi delle istituzioni comunitarie siano accreditati oltre 15 mila lobbisti con un giro d' affari che tocca i 90 miliardi di euro annui.

UN' ATTIVITÀ BEN PAGATA - Il rapporto percentuale tra lobbisti e funzionari pubblici della Ue è superiore perfino a quello degli Stati Uniti, dove le «Public Affairs» sono nate. Ma in Europa, a differenza che negli Usa, non c' è controllo sulle attività di lobbying. Ciò ha spinto l'anno scorso il commissario agli Affari Amministrativi Siim Kallas a tentare di costringere i «gruppi di pressione» ad uscire allo scoperto, rivelando, come prevede l' ordinamento americano, committenti e fonti di finanziamento. La Seap, Society of european affairs professional che rappresenta i lobbisti a Bruxelles, si è però opposta proponendo non più di un «codice di condotta». Il mestiere del lobbysta, comunque, è molto ambito, ben pagato ma difficile, perché oltre a una fitta rete di contatti e relazioni interpersonali richiede competenze giuridiche notevoli, in ambito sia nazionale che internazionale. In genere si tratta di un laureato in discipline giuridiche che conosce almeno due lingue straniere. «Bisogna studiare molto e aggiornarsi continuamente - ammette Emanuele Calvario, responsabile di Reti, tra le società pioniere del lobbying in Italia, fondata da Claudio Velardi - Ma è una professionalità molto richiesta». La riprova è l' esplosione di offerte di formazione in tutta Italia, proposte dalle stesse «Public affairs»: corsi di specializzazione e «Lobby Master» rivolti a neo laureati si tengono presso l' università la Sapienza di Roma, l' Ied di Milano, le università di Camerino e di Bologna.

Da Grant a Kennedy Il termine «lobbying» è nato negli Stati Uniti ai tempi in cui il presidente Ulisse Grant riceveva i portavoce dei gruppi di interesse di cittadini e imprese nella «lobby» dell' hotel Willard di Washington. Dal canto suo John Fitzgerald Kennedy aveva un' ottimo giudizio sui lobbisti, dei quali diceva: «Mi fanno comprendere un problema in dieci minuti, mentre i miei collaboratori impiegano tre giorni». Negli Usa il lobbismo è addirittura tutelato dal primo emendamento della Costituzione: proclama la libertà di stampa e vieta di promulgare leggi che «limitino la libertà di fare petizioni al governo». In Europa niente regole In Europa l' attività di lobbying è in forte espansione. Bruxelles, sede della Commissione europea, ospita gli uffici di 2.600 grandi gruppi di interesse. Si calcola che tra tutti i palazzi delle istituzioni comunitarie circolino non meno di 15 mila lobbisti, che perorano cause per un giro d' affari di quasi 90 miliardi di euro annui. Il rapporto percentuale tra lobbisti e funzionari pubblici dell' Unione Europea è oggi superiore a quello degli Stati Uniti. Tuttavia in Europa, a differenza che negli Usa dove è obbligatorio dichiarare committenti e fonti di finanziamento, non esistono controlli sulle attività di lobbying.

Fonte: Elena Tiziano - Corriere della Sera

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